Shepard Fairey con l'artista e curatrice Iryna Kanishcheva, a Gainesville, in Florida
Shepard Fairey con l'artista e curatrice Iryna Kanishcheva, a Gainesville, in Florida.

Non molto tempo fa, da queste parti, sostenevo che lo stile negoziale di Trump fosse leggibile come il segnale locale — forse uno dei tanti - di un collasso strutturale del fattore di sconto della politica internazionale. Notavo anche che dentro quel collasso un attore terzo — chiamato C, ed era abbastanza chiaro di chi parlassi — stesse beneficiando di un vantaggio strutturale di prevedibilità che fosse indipendente da qualunque considerazione morale sul regime che lo governa.

Il modello era netto: A defeziona, C resta fermo, gli altri ricalibrano i propri $\delta$ (che è un po' la misura delle loro aspettative di ritorno per le interazioni future) e spostano peso strategico verso il giocatore più affidabile. Verso la fine accennavo en passant all'ipotesi che C non si limitasse a stare fermo, ma defezionasse silenziosamente verso A vendendo satelliti militari all'attore I, potenza regionale teocratica che controlla lo Stretto di Hormuz. Si trattava una congettura analitica?

Non in senso proprio. Il 15 aprile, il Financial Times ha pubblicato un'inchiesta sul satellite TEE-01B (Earth Eye 1), acquistato dall'IRGC iraniano nel 2024 per 36,6 milioni di dollari e usato durante la guerra di marzo per il targeting delle basi americane nel Golfo. Avevo intravisto la notizia. Il punto vero però è un altro: il quadro reale è più vasto e più difficile e non si può leggere ricorrendo esclusivamente al modello del primo pezzo. Ci aiutano a capirlo, fra mille altri, due interventi recenti che potrei usare come elementi empirici che mettono in crisi il mio vecchio modello teorico: il pezzo di Andrew Sharp su SharpText del primo maggio, Beijing Is Not Playing the Long Game; e la puntata di Altri Orienti di Simone Pieranni, Il nuovo ordine energetico, uscita a fine marzo.

L'obiezione potenziale, posta in termini essenziali, potrebbe essere posta in questo modo: anche un attore con $\delta$ alto come C non sempre è in grado di occupare lo spazio strategico che il modello gli concederebbe strutturalmente, perché è incatenato a vincoli di politica interna che lo costringono a strategie reattive subottimali. Sharp lo sostiene a proposito della Cina nel mediterraneo iraniano: Pechino non condanna la guerra in Iran non perché stia abilmente aspettando l'autosabotaggio occidentale; lo fa perché non può senza alienarsi simultaneamente sauditi, emiratini ed europei. Pieranni articola la questione dando qualche dettaglio operativo: dopo l'operazione Epic Fury del 28 febbraio e la chiusura selettiva di Hormuz, la Cina ha dovuto giocare contemporaneamente su tre tavoli incompatibili: da compratore unico del petrolio iraniano, e da partner strategico dei monarchi del Golfo, che erano anche interlocutori commerciale necessario a Trump prima delle midterm. È chiaro che una tale configurazione riduce i suoi gradi di libertà in maniera drastica. Eppure, nonostante tutto questo, il ribaltamento storico è arrivato, e Washington finisce per andare da Pechino non a dettare condizioni, ma a chiedere aiuto. Perché, e questo è appunto è materia del pezzo precedente, gli USA si stanno eseguendo una strategia pesantemente subottimale.

Posto in questi termini, il pezzo di Sharp e quello di Pieranni suonano come una smentita del mio piccolo pezzo (se mai mi avessero letto). Se C è sistematicamente costretto a giocare strategie subottimali, il vantaggio di prevedibilità svanisce, e la struttura matematica del torneo di Axelrod si frantuma all'impatto con la realtà. Eppure, non credo che sia così. Credo, piuttosto, che i due articoli descrivano due comportamenti devianti rispetto al modello, ma che tuttavia non lo smentiscono nelle sue logiche di base. Il modello che avevo proposto era soltanto astratto — ma valido nella sua astrattezza. Come io ho stesso osservato al termine dell'articolo, la realtà è più complessa, ma nella sua essenzialità il modello era un buon aiuto a orientarsi. Vediamo ora, però, di restituire al modello qualche piccola, ulteriore iniezione di realismo.

Aggiungiamo quindi al modello con due parametri aggiuntivi che nel primo pezzo avevo lasciato impliciti. Il primo lo chiamerò $\rho$, e misura il vincolo domestico. Il secondo lo chiamerò $\sigma$, e misura quella che, per ragioni che spiegherò, mi pare giusto chiamare tappabilità. Aggiunti questi due parametri al $\delta$ del primo pezzo, il modello dice una cosa precisa che riassume tutto il resto: il sistema internazionale è strutturalmente subottimale, in un senso che si può provare a quantificare. Le relazioni tra stati fissano un tetto di ottimalità; la politica interna, e con essa altri fattori casuali, determinano quanto ci si può avvicinare a quel tetto; la "tappabilità" corregge marginalmente i vuoti, con perdita di qualità. Il sistema attuale ha tutti e tre i meccanismi che giocano contro. Non è una crisi: è una configurazione, e l'unica cosa peggiore di una crisi è una configurazione stabile, e stabilmente scomoda.

Procedo in ordine. Mi serviranno alcune tabelle, qualche formula, e un colpo di occhio finale a un evento che si tiene mentre scrivo — il vertice della Comunità Politica Europea a Erevan, il 4 maggio — il cui significato ipotetico cercherò di interpretare dopo. I due nuovi parametri mi serviranno anche per interpretare la condizione di un attore che il primo pezzo non aveva nominato e che merita una sezione propria: U, l'Ucraina, dove un attore strutturalmente periferico ha costruito sotto pressione esistenziale una posizione di rete che il modello base avrebbe escluso a priori.

1. Recap. Il fattore di sconto, in tre formule

Riassumo il primo pezzo nella forma più compatta possibile, perché il sequel ha bisogno che l'algebra di base sia in vista. Due attori giocano un dilemma del prigioniero iterato; ad ogni round scelgono se cooperare o defezionare; il payoff totale è la somma scontata di tutti i payoff futuri pesati per $\delta$ elevato al numero del round. Tre formule, tre fatti.

Fatto uno. Se entrambi cooperano per sempre, ciascuno incassa

$$V_C = \frac{R}{1 - \delta}$$

e per il defezionatore tipo, che incassa la tentazione T al round 1 e poi la punizione P per sempre, il valore è

$$V_D = T + \frac{\delta \cdot P}{1 - \delta}$$

Fatto due. Imponendo $V_C$ ≥ $V_D$ si ottiene la condizione di sostenibilità della cooperazione iterata,

$$\delta \geq \frac{T - R}{T - P} = \frac{1}{2}$$

con i parametri canonici di Axelrod ($T=5, R=3, P=1, S=0$). Sottosoglia, defezionare è razionalmente dominante; sopra, è la cooperazione a reggere come equilibrio stabile.

Fatto tre. La soglia non è osservabile dall'interno del sistema. Quando il $\delta$ aggregato scende sotto, il sistema collassa in modo non lineare, attraverso un meccanismo di contagio che propaga la defezione a cascata e che dipende dalla centralità dei nodi nella rete; e una volta sceso, risale lentissimo per via dell'asimmetria temporale della credibilità (la fiducia si distrugge in un round, si ricostruisce in molti). Erano i tre punti del primo pezzo, e regge tutto.

Il limite del modello, segnalato in chiusura del primo pezzo come semplificazione consapevole, è che gli attori erano trattati come giocatori unitari: entità capaci di selezionare la mossa razionale e di eseguirla pulitamente: che è di solito uno dei presupposti del realismo politico, in molte forme. Il modello dice cosa converrebbe fare a un attore razionale, dato un certo $\delta$. Non dice se quell'attore sia effettivamente capace di farlo, o meno. Per dirlo bisogna integrare una seconda dimensione, ortogonale al fattore di sconto e altrettanto importante: il vincolo interno.

2. Il vincolo domestico, ovvero perché Putnam aveva ragione

Nel 1988 Robert Putnam — politologo di Harvard, lo stesso che dieci anni dopo avrebbe scritto Bowling Alone sul declino del capitale sociale americano — pubblicò sull'International Organization un articolo intitolato Diplomacy and Domestic Politics: The Logic of Two-Level Games. L'articolo proponeva un modo di pensare alla politica estera che oggi dovrebbe essere canonico. Ogni leader gioca contemporaneamente due tavoli: uno internazionale, dove negozia con altri leader; e uno domestico, dove deve far ratificare gli accordi raggiunti dalle proprie costituency interne (parlamento, partito, opinione pubblica, gruppi di interesse, apparato militare). Su ogni tavolo il leader ha un win-set: l'insieme degli accordi che la sua base domestica è disposta ad accettare. Un accordo è raggiungibile se e solo se i win-set dei leader si intersecano in modo non vuoto. Quando l'intersezione è vuota, l'accordo non si firma, anche se entrambi i leader saprebbero benissimo che cooperare conviene.

Il modello di Putnam ha un corollario sgradevole: la negoziazione internazionale può essere vincolata dal win-set domestico in due modi opposti. Da un lato un win-set ristretto è uno svantaggio (il leader non può accettare proposte che il suo paese non ratificherebbe); dall'altro può essere una risorsa negoziale (il leader si trincera dietro la propria base e dice alla controparte "non posso, devono ratificare a casa" anche quando in realtà potrebbe). È l'argomento che i negoziatori americani usano sistematicamente da settant'anni in sede WTO, ed è lo stesso che il governo italiano usa quando in sede europea spiega che certe riforme "non passano in parlamento" (e anche Meloni con Trump ha recentemente usato scuse analoghe). Spesso corrisponde a verità. Spesso è falso. La distinzione non è quasi mai osservabile dall'esterno, e questo — già lo aveva notato Schelling nel 1960 — è esattamente quello che dà al win-set la sua utilità strategica come paradosso della debolezza.

Per i nostri scopi conta il primo dei due usi, quello vincolante. La domanda è cosa succede al modello iterato quando ciascun giocatore può scegliere solo un sottoinsieme delle mosse teoricamente disponibili. Sia $A_i$ l'insieme di tutte le mosse logicamente possibili per il giocatore i, e $W_i$ il suo win-set domestico. Lo spazio delle azioni effettivamente eseguibili è

$$A_i$ ∩ $W_i$ ⊆ $A_i$$

e può essere strettamente contenuto in $A_i$ — anche, e questo è il punto, quando $A_i$ contiene la mossa che il modello del primo pezzo prescriverebbe come ottimale.

Tengo a chiarire le coordinate, perché il rischio di equivoco è grosso. L'introduzione del win-set non capovolge il paradigma del realismo classico, secondo cui la struttura del sistema internazionale determina le politiche interne degli stati e non viceversa. La politica interna non causa la politica estera in senso forte: a causarla è ancora la struttura del sistema, attraverso le pressioni di lungo periodo che plasmano gradualmente la configurazione domestica di ciascuno stato. Quello che cambia, rispetto al realismo classico ortodosso, è la mancata armonizzazione fra le due e i diversi tempi di sviluppo. Il sistema internazionale può cambiare in decenni o in dodici mesi (lo abbiamo visto): i cambiamenti non sono istantanei, ma posso produrre scosse telluriche anche abbastanza improvvise.

Ma anche i win-set domestici sono vischiosi: possono cambiare anch'essi in dodici anni, oppure non cambiare mai. La discrasia temporale delle due configurazioni produce, in ogni fase di transizione strutturale rapida, un'apparente autonomia delle variabili domestiche, che in realtà è soltanto un ritardo di adattamento. È il punto del realismo neoclassico nelle relazioni internazionali (Schweller, Wohlforth, Rose, dagli anni Novanta in avanti), che appunto introduce fattori interni per motivare comportamenti legati alla sfera politica internazionale.

3. Il primo parametro nuovo: rho, e la formalizzazione del vincolo

Introdurre questo elemento è una cosa che mi piace molto, perché riesce a complicare molto il quadro, senza però compromettere formalmente il sistema di interazione fra stati intesi come attori unitari. È insomma un modo per tenere insieme una prospettiva liberale e una realista, senza fare troppo torto a nessuno. Un corollario interessante è che la politica interna da un lato non governa le relazioni internazionali, ma d'altra parte non diventa per questo totalmente irrilevante, come accade nel realismo. Non è un epifenomeno di quello che succede fuori: al contrario, è un elemento importante di abilitazione della politica estera.

Basti pensare agli Stati Uniti nell'arco temporale 1945-1989, per fare un esempio. La loro cultura interna, oltre a essere la matrice della globalizzazione, era coerente e funzionale alle esigenze di una potenza globale. E questo naturalmente poteva declinarsi nelle sue forme apparentemente più risibili (il rock'n'roll, i telefilm anti-sovietici degli anni '80, il cinema...), come anche nella costruzione della ricchezza in termini di GDP o di ricchezza pro capite, nel NYSE e nel NASDAQ, nella Silicon Valley e chi più ne ha più ne metta. E qui ci torna utile l'altra opera di Putnam che ho già citato, Bowling Alone (2000), che può aiutarci a capire come l'indebolimento del tessuto sociale americano abbia introdotto non solo un problema di benessere mentale e materiale, ma nell'arco delle decadi abbia costituito un reale limite allo sviluppo della potenza americana e al mantenimento del suo status senza pari.

Detto in altri termini, se oggi sfogliando il Washington Post o il New York Times pare talvolta che gli Stati Uniti siano diventati il Pakistan nel 1949 (il quale, con tutto il rispetto per il grande paese che è oggi, a quell'epoca era stato fondato da appena due anni), questo non è un fatto irrilevante per la sua efficacia sullo scacchiere internazionale. Lo sfaldamento del tessuto sociale statunitense, che alcuni attribuiscono più o meno sensatamente agli spiriti animali del capitalismo, ha sedimentato nel tempo una serie di conseguenze politiche che hanno minato la razionalità delle sue decisioni e la sua credibilità sui vari quadranti globali. Più chiaramente, e questa decisamente non è una buona notizia: Donald Trump non è la causa di ciò che stiamo patendo in questi anni, ma soltanto una conseguenza. E mi sento abbastanza sicuro nel dire che The Donald passerà; ma il problema che l'ha reso possibile probabilmente no.

Ecco, il modo più economico di dare un nome a tutto questo è introdurre un parametro che chiamerò $\rho_i$ (rho). Misura la frazione del tempo in cui il giocatore i è costretto a giocare la mossa più vicina al proprio win-set invece della mossa che il modello prescriverebbe come ottimale. Formulazione minima: ad ogni round il giocatore i gioca la mossa ottimale con probabilità

$$\Pr(\text{mossa ottimale}) = 1 - \rho_i ;;\quad \Pr(\text{mossa vincolata}) = \rho_i$$

dove la mossa vincolata è quella più vicina compatibile con il proprio win-set, e può essere subottimale (in alcuni casi: subottimale in maniera disastrosa e spettacolare).

Per chi conosce la letteratura, $\rho$ è una variante strutturale del trembling hand di Reinhard Selten (1975). La mano "tremolante" in questo caso è quella, invisibile, del mercato: che nella sua autoregolazione non sempre raggiunge i suoi scopi con le massime efficacia e precisione. Nel modello originale di Selten il "tremore della mano" è uno scarto minimo, usato come strumento di selezione tra equilibri per escludere quelli che dipendono da minacce non credibili. In questa versione il tremore non è infinitesimo proprio per nulla: è un vincolo strutturale persistente, ed è ciò che lo rende interessante — può essere osservato e anticipato dagli altri giocatori. Un giocatore con $\rho$ alto è leggibile dagli altri come uno che invierà segnali confusi, occasionalmente assurdi, indipendentemente dalle sue intenzioni dichiarate.

Il payoff atteso del giocatore i per round diventa quindi una combinazione lineare delle due possibili mosse,

$$E[\pi_i]$ = (1 − $\rho_i$) · $\pi_{ott}$ + $\rho_i$ · $\pi_{vinc}$$

e su orizzonte infinito, applicando la formula della somma scontata che già conosciamo dal primo pezzo,

$$V_i^{eff} = \frac{E[\pi_i]}{1 - \delta_i}$$

Definisco ora $\pi_{ott}$ come il payoff per round della mossa ottimale che la struttura del sistema internazionale concederebbe a i, dato il suo $\delta_i$. Il tetto strutturale del giocatore i è allora

$$V_i^{\ast} = \frac{\pi_{ott}}{1 - \delta_i}$$

È il payoff massimo che i potrebbe ottenere date le condizioni strutturali del sistema e dato il proprio fattore di sconto. È il prezzo che le relazioni internazionali concedono al gioco. Sopra quello, normalmente, non si va.

La perdita causata dal vincolo domestico è immediata,

$$\Delta V_i = V_i^{\ast} - V_i^{eff} = \frac{\rho_i \cdot (\pi_{ott} - \pi_{vinc})}{1 - \delta_i}$$

e la sua interpretazione è cristallina: per ogni unità di $\rho$ si lascia sul tavolo una frazione della differenza tra il payoff ottimale e quello vincolato, amplificata dal fattore di accumulazione tipico dell'orizzonte infinito. Con $\delta$ = 0,9 il moltiplicatore è dieci. La conseguenza che vale la pena fissare in lettere è questa: $V_i^{eff}$ ≤ $V_i^{\ast}$ sempre, con uguaglianza solo se $\rho_i$ = 0. Possiamo dirci che il giocatore reale non raggiunge mai il proprio tetto strutturale, perché i win-set non sono mai vuoti e $\rho$ è strettamente positivo per ogni attore reale. Potrebbe essere uguale a zero per paesi molto piccoli o con piccole partite politiche in gioco: ma, se prendete il caso di una Taiwan, già non è il caso.

Una sintesi grafica del modello esteso si traccia su due assi (Tabella 1). Sull'asse $\delta$ abbiamo l'ombra del futuro: quanto pesa il prossimo round nelle decisioni dell'attore. Sull'asse $\rho$ abbiamo l'ombra del passato: quanto le configurazioni domestiche sedimentate vincolano l'attore al di sotto di ciò che la struttura presente gli concederebbe.

Le quattro combinazioni descrivono altrettanti tipi ideali di giocatore, che proviamo ad associare a dei modelli di stato reale, uscendo un po' dal giochino delle lettere iniziali per amore di chiarezza:

ρ basso (win-set largo) ρ alto (win-set stretto)
δ alto (vede il futuro) Giocatore idealeVede il futuro e ha le mani libere. Cooperazione iterata stabile. (idealtipo, raro empiricamente) Alleato ambiguoVorrebbe cooperare ma il sedimento domestico glielo impedisce. Segnali sporchi di rumore. (la Cina di Sharp e Pieranni)
δ basso (non vede il futuro) Defezionatore lucidoNon vede il futuro, ma libero di non vederlo. Almeno leggibile. (USA 2026, modello base) Predatore residualeNon vede il futuro e non sa nemmeno fare ciò che vorrebbe. Specializzato in defezione opportunistica. (Russia)

Tabella 1. Tipi ideali di giocatore sul piano δ × ρ. Le associazioni con attori reali sono indicative e descrivono tendenze, non collocazioni puntuali.

Chiaramente, almeno nel contesto delle relazioni internazionali, un paese che si trova nel quadrante in alto a sinistra esiste solo nel mondo dei sogni — o in certi manuali di teoria. Diverso il caso degli altri te: da un lato abbiamo attori che vogliono cooperare, ma non possono (la Cina, in un'interpretazione forse troppo benevola, secondo la lettura di Sharp e Pieranni); dall'altro i defezionatori: quelli che lo fanno avendo un win-set che li asseconda (gli USA, ma sempre meno) o che li impedisce (la Russia, in una lettura particolarmente paranoide, e alla fine quasi assolutoria, del comportamento del Cremlino).

4. Quanto pesa il regime: la rateizzazione democratica del costo del cambiamento

Il $\rho$ è una proprietà fissa di ogni paese, oppure è funzione del tipo di regime politico che lo governa? E se è funzione del regime, in che direzione opera questa funzione? La mia ipotesi — che richiede argomentazione, perché in superficie sembra controintuitiva — è che, a parità di pressione strutturale, $\rho$ sia tendenzialmente inferiore nelle democrazie rispetto alle autocrazie. Le democrazie, sotto stress, hanno mediamente più mani libere delle autocrazie. Sembra paradossale — soprattutto considerato il piagnisteo generale sull'argomento — e ha bisogno di essere srotolato.

L'intuizione è la seguente. Ogni regime politico, per stare in piedi, deve gestire continuamente il dissenso che le condizioni materiali producono al suo interno. Una democrazia gestisce quel dissenso in regime di flusso: elezioni a cadenza regolare, alternanza di maggioranze, opposizione parlamentare, libertà di stampa, mobilitazione di società civile, ricambio di élite economiche e politiche. In due parole, la democrazia è un regime di conflitto interno regolato. Il costo del cambiamento viene pagato in piccole rate continue, ciascuna delle quali è metabolizzabile. Un'autocrazia gestisce lo stesso dissenso in regime di stock: il dissenso viene compresso, censurato, spinto sottoterra; non scompare, si accumula. Quando l'accumulo supera la capacità di contenimento, esplode in modo discontinuo — purghe, transizioni dinastiche violente, rivoluzioni dall'alto, occasionalmente collassi di regime. Il costo del cambiamento viene pagato in default, non in rate.

La metafora finanziaria, in questo caso, non è solo retorica: è strutturalmente accurata. Una democrazia funziona come un mutuo a rata costante, dove la pressione strutturale viene riassorbita gradualmente dal sistema politico interno e ridistribuita nel tempo attraverso il meccanismo dell'alternanza. Un'autocrazia funziona come un debito senior con clausola di accelerazione: finché lo si serve a posta sembra il debito più sicuro al mondo; nel momento in cui salta una rata salta tutto, e il pricing del rischio è asimmetrico e drammatico. La storia politica novecentesca offre un campionario robusto in entrambe le direzioni. La Quarta Repubblica francese — democrazia, win-set rateizzato — sostituisce ventidue governi in dodici anni, eppure quando il sistema entra in crisi reale (Algeria, 1958) trova al suo interno la flessibilità per generare la Quinta. La Cina maoista, nel periodo equivalente, attraversa il Grande Balzo e la Rivoluzione Culturale: ottanta milioni di morti, distruzione del capitale umano, dieci anni di paralisi industriale, ed esce solo con la morte fisica del leader. Il costo, sull'arco lungo, è incomparabile.

Mi rendo conto che qui siamo dalle parti di Fukuyama (1989), almeno nella sua lettura pop, quella che lo prenderebbe come troppo ottimista — anche se a una lettura attenta ottimista non lo è affatto. Ma, come per tutte le opinioni (compresa, forse, quella opposta alla mia), una letteratura a supporto esiste. Hirschman, nel 1970, aveva dato a questo fenomeno un nome canonico: exit, voice, and loyalty. In una democrazia il dissenso ha accesso al canale voice — può esprimersi, articolarsi, organizzarsi, e così facendo agisce continuamente come segnale correttivo per chi governa. In un'autocrazia il voice è soppresso o pesantemente filtrato; resta solo l'exit (chi può se ne va) o la loyalty formale, che è spesso simulata. Il governante autocratico, di conseguenza, riceve segnali correttivi distorti o nulli, e il sistema diventa progressivamente cieco rispetto alle proprie patologie. Acemoglu e Robinson, in Why Nations Fail, hanno articolato lo stesso punto in termini di istituzioni inclusive contro istituzioni estrattive; North, Wallis e Weingast, in Violence and Social Orders, lo hanno spinto fino a una distinzione tra limited access orders e open access orders, e hanno mostrato che la transizione dagli uni agli altri è un evento storico raro, irreversibile e particolarmente costoso quando avviene troppo tardi.

Ora, che le autocrazie prendano cantonate micidiali e mettano sotto test la resilienza del loro sistema senza una reale portata delle conseguenze è abbastanza confermato in tempi recenti. E, tradotto nel linguaggio del nostro modello, questo significa che $\rho$ delle democrazie non è solo mediamente più basso, ma soprattutto ha una varianza più contenuta. Un regime democratico oscilla in un intervallo ristretto attorno a un valore medio modesto. Un regime autocratico, in superficie, può sembrare avere $\rho$ basso (il leader fa quello che vuole, dunque la mossa razionale è eseguibile), ma la varianza è altissima — quando le frizioni accumulate emergono lo fanno con uno scarto enorme rispetto al comportamento ottimale, e il sistema politico non ha gli strumenti graduali per riassorbirle. È l'equivalente politico della differenza tra un'azione quotata su un mercato liquido (oscilla, ma riesce a essere prezzata in continuo) e un asset illiquido (sembra stabile a lungo, poi salta in modo discontinuo a un prezzo radicalmente diverso, e il salto incorpora tutta l'informazione che il mercato non aveva potuto digerire prima). Insomma, in metafora, le autocrazie sono un pessimo investimento.

Non sostengo, e mi pare importante chiarirlo per evitare scivolate retoriche, che le democrazie siano moralmente o ideologicamente superiori. Ovviamente lo penso (e ci mancherebbe), ma limitarsi alla pura assiologia corrisponderebbe allo stesso tipo di scivolone che il mio primo pezzo cercava di evitare quando attribuiva i vantaggi di C alla sua leggibilità strutturale e non alla sua virtù intrinseca. La questione qui è teorica e istituzionale, non morale. Assumiamo il cambiamento come un fenomeno necessario e inevitabile. Se le cose stanno così, le democrazie hanno un meccanismo interno di metabolizzazione del cambiamento (l'alternanza, il dissenso, il ricambio di élite) che le autocrazie non hanno o hanno in misura ridottissima. La democrazia pagherebbe dunque il costo del cambiamento in agitazione politica continua, talvolta sgradevole, raramente edificante, occasionalmente farsesca: ma in ogni caso rateizzerebbe il suo costo, e nei momenti di transizione strutturale rapida questa proprietà ha un valore enorme.

Il modo più sintetico per visualizzare l'effetto sul payoff iterato è mostrare quanto rapidamente il guadagno di lungo periodo si erode al variare di $\rho$. La Tabella 2 riporta il payoff atteso scontato di un giocatore che, in un sistema cooperativo con $\delta$ = 0,9 (e quindi con alto incentivo alla cooperazione), sarebbe altrimenti destinato all'ottimo R = 3 per round, e che invece è costretto a giocare con la probabilità indicata la mossa vincolata P = 1. Il calcolo è banale,

$$E[\Pi]$ = (1 − ρ) · 30 + ρ · 10$$

ma il risultato è illuminante: bastano pochi punti percentuali di $\rho$ per spazzare via gran parte del vantaggio cooperativo costruito su orizzonte infinito.

ρ Pr(ottimale) Payoff atteso E[Π] Perdita vs ottimo
0 100% 30,0
0,1 90% 28,0 −6,7%
0,2 80% 26,0 −13,3%
0,3 70% 24,0 −20,0%
0,5 50% 20,0 −33,3%
0,7 30% 16,0 −46,7%
0,9 10% 12,0 −60,0%

Tabella 2. Erosione del payoff cooperativo iterato per valori crescenti di ρ (δ = 0,9; ottimo R = 3; vincolato P = 1; orizzonte infinito). Un ρ = 0,3, valore plausibile per una grande autocrazia in stress strutturale, brucia già un quinto del vantaggio cooperativo.

Vale la pena fissare l'ordine di grandezza: con $\rho$ = 0,3 — valore plausibile per una grande autocrazia in stress strutturale (immaginiamo che la Cina di oggi stia in quell'intorno) — il giocatore lascia sul tavolo un quinto del proprio vantaggio cooperativo iterato anche se $\delta$ resta perfettamente alto. Con $\rho$ = 0,5 — livello vicino alla Russia di oggi — il giocatore lascia sul tavolo un terzo. Sono numeri compatibili con l'osservazione empirica e tutto sommato modesti rispetto a ciò che la retorica corrente attribuisce a quei regimi.

È la famosa fine della storia, insomma? Forse, ma in un senso diverso rispetto a quello che si pensa di solito. Per Fukuyama (1989) la storia finiva secondo una prospettiva hegeliana. Siccome non c'è nulla oltre l'idea compiuta di democrazia, non si può andare nemmeno avanti oltre: con la conseguenza che al massimo si può andare solo indietro, schiacciata dalle proprie contraddizioni interne: un'implicazione che considera Fukuyama un inguaribile ottimista non vede. Ma qui la faccenda è diversa. In questo caso non è in gioco la teleologia, ma la razionalità: le autocrazie hanno bisogno di non cambiare, ma più bloccano il cambiamento e più pagano un prezzo alto per la loro immobilità, dopo. Le democrazie annoiano o scocciano, ma se restano tali gestiscono il cambiamento comunque meglio. Non necessariamente in maniera ottimale: ma comunque meglio.

5. Il caso C, ovvero perché Sharp e Pieranni hanno ragione e perché ce l'hanno

Torniamo al primo dei due riferimenti che abbiamo fatto in questo sequel. L'osservazione centrale di Sharp è che la Cina di oggi non sta giocando un long game perché non può: è incatenata a una serie di vincoli interni che la costringono a strategie reattive subottimali. La diagnosi è puntuale e, per quanto ne sappia, condivisibile in larga misura. Ciò che il modello esteso aggiunge alla diagnosi è una spiegazione strutturale del come questi vincoli siano oggi così stringenti, e perché, in una certa misura, siano aumentati piuttosto che diminuiti negli ultimi dieci anni.

Il $\rho$ della Repubblica Popolare Cinese, sotto Hu Jintao, era già non basso — il Partito ha sempre avuto un win-set domestico complicato — ma era contenuto da una serie di meccanismi che funzionavano come surrogati locali della rateizzazione democratica: la rotazione dei mandati, una qualche pluralità di fazioni interne al Partito, una stampa limitatamente critica su temi tecnici, un capitalismo regionale piuttosto vivace che agiva come canale di voice indiretto. In quella fase, in effetti, il "sistema" cinese poteva essere considerato una sorta di timida alternativa alla democrazia: almeno per quanto riguarda la sua funzione di assorbire senza troppi strappi i danni del cambiamento.

Tutto questo si è però progressivamente compresso a partire dal 2012, e in modo accelerato dal 2018 in avanti, con l'accentramento personale del potere su Xi, l'abolizione del limite ai mandati, le campagne anticorruzione strumentali alla rimozione di rivali interni, l'irrigidimento ideologico del Partito attorno alla figura del leader, l'erosione dell'autonomia di Hong Kong. Il $\rho$ cinese è cresciuto significativamente in questo periodo, mentre la struttura del sistema internazionale stava esercitando una pressione sempre più forte sulla Cina (rallentamento della crescita, fine del dividendo demografico, decoupling tecnologico, dipendenze energetiche).

Detto in modo brutale: la Cina ha aumentato la propria autocrazia interna proprio nel decennio in cui avrebbe avuto bisogno della massima flessibilità domestica per rispondere a una transizione strutturale globale. È un caso da manuale di disallineamento tra le due dimensioni del modello. Il $\delta$ del leadership cinese è probabilmente alto, ma il $\rho$ che lui stesso ha contribuito a costruire è altissimo. Le mosse che il modello (e probabilmente lo stesso Xi) prescriverebbe come ottimali per consolidare la posizione di C nel sistema — apertura ai capitali stranieri, rispetto delle regole WTO, normalizzazione delle relazioni con Bruxelles, distanziamento operativo dalla Russia, riforma del modello deflazionistico interno — sono tutte fuori dal win-set domestico che il regime si è costruito addosso.

A questo punto mi aspetto levarsi una serie di contestazioni, tutte provenienti dai vari ammiratori della strategia indiretta cinese. Guardando alla storia e al "brand" globale costituito dalla cultura cinese nel mondo, si potrebbe sostenere — anche con qualche fondamento — che la Cina non subisca l'ambiguità, ma la scelga: che l'opacità strategica faccia parte di una cultura strategica millenaria, che peraltro ci piace molto e che va parecchio di moda. Lo dico da praticante di arti marziali cinesi, fra le altre cose: basti nominare Sun Tzu, il sistema tributario, la diplomazia della faccia e se vogliamo ci mettiamo pure il Taijiquan. In questo senso, il buon Xi starebbe semplicemente applicando un repertorio consolidato.

La mia tesi è che l'obiezione abbia una base reale, ma inverta la causalità. L'impero cinese ha sempre governato un sistema interno di straordinaria complessità — etnie, province, fazioni burocratiche, frontiere instabili — in cui la mossa diretta era quasi sempre politicamente costosa: il sistema tributario era progettato sull'ambiguità deliberata proprio perché risolvere quella ambiguità avrebbe richiesto mosse che il win-set interno non ratificava. La cultura strategica dell'opacità è il sedimento adattivo di secoli di governance con ρ strutturalmente alto, di certo non una sua causa. Ciò che cambia con Xi non è il tipo di vincolo ma il grado di libertà: l'impero poteva scegliere di sciogliere l'ambiguità quando conveniva; Xi, avendo compresso i meccanismi interni che avrebbero potuto assorbire gradualmente il cambiamento, non può farlo senza compromettere la propria legittimazione. Il ρ alto cinese non è quindi una patologia recente né una scelta tattica: è una costante strutturale di lungo periodo che Xi ha aggravato, e che la cultura strategica razionalizza senza poter rimuovere.

Pieranni, da parte sua, nella sua puntata di podcast racconta molto bene un'angolazione della faccenda attuale per cui mi sono pentito di avere un'auto diesel. Dopo l'operazione Epic Fury del 28 febbraio — raid statunitensi e israeliani contro le infrastrutture iraniane, costati a Washington circa novecento milioni di dollari al giorno nelle prime cento ore — l'Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz al traffico globale: passa di lì il venti per cento del petrolio mondiale; il Brent ha superato i cento dollari; oltre settecento navi sono ferme. Non l'ha chiuso a tutti però: il ministro degli Esteri Araghchi ha annunciato un "corridoio sicuro" per i "paesi amici" — Cina, India, Russia. Risultato: nella settimana del 16 febbraio l'export petrolifero iraniano ha toccato il record di 3,78 milioni di barili al giorno, tutti diretti in Cina. Il National Security Presidential Memorandum-2 firmato da Trump nel febbraio 2025 ordinava di portare le esportazioni iraniane di petrolio verso la Cina "a zero". Un anno dopo, sono ai massimi dal 2018.

Il sostegno cinese all'Iran è stato distribuito su vari canali, tutti documentati ormai da fonti convergenti: componenti dual-use per missili e droni, accesso al sistema di navigazione BeiDou dal 2021, sodium perchlorate (precursore del propellente solido) caricato dal porto di Gaolan, satelliti commerciali dirottati a uso militare. L'allusione che avevo formulato nel primo pezzo — "C vende satelliti militari a I" — era dovuta dall'inchiesta del Financial Times del 15 aprile sul TEE-01B (Earth Eye 1), satellite ad alta risoluzione acquistato dall'IRGC iraniano nel 2024 per 36,6 milioni di dollari e attivamente usato durante la guerra di marzo per il targeting delle basi americane. Ma Pieranni aiuta a inserirla in un quadro più ampio: la Cina sta facendo esattamente quello che il proprio $\rho$ alto la costringe a fare — sostenere l'Iran sotto-soglia, mantenere la facciata di neutralità verso il Golfo, restare interlocutore commerciale di Washington abbastanza da non rompere la visita di maggio. Tre tavoli incompatibili tenuti contemporaneamente con un win-set unico, che si traduce in segnali ambigui e in una postura sistematicamente subottimale rispetto a quanto la struttura presente le concederebbe.

La frase chiave dell'episodio di Pieranni è: «la stabilità di Hormuz e quella del mondo sono diventate due facce della stessa medaglia geopolitica, e oggi il prezzo lo decide più Pechino che Washington». Non è la fine del long game cinese: è il punto in cui il long game cinese si scontra col proprio $\rho$, e ne paga il prezzo. Il vantaggio di prevedibilità che attribuivo a C nel primo pezzo non scompare in questo quadro — Xi è effettivamente prevedibile, e questo lo rende oggi più affidabile di Trump come interlocutore di breve, tant'è che Trump stesso si appresta ad andare a Pechino in maggio non a dettare condizioni ma a chiedere aiuto. Ma è prevedibile su una traiettoria che sappiamo essere strutturalmente subottimale, ed è prevedibile fino al momento in cui le frizioni interne accumulate non saltino discontinuamente — proprietà generale dei sistemi a $\rho$ alto e varianza alta. Il commento occidentale che disegna Pechino come un grande stratega senza errori è quindi interessato, oppure a essere benevoli sta facendo astrazione a partire da una serie temporale relativamente breve di stabilità apparente. È un'estrapolazione che, dentro il modello esteso, ha esattamente la fragilità che Sharp denuncia.

6. Il caso A, ovvero perché Trump non è la causa

Sono altrettanto convinto, e questa è la metà speculare dell'argomento, che il mio pezzo del 15 aprile abbia trattato Trump in modo eccessivamente individualistico. Pur non volendo, lo descrivevo come se fosse un attore che, per qualche ragione, ha deciso di abbassare il $\delta$ del proprio paese a un livello incompatibile con la cooperazione iterata. Era un'idealizzazione utile per costruire il modello base, ma non regge a un'analisi più seria. Trump, nel modello esteso, non è la causa del comportamento americano: Trump è il sintomo di un win-set domestico che è cambiato strutturalmente negli ultimi trent'anni, e che oggi vincola la politica estera americana a un sottoinsieme di mosse molto più ristretto di quello disponibile negli anni Novanta.

Le pressioni strutturali che hanno prodotto questo cambiamento sono identificabili indipendentemente da qualunque giudizio politico sull'amministrazione attuale. Il declino industriale del Midwest, conseguenza dell'integrazione cinese nel WTO che la stessa Washington aveva voluto; la frammentazione del sistema mediatico e la fine dell'egemonia del consenso liberale televisivo; l'accelerazione delle disuguaglianze interne, concentrate nelle aree precisamente più colpite dalla globalizzazione; la diffusione di una cultura della grievance che ha trovato un linguaggio politico solo nell'ultima fase; il logoramento della capacità della classe dirigente di Washington di rappresentare tutti questi fenomeni — è una catena di trasformazioni domestiche di lungo periodo che ha eroso il win-set entro cui la politica estera americana del dopoguerra aveva potuto operare. Il tutto in un contesto in cui tutto questo era già stato visto accadere — e dove l'Italia, ancora una volta, con il suo populismo nazionale, a partire dagli anni Novanta si è confermata terreno di sperimentazione politica anche per altri paesi. Il movimento MAGA non quindi è apparso dal nulla nel 2016: era già lì da almeno quindici anni, sotto la forma di un malessere senza nome, reso più pericoloso dal fatto di radicarsi nella più grande potenza mondiale entro un sistema unipolare in crisi. Il tutto mentre i due partiti tradizionali avevano semplicemente smesso di rappresentarlo. Trump lo ha intercettato, gli ha dato voce, e lo ha trasformato in un blocco elettorale stabile che oggi compone una quota altissima dell'elettorato americano e che ha strutturalmente un win-set incompatibile con il multilateralismo del dopoguerra.

Metà cattiva della notizia: anche se Trump uscisse di scena domani, anche se l'amministrazione successiva fosse la più multilateralista del secolo, il win-set domestico americano resterebbe quello che è per molti anni. È esattamente la stessa asimmetria temporale che evocavo nel primo pezzo a proposito del $\delta$: la credibilità si distrugge in fretta e si ricostruisce piano. Anche i win-set, una volta consolidati, si destrutturano lentamente: due o tre cicli generazionali, non un'elezione. Anche se è vero che oggigiorno è tutto così veloce, signora mia.

Metà buona, ed è dove l'argomento di questa puntata diverge da quello del primo pezzo. Il sistema politico americano è una democrazia, e le democrazie pagano i propri costi di adattamento in rate e non in default. Il MAGA può essere intercettato, contestato, eroso elezione dopo elezione; il suo grip può essere progressivamente ridotto da una combinazione di fallimenti operativi, ricambio generazionale, riposizionamento delle élite economiche che oggi lo sostengono per pura convenienza fiscale, mobilitazione di forze sociali ancora dormienti, il fatto che gli elettori americani votano con il portafoglio e il costo del gasolio sta esplodendo. Il sistema ha gli strumenti per autocorreggersi. Non è garantito che lo faccia: nessun meccanismo democratico è automatico, e la storia delle democrazie che falliscono nel correggersi in tempo è purtroppo lunga e popolare. Ma gli strumenti ci sono, e questo distingue strutturalmente il caso americano dal caso cinese. La porta del rientro cooperativo non è sigillata: è incrostata, va spinta con forza, ma esiste.

Dentro il modello, il quarto scenario di defezione tattica con rientro che il primo pezzo aveva calcolato — quello in cui un attore razionale defeziona una volta e poi torna immediatamente a cooperare, pagando un costo trascurabile — è strutturalmente più disponibile alle democrazie che alle autocrazie, perché solo le democrazie hanno i meccanismi politici per articolare un cambiamento di rotta credibile dopo una fase di defezione. L'autocrazia, una volta cristallizzata la mossa nella propria narrativa di legittimazione, non può rivederla senza compromettere la legittimazione stessa. La democrazia può: il prezzo è uno scoppio di disordine elettorale. E vale la pena di pagarlo.

7. Il secondo parametro nuovo: sigma, e la tappabilità

A questo punto il modello dice già abbastanza. Spiega perché C non riesca a giocare l'ottimo cooperativo (alto $\delta$ non basta se $\rho$ è alto). Spiega perché A non sia capovolgibile in un'elezione (anche se $\rho$ si abbasserà nel tempo, l'ha fatto attraverso la trasformazione del win-set, non attraverso la rotazione dei leader). Spiega perché R sia il caso peggiore (basso $\delta$ e alto $\rho$ insieme rendono la specializzazione predatoria l'unica possibile opzione). E spiega, in formula compatta, perché il sistema sia subottimale: nessun attore raggiunge il proprio $V_i^{\ast}$ perché nessun $\rho_i$ è zero.

Manca però un fenomeno che il modello a due dimensioni non cattura, e che è invece centrale al quadro in cui si inscrivono l'intervento di Pieranni e a quello che si vede in questi giorni a Erevan. Il fenomeno è questo: certi attori non sono solo limitati a fare quello che il loro win-set gli permette, sono chiamati a fare cose che il loro win-set permetterebbe di non fare — perché altri attori si sono ritirati e i loro vuoti devono essere riempiti. La natura politica abborrisce il vuoto. Quando un attore strutturalmente garante (gli Stati Uniti, sull'ordine commerciale e sulla sicurezza marittima del dopoguerra) si ritira da una funzione che produce flussi globali (energia, dati, sicurezza, finanza), il vuoto non resta vuoto: viene riempito da chi è strutturalmente disponibile a riempirlo, non da chi sarebbe normativamente ottimale. È il fenomeno per cui Pechino oggi diventa broker iraniano, Mosca diventa fornitore energetico per i paesi asiatici tagliati fuori da Hormuz, e l'Europa diventa — lo vedremo — piazza neutra di ultima istanza per il Caucaso.

Per nominare il fenomeno introduco un secondo parametro, che chiamo $\sigma$ (sigma) e che misura la tappabilità — termine deliberatamente brutto, ma preciso. Per ogni funzione sistemica f (sicurezza marittima, brokeraggio diplomatico, fornitura energetica, presidio procedurale, eccetera), $\sigma$ misura la probabilità che l'attore i si trovi a coprire un vuoto sulla funzione f lasciato da qualcun altro. È funzione moltiplicativa di tre fattori,

$$\sigma_i^f = C_i^f \cdot (1 - \rho_i^f) \cdot \varphi_i^f$$

dove $C_i^f$ è la capacità materiale dell'attore i sulla funzione f (ha le risorse, le infrastrutture, il know-how); ρ~i~f è il vincolo domestico specifico a quella funzione (cruciale: un attore può avere $\rho$ alto su una funzione e basso su un'altra); e $\varphi_i^f$ è la compatibilità sistemica, cioè il grado in cui gli altri attori accettano i in quel ruolo, almeno per default e per assenza di alternative migliori. La forma moltiplicativa non è una scelta arbitraria: dice che mancando uno qualunque dei tre fattori il tappo non entra. Devono esserci tutti e tre, anche solo a livello modesto, perché $\sigma$ sia non trascurabile.

Il payoff totale dell'attore i si scrive aggiungendo al payoff vincolato già visto nel paragrafo 3 una rendita di tappabilità,

$$V_i^{tot} = V_i^{eff} + \sum_f \frac{\sigma_i^f \cdot \pi_{tap}^f}{1 - \delta_i}$$

dove $\pi_{tap}^f$ è il payoff per round associato all'occupazione della funzione f — visibilità sistemica, leva negoziale residua sui dipendenti dalla funzione, deferenza degli altri attori. La rendita di tappabilità è generalmente positiva, ma comporta costi: impegno di risorse, esposizione reputazionale, frizioni interne. Tener conto del segno netto è importante: in alcuni casi il tappo è redditizio, in altri è una corvée che si subisce per mancanza di alternative.

Un punto teorico cui tengo, perché sgombra il campo da un'obiezione facile: $\sigma$ non viola la priorità del paradigma realista. È ancora la struttura del sistema internazionale a determinare quali funzioni si rendono vacanti e quali devono essere coperte; $\sigma$ descrive solo come la copertura si redistribuisce tra gli attori dato che il garante storico si è ritirato. La coperta è sempre quella, dettata dalla geografia del potere; $\sigma$ dice solo come tirarla a una sponda diversa quando una sponda viene meno.

"Tappabilità" è un termine brutto che spiega un elemento importante: l'opportunismo di alcuni attori, che diviene realtà e non rimane mera aspirazione anche per designazione esterna. Il termine è sbagliato anche per un'altra ragione: in italiano, a essere tappabile è ciò che dev'essere tappato, e non il tappo. "Versatilità" sarebbe un termine senz'altro migliore: ma si perderebbero totalmente i vantaggi della metafora, e sarebbe un peccato.

8. Esempi: tre tappi al lavoro

Il concetto pare astratto, e conviene andare a casistiche precise, sperando che in questa modo la teoria prenda corpo nella testa del lettore (se nel frattempo non è fuggito a gambe levate). La distribuzione delle funzioni tappanti, oggi, sta dando luogo a una divisione del lavoro nell'ordine internazionale alternativo che ha sostituito operativamente molti pezzi della Pax Americana del dopoguerra. E che funziona male, piuttosto male: ma funziona. Ecco quindi tre attori, tre funzioni, tre $\sigma$ alti su dimensioni diverse e tendenzialmente complementari.

Tappo A. Cina, funzione politico-diplomatica. È il caso che Pieranni ha articolato meglio. Pechino è oggi l'unico interlocutore credibile fra Teheran e Washington, e il riconoscimento operativo di questo è venuto dalla stessa Casa Bianca: la visita di Trump a Pechino del maggio prossimo può non parere un summit fra pari, ma una richiesta di aiuto. La frase di Pieranni che riportavo — «la stabilità di Hormuz e quella del mondo sono diventate due facce della stessa medaglia geopolitica» — ha come potenziale corollario la $\sigma$ cinese sulla funzione "broker iraniano".

Dentro la formula: la capacità (Cf) è alta perché Pechino assorbe il novanta per cento dell'export iraniano e ha leva commerciale corrispondente; il vincolo domestico sulla funzione (1−ρf) è favorevole perché il win-set cinese permette il brokeraggio energetico-diplomatico (lo specifico vincolo, ricordiamolo, è sull'esposizione politica visibile, non sull'influenza esercitata sotto-soglia); la compatibilità sistemica ($\varphi^f$) è alta perché anche gli USA di Trump hanno di fatto accettato platealmente il ruolo cinese, sia pure obtorto collo. Il prodotto dei tre fattori dà una $\sigma$ alta che sta producendo, in tempo reale, il "nuovo ordine energetico" che Pieranni descrive in questi termini, con il prezzo dello stretto che viene deciso più a Pechino che a Washington.

Tappo B. Russia, funzione energetico-logistica. Il caso interessante in due sensi, perché mostra la complementarità e al tempo stesso il limite della tappabilità. Mentre la Cina fa il broker, la Russia fa il fornitore: il viaggio di Lavrov a Pechino del 12 aprile, con la formula «Mosca è pronta a colmare il deficit di risorse», ha sancito il ruolo di Mosca come fornitore alternativo per i paesi asiatici tagliati fuori da Hormuz — Filippine, Malesia, Indonesia, Giappone: alcuni dei quali non sono particolarmente fan del regime russo. L'Urals ha toccato i 106 dollari al barile a metà aprile, +42% sul mese precedente, con un afflusso di rendita energetica per Mosca dell'ordine dei 40 miliardi di dollari annui aggiuntivi, se i prezzi tengono.

Dentro la formula: capacità alta (riserve, oleodotti, flotta ombra costruita in dieci anni di sanzioni); vincolo domestico sulla funzione molto basso (anzi: il regime russo ha bisogno di esercitare quel ruolo, perché la propria legittimazione interna oggi dipende dall'essere percepito come potenza energetica); compatibilità sistemica alta perché chi compra non ha alternative.

È importante non chiudere qui, però, perché il tappo russo ha un difetto strutturale che vale la pena nominare. Il Power of Siberia 2 non sarà operativo prima del 2030; le esportazioni russe di grano sono crollate del 29 per cento nel 2025; e Pechino, proprio per non dipendere troppo da Mosca, sta correndo a diversificare con Turkmenistan e Canada. Il Carnegie Endowment (Gabuev e Vakulenko, gennaio 2026) e Kimberly Marten della Columbia hanno descritto la Russia come un opportunistic disruptor più che come un credible counter-hegemon: ha abbandonato Assad nel 2024, ha dato all'Iran solo retorica e qualche S-300, ha fallito con Maduro nonostante la "partnership strategica" del 2025. Tradotto nei termini del modello, il tappo russo entra ma sibila — la $\sigma$ è alta nominalmente, ma il payoff reale che riesce a estrarne è molto più basso del prodotto dei tre fattori, perché le promesse di copertura non si traducono integralmente in copertura reale. Il vuoto non resta vuoto, ma la sostituzione perde un po' di pressione, e il sistema funziona a regime degradato. In metafora, è esattamente la differenza tra un tappo nuovo e un tappo riciclato.

Tappo C. Europa, funzione burocratico-procedurale. È il caso meno ovvio dei tre, ed è quello che oggi 4 maggio si rende visibile mentre scrivo. A Erevan, in Armenia, si tiene l'ottavo vertice della Comunità Politica Europea: 48 capi di stato, primo summit bilaterale UE-Armenia, primo non-europeo invitato (il canadese Mark Carney), Rutte per la NATO, Macron in visita di stato, Zelensky, Starmer, Tusk. Aliyev partecipa solo per video. Agenda: connettività, sicurezza democratica, Caucaso, Medio Oriente, Ucraina. Slogan: "Building the Future: Unity and Stability in Europe". La vista è quella che ci si aspetta da un summit europeo — procedure, comunicati congiunti, dichiarazioni concordate al millimetro, foto di gruppo studiate, traduzione simultanea in venti lingue. Il commento abituale, qui in Italia, sarebbe ironico: l'Europa che parla mentre il mondo agisce. Mi pare un commento sbagliato, e voglio spiegare perché da dentro il modello.

Dentro la formula: l'Europa ha $\sigma$ alto sulla funzione "presidio procedurale". Capacità: l'apparato istituzionale europeo è il più denso del mondo per dotazione di funzionari permanenti, fondi strutturali, capacità negoziale codificata. La missione EUPM Armenia, attivata il 21 aprile con mandato biennale per affiancare Erevan su FIMI, cyber, flussi finanziari illeciti, è un esempio operativo: capacità specifica, chiaramente delimitata. Il vincolo domestico sulla funzione è quasi nullo: il win-set composito europeo non solo permette il brokeraggio multilaterale, lo richiede come unico modo per tenere insieme ventisette paesi che internamente non concorderebbero su quasi nulla. La compatibilità sistemica è inaspettatamente alta: anche Russia e Cina, paradossalmente, accettano l'Europa in quel ruolo perché non li minaccia; Pashinyan ci va perché ha bisogno di cornice europea per giustificare il distanziamento da Mosca; Aliyev partecipa via video perché il consesso è abbastanza neutro da poter essere onorato senza impegno; Carney è invitato come partner nuovo del Commonwealth europeo informale. Il prodotto dei tre fattori dà una $\sigma$ alta su una funzione molto specifica.

Il punto polemico che voglio segnare qui, e che è il rovesciamento principale del giudizio convenzionale, è che in un sistema dove il $\rho$ alto autocratico (Cina, Russia) e il $\rho$ alto democratico-disfunzionale (USA) sono entrambi tossici, la noiosa prevedibilità europea — burocratica, lenta, procedurale, chiaramente non interessata a dominare — diventa per la prima volta una virtù tappante. Per quindici anni ci siamo convinti che la lentezza europea fosse una debolezza, e in molti contesti lo è stata. Oggi, in un mondo di attori a $\rho$ alto e $\sigma$ alto su funzioni aggressive, la lentezza europea diventa una forma di affidabilità relativa, che si paga con una $\sigma$ non trascurabile su una funzione che gli altri non possono o non vogliono coprire. Erevan è il caso in cui questo paradosso si rende visibile: i 48 leader vanno lì non perché l'Europa abbia leve coercitive, ma perché l'Europa è l'unico spazio in cui Pashinyan, Aliyev (ok, per video), Macron, Zelensky, Starmer e Tusk possono sedersi insieme senza che il consesso significhi una mossa strategica forte di per sé. La forza dell'Europa è esattamente che il consesso non significa niente di stridente. È letteralmente la piazza neutra. Carney l'ha capito e ha chiesto di partecipare — primo non-europeo della storia dell'EPC. Rutte ci va perché ha bisogno di un foro che non sia la NATO per discutere temi che la NATO non può ufficialmente discutere.

Il limite del tappo europeo, da non nascondere, è che $\sigma$ europeo è alto solo su funzioni procedurali. Su funzioni militari $\sigma$ europeo è basso: capacità ridotta (per quanto in crescita), win-set composito che non autorizza azione coercitiva di taglio anche solo medio, compatibilità sistemica scarsa perché nessuno ci crede ancora. L'Europa è un tappo monofunzionale: dove funziona, funziona; dove non funziona, non c'è modo di rimediare nei tempi della crisi. Il vertice di Erevan è il caso buono; la guerra in Iran, dove l'Europa è stata invisibile, è il caso cattivo. La differenza tra i due dipende interamente dalla $\sigma$ specifica per funzione, ed è il modo corretto di leggerla.

La Tabella 3 sintetizza qualitativamente la $\sigma$ dei principali attori sulle sei funzioni sistemiche più rilevanti oggi. La lettura per riga descrive il portafoglio funzionale di ciascun attore; la lettura per colonna descrive chi può coprire un certo vuoto e con quale qualità. Il punto più importante della tabella è che oggi nessun attore ha $\sigma$ alto su tutte le funzion. L'era della copertura egemonica è finita e la copertura distribuita è strutturalmente di qualità inferiore: ma questo non necessariamente deve essere una cattiva notizia.

Attore \ Funzione Sicurezza marittima Brokeraggio Iran/Golfo Fornitura energetica alt. Presidio procedurale Garanzia alleanze militari Difesa antidrone
USA (storico garante) ALTA ↓ BASSA MEDIA BASSA ↓ ALTA ↓ MEDIA ↓
Cina MEDIA ↑ ALTA MEDIA BASSA BASSA MEDIA
Russia BASSA BASSA ALTA (difett.) BASSA BASSA BASSA
Unione Europea BASSA BASSA MEDIA ALTA BASSA ↑ MEDIA ↑
Ucraina BASSA MEDIA ↑ ALTA ↑↑

Tabella 3. Tappabilità qualitativa σ per attore × funzione. Le frecce indicano direzione del trend. "Difett." = tappo difettoso (capacità nominale alta, qualità effettiva ridotta). Nessun attore ha oggi σ alto su tutte le funzioni: l'era della copertura egemonica è finita.

Naturalmente — e sono ben consapevole che sia un limite — le attribuzioni nascono da mie valutazione soggettive, derivate dalla lettura di articoli e paper a tempo perso, senza pretesa di aver raggiunto la verità assoluta. Sto scrivendo un long-form; non mi sto candidando per il Nobel all'economia.

9. Il caso U, ovvero come si solleva il proprio tetto

Tutti gli esempi finora descrivono attori che giocano al ribasso rispetto al loro tetto strutturale: la Cina che vorrebbe ma non può, gli USA che potrebbero ma non vogliono, la Russia che non può e non vuole, l'Europa che può e fa, ma solo entro la propria specializzazione procedurale. C'è un caso, dentro il sistema attuale, che il modello base avrebbe escluso a priori: un attore strutturalmente periferico che ha costruito sotto pressione esistenziale una posizione di rete enormemente più alta del proprio tetto apparente. È il caso ucraino, ed è importante perché corregge la Proposizione 1 del modello in un punto specifico.

Elenco prima i fatti, perché sono recenti e in parte spettacolari. Garry Kasparov ed Uriel Epshtein, sulla loro newsletter The Next Move, hanno fissato in due interventi pubblicati a marzo e a maggio il punto teorico che mi serve. Primo intervento: "Iran: The Russia-Ukraine Angle", 6 marzo 2026. L'osservazione centrale è che da quattro anni l'industria iraniana di droni Shahed equipaggia l'aviazione russa contro l'Ucraina (oltre 57.000 unità lanciate dall'inizio dell'invasione su larga scala) e che, simmetricamente, da quattro anni l'Ucraina ha sviluppato la più avanzata capacità mondiale di intercettazione di quei droni. Quando a febbraio gli Shahed iraniani hanno cominciato ad arrivare addosso alle basi americane in Iraq e nel Golfo, l'amministrazione Trump si è dovuta rivolgere a Kyiv per assistenza tecnica. ABC News ha confermato che Stati Uniti, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno trattato con Kyiv per l'acquisto di droni intercettori. Secondo intervento: "Putin Is in Trouble", 4 maggio 2026, basato su un dossier d'intelligence europea trapelato e ripreso da CNN. La sostanza: Putin si rifugia per periodi prolungati in vari bunker; la parata del 9 maggio è stata drasticamente ridimensionata per la prima volta in trent'anni perché i droni ucraini hanno colpito l'aeroporto di Mosca, un quartiere residenziale del centro, e raffinerie sparse nella Russia occidentale fino a 1.500 chilometri dalla linea di contatto.

Adesso il modello. L'Ucraina del 2021 era un attore strutturalmente periferico: PIL inferiore al duecentesimo dell'aggregato OCSE, popolazione in declino, posizione geografica scomoda, classe dirigente debole, recente traiettoria politica turbolenta, corruzione dilagante, presidente eletto due anni prima da una piattaforma politica anti-corruzione minimalista — Volodymyr Zelensky, ex attore comico di una serie televisiva chiamata Servitore del popolo che era partita come satira e gli era esplosa addosso come destino. Tutto il suo profilo pre-2022 lo collocava nei quadranti bassi del piano $\delta$ × $\rho$, e tutto il profilo del suo paese lo collocava periferico nella rete di centralità globale. Il tetto strutturale $V_U^{\ast}$ era basso. Le carte erano poche, come gli è stato anche detto al primo negoziato a Washington.

Il punto è che gli è stato detto nel momento sbagliato. Il 24 febbraio 2022 la Russia ha invaso l'Ucraina convinta di occuparla in tre giorni. La scelta di Kyiv di non capitolare — l'unica scelta apparentemente perseguibile per non scomparire come stato sovrano — ha attivato un meccanismo che il modello base non aveva previsto: in alcune fasi di transizione strutturale rapida la posizione di rete di un attore non è invariante rispetto al comportamento dell'attore stesso. Può essere modificata. E può essere modificata verso l'alto se l'attore costruisce, in questo caso sotto un'evidente pressione esistenziale, una funzione sistemica nuova che gli altri attori non sapevano nemmeno di dover coprire.

Qui entrano in gioco i due nuovi parametri del modello, in modo coordinato. Sul $\delta$: la pressione esistenziale produce un fattore di sconto altissimo per costruzione, perché quando la sopravvivenza dipende dal prossimo round non ci sono alternative razionali al pensare lungo. Sul $\rho$: la guerra di aggressione totale azzera il vincolo domestico sulla funzione "difesa", perché la società ucraina ha ratificato implicitamente un win-set unico (sopravvivere) entro cui ogni mossa difensiva è dentro il consenso. Sul $\sigma$: la combinazione di emergenza, talento ingegneristico distribuito, ecosistema di startup tecnologiche e necessità di sviluppare strumenti a basso costo per fronteggiare l'asimmetria di risorse ha fatto emergere una capacità specializzata — droni di attacco e intercettazione a costi unitari dell'ordine dei 1.000 dollari, contro asset russi che ne valgono milioni — che fino al 2022 non esisteva nemmeno come categoria sistemica. L'Ucraina non ha riempito un vuoto altrui: ha creato una funzione di rete che il sistema non sapeva di richiedere, e poi se l'è conquistata.

Quando Kasparov osserva che gli Stati Uniti più ricchi del mondo e i Sauditi più ricchi del Golfo si rivolgono oggi a Kyiv per la propria difesa antidrone, sta descrivendo in linguaggio retorico esattamente la $\sigma$ ucraina sulla funzione "difesa asimmetrica antidrone" — dentro la formula moltiplicativa: capacità alta (costruita in garage, come scrive Kasparov, ma diventata industriale a tempo di record), vincolo domestico bassissimo (1−ρf prossimo a uno), e compatibilità sistemica esplosiva (tutti gli altri attori la accettano in quel ruolo perché nessuno ce l'ha alternativa). Il prodotto dei tre fattori dà una $\sigma$ altissima su una funzione che fino a tre anni fa il sistema considerava marginale, e che oggi è diventata centrale per la sicurezza delle basi militari occidentali in Medio Oriente.

La conseguenza sul modello è importante e va detta in chiaro: in fasi di transizione strutturale rapida, la Proposizione 1 del modello — il tetto $V_i^{\ast}$ è dato dalla struttura — va corretta. Il tetto è statico in regime stazionario, ma in regime di transizione alcuni attori riescono a modificare la propria centralità di rete (il coefficiente $c_i$ del primo pezzo, l'eigenvector centrality quale misura di importanza strutturale nella rete) creando funzioni nuove e occupandole prima che gli altri possano contendergliele. Non capita spesso e non capita a tutti: richiede la combinazione di pressione esistenziale che azzera o per lo meno neutralizza il $\rho$; capacità di costruire la funzione nei tempi necessari (la finestra è stretta); leadership che articoli la nuova posizione di rete in modo riconoscibile dagli altri attori. Quando i tre fattori si allineano, l'attore solleva il proprio tetto, e il sistema è obbligato a riconoscergli un ruolo che nessun modello stazionario avrebbe potuto prevedergli.

Tengo a chiarire un elemento importante, perché non vorrei che queste affermazioni portassero qualcuno ad attribuirmi opinioni letteralmente oscene. Sostenere che l'Ucraina abbia "colto un'occasione", o che il sollevamento del tetto sia una sua "scelta", sarebbe lo schema retorico filorusso classico, e va rifiutato senza tentennamenti. La scelta dell'Ucraina non è stata diventare potenza bellica, né di proseguire la guerra, né di essere la nuova piattaforma globale di difesa antidrone. La scelta dell'Ucraina, in senso stretto, è stata non capitolare davanti a un'aggressione di sterminio. Ogni passo successivo è stato la risposta razionale — razionale dentro il modello, non desiderabile dal punto di vista di chi la subisce — a un vincolo imposto dall'aggressore. Il costo umano della guerra è interamente imputabile all'aggressore, non alla risposta dell'aggredito; il modello, descrivendo come l'aggredito ha modificato la propria posizione di rete, non sta dicendo nulla di valoriale sulla guerra, né sta sostenendo che la mobilizzazione bellica sia un meccanismo desiderabile per accumulare centralità. Sta dicendo l'opposto: che certe vie di sollevamento del tetto sono accessibili soltanto attraverso costi che nessun attore razionale sceglierebbe se avesse l'alternativa di evitarli. L'Ucraina non aveva l'alternativa. Il 24 febbraio 2022, Vladimir Putin gliel'ha tolta.

Detto questo, e detto bene, vale anche l'osservazione speculare che illumina il caso A. Zelensky e Trump partivano da profili elettorali simili — outsider, comunicatori, populisti, eletti contro la classe dirigente del proprio paese — ma i loro paesi sono stati colpiti da vincoli strutturali opposti. Gli Stati Uniti hanno ricevuto, per dieci anni, una pressione di declino senza minaccia esistenziale: ne è risultato un $\rho$ crescente e cristallizzato (sottoprodotto: il MAGA), un $\delta$ calante, e un attore che si ritira dalle funzioni che presidiava perché il proprio win-set non gli permette più di tenerle.

L'Ucraina ha ricevuto, dal 24 febbraio 2022, una pressione esistenziale immediata: ne è risultato un $\rho$ azzerato, un $\delta$ massimizzato (perché se ogni partita ti costa la vita, allora devi guardare all'intera serie per poterle vincere tutte) e un attore che crea funzioni nuove e le occupa. Lo stesso tipo di leader, in due ambienti strutturali diversi, è anticipazione semiotica (e non causa, come ci siamo detti) di esiti opposti. Il modello non è deterministico sul leader: è deterministico sull'interazione tra leader e struttura, ed è questo che lo rende interessante. Trump non è Zelensky perché l'America non è l'Ucraina, e l'America non è l'Ucraina perché nessuno la sta invadendo. Tradotto: la disfunzione di una democrazia centrale è una patologia dei tempi lunghi; la coesione di una democrazia periferica sotto attacco è una proprietà dei tempi brevi. Sul lungo periodo, sono i tempi lunghi che vincono: ed è una notizia ambigua, perché vuol dire che il sollevamento ucraino è fragile rispetto alla durata del supporto occidentale, e che la disfunzione americana è robusta rispetto alla volontà dei suoi correttivi interni.

Ultimo punto, perché mi pare onesto segnalarlo. La $\sigma$ ucraina sulla difesa antidrone è condizionata al supporto esterno: senza l'aiuto militare e finanziario occidentale, la capacità di sostenere la guerra crolla, e il tetto sollevato collassa col venir meno delle condizioni che lo tenevano alto. È una posizione di rete reale ma fragile, e la sua robustezza dipende da decisioni che si prendono altrove (a Washington, a Berlino, a Bruxelles). Quello che il caso U dimostra — e che il modello deve registrare — è la possibilità, non la stabilità. È già molto, perché il modello nella sua versione stazionaria escludeva anche la possibilità; non è la garanzia che il sollevamento regga, soprattutto in un sistema dove gli attori centrali (USA in primis) stanno revocando proprio le condizioni esterne che lo tenevano possibile.

D'altra parte — fatemi chiudere con una speranza — gli assetti internazionali cambiano in tutte le dimensioni, e non è improbabile che la mancata tappabilità di A sul caso ucraino lasci spazio, come in parte sta succedendo, a un ruolo attivo europeo, non necessariamente militare. Sembrerebbe anzi che la relazione di Ucraina e UE sia in questo momento complementare, anche nell'ottica della progettazione di una difesa europea concretamente efficace. Ecco quindi un altro caso di minaccia potenziale che diventa un'opportunità. Un'opportunità che, a quanto parrebbe, non prevede un ruolo attivo di A.

10. Il modello formale, in tre proposizioni

Possiamo finalmente dire in che senso preciso il sistema sia subottimale. Il modello esteso si articola in tre proposizioni di profondità crescente.

Proposizione 1. La struttura fissa il tetto. Le relazioni internazionali — distribuzione di potenza, geografia, flussi materiali, finestre temporali di cooperazione — determinano per ogni attore i un payoff per round ottimale $\pi_{ott}$ raggiungibile in linea di principio, e dunque un tetto di lungo periodo

$$V_i^{\ast} = \frac{\pi_{ott}}{1 - \delta_i}$$

In regime stazionario, sopra $V_i^{\ast}$ non si va. Questa è la lezione del realismo classico: la struttura conta. In fasi di transizione strutturale rapida, un attore può sollevare il proprio tetto creando funzioni nuove sotto pressione esistenziale (caso U), ma la finestra è stretta, costosa, condizionata al sostegno esterno e non scelta dall'attore stesso, ma imposta dalle circostanze. La regola, nei tempi lunghi, resta che il tetto vincola.

Proposizione 2. La politica interna determina la distanza dal tetto. Ogni attore reale ha $\rho_i$ > 0, e dunque

$$V_i^{eff} = V_i^{\ast} - \frac{\rho_i \cdot (\pi_{ott} - \pi_{vinc})}{1 - \delta_i} < V_i^{\ast}$$

La distanza $V_i^{\ast}$ − $V_i^{eff}$ è la perdita per inerzia domestica, ed è strettamente positiva per ogni attore reale. È la correzione neoclassica al realismo classico: la struttura conta, ma la sua trasmissione è imperfetta. Nessun giocatore reale opera al proprio tetto. La componente $\rho$ è generalmente più contenuta nelle democrazie funzionanti per ragioni di disegno istituzionale, non di virtù morale.

Proposizione 3. La tappabilità corregge marginalmente, con perdita di qualità. Quando un attore centrale defeziona (riduce la propria $\sigma$ su funzioni che presidiava), gli altri attori vengono chiamati a coprire i vuoti in proporzione alle proprie $\sigma$; il sistema riassorbe parte della perdita ma non tutta, perché i sostituti hanno generalmente $\rho$ più alto del defezionatore originale sulla funzione (i tappi sono difettosi), perché possono coprire solo le funzioni compatibili col proprio win-set, e perché le funzioni mal coperte degradano nel tempo. Il payoff totale di sistema è

$$W = \sum_i V_i^{tot} \leq \sum_i V_i^{\ast} = W^{\ast}$$

e la perdita strutturale di sistema $W^{\ast}$W ha tre componenti che si sommano e — ed è il punto cattivo — interagiscono in modo sub-moltiplicativo. La componente $\delta$ è l'erosione del fattore di sconto per perdita di credibilità (oggetto del primo pezzo). La componente $\rho$ è l'inerzia domestica che impedisce agli attori di muoversi nello spazio ottimale. La componente $\sigma$ è il mismatch tra le funzioni vacate dal defezionatore e le funzioni effettivamente coperte dai sostituti. Un sistema con simultaneamente $\delta$ basso, $\rho$ alto e $\sigma$ mal distribuito non è "molto subottimale" in senso aggettivale: è strutturalmente intrappolato in un equilibrio Pareto-inferiore che nessun attore può migliorare unilateralmente. Coordination failure in forma stabile.

Il modello completo, riassunto in una frase: le relazioni internazionali pongono un soffitto, la politica interna abbassa quanto ci si può alzare verso il soffitto, la tappabilità distribuisce in modo subottimale i vuoti che si aprono, e in casi rari (Ucraina) un attore sotto pressione esistenziale riesce a sollevare il proprio soffitto creando una funzione che il sistema deve riconoscergli. Il sistema tende alla subottimalità per costruzione, non per accidente. La frontiera ottimale richiederebbe simultaneamente $\delta$ alto in tutti gli attori centrali, $\rho$ basso in tutti gli attori centrali, e $\sigma$ alta e ben distribuita su tutte le funzioni; condizione storicamente eccezionale, riscontrata fra il 1991 e il 2008, mai prima e mai dopo (mi pare di poter dire). Quello che osserviamo da almeno tre anni non è il fallimento di una politica: è il ritorno alla normalità storica, in cui i sistemi internazionali sono strutturalmente subottimali e la cooperazione iterata è un'eccezione che richiede manutenzione costante.

11. Cosa può fare l'attore medio, in tre formule

Riprendo il programma in tre punti che il primo pezzo aveva proposto per l'attore medio del sistema (l'Unione Europea innanzitutto, ma anche Giappone, Corea del Sud, Brasile, India, Canada, Australia), e lo aggiorno alla luce del modello esteso. Il programma originario — costruire architetture cooperative alternative, investire in capacità di difesa autonoma, riconfigurare le filiere tecnologiche — resta valido. Tre integrazioni.

Prima integrazione: quando si valuta un partner, bisogna stimare non solo il suo $\delta$ ma anche il suo $\rho$. Un partner con $\delta$ alto e $\rho$ basso è un alleato di prima classe. Un partner con $\delta$ alto e $\rho$ alto — la Cina di Sharp e Pieranni — è un alleato ambiguo: vorrebbe cooperare e talvolta non può, e i suoi segnali sono sistematicamente sporchi di rumore domestico. Hedging è la parola corretta, e le politiche europee dell'ultimo triennio sembrano averla finalmente metabolizzata, sia pure con un ritardo significativo.

Seconda integrazione, meno comoda. Se $\rho$ è funzione del regime politico, allora un programma di lungo periodo per ridurre il $\rho$ del sistema internazionale passa attraverso il rafforzamento delle democrazie esistenti e, dove possibile, attraverso il sostegno alle transizioni democratiche in atto. Non per ragioni morali (anche se ci sono e spero non necessitino di una discussione approfondita), ma per ragioni operative: un sistema internazionale popolato da democrazie funzionanti è un sistema con varianza sistemica più contenuta, finestre cooperative più stabili, meno tipping point latenti, costi di coordinamento più bassi nel medio periodo. È l'argomento liberal-democratico classico, riformulato in termini di proprietà strutturali del gioco iterato. Il fatto che oggi una delle principali democrazie sia anche il principale defezionatore non smentisce l'argomento: lo rende più urgente, perché spiega che il problema non è la democrazia in sé, ma la disfunzione di una democrazia specifica. E che il rimedio passa attraverso il rafforzamento del meccanismo democratico, più che attraverso la sua sostituzione con qualunque alternativa autoritaria. È anche, per inciso, l'argomento per cui il sostegno all'Ucraina non è negoziabile sul piano operativo, prima ancora che su quello morale: U è un caso di democrazia che ha sollevato il proprio tetto creando una funzione che oggi serve a tutti. Abbandonarla equivarrebbe ad accettare un sistema in cui solo le autocrazie possono permettersi di tappare i vuoti che si aprono.

Terza integrazione, quella che il modello $\sigma$ rende esplicita. L'Europa, nel sistema attuale, ha una funzione tappante reale e specifica — il presidio procedurale multilaterale — che dovrebbe smettere di trattare come un peso e iniziare a coltivare come un asset strategico. Erevan oggi non è una cerimonia: è un lavoro effettivo che il sistema ha bisogno che qualcuno faccia, e che solo l'Europa può fare nei modi e nei tempi richiesti. Se accettiamo questo, le implicazioni operative sono concrete: rafforzare il bilancio EEAS, espandere le missioni civili tipo EUPM Armenia, formare ulteriori quadri specializzati nel brokeraggio multilaterale, fare dell'EPC un foro stabile e non solo un rito biennale, articolare una dottrina diplomatica europea che riconosca la specializzazione procedurale come funzione primaria, invece che come ripiego della funzione militare che non sappiamo svolgere (tuttavia, perché questo sia recepito correttamente, è necessario che nel frattempo si dimostri capace di svolgerla). Non è diventare gli amministratori di condominio del mondo, per quanto sia una professione sottovalutata, quanto occupare un posto che il modello indica come strutturalmente vacante, con la sola modalità in cui possiamo occuparlo bene. È quello che fanno gli attori razionali in un sistema iterato: leggono la propria $\sigma$ e la maturano.

Una nota terminologica e una di tempi. Sulla terminologia: ho già detto che "tappabilità" è una parola brutta e in parte sbaglita. Me ne scuso, ma cattura una proprietà sistemica che le alternative più eleganti non fanno ("flessibilità" è generica, "responsività" è ambigua, "disponibilità" è troppo morale). Sui tempi: lavorare sui win-set propri e altrui, alzare la propria $\sigma$ su funzioni che oggi non si presidiano, ridurre il proprio $\rho$ — sono tutti processi lentissimi. Una generazione, forse due. Più lenti del ciclo politico in cui si dovrebbe operare, e infinitamente più lenti del ciclo strutturale che oggi sta cambiando con velocità senza precedenti dal 1945. Si tratta di una notizia oggettivamente cattiva. Ma è anche un argomento molto forte contro la procrastinazione: ogni mese in cui non si comincia a lavorare è un mese in cui l'asimmetria si aggrava. In questo senso, ogni leader politico che si comporti come un incel rintronato da un'essessiva esposizione alla manosfera — pure nel procurarci un trauma — non ci fa altro che un favore.

12. Coda. Le tre ombre, e il piano in cui si proiettano

Il primo pezzo si chiamava L'ombra del futuro perché il suo soggetto era il fattore di sconto: la pressione che il prossimo round, e tutti i round successivi, esercita sulle decisioni dell'oggi. La metafora coglieva una proprietà importante: il futuro, in un sistema iterato razionale, non è un'astrazione lontana, ma una presenza concreta che si proietta sul tavolo del presente e ne sagoma le mosse. Quando la sorgente di luce si abbassa — quando il $\delta$ collassa — l'ombra si allunga e si deforma; quando la sorgente si spegne, l'ombra scompare e con essa la pressione cooperativa del sistema.

Era anche il motivo per cui avevo scritto quel pezzo. Le relazioni internazionali fanno parte del mio kit di formazione, ma non costituiscono il mio impegno attuale. Il motivo per cui trovo l'argomento pertinente alla mia attuale occupazione è il fatto che, anche in questo caso, le idee producono effetti reali. La visione del futuro che abbiamo determina la nostra propensione alla cooperazione; la scelta della nostra forma di governo determina la salute del sistema.

Questo secondo pezzo si chiama L'ombra del passato perché il suo soggetto principale è speculare. Ogni attore che entra nel gioco non lo fa da una tabula rasa: lo fa portandosi addosso la sedimentazione di tutte le pressioni strutturali che hanno plasmato la sua configurazione domestica negli anni e nei decenni precedenti. Quella sedimentazione si proietta a sua volta sul tavolo del presente, ma in direzione opposta: non come pressione cooperativa, ma come vincolo sull'azione disponibile. È l'ombra del passato che restringe lo spazio delle mosse possibili anche quando la struttura presente concederebbe spazi più larghi.

Ma c'è una terza ombra, ed è quella che ho cercato di mettere in luce nella seconda metà del pezzo. Quando un attore centrale si ritira da una funzione che il sistema non può lasciare vacante, il vuoto che apre proietta a sua volta una pressione sul tavolo — trasversale alle prime due, perché non chiede agli altri di vedere il futuro o di superare il proprio passato, ma di occupare un posto che non avevano scelto. È l'ombra del vuoto, e i suoi segnali sono i più difficili da leggere perché si manifestano come opportunità (rendite di tappabilità), ma con dentro un'obbligazione (l'occupazione di una funzione sistemica). Pechino che diventa broker iraniano, Mosca che diventa fornitore di scorta, Bruxelles che diventa piazza neutra di Erevan, Kyiv che diventa centro mondiale della difesa antidrone: nessuno di loro aveva pianificato quel ruolo, tutti loro lo stanno svolgendo perché il sistema lo richiede o perché un'aggressore glielo ha imposto.

Ogni gioco internazionale serio si gioca sulla sovrapposizione di queste tre ombre. Quando la luce del futuro è alta, la sedimentazione del passato è leggera e la copertura del presente è ben distribuita, il sistema è nello stato che le istituzioni multilaterali del dopoguerra avevano preservato per decenni: ottimi cooperativi accessibili, transizioni graduali, equilibrio robusto. Quando una sola delle tre dimensioni si guasta, il sistema scricchiola, ma regge. Quando se ne guastano due, scivola verso una configurazione meno gradevole. Quando si guastano tutte e tre simultaneamente — ed è forse dove ci troviamo ora — il sistema entra in una stabilità tossica che non collassa, ma non si ristabilizza nemmeno: equilibri Pareto-inferiori intrappolati in se stessi, copertura delle funzioni mal distribuita, perdita strutturale persistente.

Concludo quindi citando un caso che il modello, proprio perché tiene insieme le tre dimensioni, riesce a leggere in modo forse originale. La dottrina della guerra ibrida — gli interventi attivi nella tradizione del GRU, la dezinformatsiya, l'interferenza nei processi elettorali, la frammentazione delle narrative domestiche degli avversari — non è una strategia sul δ né sul σ: è una strategia sul ρ altrui. La Russia di Putin, che nel modello occupa stabilmente il quadrante del predatore residuale, ha sviluppato una capacità specializzata non nel costruire potenza positiva, ma nell'alzare il vincolo domestico dei propri target: frammentare il win-set, amplificare le fratture interne, rendere più costosa per il paese avversario la mossa cooperativa ottimale. È una strategia razionale per un attore con δ basso e ρ alto proprio: non potendo competere sul piano del payoff iterato, gioca al ribasso — abbassa il soffitto degli altri invece di alzare il proprio. La proprietà più interessante di questa strategia, però, è che funziona soltanto nell'opacità: richiede che il target non riconosca la fonte della propria disfunzione interna, e che la minaccia rimanga sotto la soglia della risposta razionale collettiva. L'invasione aperta dell'Ucraina ha bruciato quella soglia. Ha abbassato il ρ europeo sulla difesa — win-set che non ratificavano riarmo ora lo fanno; ha azzerato il ρ ucraino sulla funzione difensiva, generando il tappo che il sistema non sapeva di richiedere; ha degradato la propria tappabilità energetica riducendo la compatibilità sistemica φ presso i paesi che avrebbero potuto accettare Mosca come fornitore alternativo senza imbarazzo politico. Una mossa pensata per operare su una sola dimensione ha prodotto effetti perversi su tutte e tre simultaneamente. Il modello non prevede questo esito: però lo spiega.

Anatol Rapoport, l'inventore di Tit-for-Tat, era un pacifista ebreo russo che aveva attraversato il Novecento osservando da vicino sia l'autocrazia sovietica che la democrazia americana, e che aveva passato la seconda metà della vita cercando di mostrare con i numeri quello che la storia gli aveva insegnato a vedere a occhio nudo. Le sue quattro righe di codice del 1980 erano un argomento sui sistemi che reggono nel tempo. Quarantacinque anni dopo, mi pare valga la pena estendere quell'argomento di un passo: i sistemi reggono nel tempo non solo perché i loro attori vedono il futuro, ma perché i loro attori sono istituzionalmente capaci di rispondere a ciò che vedono e perché le funzioni sistemiche sono strutturalmente coperte da chi può farlo. Quando una delle tre condizioni viene meno, la cooperazione comincia a scricchiolare. Quando vengono meno tutte e tre, il rumore diventa la regola e la struttura cooperativa si dissolve.

Resta da capire se siamo già in questa fase o se siamo ancora in tempo per evitarla. Il modello, ovviamente, non lo dice: i modelli non rispondono mai alle domande che contano davvero. Quello che il modello dice è dove guardare e cosa misurare — il $\delta$ globale, i $\rho$ degli attori centrali, le $\sigma$ sulle funzioni sistemiche — e quale sia la perdita strutturale rispetto al tetto teorico. Le tre ombre sul tavolo ci sono. Oggi si sovrappongono in modo non incoraggiante. Ma da qualche parte, sotto la stessa luce che le proietta, c'è anche un attore periferico che ha sollevato il proprio tetto creando una funzione che il sistema non sapeva di richiedere, e il sistema ora gliela riconosce. Vale la pena di nominarle, le ombre, perché nominarle è il primo passo per misurarle, e misurarle è il primo passo per fare qualcosa di sensato a riguardo. Il resto, come il primo pezzo, è aritmetica. Soltanto aritmetica.


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