Nel 1985 tre americani su dieci tra gli 85 e gli 89 anni avevano la demenza. Nel 2024, uno su dieci. Nei paesi ricchi del Nord America e dell’Europa, l’incidenza age-adjusted è scesa del 13% per decennio negli ultimi quarant’anni — quella che Eric Stallard, l’epidemiologo che ha scoperto il trend, chiama «la rivoluzione copernicana del campo», e che contraddice le proiezioni catastrofiste su cui si fondavano le politiche sanitarie di un decennio fa. La Lancet Commission stima che il 45% dei casi sia prevenibile o ritardabile intervenendo su 14 fattori di rischio modificabili nel corso della vita: dall’educazione nell’infanzia al trattamento della perdita uditiva in età adulta all’isolamento sociale in vecchiaia. Una scoperta inattesa completa il quadro: il vaccino contro l’herpes zoster riduce il rischio di demenza del 20% per almeno sette anni. Ma la clausola che rende il pezzo rilevante per questo sito non è nei numeri in calo: è in quelli che crescono ancora. La buona notizia è quasi interamente confinata ai paesi ricchi. Per il resto del mondo, la proiezione di triplicazione dei casi globali — da 57 milioni nel 2019 a 153 milioni nel 2050 — tiene. E dietro questa asimmetria geografica ce n'è una strutturale che l’articolo non esplicita ma che diventa urgente quando si unisce la questione demografica a quella tecnologica: tutto il dibattito sull’infrastruttura cognitiva — AI inclusa — presuppone implicitamente un utente WEIRD (Western, Educated, Industrialized, Rich, Democratic): sano, autonomo, cognitivamente integro per tutta la vita o quasi. Mantenere la mente funzionante fino in tarda età non è un dato naturale: è un privilegio distribuito in modo profondamente diseguale. Le stime di un decennio fa parlavano di un futuro in cui una persona su tre sarebbe stata affetta da demenza e un’altra avrebbe fatto da caregiver. La prospettiva non è più così cupa per i paesi ricchi. Ma il mondo non è fatto solo di paesi ricchi, e gli strumenti che costruiamo non dovrebbero dimenticarlo.

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