Umberto Eco nella sua biblioteca domestica
Eco nella sua biblioteca domestica (Leonardo Cendamo/Getty Images).

Entro nell'aula, il professore chino su dei fogli stampati e annotati. Con lui tutti gli altri esaminatori: almeno una decina, molti dei quali conoscevo già.

«E ora ci spieghi perché mai ha deciso di fare questo master, e quindi lavorare in editoria, e non, diciamo, di spacciare droga.»

Ci penso un secondo. «Mhm. Entrambe le cose non si possono fare?»

Finalmente mi fissa, con l'aria perplessa di chi sta ruminando: «In effetti, a pensarci, sì: l'editoria è una professione in cui si viaggia molto, per cui le due cose si potrebbero conciliare molto bene.»

Inizia così il mio colloquio con Umberto Eco per entrare nel Master in Editoria Cartacea e Multimediale di Bologna, nel settembre 2004. Mi avrebbero preso, condizionando il resto della mia vita professionale — e non solo.

Ma il mio inseguimento di Eco e di quello che rappresentava partiva da molto prima. Nel settembre del 1997, primo giorno del Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione — sempre a Bologna, sempre con il professore — Eco ci disse una cosa che non ho mai dimenticato: «Voi siete qui per diventare come Alcibiade. Non per essere Platone. Alcibiade era allievo di Socrate, non era filosofo, ma guidava eserciti, era un grande comunicatore, un politico. Lo scopo della vostra presenza qui non è creare accademici, ma creare persone che abbiano gli strumenti per stare nel mondo e influenzarlo.»

Poi aggiunse, con lo snobismo che gli era proprio: «Quelli di voi che non riusciranno a laurearsi faranno i giornalisti».

Ho preso sul serio la prima parte. La mia carriera è iniziata studiando semiotica, sociologia, teoria dei media, filosofia del linguaggio. Ho sentito la fascinazione della ricerca, ma non ho mai pensato che potesse essere per me una destinazione a lungo termine, e meno che mai esclusiva. Negli anni sono arrivato ai numeri, alla corporate finance, alla tecnologia. Non ho mai «applicato» la semiotica in senso stretto, non professionalmente. Ma la disciplina mentale che quel percorso imponeva — scomporre problemi, formalizzare, cercare la struttura sotto la superficie — mi ha accompagnato ovunque. Lo strutturalismo ha plasmato il mio modo di ragionare, e Tarski mi è servito più di quanto potessi immaginare seduto in un'aula presa in prestito a Matematica in Via Pincherle.

Oltre a essere personalmente simpatico e un disinvolto bevitore di whisky, Eco aveva una mente combinatoria straordinaria, capace di creare connessioni dove altri vedevano confini. Il DAMS, Comunicazione, il Master in Editoria, i vari dottorati: ogni volta un progetto nuovo, ogni volta un'intuizione generativa. Questa capacità di fondare era il suo genio autentico.

Con onestà e con affetto, credo che il suo limite fosse simmetrico al suo dono. L'energia andava nella creazione; meno nel mantenimento di ciò che aveva creato. Le istituzioni che ha fondato hanno brillato intensamente, ma spesso per cicli brevi — perché la manutenzione dell'eccellenza richiede una pazienza diversa dall'invenzione, e un'organizzazione matura che possa sostenerla.

Alla morte di Eco, dieci anni fa, mi sono chiesto come moltissimi altri che cosa mi restasse di lui. Il mio Eco, quello che ho portato con me per anni, non è stato il semiologo o il romanziere. È stato l'intellettuale che nelle interviste correggeva la domanda prima di rispondere — un terapista wittgensteiniano del discorso pubblico. Ma in questo presente l'esempio di Eco deve portarci oltre. In un'epoca in cui ad aver appreso in modo deteriore la lezione del post strutturalismo, di Foucault e di Derrida sono stati gli Orban, i Trump e i Putin, la viva lezione del maestro sta nella convinzione che la realtà resiste ai nostri schemi mentali, che non è tutto soltanto un effetto di discorso. Che la conoscenza non è un dogma da custodire, ma un programma aperto, cosciente dei propri limiti, forse negoziabile — ma che proprio in quei limiti, nel tentativo ostinato di spostarli, c'è sia la gioia della ricerca, sia il discrimine che separa il vero dal falso.

Grazie, professore. Sei ancora Guglielmo da Baskerville. E noi ancora, con gratitudine e forse altrettanto indegnamente, tanti piccoli Adso da Melk.