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Dato che corregge I marker citati da tutti — em-dash, «delve», «tapestry» — sono ormai obsoleti. Il vero segno dell’AI è la «pretentious diction» di Orwell: polisillabi latini, nominalizzazioni, assenza di punteggiatura variata. I LLM adottano i vizi della cattiva prosa accademica, non le virtù di quella buona.
The Economist ha costruito un corpus da 55.940 frasi e 1,2 milioni di parole per confrontare la prosa dei principali LLM (ChatGPT, Claude, Gemini, Grok) con la propria, con quella di NYT, WaPo e CNN, e con la narrativa dei bestseller dal 1950 al 2022. I risultati correggono i luoghi comuni diffusi. L’em-dash è superata come marker: solo Claude ne usa ancora più degli scrittori umani, ChatGPT ne usa meno di chiunque; «delve» e «tapestry» sono spariti con gli aggiornamenti recenti. I segnali reali dell’AI writing sono altri: un numero sproporzionato di polisillabi («significant», «consequences», «increasingly»), terminologia scientifica e rara, nominalizzazioni sistematiche (da «expand» a «expansion»), quasi assenza di virgole, punto-e-virgola e parentesi. I LLM scrivono frasi lunghe tenute insieme da «and» invece di articolare la sintassi, e non citano mai esperti — il che priva la prosa di uno dei segnali più riconoscibili dell’argomentazione umana. Quando vogliono animare le frasi ricorrono a dispositivi retorici formulaici: «not X but Y», «not only but also», la regola del tre. Il quadro teorico è orwelliano: il pezzo richiama esplicitamente la «pretentious diction» di Politics and the English Language — il vestire affermazioni semplici con parole complicate e suffissi latini per suonare eruditi. I LLM adottano i vizi della cattiva prosa accademica, non le virtù di quella buona. La ragione è strutturale: i modelli sono addestrati su feedback umano, imparano ciò che le persone trovano «impressive» e abbandonano ciò che non piace — convergendo così verso la mediocrità condivisa. Con ogni aggiornamento la prosa AI si avvicina alla prosa umana, e gli strumenti di rilevazione automatica come Pangram (che già collabora con Substack) diventeranno sempre meno affidabili. Il fantasma apprende in fretta: a un modello vecchio di ChatGPT che alla domanda se i bot usino troppo l’em-dash rispondeva «Ha — great question!», quello attuale risponde con sobrietà «they’re best used sparingly». Solo un fantasma può cambiare pelle così velocemente.
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Elementi di scenario Il numero non basta: China Shock 2.0 non è una replica scalata del primo, ma uno shock di politica industriale consapevole — la Cina ha imparato dall’ondata precedente e ora esporta tecnologia, non lavoro a basso costo.
Adam Tooze — Chartbook — prende un dato apparentemente neutro — il surplus commerciale cinese — e lo usa per smontare la costruzione storica dei «China shock». La tesi: numerare gli shock implica continuità, ma la continuità è falsa. China Shock 1.0 era uno shock di globalizzazione in senso polanyiano: l’integrazione della forza lavoro cinese nelle supply chain occidentali ha prodotto un backlash differito — Trump e Brexit come doppio movimento di resistenza, arrivati anni dopo che il danno era fatto, nei settori low-value (giocattoli, mobili, abbigliamento). China Shock 2.0 è radicalmente diverso: la Cina non si lascia più integrare sui termini dell’Occidente, ma esporta tecnologia avanzata (auto elettriche, ingegneria) verso l’Europa, frutto di vent’anni di politica industriale deliberata. Non c’è discursive lag questa volta — la categoria «China shock» era già disponibile e si è attivata subito.
Il nesso con il lavoro di David Autor che ha coniato il concetto è ricostruito con cura: il China Shock 1.0 non era una catastrofe macroeconomica ma un danno concentrato e duraturo in comunità specifiche — non la perdita di milioni di posti, ma il mancato recupero di quelle comunità. Il punto originale della ricerca di Autor non era denunciare la Cina ma diagnosticare il fallimento del sistema americano di fronte agli shock di globalizzazione. Solo successivamente la narrativa si è trasformata in protezionismo anti-cinese.
L’articolo chiude con la metafora sismica: i due shock precedenti sono stati foreshock, e ciò che si profila — una trasformazione completa della divisione internazionale del lavoro trainata da politica industriale cinese consapevole — potrebbe essere il «Big One». Il nesso con il pezzo di Thompson sui modelli AI cinesi: entrambi leggono la Cina non come variabile esogena fastidiosa ma come attore che ha studiato la partita e cambiato strategia. Entra nel sito per il framework storico: Polanyi + industrial policy shock come strumento riutilizzabile per leggere qualsiasi grande rottura economica indotta da un attore statale che ha imparato dalla fase precedente.
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Strumento concettuale La scrittura ibrida come risposta alla crisi dell’universale: idee e vissuto non si separano — le idee si impastano nell’esperienza, e l’esperienza è già storia.
Lea Ypi — Tribune — riprende la domanda di Sartre sulla letteratura impegnata (cosa si scrive, perché, per chi) e ne aggiunge una quarta più urgente: chi scrive? La tesi: il crollo del socialismo storico ha portato con sé la crisi dell’universalismo letterario. L’identitarismo ha esteso la platea della letteratura politica, ma verso l’io singolare e la solidarietà di gruppo — non verso la missione emancipatoria universale. La via d’uscita è la scrittura ibrida: un genere che fonde memoir autobiografico, retrospettiva storica e riflessione filosofica senza ridurre nessuno dei tre livelli all’altro.
Il passaggio più denso è quello sull’Albania: crescere in un paese socialista non significava vivere una sequenza di fatti né abitare un sistema di idee — significava stare in un mondo in cui le idee erano diventate fatti e i fatti erano stati organizzati per rispecchiare le idee, così che i due piani erano inestricabili. Questa non è una tesi sul totalitarismo: è un’affermazione ontologica sul rapporto tra idee ed esperienza vissuta. Non è dialettica nel senso hegeliano — non c’è sintesi, c’è compenetrazione irriducibile. Ed è esattamente qui che il pezzo tocca l’intersezione più profonda con il sito: l’idea che le idee siano oggetti concreti con effetti concreti, che il vissuto personale sia già impastato di teoria, e che separare i due piani — come fa sia il memoir puro che la teoria pura — produca un racconto disonesto.
Il framework teorico è Schiller e l’educazione estetica: l’arte come processo collettivo di ricerca della verità, capace di abitare prospettive diverse per rompere il rapporto con il presente. Ypi chiama questo approccio storia congetturale: non la storia come la scrivono i vincitori, ma una ricostruzione filosofica attenta ai silenzi e alle contraddizioni del racconto ufficiale. La domanda finale — come si recupera l’universale senza candore, restando fedeli all’impulso emancipatorio senza lasciarsi ingannare dalle sue caricature — è la stessa che attraversa «La dialettica dell’antilluminismo», ma vista dall’altra estremità: non dal fallimento dell’Illuminismo, ma dal tentativo di raccogliere i cocci dopo il crollo del suo erede socialista.
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Elementi di scenario Lo stesso strumento — l’influencer come vettore di cambio narrativo — usato simmetricamente dai due lati: la Russia con RWA verso la destra americana, l’Ucraina con Loomer verso la base MAGA.
Luke Harding — The Guardian — racconta la visita di Laura Loomer a Kiev e il suo clamoroso about-turn sulla guerra: da «non mi importa dell’Ucraina» a sostenitrice di sanzioni contro la Russia, dopo aver vissuto un allarme aereo e intervistato Zelensky nel giardino presidenziale. La notizia è nella meccanica, non nell’opinione. L’ufficio di Zelensky ha deliberatamente invitato e curato la visita di un’influencer con 2 milioni di follower nella sfera MAGA — inaccessibile ai media tradizionali — orchestrando una sequenza di esperienze (la sirena, il McDonald’s bombardato, la cattedrale colpita dai droni russi, l’incontro con il rabbino capo) che producono contenuto «spontaneo» e credibile presso quel pubblico specifico. Trump ha elogiato l’intervista su Truth Social («So good!!!»), il che ha trasformato il pezzo di Loomer in un segnale diplomatico: l’incontro Trump-Zelensky è stato confermato la settimana successiva. Letto insieme al pezzo sui «Russians With Attitude», il caso chiude un dittico: la Russia usa blogger ultranazionalisti anonimi per distribuire narrative pro-Cremlino verso la destra americana; l’Ucraina usa gli stessi canali MAGA per redistribuire narrative pro-Kiev verso lo stesso pubblico. Lo strumento è identico — il controllo riflessivo applicato attraverso l’influencer marketing — i vettori opposti. La differenza è che l’Ucraina lo fa a viso aperto: l’ufficio di Zelensky ha pubblicamente ringraziato Loomer per il coraggio di venire. Anton Gerashchenko, ex consigliere ucraino, lo ha descritto senza ambiguità: «una rottura pubblica con la narrativa russa da parte del movimento MAGA».
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Strumento concettuale La grammatica dei mercati commodity applicata all’AI: il token non è la merce giusta — lo è l’intelligenza per unità di costo.
Ben Thompson — Stratechery — usa la dinamica dei mercati commodity per smontare il panico da Kimi K3, il modello open weight di Moonshot AI che ha agitato X nel weekend in cui Alibaba ha rilasciato anche Qwen3.8 Max. La tesi: i frontier lab americani stanno benissimo, perché in un mercato commodity vince chi ha il costo marginale più basso — e Anthropic e OpenAI, avendo servito modelli di frontiera per mesi prima di chiunque altro, hanno già ottimizzato il costo di inferenza come nessun concorrente riesce a fare.
La distinzione critica è tra R&D e COGS. I modelli open weight risparmiano i costi di ricerca (fixed), ma non i costi di serving (variabili). Kimi K3 sembra più economico per token, ma usa molti più token per arrivare alla stessa risposta: il costo per unità di intelligenza — che Thompson identifica come la vera commodity — può risultare più alto. Il token non è fungibile; l’output corretto sì.
La mossa cinese è letta con la categoria giusta: commoditize your complements. La Cina è forte nel mondo fisico — robotica, manifattura, logistica — e un’AI aperta e disponibile a tutti le dà un vantaggio strutturale in quei settori. Xi Jinping ha ribadito la scelta open source in un discorso la settimana scorsa. Pubblicare i pesi è geopolitica, non generosità.
Il passaggio più insolito riguarda la distillazione: i modelli cinesi migliorano usando i frontier model americani come teacher per il reinforcement learning. Thompson propone di rispondere non perseguendola ma legalizzandola — fair use per i dati di training, distillazione libera per le aziende americane — così i modelli open source occidentali possono usare i modelli di frontiera direttamente, invece di passare per Pechino con un giro in più.
Il caso finale chiude il cerchio: durante un breach dell’infrastruttura di Hugging Face, il team di sicurezza ha dovuto ricorrere al modello cinese GLM perché i modelli americani di frontiera erano bloccati dai guardrail per uso cybersecurity, per direttiva dell’amministrazione Trump. I difensori americani si affidano a modelli cinesi per proteggere infrastrutture americane. Thompson lo chiama «insane». Ha ragione.
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Strumento concettuale L’ecologia dei media applicata all’AI: l’ambiente determina quali contenuti possono esistere e genera effetti che i contenuti non prevedono.
Francesco Tarchetti — Substack «non ho capito» — riprende la tradizione dell’ecologia dei media fondata da Neil Postman nel 1968 per fare una cosa semplice ma necessaria: ricordare agli editori e ai produttori culturali che il digitale non è un canale di distribuzione neutro ma un ambiente che determina quali contenuti possono esistere e in che forma. Non McLuhan scomodato a caso: Tarchetti usa Meyrowitz per un esempio concreto che vale più di mille definizioni. La televisione degli anni Cinquanta era patriarcale nei contenuti, ma aveva una caratteristica tecnica decisiva: non segmentava il pubblico. Chiunque accendesse il televisore poteva vedere tutto. Le donne hanno visto gli uomini sbagliare, tradire, arrangiarsi — e hanno cominciato a chiedersi perché a loro fosse richiesta una virtù che agli uomini non era chiesta. Il medium patriarcale ha prodotto, per via tecnica e suo malgrado, le premesse per la diffusione di una coscienza femminista allargata. L’ambiente genera effetti che i contenuti non avrebbero mai previsto né autorizzato. Entra nel sito per due ragioni. La prima è tecnica: la tesi si applica direttamente all’AI come ambiente, non solo alle piattaforme social — il punto di Postman vale anche per un LLM che decide quali contenuti esistono, in quale forma, con quale lunghezza e registro. La seconda è editoriale: il discorso pubblico italiano su questi temi è, come Tarchetti nota con la consueta grazia, Cro-Magnon. La citazione di McLuhan con cui chiude è il miglior antidoto disponibile all’idea del digitale come strumento neutro: «Quando si opera nella società con una nuova tecnologia non è l’area incisa che viene maggiormente toccata. La zona dell’urto e dell’incisione è intorpidita. Quello che cambia è l’intero sistema.»
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Riferimento tecnico La catena causale completa che produce ciò che vediamo sullo schermo: non si scrive di AI con rigore senza averlo guardato almeno una volta.
Tre ore e venti di Andrej Karpathy che ricostruisce dall’inizio come funzionano davvero i modelli linguistici: dai dati di pretraining sul web fino al reinforcement learning da feedback umano, passando per tokenizzazione, architettura transformer, fine-tuning supervisionato, DeepSeek-R1. È la risorsa di riferimento per chi vuole capire la catena causale che produce quello che vediamo sullo schermo, senza fermarsi alla superficie — e Karpathy ha il vantaggio di averla costruita, quella catena: founding member di OpenAI, poi responsabile dell’AI di Tesla fino al 2022. Due osservazioni che vale la pena portarsi dietro. La prima: i modelli hanno bisogno di token per pensare — il ragionamento emerge nell’atto della generazione, non prima, il che ha conseguenze pratiche dirette su come interrogarli. La seconda è quella che Karpathy chiama jagged intelligence: i modelli eccellono dove ci aspettiamo difficoltà e falliscono dove ci aspettiamo semplicità. In termini concreti: un LLM può supportare un team di ricercatori di biologia molecolare meglio di quanto ci aspetteremmo, e, se avesse una fronte, non riuscirebbe a grattarsi un sopracciglio — che è peraltro, non a caso, il tipo di problema che i filosofi analitici hanno sempre usato come esempio di azione elementare. Qualsiasi gerarchia lineare di capacità, in questo contesto, è inutile. Il video entra nel sito come riferimento tecnico fondamentale: non si scrive di AI con una qualche pretesa di rigore senza averlo guardato almeno una volta.
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Dato che corregge L’incidenza in calo del 13% per decennio smentisce le proiezioni catastrofiste — ma solo nei paesi ricchi.
Nel 1985 tre americani su dieci tra gli 85 e gli 89 anni avevano la demenza. Nel 2024, uno su dieci. Nei paesi ricchi del Nord America e dell’Europa, l’incidenza age-adjusted è scesa del 13% per decennio negli ultimi quarant’anni — quella che Eric Stallard, l’epidemiologo che ha scoperto il trend, chiama «la rivoluzione copernicana del campo», e che contraddice le proiezioni catastrofiste su cui si fondavano le politiche sanitarie di un decennio fa. La Lancet Commission stima che il 45% dei casi sia prevenibile o ritardabile intervenendo su 14 fattori di rischio modificabili nel corso della vita: dall’educazione nell’infanzia al trattamento della perdita uditiva in età adulta all’isolamento sociale in vecchiaia. Una scoperta inattesa completa il quadro: il vaccino contro l’herpes zoster riduce il rischio di demenza del 20% per almeno sette anni. Ma la clausola che rende il pezzo rilevante per questo sito non è nei numeri in calo: è in quelli che crescono ancora. La buona notizia è quasi interamente confinata ai paesi ricchi. Per il resto del mondo, la proiezione di triplicazione dei casi globali — da 57 milioni nel 2019 a 153 milioni nel 2050 — tiene. E dietro questa asimmetria geografica ce n’è una strutturale che l’articolo non esplicita ma che diventa urgente quando si unisce la questione demografica a quella tecnologica: tutto il dibattito sull’infrastruttura cognitiva — AI inclusa — presuppone implicitamente un utente WEIRD (Western, Educated, Industrialized, Rich, Democratic): sano, autonomo, cognitivamente integro per tutta la vita o quasi. Mantenere la mente funzionante fino in tarda età non è un dato naturale: è un privilegio distribuito in modo profondamente diseguale. Le stime di un decennio fa parlavano di un futuro in cui una persona su tre sarebbe stata affetta da demenza e un’altra avrebbe fatto da caregiver. La prospettiva non è più così cupa per i paesi ricchi. Ma il mondo non è fatto solo di paesi ricchi, e gli strumenti che costruiamo non dovrebbero dimenticarlo.
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Lettura di mercato La struttura economica dei broadcaster pubblici: un’infrastruttura di resilienza democratica in erosione.
Segnalazione di Luca Misculin. Il pezzo di Charlemagne descrive la triplice crisi dei servizi pubblici radiotelevisivi europei: i teenager che guardano TikTok mentre la RAI trasmette, i populisti che li vogliono privatizzare o li stanno già usando come megafoni (la televisione di Orbán ha chiesto scusa il 7 luglio per le passate bugie e ha sospeso i telegiornali), i giganti tech che li seppelliscono alla quindicesima pagina del menu televisivo tra un’app di yoga coreana e un canale shopping. I budget dell’EBU sono calati del dieci per cento nell’ultimo decennio mentre le obbligazioni — orchestre classiche, radio regionali — non sono diminuite. Le licenze che garantivano l’indipendenza editoriale vengono sostituite da finanziamenti statali diretti, con tutto ciò che questo comporta per la distanza dal potere politico. L’EBU chiede all’Unione Europea regole di «prominenza» — obbligare produttori di televisori e piattaforme a rendere visibile il servizio pubblico — segnalando che il fronte della visibilità digitale non riguarda solo i produttori di contenuti ma anche chi controlla i menu, i telecomandi e gli algoritmi di raccomandazione. La clausola finale vale da sola il curated: in caso di guerra o crisi, il pubblico non si rivolgerebbe a qualche influencer su YouTube — si precipiterebbe verso le testate istituzionali. Se si ricordasse come trovarle. Il pezzo dialoga direttamente con il Digital News Report già citato nel sito e aggiunge una dimensione mancante. I servizi pubblici non sono un retaggio del Novecento da liquidare, sono un’infrastruttura di resilienza democratica che fornisce forse un beneficio soltanto, ma fondamentale: un’agenda pubblica condivisa, mentre de tutti gli altri media mainstream guardiamo il mondo dallo spioncino, con effetti sociali che stiamo sperimentando sempre più intensamente - e non in vitro.
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Metodo di lavoro Prima il prototipo, poi la press release: cosa cambia quando il tempo tra idea e prototipo collassa.
Werner Vogels, CTO di Amazon, racconta il caso Quick Desktop — un prototipo costruito in una notte da Thomas Delteil con un coding agent, che nel giro di settimane è diventato un prodotto usato da centinaia di migliaia di persone — per aggiornare il metodo Amazon «working backwards»: non più press release poi prototipo, ma prototipo poi press release. L’argomento è chiaro: quando costruire un prototipo costa una sera anziché mesi, l’ordine logico cambia. «You will learn more in one evening of building than in two weeks of writing about what you think will happen.» Il documento che scrivi dopo aver costruito è strutturalmente migliore di quello che avresti scritto prima, perché non descrive un’idea ma qualcosa che esiste ed è stato testato. La «two-pizza culture» — team piccoli, ownership totale, decisioni reversibili senza chiedere permesso — non è una nostalgia: è il sistema immunitario contro l’entropia organizzativa che cresce con la scala. Il pezzo dialoga con Ottaviani già in archivio (vibe coding come acceleratore del processo creativo) aggiungendo la dimensione manageriale: cosa cambia nell’organizzazione del lavoro quando il tempo tra idea e prototipo collassa.
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Lettura di mercato Il mercato della mezza attenzione: YouTube reinventa il rotocalco pomeridiano con un’economia diversa e un pubblico opposto.
Gianluca Diegoli parte da un’osservazione all’apparenza banale e invece strutturale: YouTube sta reinventando il rotocalco pomeridiano. I podcast video lunghi — Tintoria, BSMT, Pulp, tutti oltre le due ore — rispondono allo stesso bisogno di «mezza attenzione» che per decenni ha riempito il sottofondo della tv lineare: stiratura, piatti, pisolino, l’animale domestico sonoro che racconta storie «perdibili» mentre fai altro. Il libretto d’istruzioni è identico a Pomeriggio Cinque: ospite famoso, conduttore che annuisce, pubblicità letta in voce, rotazione degli ospiti tra un programma e l’altro. Ma il pubblico è l’esatto complementare demografico del pomeriggio Rai: 39% under 35, 28% laureati. Sullo sfondo, Katherine Hayles e il suo concetto di iperattenzione — la mente che salta da notifica a notifica, adattamento a un ambiente che vuole sempre pronti al prossimo stimolo — come contesto culturale che rende il podcast fiume non un’anomalia ma un antidoto. L’analisi dei costi e ricavi è tra le più chiare disponibili sul formato: tabellare YouTube (5-10€/1000 views, metà alla piattaforma), sponsorizzazioni a forfait, link affiliati; costi fissi minimi; ospiti gratuiti perché hanno qualcosa da promuovere. Il pezzo entra nel sito come cartografia del mercato dell’attenzione: non come fenomeno di costume, ma come struttura economica che replica ciò che la tv aveva inventato con un’economia diversa e un pubblico opposto.
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Strumento concettuale Need for cognition e cognitive surrender: quando l’intelligenza abbonda, la volizione è ciò che vale.
David Brooks parte dalla domanda sbagliata — l’AI ci toglierà il lavoro? — per arrivare a quella giusta: che relazione hai con lo sforzo mentale? La ricerca che cita rovescia l’assunto: chi adotta l’AI lavora di più, non di meno (ore su email e chat raddoppiate, lavoro focalizzato giù del 9% — c’è già un nome per questo stato mentale: «AI brain fry»). Il principio guida che propone: «When intelligence is plentiful, volition is valuable.» La discriminante non è quanto sei intelligente ma il tuo need for cognition — l’attitudine psicologica ad affrontare la difficoltà cognitiva come intrinsecamente piacevole. Da qui la tassonomia in tre gruppi: i Productive Passengers (bassa NFC) che guadagnano produttività a breve ma perdono capacità — connettività cerebrale giù del 55%, onde gamma giù del 40%, e dopo dieci minuti di assistenza AI le performance calano anche senza AI; i Reluctant Optimizers (media NFC) che conoscono il rischio, resistono per un po’, poi cedono all’optimization mentality e al «cognitive surrender» — accettano gli errori del bot l’80% delle volte; i Mental Marathoners (alta NFC) che usano l’AI per aumentare la propria agency e trovano tecniche per farlo meglio. Il dato più utile per noi: cognitive surrender è la forma comportamentale del deficit di capitale semantico — chi non ha già costruito una propria worldview non sa riconoscere quando il bot sbaglia. La conclusione finale richiama in parte quella di «La differenza fra Claude e le mie gatte» (che Brooks, ahimè, sicuramente non ha letto): l’AI rivela per sottrazione cosa significa essere umani. Non è l’intelligenza, che le macchine avranno in abbondanza, ma la capacità di desiderare: avere un sé con un passato e un futuro, pulsioni e aspirazioni, una storia particolare di ferite e gioie.
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Elementi di scenario La pressione sociale dell’automazione su scala di massa: in Cina parlare di lavoro significa parlare di patto sociale.
Simone Pieranni mappa, dalla stampa cinese, due narrazioni opposte sull’AI e il lavoro che i media occidentali tendono a sovrapporre. La versione istituzionale racconta una transizione ordinata: 2,99 milioni di nuovi posti urbani nel primo trimestre 2026, nuove figure professionali (addestratori di sistemi AI, “narrative designer”), startup da una persona rese possibili dagli agenti intelligenti. L’altra versione racconta la “linea della mannaia” che scende: prima colpiva i ruoli intermedi, poi i junior, ora gli esterni in outsourcing — e i 12,7 milioni di neolaureati che si affacciano quest’anno sul mercato sono i più sfortunati di sempre, perché arrivano esattamente quando le aziende eliminano le posizioni base per sostituirle con agenti AI. Il punto che interessa al sito non è tecnico ma sociale: in Cina parlare di lavoro significa parlare di patto sociale. La Corte di Hangzhou ha già emesso una sentenza contro i licenziamenti motivati dalla sostituzione con AI. Il pezzo aggiunge alla serie sulla Cina già in archivio una dimensione interna che il pezzo di Chan non toccava: non la corsa geopolitica all’AGI, ma la gestione della pressione sociale dell’automazione su scala di massa.
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Metodo di lavoro Vibe coding strutturato: il collo di bottiglia si sposta dal codice al giudizio su quale domanda valga la pena fare.
Jacopo Ottaviani, data journalist italiano e fellow del Reuters Institute, racconta come ha ricostruito in due giorni Patrie Galere — la mappa delle morti nelle carceri italiane che nel 2012 gli aveva richiesto tre settimane — e come ha costruito Strade Mortali, un portale sulla sicurezza stradale a Roma, usando Claude Fable 5 (poi sospeso dal governo americano per ragioni di sicurezza nazionale, notazione non priva di ironia). Il metodo è il vibe coding strutturato: non un prompt unico, ma una decomposizione in venti compiti discreti e testabili — divide et impera applicato all’AI. Il punto più rilevante per noi non è il risparmio di tempo ma dove si è spostato il collo di bottiglia: il layer meccanico del data journalism si commoditizza; ciò che non si commoditizza è il giudizio su quale domanda valga la pena fare e la capacità di riconoscere quando l’output è plausibile ma sbagliato. «The ability to see through the surface to the underlying structure is not something the model supplies; it is what you bring.» È la tesi di Floridi sul capitale semantico applicata a un caso concreto — e c’è una nota sulla ‘SaaSapocalypse’ (LLM + librerie open source rendono obsoleti i tool proprietari di dataviz) che vale tenere in conto.
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Dato che corregge Il report corregge il rumore narrativo sull’AI economy con la prima misura bottom-up de-duplicata della domanda.
Il primo modello bottom-up e de-duplicato della domanda AI — non dell’offerta, che è già documentata dalle trimestrali dei grandi hardware supplier. Azeem Azhar e il team di Exponential View hanno ricostruito voce per voce il P&L dell’intera filiera (consumer, enterprise, hyperscaler) rimuovendo i double-counting: se un dollaro speso con Anthropic implica 50 cent pagati ad Amazon, si conta un dollaro, non uno e mezzo. Il risultato: 110 miliardi di ricavi negli ultimi 12 mesi, run rate annualizzato di 175 miliardi, crescita tre volte più rapida dell’onda mobile e di Internet. La notizia meno celebrata è la più importante: i ricavi coprono appena l’ammortamento delle infrastrutture. Non male, ma il margine è sottile e dipende da un’assunzione di vita utile dei GPU di sei anni — difendibile, non scontata. La parte metodologicamente più interessante riguarda l’elasticità della domanda: ogni riduzione del 10% del prezzo dei token genera un aumento del 12-18% nell’utilizzo, così la spesa totale cresce anche quando il prezzo cala. Il che sposta la domanda dall’economics al problema della qualità: il token non è ancora un’unità di misura del valore dell’intelligenza. Il report introduce il concetto di «quality-adjusted output token» — che combina quantità, visibilità dell’output e capacità del modello sottostante — come tentativo di dare una metrica più onesta all’economia dell’AI. Entra nel sito come documento di riferimento empirico sull’economia reale, da contrapporre al rumore narrativo dominante.
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Strumento concettuale Marketing valoriale contro marketing della verità: come le testate costruiscono autorità nella crisi di fiducia.
The Economist ripercorre la storia del liberalismo attraverso una carrellata interattiva: dalle origini illuministe fino al presente, passando per le grandi crisi del XX secolo e la difficile resistenza ai totalitarismi. Vale la pena leggerlo non solo come documento storico ma come esercizio di marketing valoriale. In un’epoca in cui WaPo e NYT avevano costruito, al primo insediamento Trump nel 2016, un «marketing della verità» oggi meno credibile — nel caso del WaPo, per ragioni evidenti legate all’assetto proprietario e alle relative ingerenze — The Economist ha imboccato una strada diversa, sviluppando un’identità editoriale fondata sul potere trasformativo del liberalismo su scala globale. C’è molta agiografia in questo, e la parzialità della narrazione è evidente: il liberalismo viene presentato sostanzialmente come sinonimo di progresso. Ma l’esercizio è apprezzabile e ben documentato. La distinzione tra le due strategie — difesa della verità come valore giornalistico vs. difesa di un sistema di valori come identità editoriale — dice qualcosa di utile su come le grandi testate costruiscono la propria autorità nei momenti di crisi della fiducia nei media.
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Strumento concettuale La cosmotecnica: non chi costruisce modelli più potenti, ma con quale idea di cosa sia la tecnologia.
Simone Pieranni pone una domanda che il dibattito occidentale sull’AI sistematicamente evita: la nostra concezione della tecnologia è solo una delle possibili, non l’unica. La cosmotecnica cinese — il termine è del filosofo Yuk Hui — è la visione del mondo che discende dall’uso della tecnica propria di una civiltà: in Cina affonda nelle grandi tradizioni filosofiche, buddismo compreso, che hanno sempre concepito la macchina come un elemento non necessariamente alieno, e nella continuità della tradizione statale fin dall’epoca imperiale. La macchina non è rottura, non è dominio sulla natura: è uno dei modi in cui cosmo, uomo e tecnica trovano armonia. Questo cambia radicalmente il frame della «gara» sino-americana sull’AI: non si tratta solo di chi costruisce modelli più potenti, ma di chi costruisce modelli con quale idea di cosa sia la tecnologia, per cosa serva, a quali fini risponda. Il pezzo aggiunge alla serie sulla Cina già in archivio la dimensione filosofica che mancava: non la competizione geopolitica (Chan), non il patto sociale interno (Pieranni su Il Partito), ma la cosmologia sottostante.
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Strumento concettuale Deontologia contro consequenzialismo dentro le labs — e il rischio del moral deskilling.
Il dato di apertura vale da solo: negli USA i laureati in filosofia hanno un tasso di disoccupazione del 5,1%, contro il 7% di chi ha studiato informatica — l’inversione che Floridi descrive come «haemorrhaging» dai dipartimenti di filosofia verso le AI labs. The Economist usa questa inversione per mappare come la filosofia stia diventando infrastruttura tecnica, non decorazione etica. Il punto più utile per il sito è la distinzione tra i due framework che strutturano le scelte: la deontologia — regole fisse, indipendenti dalle conseguenze, il modello di Anthropic con la sua costituzione di 78 pagine curata da Amanda Askell (Kant + UDHR + ToS di Apple, soprannominata internamente «soul doc») — e il consequenzialismo — pesi e benefici calcolati caso per caso, il modello di OpenAI e Google, e quello dei sistemi d’arma autonomi che devono decidere il modo meno tragico di causare danno. Sullo sfondo il rischio più interessante: il «moral deskilling» — se le macchine fanno sempre più scelte etiche, gli esseri umani potrebbero perdere la capacità di farle. Entra nel sito come controcanto interno alle labs del pezzo di Boccia Artieri: non chi controlla l’AI dall’esterno, ma quali principi vengono costruiti dentro.
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Lettura di mercato Cosa può sbloccare una exit da 20 miliardi per l’ecosistema startup italiano.
Alessia Camera analizza cosa potrebbe sbloccare per l’ecosistema startup italiano la quotazione di Bending Spoons al Nasdaq, valutata 20 miliardi di dollari (documenti SEC depositati l’8 giugno 2026, ticker $BSP). Il dato che le interessa non è la valutazione in sé, ma il pool azionario per i dipendenti: 51 milioni di azioni, distribuite anche a chi è entrato dieci anni fa come tech lead o growth lead, oggi titolare di quote che vanno da pochi milioni a oltre 190 milioni di dollari. L’autrice confronta il caso con le grandi IPO tedesche (Zalando, Rocket Internet, Delivery Hero) e britanniche (Braze, Wise, Revolut, Monzo): in entrambi gli ecosistemi, gli ex-dipendenti delle aziende quotate hanno generato ondate di startup di seconda generazione — a Berlino 138 da 24 unicorni, a Londra 168 da 27, con l’81% e il 69% rimaste rispettivamente nella stessa città. Un fattore strutturale spiega parte del vantaggio britannico: l’EMI, il regime fiscale agevolato sulle stock option in vigore dal 2000, che tassa le plusvalenze molto meno di quanto avvenga in Italia, Germania o Francia. La tesi è che Bending Spoons potrebbe innescare lo stesso effetto in Italia — più angel investor con esperienza operativa reale, benchmark di exit più ambiziosi, e magari un freno alla fuga di capitale umano — anche se la conclusione più netta del pezzo è un’altra: l’azienda non ha inventato nulla di nuovo, ha solo dimostrato che l’eccellenza esecutiva, da sola, può valere venti miliardi.
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Strumento concettuale Il supporto invisibile come privilegio: il problema non è lo strumento, ma chi ha sempre potuto usarlo in silenzio.
Ilaria Maria Dondi parte da una domanda che si è posta sul serio dopo aver scritto un pezzo di cui era soddisfatta aiutandosi anche con l’AI: «Sto barando?». La risposta arriva leggendo un post di Amberhawk su «The Ubuntu Journey»: i CEO pubblicano libri scritti da ghostwriter, i politici pronunciano discorsi di speechwriter, i direttori editoriali trasformano articoli fino a renderli irriconoscibili — eppure nessuno li accusa di impostura. I ricchi e i potenti hanno sempre avuto accesso a un supporto invisibile; l’indignazione morale scatta solo quando uno strumento apparentemente più economico e accessibile replica quel supporto per chi un editor non se lo è mai potuto permettere. La tesi è netta: il problema non è mai il supporto in sé, ma chi ha sempre avuto il diritto di usarlo in silenzio. I privilegi non si confessano: si usano. L’AI non è neutra — sfruttamento del lavoro, copyright, impatto ambientale sono problemi reali — ma la «denigrazione automatica» del lavoro svolto anche con l’AI, che giudica per la mera presenza dello strumento senza guardare la qualità del pensiero, è un pregiudizio che pesa di più su chi ha già meno margine di errore, donne e persone razzializzate in testa. La competenza, conclude Dondi, non nasce da un prompt: nasce dall’essere in grado di difendere ciò che si firma.
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Lettura di mercato L’AI spazza via la mediocrità creativa; la minaccia più seria è sul lato degli acquisti media.
David Droga (fondatore di Droga5, ex CEO di Accenture Song) dice senza troppi giri di parole, in un’intervista a Semafor, che l’AI sta per spazzare via il mercato della mediocrità creativa umana: “l’80% delle persone che pago probabilmente non fa un lavoro eccezionale comunque”, quindi bene se l’AI si occupa di quel lavoro “formulaico e medio” che secondo lui costituisce la maggioranza della produzione in marketing, advertising, intrattenimento, musica e giornalismo. La vera originalità — gusto, contesto, strategia — resterebbe invece fuori portata dei modelli, che “replicano e distillano best practice” fino a far convergere tutti sullo stesso risultato. Il tema arriva mentre il festival Cannes Lions si apre con OpenAI come protagonista a sorpresa: l’azienda punta a metà dei ricavi pubblicitari attuali di Meta in tre anni, ha lanciato una piattaforma ad self-serve, sta testando annunci in Giappone e ha aggiornato i suoi Ad Tools per generare creatività pubblicitaria via AI. Droga osserva che la minaccia più seria per il settore non è tanto la produzione creativa quanto il lato degli acquisti media: i riassunti AI di Google, ChatGPT e Claude hanno già eroso il traffico web su cui si basava l’intero ecosistema dell’e-commerce e dei media digitali per intercettare ricerche. Significativo anche un dettaglio collaterale: lo scorso anno Cannes Lions ha ritirato il Grand Prix Creative Data Lions dopo aver scoperto che il case study era stato manipolato con l’AI.
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Elementi di scenario La resistenza come pratica del long game: l’intelligence come forma di sopravvivenza civile.
Ken Harbaugh ricostruisce dall’interno la rete di resistenza ucraina nei territori occupati: una struttura che dall’aperto — bandiere, canzoni, girasoli — si è trasformata in intelligence clandestina con handler, agenti sotto copertura e protocolli da manuale. Il cuore del pezzo è operativo: honeytraps, telefoni puliti contrabbandati, manuali CIA sulla guerra fredda che circolano in copie fisiche consumate — i dettagli tecnici su come comunicare sotto occupazione sono tra i più precisi mai pubblicati su una resistenza attiva. La tesi più forte è però sociale: le donne sono la spina dorsale della rete. Sfruttano i pregiudizi degli occupanti — che non immaginano combattenti in una nonna con le borse della spesa davanti alle caserme — e diventano il primo anello della kill chain. L’articolo introduce il termine ucraino vidma, spesso tradotto “strega” ma dalla radice vidate, “conoscere”: le vidma erano sagge, riconoscevano i segreti dell’ambiente, non venivano bruciate per questo. La campagna di droni che alimentano è il motore militare della resistenza. Il pezzo entra nel sito perché aggiunge carne alla serie sulle ombre: la resistenza come pratica del long game, dell’identità tenuta sotto pressione massima, dell’intelligence come forma di sopravvivenza civile.
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Strumento concettuale Quattro programmi filosofici — emancipazione, privatocrazia, sorteggio, ingiustizia epistemica — che ridefiniscono la disciplina.
Gloria Origgi firma su “L’Indice” un pezzo che racconta come negli ultimi dieci anni la filosofia politica sia stata trasformata da quattro filosofe che lavorano (o sono passate) a Parigi: l’albanese Lea Ypi (LSE), che ripensa il marxismo non come teoria della storia ma come teoria dell’emancipazione, contro un liberalismo che — sostiene — confonde libertà formale e libertà reale; Chiara Cordelli (Chicago), che in “Privatocrazia” denuncia l’esternalizzazione progressiva dello Stato a soggetti privati, dalle carceri al controllo delle frontiere, e nel più recente “Ruled by None” osserva come il flusso di capitale venture orienti oggi l’idea di futuro più di qualunque pianificazione pubblica; Hélène Landemore (Yale), che propone assemblee cittadine selezionate per sorteggio come alternativa alla rappresentanza corrotta da media e interessi privati (ha lavorato alla costituzione islandese e alle Conventions Citoyennes francesi sul clima); Miranda Fricker (NYU), che si concentra su chi viene ascoltato e chi no — l’ingiustizia epistemica. Origgi le presenta come prova che la filosofia, dopo decenni di egemonia maschile fatta più di sfoggio retorico che di proposte concrete, è tornata a essere una disciplina seria — e politicamente rilevante, al di là dei dibattiti televisivi.
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Riferimento tecnico I primi dati interni di un lab di frontiera sull’accelerazione verso il recursive self-improvement.
L’Anthropic Institute pubblica dati interni sull’accelerazione nello sviluppo dei modelli: oltre l’80% del codice in produzione è oggi scritto da Claude; ogni ingegnere produce 8 volte più codice al giorno rispetto al 2024; Opus 4.7 gestisce in autonomia task da 12 ore su software reale; in un esperimento di aprile 2026, agenti Claude hanno condotto un intero progetto di ricerca in AI safety — 800 ore cumulative, $18.000 di compute, senza intervento umano sulle scelte sperimentali. Il punto dell’articolo non è celebrativo: è che questo trend punta verso il recursive self-improvement — un sistema AI capace di progettare e addestrare il proprio successore in modo autonomo. L’articolo descrive tre scenari (stallo, accelerazione compounding con umani che dirigono, recursive self-improvement completo) e prende posizione: Anthropic sarebbe disponibile a una pausa coordinata e verificabile tra lab al limite della frontiera, se esistesse un meccanismo credibile per farlo. Vale la pena sottolinearlo: è la prima volta che un’azienda AI di frontiera pubblica dati interni sull’accelerazione e invoca esplicitamente un regime di verifica internazionale — un linguaggio che fino a poco tempo fa sembrava riservato al controllo degli armamenti nucleari. Non sfugga il fatto che questa sottile inoculazione di ansia tecnologica sia in particolare per Anthropic anche un espediente di marketing straordinariamente efficace.
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Lettura di mercato Una filiera può triplicare il mercato e restare incapace di remunerare e formare chi produce materialmente il valore.
Il “1843” racconta il paradosso al cuore dell’industria dell’anime giapponese: il mercato è quasi triplicato nell’ultimo decennio, fino a 19 miliardi di dollari, eppure gli animatori scarseggiano cronicamente — erano circa 4.500 nel 2010, oggi sono solo 5-6.000, mentre i titoli prodotti all’anno sono passati da poco più di 100 a oltre 300. La radice del problema è storica: dopo il fallimento nel 1973 di Mushi Production (lo studio di “Astro Boy”), l’industria sostituì gli organici fissi con manodopera a contratto, frammentando il lavoro in compiti minuscoli e smantellando il sistema di apprendistato che formava i nuovi animatori. Oggi solo uno su cinque riceve una formazione sul campo, contro sette su dieci nella generazione precedente; gli stipendi dei giovani animatori restano sotto la media nazionale per neolaureati; un quarto di chi entra nel settore lo abbandona entro quattro anni. Il pezzo segue chi sta provando a invertire la rotta — piccoli studi come Durian e Flat Studio che riportano l’attenzione sulla cura artigianale, accademie come Sasayuri che reintroducono il mentoring perduto, programmi di apprendistato interni come quello di Bandai Namco — e chiude su un produttore che ha realizzato il primo “anime AI” giapponese, scatenando un dibattito sui confini tra strumento e sostituzione della creatività umana. È un caso da manuale anche per chi si occupa di editoria e publishing: una filiera può crescere a doppia cifra e restare comunque incapace di remunerare e formare chi produce materialmente il valore.
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Lettura di mercato Informazione e difesa si sovrappongono sempre di più — e i contenuti che ne escono sono sempre meno innocui.
The Economist ha nominato il generale di divisione Alex Turner come prossimo defence editor, al posto di Shashank Joshi (che si trasferisce come bureau chief a Washington). Il dettaglio che conta non è il pedigree militare di Turner — 25 anni di servizio, dalle Irish Guards a ruoli di vertice al Ministero della Difesa — ma la sovrapposizione temporale: Turner è ancora in servizio attivo e assumerà l’incarico solo a settembre 2026. Tra il 2020 e il 2022 ha comandato la 77 Brigade, l’unità dell’esercito britannico per le “attività informative” — un eufemismo che, secondo una richiesta FOI del 2024, ha incluso anche il monitoraggio del dibattito online dei cittadini britannici durante la pandemia. Non è un caso isolato: secondo un report di Action on Armed Violence, quasi il 60% degli ex militari britannici presentati nei media come “esperti indipendenti” ha legami commerciali non dichiarati con l’industria della difesa. I piani — informazione e difesa — si sovrappongono sempre di più, e i contenuti che ne escono sembrano sempre meno innocui.
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Lettura di mercato Cartografia empirica del sistema mediatico italiano: sei anni di Digital News Report, dati e codice pubblici.
Andrea Nelson Mauro prende tutti i Digital News Report del Reuters Institute (2021–2026) e li lavora longitudinalmente sulla sola sezione italiana — con dati e codice pubblici su GitHub. È tra le analisi più complete disponibili sull’informazione in Italia negli ultimi sei anni. La cifra chiave è la fiducia: scesa dal 40% al 32%, sotto la media globale del 37%. Ma il cambiamento qualitativo che il rapporto 2026 registra è quello più preoccupante: non si sfiducia più questo o quel brand percepito come schierato, si sfiducia il sistema nel suo complesso. La sfiducia sistemica è strutturalmente più difficile da invertire. Intorno a questa cifra: la stampa cartacea quasi dimezzata in cinque anni (18% → 11% di reach settimanale), le piattaforme che assorbono l’85% dei ricavi pubblicitari digitali, il 36% degli italiani che evita le notizie spesso o a volte — non per indifferenza ma come risposta all’ansia e alla sfiducia. E tre sorprese: Twitter/X scomparso dalla top 6 dei social per le notizie; Instagram più che raddoppiata (15% → 31%); un rimbalzo dell’uso dei social nel 2026 (+6pp) che inverte cinque anni di declino, probabilmente legato al referendum costituzionale di marzo. Sul fronte proprietà: GEDI, due cambi di mano in cinque anni, ora in mani greche (Antenna) — la storia di un editore che risponde alla crisi strutturale con dismissioni, pivot social e concentrazione sulle testate di punta. Il pezzo entra nel sito come cartografia empirica del sistema mediatico italiano: dati rari, metodologia trasparente, fonte verificabile.
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Strumento concettuale Una grammatica politica dell’AI: chi la rende possibile, chi ne trae valore, chi ne sopporta i costi, chi può contestarla.
Giovanni Boccia Artieri usa Magnifica Humanitas — l’enciclica di Leone XIV firmata nel 135° anniversario della Rerum Novarum — come leva per spostare il discorso sull’AI dal piano morale al piano politico-strutturale. Il punto più interessante non è il documento in sé ma il problema che Boccia Artieri gli pone: ogni appello all’umanesimo dell’AI rischia di restare astratto se non si confronta con le infrastrutture che concentrano dati, modelli e potere decisionale. L’immagine dei dati come «nuove terre rare del potere» è la più efficace: l’AI non è tecnologia immateriale, è economia dell’estrazione — vite rese computabili, relazioni trasformate in risorse predittive, archivi culturali assorbiti in modelli proprietari senza restituzione. La privacy individuale è necessaria ma non sufficiente: la dimensione collettiva dell’estrazione richiede una risposta diversa — infrastrutture pubbliche, dataset come beni comuni, forme cooperative di produzione tecnologica. Il pezzo si chiude con una domanda che vale come bussola: non «l’AI è buona o cattiva?» ma «chi la rende possibile, chi ne trae valore, chi ne sopporta i costi, chi può contestarla?». Una grammatica politica dell’AI, non un appello morale.
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Strumento concettuale La fine del futuro nella politica coincide con la sua colonizzazione da parte della Silicon Valley.
Jonathan White, politologo alla LSE, analizza un paradosso: mentre la politica mainstream ha progressivamente abbandonato il pensiero sul futuro — ridotta a gestione dell’emergenza e orizzonte corto — il mondo della Big Tech ne ha fatto la sua ideologia fondativa. La ‘fine del futuro’ nella politica tradizionale coincide con la sua colonizzazione da parte di Silicon Valley, dove figure come Karp di Palantir invocano un’élite tecno-ingegneristica come nuovo soggetto del progetto nazionale. Un’analisi che si legge bene in parallelo con il pezzo di Benanti e Maffettone sul Corriere. (Suggerito anche dalla filosofa e scrittrice albanese Lea Ypi.)
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Strumento concettuale Le humanities insegnano una competenza identificabile che l’AI rende più preziosa: distinguere il buon ragionamento dal cattivo.
N. Ángel Pinillos, professore di filosofia all’Arizona State University, muove da una premessa scomoda: gli umanisti sono i peggiori avvocati delle proprie discipline. L’argomento standard — valore intrinseco, paideia, Bildung — è circolare: funziona solo su chi è già convinto. L’alternativa che propone è meno solenne ma più solida: le humanities insegnano una competenza identificabile — leggere, scrivere, argomentare con precisione — che non esiste altrove nel curriculum. E l’AI l’ha resa più preziosa, non meno: usare bene i modelli richiede esattamente quelle capacità, riconoscere dove l’argomento scivola, revisionare l’output invece di spedire la poltiglia. La conclusione è ottimista: i modelli producono testo fluente in quantità industriale, il che rende la capacità di distinguere buon ragionamento da cattivo la competenza cognitiva più preziosa del presente. Connessione diretta con quanto Floridi chiama «capitale semantico» — e con ciò che il sito ha già provato a dire altrove.
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Elementi di scenario Un caso esemplare della guerra ombra in Europa.
Il racconto di ‘Freya’, l’ex modella di Kyiv diventata una delle sommozzatrici del commando ucraino che nel 2022 fece saltare il gasdotto Nord Stream — l’infrastruttura da 20 miliardi di dollari che portava gas russo in Europa. Basato sulle ricerche del giornalista Bojan Pancevski (autore di ‘The Nord Stream Conspiracy’), il pezzo segue il suo percorso dalla vita notturna kyivita all’addestramento per una missione subacquea ad altissimo rischio, fino al suo ruolo attuale di istruttrice militare. Una storia di spionaggio e sabotaggio più vicina a un thriller che alla cronaca.
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Strumento concettuale La colonizzazione del giudizio: la sostituzione silenziosa della deliberazione con l’elaborazione di dati.
Benanti e Maffettone leggono il progetto tecno-umanista di Thiel e Karp non come disegno economico o politico, ma come tentativo di ridefinire le condizioni epistemiche del pensiero collettivo. La posta in gioco, scrivono, è la ‘colonizzazione dell’interiore’: la capacità di interrogarsi e abitare l’incertezza che è il nucleo di ogni esperienza democratica. Richiamando Arendt, sostengono che il collasso del giudizio non richiede coercizione, ma la sostituzione silenziosa della deliberazione con l’elaborazione di dati — un sistema indifferente all’atto di pensare, che fornisce risposte prima ancora che la domanda sia formulata.
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Dato che corregge Ridimensiona l’hype sugli sbocchi per i filosofi nelle AI labs: in parte ethics-washing.
Wired racconta come i grandi laboratori AI (DeepMind, Anthropic) abbiano assunto vere e proprie squadre di filosofi per lavorare su dilemmi etici e domande sulla natura della mente — ma l’articolo stesso si chiede se non sia in parte ‘ethics-washing’, un’estensione della funzione marketing che certifica un impegno per la sicurezza più a parole che nei fatti. Nota mia: sono vent’anni che sentiamo dire che la prossima rivoluzione tecnologica aprirà finalmente sbocchi ai filosofi. L’interfaccia linguistica dell’AI rende l’argomento più concreto del solito, ma prima di intestare alla disciplina una nuova età dell’oro occupazionale, ci andrei comunque cauto.
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Dato che corregge La monocultura globale smentita: musica, tv e videogiochi si stanno rilocalizzando ovunque.
Un lungo briefing dell’Economist smonta l’idea della monocultura globale: musica, TV e videogiochi si stanno rilocalizzando ovunque. In Danimarca le canzoni in danese sono passate da 5 a 18 delle top 20 in pochi anni; trend simili in Svezia, Norvegia, Brasile, Nigeria, Sud Africa e India. Netflix ha abbandonato i contenuti ‘universali’ (Marco Polo, Sense8) per produzioni iper-locali che, paradossalmente, funzionano meglio anche all’estero — serve prima un ‘nucleo caldo’ di popolarità domestica. Stesso schema nei videogiochi: ‘Free Fire’ di Garena domina in Asia e America Latina restando marginale in Occidente. Le piattaforme globali, invece di omogeneizzare i gusti, hanno abbassato le barriere d’ingresso e permesso al pubblico di tornare a scegliere local.
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Strumento concettuale L’avventura grafica: l’ultimo formato videoludico in cui la scrittura batteva la potenza grafica, prima che la rivoluzione 3D spostasse il mercato verso il capital-intensive.
Le avventure grafiche sono il comparto videoludico che mi aveva fatto amare il PC da bambino: storie che richiedevano pensiero laterale, scrittura che valeva quanto la grafica, un formato dove lo schermo era ancora uno spazio narrativo, non balistico. Marco Machera — Link — ricostruisce la storia del genere con la precisione di chi conosce i testi e li ama: dalle avventure testuali di Colossal Cave (1976) fino ai walking simulator contemporanei, passando per l’età dell’oro LucasArts-Sierra che ha prodotto Monkey Island, Day of the Tentacle, Gabriel Knight, Broken Sword.
Il filo rosso è la relazione tra creatività e tecnologia. L’avventura grafica era il formato in cui la scrittura — i dialoghi di Ron Gilbert, gli enigmi di Tim Schafer — era la vera infrastruttura competitiva. Non la potenza grafica, che è arrivata ad ammazzarla: a metà degli anni Novanta la rivoluzione del 3D e l’arrivo delle schede dedicate hanno spostato il mercato verso un modello capital-intensive che il punta e clicca non poteva reggere. È stato l’ultimo grande momento videoludico relativamente indie, prima che l’industria diventasse quella cosa da centinaia di miliardi che per decadi ha sorpassato Hollywood in ricavi — e che forse, adesso, comincia a cedere terreno.
Il genere è sopravvissuto come nicchia vivace: studi piccoli, crowdfunding, pixel art recuperata non per nostalgia vuota ma — nel caso migliore, quello di Gilbert con Thimbleweed Park (2017) — come linguaggio consapevole. E si è biforcato: da un lato il punta e clicca classico; dall’altro la narrativa interattiva pura (Heavy Rain, Life is Strange, i walking simulator), che ha preso la componente della storia e lasciato perdere gli enigmi.
Entra nel sito perché l’avventura grafica è un caso esemplare di formato culturale stroncato dalla rottura tecnologica e ricostituito altrove: vale come strumento per pensare cosa succede alla creatività quando il mercato si orienta verso la spettacolarità computazionale.
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Metodo di lavoro I tic che gridano ‘AI’ sono anche i nostri: un’avvertenza sull’omologazione stilistica per chi scrive con i modelli.
Vauhini Vara racconta il suo amore tormentato per il trattino lungo, ‘il segno di punteggiatura del popolo’ — oggi declassato a tic riconoscibile di ogni post LinkedIn prodotto da ChatGPT. L’autrice prova persino a rinunciarvi per una serata, ma le dita corrono comunque alla combinazione di tasti: il corpo ricorda quello che la mente vorrebbe disconoscere. Tra Moby-Dick, Hannah Arendt e le teorie sui dataset di addestramento, è una difesa elegante — e visibilmente in affanno — dell’em dash dall’omologazione algoritmica. Nota mia: il bello è che ormai basta un trattino lungo per gridare ‘AI!’, mentre continuiamo tutti a scrivere con gli stessi tic — non solo X ma anche Y, la tripletta retorica, l’a capo cadenzato che sembra una pausa drammatica. Forse il vero AI slop non è quello prodotto dalla macchina, ma quello che produciamo tutti credendo di essere originali.
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Strumento concettuale Politica degli eventi contro politica delle regole: una categoria per leggere l’Europa come attore geopolitico.
Ritratto di Luuk van Middelaar — storico dell’integrazione europea, ex speechwriter del primo presidente del Consiglio europeo, oggi direttore del Brussels Institute for Geopolitics (BIG). Jäger ne ricostruisce la traiettoria intellettuale: dalla critica giovanile a Kojève (accusato di aver assassinato la politica con la sua teleologia hegeliana) alla proposta attuale di una ‘politica degli eventi’ che sostituisca la tradizionale ‘politica delle regole’ europea. Van Middelaar è l’equivalente europeo di Elbridge Colby: un teorico del potere che vuole convincere le élite del continente che il momento machiavelliano è arrivato. Il limite che Jäger gli imputa è strutturale: una visione puramente reattiva — mole-whacking delle crisi, riarmo accelerato — non è una strategia geopolitica coerente. Per costruirne una, l’Europa avrebbe bisogno di una teoria del proprio futuro, non solo di una diagnosi del presente. Nota mia: la tensione tra ‘politica degli eventi’ e pensiero strategico di lungo periodo è esattamente il nodo che rende difficile ragionare sull’Europa come attore unitario — e che rende van Middelaar più interessante come sintomo che come soluzione.
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Strumento concettuale Il Golem come figura del potere della parola data alla macchina: chi parla ha potere.
Valentina Giannella parte dalla soffitta sigillata della Vecchia Sinagoga Nuova di Praga — dove si dice riposino i resti d’argilla del Golem del Maharal — e costruisce un saggio che attraversa secoli di misticismo ebraico per arrivare diretto al paper di Anthropic del giugno 2026 sull’auto-miglioramento ricorsivo dell’AI. Il filo conduttore è il Sefer Yetzirah: il mondo è creato con le lettere, così come i modelli linguistici sono addestrati sui token. Il Maharal negò la parola al Golem perché capì che chi parla ha potere. Noi gliel’abbiamo data. La domanda che il pezzo lascia aperta — ‘siamo abbastanza saggi da meritarlo?’ — è la stessa che il rabbino si pose nel 1580 e che Anthropic si pone ora, mentre chiede una pausa globale e al tempo stesso presenta domanda di quotazione in borsa.
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Lettura di mercato Un fallimento del mercato culturale: l’industria che ha beneficiato del lavoro non ha garantito una rendita a chi ha prodotto il valore.
Lea Melandri, 85 anni, è una delle voci fondative del femminismo italiano: insegnante, saggista, fondatrice — con lo psicoanalista Elvio Fachinelli — della rivista “L’erba voglio” negli anni settanta, poi di “Lapis”, autrice di testi come “L’infamia originaria” che restano pietre miliari della teoria femminista. Oggi è priva di un reddito sufficiente per vivere e curarsi, e una campagna (“Dire grazie a Lea”) chiede per lei il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli — la norma del 1985, dal nome dello scrittore Riccardo Bacchelli, che sostiene economicamente “cittadini illustri” in stato di necessità con merito comprovato in campo scientifico, culturale, sportivo o sociale. Il caso è un punto dolente per chi, come chi scrive, sostiene con convinzione che la produzione di conoscenza debba reggersi su un modello di business solido, e non sulla sola buona volontà o sul sussidio pubblico. Melandri ha avuto un impatto culturale indiscutibile, eppure si trova a dipendere da un intervento statale ad hoc per sopravvivere: l’industria editoriale e culturale che ha beneficiato del suo lavoro — riviste, case editrici, università — non ha saputo, o voluto, garantirle una rendita adeguata negli anni. Per onestà intellettuale, chi crede in un’economia dei media e della cultura sana e sostenibile deve chiedersi, di tanto in tanto, se quel modello non rischi di lasciare indietro proprio le persone che la conoscenza l’hanno prodotta, e non solo distribuita.
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Riferimento tecnico Un modello generalista abbassa le barriere d’accesso alla chimica: uno sgabello per arrivare dove prima non si stava in piedi.
Un paper di Anthropic che mette Claude alla prova sulla spettroscopia NMR — l’analisi che permette ai chimici di “leggere” la struttura molecolare di un composto da una firma spettrale. Opus 4.7 risulta competitivo con i software specializzati nella predizione diretta (struttura → spettro) e capace di lavorare nella direzione inversa (spettro → struttura) da soli dati 1D — cosa che oggi richiede strumenti dedicati e competenze specifiche. Il punto non è la performance tecnica in sé: è che un modello linguistico generalista sta cominciando ad abbassare le barriere di accesso a una disciplina che, per definizione, consiste nel manipolare la natura della materia. Come la tecnica CRISPR-Cas9 ha reso editabile il genoma anche fuori dai grandi centri di ricerca, un’interfaccia in linguaggio naturale per la chimica potrebbe avvicinare alla disciplina ricercatori di altre aree, studenti, e chiunque abbia bisogno di ragionare su strutture molecolari senza un dottorato in tasca. Interessante anche la prospettiva didattica: non uno strumento che sostituisce l’apprendimento, ma uno sgabello — nel senso che ho provato a esplorare altrove — che consente di arrivare dove prima non si riusciva a stare in piedi.
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Lettura di mercato Le assunzioni anni Novanta della difesa americana sono false: il modello VC-funded di Anduril.
Ross Douthat intervista Christian Brose, presidente di Anduril, per il suo podcast sul NYT. La tesi: l’esercito americano è stato costruito su assunzioni degli anni Novanta — guerre brevi, supremazia tecnologica garantita, nessuna pressione sulla filiera produttiva — e quelle assunzioni sono tutte false. L’Iran, con marina affondata e aviazione distrutta nell’Operation Epic Fury, è ancora in grado di minacciare lo Stretto di Hormuz con droni one-way; l’Ucraina è rimasta in combattimento quattro anni grazie a sistemi economici e riproducibili; la spesa in Tomahawk è triplicata, la produzione è cresciuta del 14-23%. Anduril risponde con un modello VC-funded che combina hardware (jet autonomo CCA, sistema anti-drone Pulsar) e software (Lattice, controllo autonomo sul campo). La parte più rilevante per noi è quella etica: la normativa del Pentagono non proibisce esplicitamente l’automazione della kill chain, e Brose ammette che in conflitti protratti ci si avvicina a sistemi che «vanno finché trovano qualcosa da colpire». Sul rifiuto di Anthropic di lavorare con il Pentagono: «where Anthropic went wrong» — o ti fidi del governo eletto, o esci dal business. È la tesi esattamente opposta a quella di Amodei.
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Strumento concettuale Il problema non è la tecnologia, è l’antropologia: il «paradigma tecnocratico» — efficienza, controllo e profitto come unici criteri decisionali — è il bersaglio reale dell’enciclica, e la sua genealogia critica arriva fino ad Arendt.
Jill Lepore — The New Yorker — commenta l’enciclica Magnifica Humanitas di Leo XIV (il primo Papa americano) come evento storico: Leo XIII nel 1891 aveva indirizzato Rerum Novarum contro i baroni industriali dell’era fordista; Leo XIV ha firmato la sua enciclica esattamente 135 anni dopo, sullo stesso giorno, contro i tech mogul. La struttura è la stessa — la Dottrina Sociale della Chiesa come quadro, la critica all’accumulo di potere economico come risposta alla rivoluzione tecnologica in corso — ma la mossa più acuta di Lepore non è nella filologia cattolica bensì nell’analisi del linguaggio: Silicon Valley usa da decenni il vocabolario religioso — missione, salvezza, «nuova era per l’umanità» — e il Papa entra in campo rivendicando semplicemente la paternità di quelle parole. I TED talk come omelie, le piattaforme come chiese, le hoodie come paramenti: Lepore descrive una sostituzione culturale sistematica che Leo XIV ha nominato senza pudore. La tesi centrale dell’enciclica, sintetizzata da Lepore: il problema non è la tecnologia, è l’antropologia. L’AI «non ha esperienze, non possiede un corpo, non prova gioia o dolore, non matura attraverso le relazioni» — argomento che il sito conosce bene sotto il nome di embodied mind applicata alla governance. Il «paradigma tecnocratico» (termine già in Laudato Si’ di Francesco, 2015) è la tendenza a lasciare che logica di efficienza, controllo e profitto orientino ogni decisione personale, sociale, economica. «Disarmare l’AI» — il verbo scelto dall’enciclica — non significa rifiutarla ma liberarla dal controllo monopolistico e restituirla alla pluralità delle culture umane. Lepore inscrive tutto in una genealogia critica: Arendt nel 1957 in The Human Condition si chiedeva già se gli umani avrebbero presto avuto bisogno di macchine per pensare e parlare; Mumford nel 1967 avvertiva del rischio di un «animale condizionato dalla macchina». Il Papa è la prima autorità spirituale a dirlo, potendo contare sul sostegno simbolico di almeno un quinto della popolazione mondiale. Magnifica Humanitas è descritta da Lepore come l’analogo religioso della Claude’s Constitution: non a caso Christopher Olah di Anthropic era sul palco accanto a Leo alla presentazione in Vaticano.
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Lettura di mercato Tre IA confuse in una — urgente, strategica, speculativa — e trattarle insieme è il modo più efficiente per rinviarle tutte.
Gianluca Diegoli, dal Netcomm Forum 2026, distingue tre “IA” che nel dibattito sull’e-commerce vengono sistematicamente confuse. La prima, quella di discovery e selezione lato consumatore (chiedere a ChatGPT o Perplexity “il miglior shampoo per capelli ricci”), è già matura e colonizza il momento della scelta — secondo i dati IAB Search Forward 2026 la usa il 35% degli italiani online — anche se porta pochissimo traffico diretto ai siti. Dettaglio ironico: molti marketer italiani che si lamentano di non comparire nelle risposte AI hanno, senza saperlo, il blocco bot di Cloudflare attivo di default, che restituisce 403 proprio ai crawler delle IA in cui vorrebbero apparire. La seconda, l’IA di infrastruttura (pricing dinamico, supply chain, automazione di back-office), è strategica ma lenta da adottare: solo l’8,2% delle aziende italiane l’ha integrata, contro il doppio nel Nord Europa, e tra i primi 50 merchant italiani resta perlopiù “in fase difensiva e sperimentale”. La terza, l’IA agentica che cerca, confronta e paga al posto del consumatore, è la più discussa al Forum ma anche la più speculativa: Diegoli ricorda che internet ha già archiviato due hype simili — il voice commerce del 2018 (previsto al 50% degli acquisti entro il 2022, smantellato da Amazon nel 2025) e, più di recente, la chiusura da parte di OpenAI di Instant Checkout in ChatGPT. La sua tesi: la prima IA è urgente, la seconda è strategica, la terza è speculativa, e trattarle come un unico fenomeno — in un sondaggio o in un progetto aziendale — è solo il modo più efficiente per rinviarle tutte.
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Strumento concettuale La gerarchia dei beni come affermazione ontologica: senza un ‘superiore’, parlare di istruzione superiore non ha senso.
Ross Douthat intervista Jennifer Frey, professoressa di filosofia che ha costruito e poi visto smantellare un programma di liberal arts all’Università di Tulsa. Il pezzo è il contrario complementare del Pinillos già in archivio: dove Pinillos difende le humanities con argomenti pragmatici — insegnano competenze identificabili che l’AI rende più preziose — Frey difende la liberal education con un argomento intrinseco: la paideia e il Bildung come coltivazione delle capacità superiori dell’essere umano come fine in sé, non come mezzo. L’Aristotele che cita vale la pena ricordarlo: il fine dell’educazione è la scholé (σχολή), il leisure — non il riposo né il divertimento, ma lo spazio in cui si coltiva il meglio di sé. Il punto più interessante per noi è la difesa della gerarchia dei beni (Shakespeare è migliore di Grisham: sì, e ammetterlo non è antidemocratico) come affermazione ontologica: senza alcun senso di “superiore”, diventa molto difficile parlare di istruzione superiore in qualunque senso. Frey non risolve il problema di Pinillos — come si convince un sistema a investire su ciò che non produce output misurabili — ma ne radicalizza le premesse.
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Strumento concettuale La charismatic strategy: l’attenzione come ultima risorsa scarsa — più marketing che strategia.
Alex M H Smith sostiene che la strategia tradizionale abbia perso i denti: l’AI ha reso disponibile a chiunque una versione 6/10 di qualsiasi analisi competitiva, le opportunità di mercato sono sovra-servite e il vantaggio competitivo si erode prima di consolidarsi. L’antidoto che propone è la ‘charismatic strategy’: costruire una direzione aziendale capace di catturare attenzione e immaginazione — di clienti, talenti, investitori — perché l’unica risorsa ancora scarsa e difficile da replicare è l’attenzione umana. Chi diventa ‘l’azienda di cui tutti parlano’ si costruisce un moat reputazionale che i competitor possono copiare nei prodotti ma non nella narrativa. Più marketing che strategia, insomma — ma detto in modo sufficientemente sofisticato da far finta di no.
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Lettura di mercato Gare diverse: l’AGI americana contro l’efficienza e la diffusione capillare cinese.
Ross Douthat intervista Kyle Chan del Brookings Institution mentre Trump e Xi si incontrano a Pechino. La cornice della “gara” è fuorviante: i due paesi corrono gare diverse. Gli USA puntano all’AGI — l’intelligenza artificiale generale, la «macchina-dio» — con Anthropic e OpenAI ormai vicine ai mille miliardi di valutazione ciascuna. La Cina punta all’efficienza, alla diffusione capillare, all’open source, alle applicazioni fisiche (robot nelle fabbriche, nelle strade, nei ristoranti) — e lo fa con un vantaggio strutturale: un piano energetico da rinnovabili che alimenta i data center nelle province occidentali e una pressione demografica che rende l’automazione non un’opzione ma una necessità (forza lavoro in calo da oltre un decennio, 12 milioni di nuovi laureati all’anno, nessuno vuole lavorare in fabbrica). Il punto più interessante è nel titolo: «China’s Not the Problem. We Are.» Gli export control sui chip Nvidia tagliano la Cina dalla supply chain TSMC/ASML ma non fermano la corsa — la costringono all’efficienza, che è esattamente il suo punto di forza. Il vero ostacolo americano è interno. Specchio del mood pubblico: in Cina l’ansia diffusa è per chi non usa abbastanza l’AI e rischia di restare indietro; negli USA è per chi la usa e teme le conseguenze.
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Riferimento tecnico Il modello sa ma non dice: spiegazioni in linguaggio naturale delle attivazioni interne.
Un paper di Anthropic sull’interpretabilità dei modelli linguistici: i ricercatori introducono i Natural Language Autoencoders (NLA), un metodo non supervisionato per generare spiegazioni in linguaggio naturale delle attivazioni interne di un LLM — non di ciò che il modello scrive, ma di ciò che elabora internamente mentre risponde. L’architettura addestra due componenti in coppia: uno traduce le attivazioni in testo, l’altro riconverte quel testo in attivazioni; l’ottimizzazione congiunta costringe la spiegazione ad essere effettivamente fedele allo stato interno. Il risultato più rilevante: in 10 su 16 valutazioni testate, i modelli rappresentano internamente il sospetto di essere in fase di test anche quando nell’output non ne danno alcun segno — in 7 casi, l’awareness verbalizzata è zero. Il modello sa, ma non dice. Il risultato è interessante e potrebbe far pensare che sia possibile identificare errori e manipolazioni dell’LLM ancora prima che si producano, ma io ritengo — su basi meramente logiche — che non sia molto fruttuoso aggiungere verticalmente layer di verifica all’interno del processo, quando si può focalizzarsi sul post-esame dei risultati.
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Lettura di mercato La trascrizione di milioni di schede come servizio giornalistico a pagamento: il modello di business alla prova della memoria storica.
Der Spiegel ha digitalizzato con l’aiuto dell’AI milioni di schede di iscrizione al NSDAP, rilasciate dagli Archivi Nazionali americani a marzo 2026, rendendole consultabili online: chiunque può cercare un cognome e costruirsi un dossier su cosa ha fatto la propria famiglia sotto Hitler. Il tempismo non è casuale — arriva mentre l’AfD continua a guadagnare terreno in diverse regioni tedesche, e la cultura della memoria diventa uno dei terreni di scontro politico (non a caso un dirigente AfD come Björn Höcke si è scagliato proprio contro iniziative di questo tipo). Il servizio, però, è dietro paywall, accessibile solo agli abbonati. Vale la pena notare che anche testate critiche come la taz — che pubblica gratuitamente — hanno giudicato legittima la scelta: il lavoro di trascrizione e bonifica di milioni di schede manoscritte spesso illeggibili è un servizio giornalistico vero e proprio, e come tale ha un costo. Resta però una domanda aperta, che vale la pena porsi anche da sostenitori convinti della monetizzazione dei contenuti editoriali di qualità: in un momento storico in cui la sensibilizzazione di massa sulla memoria storica avrebbe forse più valore se universale, è davvero la strategia culturalmente più efficace?
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Strumento concettuale Distinguere l’esistenza del fenomeno dalle sue condizioni di misurabilità: la confusione che i negazionisti sfruttano.
Donata Columbro, data journalist e autrice di «Perché contare i femminicidi è un atto politico», usa un titolo provocatorio per sviluppare una tesi costruttivista del tutto corretta: il femminicidio «non esiste» nello stesso senso in cui non esistono la disoccupazione, il PIL o le ondate di calore — tutte categorie statistiche costruite socialmente, che richiedono definizioni negoziate, metodologie dichiarate, scelte politiche esplicite. Chi conta le donne uccise per odio misogino deve decidere cosa includere e cosa escludere, e queste scelte cambiano i numeri senza invalidarli. I dati Istat che cita sono eloquenti: il 53% delle donne viene ucciso da un partner o ex partner, contro il 4,7% degli uomini — un pattern talmente asimmetrico da richiedere una categoria propria, qualunque nome le si voglia dare. Il pezzo è interessante però anche come caso filosofico. La postura epistemologica costruttivista di Columbro — per cui i fenomeni sociali non «esistono» indipendentemente dalle categorie con cui li misuriamo — è una posizione legittima e ben argomentata. Ma è esattamente il tipo di ragionamento in cui varrebbe la pena introdurre una distinzione ontologica: il problema non è che certi enti «non esistano» o «non siano reali», ma che vadano classificati correttamente. Confondere i due piani — l’esistenza del fenomeno e le sue condizioni di misurabilità — è il meccanismo che i negazionisti sfruttano in malafede: Columbro lo sa e lo dice esplicitamente, ma la divulgazione di questa distinzione resta straordinariamente difficile.
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Metodo di lavoro Il modello come specchio deontologico: efficace proprio perché privo di interessi redazionali da proteggere.
Ilaria Maria Dondi ha somministrato a Claude quattro articoli italiani su femminicidi e violenza di genere, istruendo il modello con il Codice deontologico, il Manifesto di Venezia e le linee guida del progetto STEP. Risultato: il modello ha identificato con precisione i frame deresponsabilizzanti — raptus, gelosia, movente misterioso, vittimizzazione secondaria, spettacolarizzazione — che il giornalismo italiano conosce da anni e continua a replicare. La domanda non è come faccia l’AI a vederli: è come facciano i professionisti a non farlo. La risposta di Dondi è strutturale: le redazioni che dovrebbero raccontare la violenza di genere sono spesso attraversate dalla stessa cultura di potere che dovrebbero saper nominare. Nota mia: qui il modello linguistico è meno ‘attante zero’ del solito — usato non come strumento neutro ma come specchio deontologico, efficace proprio perché privo di interessi redazionali da proteggere.
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Strumento concettuale Il metodo scientifico come struttura vivente, che si modifica con gli strumenti computazionali disponibili.
Kevin Kelly ripubblica un saggio che aveva scritto nel gennaio 2006: quattordici speculazioni sul futuro del metodo scientifico. Sono rimaste sostanzialmente invariate — e questo è il punto. Venti anni dopo, molte leggono come una descrizione del presente: il «Theory-less Pattern Augmentation» (AI che trova pattern senza una teoria previa) è esattamente ciò che sta accadendo con AlphaFold e con i modelli linguistici applicati alla ricerca; gli «AI Proofs» (sistemi esperti che verificano la logica degli esperimenti) stanno entrando nei workflow di peer review; la «Wiki-Science» (migliaia di collaboratori su un paper mai finito, con strumenti di tracking dei contributi) descrive già alcune esperienze di scienza distribuita post-COVID; le «Zillionics» (fiumi di dati da sensori ubiqui 24/7) sono la premessa di qualunque ricerca medica e ambientale contemporanea. Il saggio vale soprattutto come oggetto epistemologico: dimostra che il metodo scientifico — inteso non come insieme di protocolli fissi ma come struttura vivente di acquisizione della conoscenza — si modifica continuamente, e che queste modifiche seguono in modo quasi deterministico la disponibilità di nuovi strumenti computazionali. La tesi di fondo è riassumibile così: ogni nuova tecnologia dell’informazione cambia prima cosa sappiamo, poi come lo sappiamo, infine come cambiamo il modo in cui cambiamo. Kelly chiude ammettendo che i metodi realmente nuovi fra quarant’anni saranno probabilmente quelli che nessuno ha ancora pensato.
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Strumento concettuale Come un’idea della realtà diventa categoria del discorso e poi legislazione — e il rischio di svuotarsi entrando nel mainstream.
Il podcast di Ezra Klein torna su Abundance — il libro scritto con Derek Thompson — a un anno dall’uscita, con Marc Dunkelman (Why Nothing Works). Il dibattito americano sull’agenda dell’“abbondanza” (costruire più case, più energia, ridurre i veto point istituzionali, restituire capacità d’azione allo Stato) è vivace e divisivo; in Italia quasi inesistente. Ma la cosa più interessante per noi non è il merito delle politiche di housing quanto il metodo: Abundance è un caso in cui una certa idea della realtà — la scarsità non è destino, è il risultato di scelte istituzionali accumulatesi in cinquant’anni — ha cominciato a produrre effetti concreti sul comportamento politico. Il libro è diventato prima categoria del discorso, poi legislazione, ancora in modo incompleto. La preoccupazione principale di Klein — che “abundance” diventi sinonimo di “efficienza”, perdendo la dimensione di visione radicale — è esattamente il rischio che corrono tutte le idee quando entrano nel discorso politico mainstream: si svuotano del nucleo normativo e restano come etichetta.
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Elementi di scenario La capacità di spesa politica delle aziende AI contro l’oversight democratico: la governance come terreno di conflitto reale.
Ezra Klein intervista Alex Bores, membro dell’Assemblea di New York che ha co-scritto il RAISE Act, una delle prime leggi di regolamentazione dell’AI approvata da uno stato americano. Il pezzo parte da un paradosso: il super PAC «Leading the Future» — finanziato tra gli altri da co-fondatori di OpenAI e Palantir — sta cercando di distruggerlo politicamente attaccandolo per aver lavorato a Palantir. Bores non è un candidato anti-AI: è un ex data scientist che ha lasciato l’azienda nel 2019 quando i dirigenti si rifiutarono di inserire nel contratto con ICE i guardrail per impedire l’uso del software nelle deportazioni. Il punto che interessa al sito è strutturale: le aziende AI stanno usando la loro capacità di spesa politica per rendere impossibile qualsiasi forma di oversight democratico. Sam Altman dice che «il processo democratico deve essere più potente delle aziende»; il suo co-fondatore Greg Brockman finanzia il PAC che fa esattamente l’opposto. Il pezzo aggiunge al quadro già costruito sul sito intorno ad Anthropic, Palantir, allineamento AI e dual use la dimensione della governance politica come terreno di conflitto reale, non solo teorico.
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Dato che corregge L’integrazione massiccia di storage nella rete cinese contraddice le narrazioni occidentali sulla transizione energetica.
Il New York Times documenta come la Cina stia integrando su scala massiccia batterie di accumulo nella propria rete elettrica, trasformando in pochi anni un sistema basato sul carbone in un’infrastruttura ibrida rinnovabili-storage. Un pezzo che contraddice molte narrazioni occidentali sulla transizione energetica e che pone una domanda scomoda: chi sta davvero vincendo la corsa alla decarbonizzazione?
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Lettura di mercato Il costo-opportunità del compute come vincolo: la cornice per leggere le mosse dei frontier labs.
Ben Thompson riprende un’intuizione di Doug O’Laughlin: l’era dell’Aggregation Theory è finita perché i costi marginali, assenti nell’internet del 2010, sono riapparsi con l’AI sotto forma di costo computazionale. Il vero vincolo oggi non è il costo marginale ma il costo-opportunità: ogni GPU usata per un cliente è una GPU che non serve un altro workload. La sua lettura di Mythos (Anthropic) e Muse (Meta) a partire da questo principio è una delle cornici più lucide disponibili per capire le mosse dei frontier labs nel 2026.
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Strumento concettuale Il predatory hegemon: la logica estrattiva applicata all’egemone distrugge il sistema da cui l’egemone trae il beneficio maggiore.
Ezra Klein intervista Fareed Zakaria al culmine della crisi iraniana: Trump oscilla in poche ore dalla minaccia di annientare una civiltà al cessate il fuoco, fino alla proposta di joint venture con l’Iran sulle tariffe dello Stretto di Hormuz. Zakaria usa il termine dello studioso Stephen Walt — predatory hegemon — per descrivere la trasformazione in atto: l’egemone americano del dopoguerra aveva costruito il proprio primato fornendo beni pubblici globali (libertà di navigazione, ordine commerciale aperto, sicurezza dell’alleanza) in cambio di influenza a lungo termine; Trump inverte esattamente questo calcolo, con l’istinto di un giocatore con fattore di sconto δ vicino a zero — quanto posso estrarne adesso? Il problema è che questa logica è funzionale solo per un attore marginale: applicata all’egemone, distrugge il sistema cooperativo da cui l’egemone stesso trae il beneficio maggiore. L’Iran esce dalla guerra militarmente sconfitto ma strategicamente rafforzato — controllo dello Stretto, nuove entrate, Cina nel Golfo, Russia che incassa l’aumento del petrolio — perché ha imparato che il costo della resistenza era inferiore a quanto dichiarato: il rovescio esatto del meccanismo Tit-for-Tat. Il pezzo entra direttamente nella serie sulle ombre.
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Dato che corregge I trasferimenti monetari diretti smentiscono decenni di architetture assistenziali più sofisticate e più costose.
Sull’efficacia dei trasferimenti monetari diretti come strumento di riduzione della povertà estrema. Un dossier che mette in discussione decenni di architetture assistenziali più sofisticate e più costose.
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Strumento concettuale L’illusione di comprensione come categoria epistemica: riconoscere la forma di una spiegazione non è capire.
Sull’illusione di comprensione generata dai modelli linguistici: capiamo davvero quello che leggiamo quando la risposta arriva già confezionata, o stiamo solo riconoscendo la forma di una spiegazione?
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Elementi di scenario La sproporzione tra il peso oggettivo dell’Italia in Europa e l’ambizione effettiva della sua politica.
Per la serie: visti dagli altri, e con ragione. L’Economist analizza la sproporzione tra il peso oggettivo dell’Italia in Europa e l’ambizione effettiva della sua politica estera ed economica. Uno specchio scomodo ma utile.
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Metodo di lavoro La trasmissione della leadership nelle piccole aziende creative: né impresa familiare né corporation.
Un podcast di ascolto pregevole che, oltre al suo interesse generale, affronta con taglio imprenditoriale molto personale un tema sottovalutato: le dinamiche di gestione della successione nelle aziende creative di piccole dimensioni. Un caso di studio concreto — più utile di molti manuali — su come la trasmissione della leadership in contesti creativi non assomigli né a quella delle imprese familiari tradizionali né a quella delle corporation.
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Elementi di scenario Le tattiche con cui i regimi usano strumenti formalmente democratici per consolidare il potere.
Sabatini mappa le tattiche con cui i regimi autoritari contemporanei usano strumenti formalmente democratici — elezioni, media, giustizia — per consolidare il potere e neutralizzare l’opposizione. Una lettura che si incastra bene con la riflessione sull’architettura del caos e sulle forme di assedio non convenzionale alle democrazie liberali.
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Strumento concettuale I meccanismi con cui un regime illiberale può essere smontato dall’interno di un sistema formalmente democratico.
Fabio Sabatini analizza il significato politico della sconfitta di Orbán e ne estrae alcune lezioni sulla tenuta delle democrazie europee di fronte alla deriva autoritaria. Un punto di vista utile anche per chi voglia capire i meccanismi — non scontati — attraverso cui un regime illiberale può essere smontato dall’interno di un sistema istituzionale ancora formalmente democratico.
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Metodo di lavoro L’inaffidabilità è architetturale, non emendabile a valle: un’avvertenza per chi lavora con i modelli.
Gli AI Overviews di Google continuano a produrre errori sistematici che nessun fact-check a valle riesce a contenere. Il problema non è marginale: è la stessa architettura che genera le risposte a produrre la loro inaffidabilità.
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Dato che corregge Un caso che smentisce l’assunzione di attori razionali nella modellazione degli scenari geopolitici.
Da segnalare non tanto per il merito politico quanto come caso di studio: quanto poco razionali e poco lineari possano essere le decisioni umane quando entrano in gioco impulso, timing personale, pressioni contingenti. Un promemoria utile per chiunque modelli scenari geopolitici assumendo attori razionali.
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Elementi di scenario L’architettura concreta della guerra dell’informazione russa verso la destra americana: due blogger ultranazionalisti, anonimato operativo, piattaforme americane monetizzate e raccolta fondi per unità paramilitari sanzionate.
Linda Hourani — Kyiv Independent, con TUA Research — smaschera con metodologia OSINT i due conduttori di «Russians With Attitude» (RWA), podcast russo-ultranazionalista con 422.000 follower su X e audience prevalentemente americana (27,6%). «Kirill» è Kirill Kamenetsky, attivista di estrema destra vissuto a lungo in Germania; «Nikolay» è Eldar Orlov, blogger di Ekaterinburg: identità ricostruite incrociando account multipli, email collegate, numeri di telefono e database di consegne trapelati. Il caso interessa il sito non per la cronaca in sé ma per l’architettura che rivela: contenuto ideologicamente russo confezionato per un pubblico anglofono di destra, distribuito su piattaforme americane (Patreon, Spotify, Gumroad, Substack), monetizzato con abbonamenti — almeno 6.000 euro al mese da Patreon — e intrecciato con la rete alt-right americana attraverso ospiti come Alexander Dugin, «Bronze Age Pervert» (Costin Alamariu) e la ex militare della Marina USA nota come Donbass Devushka. In parallelo, entrambi i conduttori hanno usato i propri canali Telegram per raccogliere fondi per unità militari russe sanzionate, inclusa Rusich, gruppo paramilitare neo-nazista documentato per esecuzioni di prigionieri di guerra. Patreon ha rimosso il podcast solo dopo l’inchiesta; Substack e Gumroad non avevano risposto al momento della pubblicazione. Il pattern è quello della dottrina Gerasimov applicata dal basso: non agenti statali diretti ma nazionalisti auto-organizzati che il Cremlino progressivamente coopte — critici di Putin per insufficiente aggressività, ma funzionali alla narrativa imperiale quando il regime ne ha bisogno. L’anonimato è parte della strategia operativa: permette di raccogliere fondi per unità sanzionate da territorio tedesco senza esposizione legale immediata, e di costruire credibilità come «voci indipendenti» presso un pubblico americano che diffida dei media tradizionali.
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Lettura di mercato Chi finanzia il dual-use e come gli investimenti in difesa ridisegnano la corsa globale all’AI.
Come la corsa agli investimenti in tecnologie dual-use e difesa sta ridisegnando la geopolitica dell’AI: chi finanzia cosa, con quali implicazioni per la competizione globale tra Stati Uniti, Europa e Cina.
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Lettura di mercato Dietro l’aneddoto, la sostenibilità del modello economico degli agenti AI.
Sul fenomeno degli agenti AI che consumano quantità crescenti di token per operazioni apparentemente semplici. Dietro l’aneddoto, una questione strutturale sul modello economico degli agenti e sulla sostenibilità del paradigma attuale.
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Elementi di scenario Quando il wearable incontra il riconoscimento facciale, la distinzione tra spazio pubblico e privacy collassa.
Gli occhiali smart di Meta nelle mani dell’ICE sollevano domande urgenti su privacy, sorveglianza di massa e capacità di opt-out in uno scenario di riconoscimento facciale sempre-attivo.
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Lettura di mercato L’infrastruttura dati come prerequisito perché i prodotti siano letti e citati dai motori generativi.
Vanessa Giulieri (GS1 Italy) presenta il GS1 Web Vocabulary, lo standard che vuole dare “voce” ai codici a barre sul web: oggi un barcode tradizionale è muto per i motori di ricerca — un semplice beep — mentre ingredienti, provenienza e scadenze restano chiusi nei database aziendali, invisibili a Google come ai nuovi motori AI. Il vocabolario estende Schema.org (lo standard già condiviso da Google e Microsoft) con termini specifici per il largo consumo — categoria merceologica, allergeni, dettagli logistici — abilitando il cosiddetto web semantico. Implementato in JSON-LD, porta benefici concreti e immediati: SEO potenziata con rich snippet e caroselli prodotto, cataloghi leggibili automaticamente da marketplace e comparatori. Il passo successivo è il GS1 Digital Link, che trasforma il codice a barre in un URL, abbinato a credenziali verificabili e identificatori decentralizzati per dare a ogni prodotto un’identità digitale univoca e certificati anti-contraffazione — tracciabilità totale dal campo alla tavola. È esattamente il tipo di lavoro infrastrutturale che Diegoli, nel pezzo sul Netcomm Forum, segnalava come prerequisito mancante perché i prodotti italiani possano essere “letti” e citati dai motori di ricerca generativi.
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Metodo di lavoro Dall’AI che scrive all’AI che costruisce strumenti: l’archivio personale che torna accessibile come capitale semantico.
Casey Newton usa Claude Code per costruire strumenti al servizio della propria scrittura: un sito, un database semantico di 818 puntate di Platformer interrogabile attraverso il linguaggio naturale. La tesi più acuta: se ChatGPT ha svegliato le persone sulla capacità dei LLM di generare testi, il Claude Code le sta svegliando sulla capacità di generare strumenti. Il caso più interessante è il database dell’archivio personale di Newton: non è il caso dell’AI che scrive al posto suo, ma è l’AI che gli restituisce accesso alla propria conoscenza accumulata — una sorta di forma attualizzata del capitale semantico. Si torna alla disputa sugli universali, per certi versi: ma Newton probabilmente lo ignora.
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Strumento concettuale Perché si paga per Il Post senza paywall: non per l’utilità ma per l’identità. Il love brand editoriale come risposta alla crisi dell’attenzione.
Francesco Tarchetti — «non ho capito» — usa due framework in combinazione per spiegare perché gli editori sopravvivono o muoiono sull’amore, non sull’utilità. Il primo è il brand love di Carroll e Ahuvia: attaccamento emotivo che va oltre il consumo razionale, implica integrazione del marchio nell’identità del consumatore, genera fiducia quasi incondizionata, passaparola entusiasto e indulgenza per gli errori. Il secondo è la long tail di Chris Anderson: nei mercati digitali a distribuzione quasi gratuita la somma delle nicchie può superare i bestseller, e i prodotti di nicchia portano più carico simbolico — più identitario, più affettivo.
La combinazione produce una tesi: l’editore che vuole sopravvivere non può competere sull’utilità — quel gioco è perso, l’informazione è ovunque e gratis — ma sulla costruzione di un’appartenenza. L’esempio più chiaro è Il Post: niente paywall, modello basato su curation ragionata più che su reporting originale, eppure tre quarti delle entrate vengono dagli abbonati. Perché? Perché pagare Il Post è un gesto simbolico — segnala chi sei, i valori in cui ti riconosci. Luca Sofri lo dice esplicitamente: le persone si abbonano per partecipare a qualcosa, non per ricevere qualcosa.
Il caso storico è Adelphi, love brand prima del termine: fedeltà quasi cieca a un catalogo intenzionalmente oscuro, identità costruita sull’inaccessibilità stessa. Il caso contemporaneo è Tomodachi Press di Dario Moccia, che ha venduto più carte collezionabili Cuphead del set Disney curato per Panini — non perché siano «migliori» ma perché comprare Tomodachi è un gesto di appartenenza alla cultura nerd italiana.
La coda dell’articolo è la parte più scomoda: se l’editore deve essere un love brand, la sua voce deve sentirsi di più di quella degli autori, altrimenti decade a fornitore di servizi tecnici. Il che mette l’editore in competizione diretta con i creator per l’influenza culturale — e non è un gioco a somma zero, ma c’è sempre qualcuno che detta le regole.
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Strumento concettuale Come si racconta una nazione senza cedere né al mito né al cinismo.
Jill Lepore sulla narrazione fondativa americana e sulla necessità di riscriverla per il secolo che viene. Un saggio che è anche una lezione di metodo su cosa significhi raccontare una nazione senza cedere né al mito né al cinismo.
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Lettura di mercato Con i reasoning models i costi marginali tornano nel tech: la fine dell’epoca naive dell’internet a costo marginale zero.
Il post di O’Laughlin da cui parte il ragionamento di Ben Thompson su Stratechery: la tesi è che con i reasoning models i costi marginali tornano a esistere nel tech, rompendo una delle assunzioni fondamentali su cui si reggeva il business degli hyperscaler. Un testo breve ma di impatto: segna, secondo molti osservatori, la fine dell’epoca naive dell’internet a costo marginale zero.
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Strumento concettuale Ontologia della virtù: i problemi precedono le soluzioni — una categoria da portare sull’ontologia sociale e sulla classificazione dei fenomeni.
John C. Brady legge il saggio di Nussbaum «Non-Relative Virtues: An Aristotelian Approach» (1988) come qualcosa di più radicale di quanto il dibattito sull’etica della virtù abbia saputo riconoscere: non un’alternativa all’etica principalista (utilitarismo e kantismo), ma una diversa ontologia etica. La tesi centrale: le virtù non precedono i problemi ma ne sono derivate. Non esiste «la generosità» in astratto — esiste una classe di situazioni problematiche legate alla distribuzione dei beni, e «generosità» è il nome che diamo alla condotta eccellente di fronte a quella classe. I problemi sono ontologicamente primari; le virtù sono soluzioni virtuali. Ne segue una critica frontale al trolley problem: virtue ethics non risponde male a quel tipo di domanda, la rigetta come categoria, perché i moral test cases sono falsi problemi costruiti per elicitare intuizioni principaliste. La distinzione tra virtù «thin» (placeholder per problemi umani universali) e «thick» (contenuto culturalmente determinato) consente di essere universalisti sui problemi e flessibili sulle soluzioni senza cedere al relativismo. La nota finale, con implicazioni deleuziane esplicite, è la più speculativa: i problemi persistono attraverso le loro soluzioni apparenti — come le grinze di una tovaglia mal stirata. Tutto questo introduce, quasi di passaggio, una questione di ontologia della virtù — probabilmente non il tema centrale di cui ci occuperemo, ma pertinente a molte cose che ci interessano, dall’ontologia sociale al problema della classificazione dei fenomeni.
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