C'è un documento circolato a marzo 2026 che merita attenzione: A Third Way for the Humanities, pubblicato dall'Hinternet Editorial Board. È un manifesto, nel senso proprio del termine — una dichiarazione pubblica di posizione in un momento che si percepisce come rottura. Vale la pena leggerlo, perché la diagnosi è lucida e la frustrazione è autentica. Vale la pena anche andare oltre, perché la soluzione proposta ha un limite strutturale che il manifesto non vede.
La diagnosi
Il manifesto identifica due posizioni dominanti nel dibattito attuale sulle humanities, e le condanna entrambe.
La prima è quella dei myth-busters: l'ala accademica progressista che ha fatto del sospetto il suo metodo esclusivo, riducendo la tradizione umanistica a documento dell'oppressione. Il risultato paradossale, come nota il manifesto con precisione, è che gli umanisti hanno finito per fornire copertura ideologica esattamente agli amministratori che volevano trasformare l'università in una business school. Se il canone è solo propaganda del potere, perché non sostituirlo con corsi di "Innovation Mindset"?
La seconda è quella dei myth-makers: il fronte conservatore-populista che pretende di difendere la civiltà occidentale senza averla mai studiata. Gente con statue greche come foto profilo che non ha mai letto Winckelmann, che non sa perché una statua greca sia bella, e che non è in grado di spiegare perché la propria pretesa superiorità culturale dovrebbe discendere per via ereditaria da antenati che in epoca classica erano, nella maggior parte dei casi, barbari forestali.
Contro entrambe, il manifesto propone una terza via: le humanities come pratica di autocoltivazione democratica, come meraviglia — il θαυμάζειν aristotelico — davanti ai monumenti dell'ingegno umano in tutte le sue forme. Non smontare il mito né rafforzarlo: ammirarli, nella loro varietà e profondità. E costruire, fuori dall'università che non riesce più a riformarsi, istituzioni parallele dove questo sia possibile.
È una proposta seria, formulata con onestà intellettuale e una buona dose di coraggio.
Il problema più profondo: la rivoluzione industriale, non il neoliberalismo
Prima di arrivare al limite della proposta, vale la pena correggere la periodizzazione implicita nel manifesto — e in quasi tutta la letteratura sulla crisi delle humanities. Il bersaglio polemico è quasi sempre il neoliberalismo: la finanziarizzazione dell'università, le metriche di produttività, la logica del capitale umano. Tutto reale, tutto documentabile. Ma non è lì che la frattura si istituzionalizza in modo irreversibile.
Il momento decisivo è la rivoluzione industriale. È lì che la specializzazione smette di essere una scelta e diventa la struttura normale della produzione di conoscenza. La quantità di sapere prodotto cresce in modo tale che nessun individuo può più padroneggiare più di un frammento. Aristotele poteva essere Aristotele perché i campi non esistevano ancora come separati. Dopo la rivoluzione industriale, la visione d'insieme diventa essa stessa una specializzazione — la filosofia della scienza, la storia delle idee, i cultural studies — con i propri confini, la propria letteratura, i propri criteri di validazione. Il problema si riproduce un livello sopra.
Il neoliberalismo non ha causato questa frattura: l'ha accelerata e resa economicamente visibile. La differenza conta, perché suggerisce che la soluzione non può essere semplicemente "più finanziamento pubblico" o "meno metriche". Il problema è strutturale e precede di due secoli le politiche universitarie degli anni Novanta.
Vico e il gap che si comprime
Qui entra Giambattista Vico, che nel 1725 formulò un principio epistemologico rimasto largamente sottovalutato: verum ipsum factum — conosciamo veramente solo ciò che abbiamo fatto. Le scienze naturali studiano un mondo che non abbiamo prodotto, e quindi la nostra conoscenza è sempre approssimazione dall'esterno. La storia, le lingue, le istituzioni umane le conosciamo dall'interno, perché le abbiamo costruite noi.
Ma Vico aggiunge qualcosa di più inquietante: le conosciamo dopo. C'è sempre un gap strutturale tra la produzione storica e la comprensione di quella produzione. Newton non capiva cosa stava facendo epistemicamente — lo capì Kant, cinquant'anni dopo. Darwin non aveva una teoria dell'ereditarietà — la costruì Mendel, in parallelo e in isolamento. L'elettricità è stata usata industrialmente decenni prima che Maxwell la capisse teoricamente. Non è una patologia: è la condizione normale del rapporto tra fare e capire.
L'AI generativa è il caso più acuto: otteniamo sistemi che producono risultati che fatichiamo a categorizzare, usando concetti — intelligenza, comprensione, creatività — che sono stati forgiati in un contesto completamente diverso. Non è che siamo stupidi. È che stiamo usando strumenti concettuali del XVII secolo per descrivere fenomeni del XXI.
In questo contesto, l'AI apre una possibilità che vale la pena nominare senza cadere nel determinismo tecnologico: potrebbe abbassare il costo marginale dell'accesso a campi contigui abbastanza da rendere praticabile una forma di de-specializzazione. Non un ritorno all'uomo universale rinascimentale — quel mito era già un mito allora — ma la possibilità di comunità di pratica in cui competenze diverse si integrano senza che nessuno debba fingere di padroneggiare tutto. La condizione, però, è che ci sia volontà politica di costruire quelle comunità. La tecnologia non produce da sola l'istituzione. Produce al massimo le condizioni in cui l'istituzione diventa possibile.
Il limite della proposta
Ed è qui che il manifesto Hinternet, pur nella sua onestà, si ferma un passo prima del necessario.
Le istituzioni che propone — il Brooklyn Institute, la Catherine Project, la stessa Hinternet Foundation — sanno cosa vogliono pensare, ma non sanno cosa vogliono fare insieme ogni giorno. Hanno un centro valoriale preciso e una periferia pratica indefinita. Quando ci si iscrive, si legge, si discute — ma quando, come, con quale disciplina, con quale ritmo, con quale forma di obbligazione reciproca?
Questa non è una critica di dettaglio. È una critica strutturale. Le istituzioni che durano nel tempo non durano perché hanno i valori giusti. Durano perché hanno le pratiche giuste.
C'è un caso storico che stranamente non compare mai in questa letteratura: il monachesimo benedettino.
Benedetto da Norcia non era un teologo speculativo. La Regula che scrisse nel VI secolo non prende posizione sulle grandi dispute cristologiche del suo tempo. Attinge esplicitamente a Giovanni Cassiano, un autore appena condannato come Semi-Pelagiano, senza alcun imbarazzo dottrinale. Non gli interessa la correttezza teologica. Gli interessa cosa devono fare i monaci ogni ora di ogni giorno.
Il risultato è una macchina istituzionale di straordinaria efficacia: un centro pratico robusto — l'ora et labora, la stabilitas loci, il ritmo delle Ore, l'autosufficienza materiale, la trasmissione comunitaria — e una periferia dottrinale deliberatamente aperta. Dentro quella periferia aperta, nel corso di quindici secoli, hanno trovato spazio Scoto Eriugena e Ildegarda di Bingen, Anselmo d'Aosta e i Cistercensi, i copisti che hanno trasmesso la letteratura classica e i naturalisti che hanno trasformato l'agricoltura europea. Nessuno di questi era il prodotto del sistema benedettino nel senso in cui un curriculum produce laureati: erano possibilità che il sistema rendeva praticabili senza averle previste.
Questa è la distinzione che il manifesto Hinternet, e tutta la letteratura sulla crisi delle humanities, non riesce a formulare: la differenza tra costruire un'istituzione che sa cosa pensa e costruire un'istituzione che sa come vive insieme. Il primo tipo riproduce ciò che già credeva. Il secondo produce innovazione come sottoprodotto non pianificato.
La Regola benedettina è anche, non casualmente, un documento che pensa su scala secolare. Non era ottimizzata per sopravvivere ai prossimi cinque anni: era costruita come se il tempo fosse una risorsa abbondante. Il che è esattamente l'opposto della logica dei quattro quarter fiscali con cui oggi si misurano le istituzioni culturali — e, paradossalmente, è probabilmente la ragione per cui ha funzionato più a lungo di qualsiasi università moderna.
Un monito oscuro — e perché conta
C'è però un esempio contemporaneo che vale la pena nominare, non come modello ma come avvertimento: Project 2025.
Strutturalmente, Project 2025 ha fatto qualcosa che la sinistra culturale non ha fatto: ha capito che il cambiamento richiede occupazione istituzionale paziente, non coltivazione individuale. È un documento noioso e tecnico sulla riorganizzazione della burocrazia federale americana. È anche, probabilmente, il testo politico più efficace degli ultimi vent'anni negli Stati Uniti — costruito in anni, con investimenti pazienti in istituzioni, pensato per durare oltre un singolo ciclo elettorale.
Non sto dicendo che sia la stessa cosa di ciò che propongo. Non lo è — per ragioni di contenuto che sono radicali e non negoziabili. Ma è un monito sulla forma. Chi vuole costruire istituzioni della conoscenza robuste deve prendere sul serio la stessa domanda che Project 2025 ha preso sul serio: chi occupa quali posizioni, con quali meccanismi di trasmissione, con quale orizzonte temporale. La risposta culturale progressista — più libri, più Substack, più festival letterari — è semplicemente incommensurabile con questo livello di organizzazione.
La differenza strutturale è però decisiva: Project 2025 è completamente dipendente dal controllo di un singolo nodo — la presidenza americana. Il sistema benedettino era una rete di nodi autonomi: potevi distruggerne uno senza compromettere la rete. La resilienza non viene dalla potenza centralizzata ma dalla distribuzione. È una lezione di ingegneria istituzionale che vale in qualsiasi direzione politica.
La domanda che rimane
Non sto proponendo di passare al lato oscuro, né di fondare monasteri laici. Sto proponendo di prendere sul serio una domanda che il dibattito attuale sistematicamente evita: qual è la pratica comune — concreta, quotidiana, vincolante ma non confessionale, capace di variare nel tempo senza dissolversi — intorno a cui una nuova comunità della conoscenza potrebbe organizzarsi?
Una comunità di pratica non confessionale significa esattamente questo: un centro abbastanza solido da produrre coerenza istituzionale, abbastanza aperto da permettere eterodossia produttiva. Né la setta che propaga i propri valori, né il club di lettori senza obbligazioni reciproche. Qualcosa che Benedetto aveva capito nel VI secolo, che i minatori dello Yorkshire che leggevano Shakespeare insieme avevano capito nel XIX, e che il dibattito contemporaneo sulle humanities sembra aver dimenticato.
In un momento in cui il gap vichiano si comprime fino a rendere quasi simultanei il fare e il capire, e in cui l'AI potrebbe — condizionale necessario — offrire strumenti di de-specializzazione che la rivoluzione industriale aveva reso impossibili, questa domanda non è accademica. È la domanda su come si trasmette qualcosa che vale la pena trasmettere, senza sapere in anticipo cosa sarà.
Ho raccolto le letture consigliate e le mappe concettuali di questa conversazione in un documento scaricabile: un percorso di lettura integrato sulla crisi delle humanities, dalla rivoluzione industriale all'AI generativa, con quattro diagrammi orientativi e una bibliografia annotata in cinque strati.
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