In questo atroce contesto storico di guerra, mi piace ricordare che c'è una striscia di costa, lunga poco più di duecento chilometri, incastrata tra le montagne e il mare, che da almeno tremila anni funziona come uno dei più straordinari laboratori di mescolanza mediterranea che la storia conosca. È il Libano. Da quella costa, intorno al X secolo a.C., partirono le navi che portarono l'alfabeto in Grecia e fondarono Cartagine; in quella costa Alessandro pose l'assedio a Tiro per sette mesi; su quei monti i monaci maroniti, in fuga dalle persecuzioni bizantine del VII secolo, costruirono i loro monasteri rupestri tra i cedri millenari; in quelle valli i drusi elaborarono nell'XI secolo la loro teologia segreta, mentre nelle città della costa convivevano musulmani sunniti e cristiani melchiti sotto governi che cambiavano padrone ogni paio di generazioni — Bizantini, Omayyadi, Fatimidi, crociati, Mamelucchi, Ottomani. Quando nel Cinquecento i mercanti veneziani e genovesi tornarono a frequentare il porto di Beirut, trovarono una società in cui si parlavano contemporaneamente l'arabo, il turco, il siriaco, il greco, l'italiano, e in cui le diciotto comunità religiose riconosciute coesistevano in un equilibrio certo instabile — ma sorprendentemente longevo. Tre secoli dopo, sotto il mandato francese, a quel mosaico si sarebbero aggiunti il francese delle scuole gesuite, l'armeno dei profughi del genocidio, il russo dei fuoriusciti zaristi e, infine, dopo l'indipendenza del 1943, l'inglese delle università americane e di una diaspora che cominciava già a guardare verso il Nuovo Mondo.
Per chi è cresciuto nella cultura mediterranea di lingua italiana — e io sono cresciuto sull'Adriatico, un mare poco spettacolare a dir poco, almeno nella mia porzione di costa, ma che è stato per secoli una rotta commerciale preferenziale verso l'Oriente — il Libano è sempre stato qualcosa di più di un paese: è stato il caso paradigmatico di cosa succede quando una società si rifiuta, per millenni, di scegliere una sola identità , e tiene insieme elementi che altrove si sono respinti a vicenda, spesso con la violenza. Non a caso negli anni Sessanta i giornalisti europei lo chiamavano la Svizzera del Medio Oriente: con un'analogia doppia, finanziaria e politica. Da un lato il segreto bancario, la piazza di compensazione tra petrodollari arabi e capitali occidentali; ma anche il delicato federalismo confessionale codificato dal Patto Nazionale del 1943 come se fosse una sorta di costituzione cantonale levantina. Era una metafora che durò il tempo di una generazione, e che il 13 aprile 1975, con l'attacco al bus nel quartiere di Ain el-Remmaneh, iniziò a sgretolarsi insieme alla città che pretendeva di descrivere. Cinquant'anni dopo, mentre il sud del paese viene devastato dall'ennesima guerra che si trascina in forme intermittenti dall'autunno del 2023, quella metafora torna in mente con un'altra valenza: non più come elogio di un modello realizzato, ma come archeologia di un modello immaginato, di cui vale la pena chiedersi che cosa abbia funzionato, che cosa no. E soprattutto perché.
Naturalmente, il Libano è entrato nella mia mente dopo l'ennesimo attacco israeliano, in questo 2026 abbastanza disastroso. Ma mi è venuto in mente anche perché sto rileggendo, a distanza di anni, alcune pagine di Nassim Nicholas Taleb — che è libanese di Amioun, greco-ortodosso, e che del Libano fa, nei suoi libri, un uso teorico costante e per certi versi molto rivelatore. Per chi non lo conoscesse, vale la pena spendere due parole per inquadrarlo, perché il personaggio è atipico e il suo pensiero affascinante merita di essere preso sul serio anche da chi (come me) vi vede alcuni problemi.
Chi è Nassim Nicholas Taleb e cosa propone
Nassim Taleb è un ex trader di derivati che dopo aver fatto soldi negli anni Ottanta e Novanta ha mollato la finanza operativa per dedicarsi a quella che lui chiama "epistemologia del rischio". I suoi libri principali — Il Cigno Nero (2007), Antifragile (2012), Skin in the Game (2018) — formano una pentalogia (Incerto) che è insieme trattato filosofico, autobiografia intellettuale e pamphlet polemico contro quasi tutto l'establishment accademico e tecnocratico contemporaneo. La sua tesi di fondo si può riassumere così: i sistemi complessi sono dominati da eventi rari, imprevedibili e di grande impatto — i "cigni neri" — che le statistiche tradizionali sottostimano sistematicamente perché si basano su distribuzioni gaussiane (la celebre "campana") che funzionano bene per fenomeni come l'altezza degli esseri umani, ma malissimo per fenomeni sociali, economici e finanziari, dove le code della distribuzione sono molto più "spesse" di quanto i modelli prevedano. Il ragionamento soggiacente, molto condivisibile, è che la probabilità non sia una caratteristica della descrizione matematica dei fenomeni, o soltanto un sistema di notazione matematico, ma al contrario deriva dalla struttura stessa dei fenomeni, la cui natura oggettiva va compresa a fondo prima di iniziare ad analizzare.
Per chi ama queste cose: Taleb esprime una critica feroce all'oggettivismo statistico ingenuo, su una traiettoria che converge con quella del grande matematico italiano Bruno de Finetti, pur partendo da premesse filosofiche opposte. Per de Finetti la probabilità non è una proprietà oggettiva del mondo ma il grado di credenza razionale di un soggetto, formalizzato attraverso scommesse coerenti (la sua celebre formula provocatoria era "la probabilità non esiste"); per Taleb invece le distribuzioni sono proprietà reali dei processi generativi, e la distinzione tra Mediocristan ed Extremistan è ontologica, non epistemica. Eppure entrambi arrivano alla stessa conclusione operativa: non si può leggere meccanicamente la probabilità dalle frequenze osservate, e applicare uno strumento statistico richiede sempre un giudizio preliminare sulla natura del fenomeno. Sono due strade diverse — una soggettivista, l'altra realista — verso la stessa diffidenza nei confronti del frequentismo automatico. Da qui la furia ricorrente di Taleb, che ha un caratteraccio, contro economisti, risk manager bancari, esperti di previsione e in generale tutti coloro che vendono — spesso in buona fede — modelli quantitativi che promettono di domare un'incertezza che è per principio non domabile.
Fin qui, la diagnosi. La parte costruttiva del suo pensiero — quella sviluppata soprattutto in Antifragile — propone una distinzione che è diventata il suo marchio: ci sono sistemi fragili (che si rompono sotto stress), sistemi robusti (che resistono allo stress senza rompersi né migliorare), e sistemi antifragili (che dallo stress traggono beneficio, diventando più forti). L'antifragilità non è un'invenzione metafisica: è una proprietà osservabile in molti sistemi reali — il sistema immunitario che si rafforza esponendosi ai patogeni, i muscoli che crescono sotto carico, le foreste con incendi piccoli e frequenti che evitano gli incendi catastrofici, le economie con molte piccole imprese che falliscono spesso ma collettivamente innovano. Il punto teorico di Taleb è che l'antifragilità richiede una specifica architettura del sistema: tante unità piccole, semi-indipendenti, in cui il fallimento di una non si propaga alle altre, e in cui ciascuna paga in proprio i propri errori. È questa proprietà che lui chiama, con un'espressione fortunata, skin in the game: avere la pelle in gioco, esporsi personalmente alle conseguenze delle proprie decisioni, in modo che chi sbaglia paghi e chi ha ragione raccolga i frutti.
Da questa architettura concettuale Taleb deriva una posizione politica che è la più originale e la più scivolosa del suo pensiero. I sistemi grandi, centralizzati, iperconnessi — l'Unione Europea, le banche too-big-to-fail, le filiere globali, le burocrazie sovranazionali, le banche centrali — sono per Taleb fragili per costituzione, perché concentrano i rischi, sopprimono la varianza locale, e permettono a chi prende le decisioni di non subirne le conseguenze (i Davos men che teorizzano la globalizzazione dalle conferenze dove non rischiano nulla). La sua proposta alternativa è quella che chiama stratificazione antifragile: smantellare le strutture di scala enorme, tornare a unità più piccole — città , comunità , cantoni, reti mercantili autonome — e affidare la robustezza del sistema non a un decisore centrale che lo regola, ma alla sua architettura modulare. I suoi modelli espliciti, ricorrenti nei libri, sono le città -stato fenicie — quella rete di porti autonomi che dominò il Mediterraneo per quasi un millennio — e, di nuovo, i Cantoni svizzeri, che sono parte di una federazione che attraversa secoli di guerre europee senza mai collassare, proprio grazie alla sua frammentazione costituzionale. Non è difficile vedere come la prima evocazione abbia, nel suo caso, anche una forte risonanza identitaria: il Taleb levantino greco-ortodosso rivendica una continuità mediterranea pre-araba in cui i Fenici sono gli antenati simbolici di una civiltà del commercio, della scrittura, della scala umana, contrapposta agli imperi di terra che le sono cresciuti intorno e l'hanno periodicamente travolta.
Dove Taleb ha ragione
Diciamolo subito, perché poi verranno le critiche e non vorrei che si scambiasse il dissenso per liquidazione: l'epistemologia di Taleb è, secondo me, una delle pochissime cose veramente nuove uscite dal pensiero economico e sociale degli ultimi venticinque anni, anche per la sua commistione di teoria solida e appeal pop, che pure non guasta. Ha avuto il merito di smontare un'enorme quantità di chiacchiera tecnocratica che si vendeva come scienza, di rendere popolare in forma accessibile l'idea che l'incertezza non sia eliminabile per principio, e di rimettere al centro del discorso pubblico una virtù antica e quasi dimenticata: l'umiltà epistemica. La crisi finanziaria del 2008, che lui aveva sostanzialmente previsto nei termini generali, gli ha dato ragione su un punto cruciale: i modelli di rischio gaussiani usati dalle grandi banche erano falsi, e il fatto che fossero adottati universalmente non li rendeva veri — ma anzi amplificava il danno quando il modello falliva, perché tutti gli attori si scoprivano simultaneamente esposti agli stessi rischi che credevano di aver coperto.
Va inoltre riconosciuto, a chi voglia prenderlo sul serio anche al di là della retorica polemica, che il cuore matematico di Antifragile — cioè la distinzione tra sistemi a risposta convessa e sistemi a risposta concava rispetto ai disturbi, formalizzata attraverso un'applicazione elegante della disuguaglianza di Jensen — è un'intuizione genuinamente potente, che ha trovato applicazioni serie ben oltre la finanza, dalla biologia evolutiva alla teoria della complessità . Non è un'invenzione di Taleb in senso stretto, ma è sua la sintesi che ne ha fatto uno strumento di analisi politica e morale, e da questo punto di vista il suo contributo resta originale.
C'è infine un altro bersaglio polemico che Taleb insidia con grande efficacia, e che il neoliberismo storico e il keynesismo classico, sotto le loro polemiche di superficie, non hanno mai voluto guardare in faccia: i danni prodotti dalla tendenza alla pianificazione centrale. La questione è crucialissima, perché, nonostante le apparenze, il neoliberismo storico e il keynesismo presuppongono entrambi un decisore centrale informato che sa cosa è bene per il sistema, e differiscono solo sulla direzione verso cui si dovrebbero spingere le leve. L'ordoliberale tedesco vuole fluidificare i mercati per mantenere la concorrenza; il keynesiano vuole stabilizzare la domanda aggregata per evitare la disoccupazione; il banchiere centrale contemporaneo vuole ancorare le aspettative inflazionistiche per garantire la stabilità dei prezzi. Ma tutti e tre, sotto sotto, condividono la convinzione che esista un punto di vista esterno da cui l'economia possa essere governata razionalmente. Taleb ha ragione a dire che questo punto di vista non esiste — che è una pretesa di onniscienza travestita da competenza tecnica, e che le conseguenze del loro fallimento, quando il fallimento arriva, sono pagate sempre da persone che non avevano nessuna voce in capitolo nelle decisioni iniziali.
Dove il pensiero scivola
Fin qui nulla da eccepire. Tuttavia, da queste premesse giustissime, Taleb ricava una conclusione che non sta in piedi politicamente, e per due ragioni che vale la pena distinguere.
La prima è di ordine pratico. Per smantellare l'Eurozona, le filiere globali, la NATO, il sistema dei trattati commerciali e tutto l'apparato di governance sovranazionale che lui considera fragile per ipertrofia (e a cui io sono personalmente abbastanza affezionato), ci vorrebbe un'azione politica centralizzata di scala enorme: esattamente quel tipo di interventismo top-down che la sua epistemologia condanna. Non si esce dal pilotaggio centrale pilotando centralmente l'uscita dal pilotaggio centrale: è una contraddizione che nessuna retorica antifragile può sciogliere. Le città -stato fenicie, e i cantoni svizzeri, non sono stati progettati ex ante: sono emersi storicamente, per stratificazione lentissima, attraverso processi che nessuno controllava, né che pensava di poter controllare. Riprodurli deliberatamente sarebbe già contraddire il principio per cui li si ammira. Taleb lo sa, credo; ma preferisce non insistere sul punto perché renderebbe la sua proposta retoricamente meno incisiva.
La seconda obiezione è più seria, e mi preme di più. L'argomento talebiano sulla fragilità per stratificazione funziona magnificamente come modello descrittivo a posteriori — sì, le foreste con incendi piccoli e frequenti evitano gli incendi catastrofici; sì, i sistemi finanziari con tante banche piccole assorbono meglio gli shock di quelli con poche banche giganti — ma applicato in tempo reale a una popolazione vivente diventa un'astrazione che scarica i costi del transitorio sui singoli. Il presupposto dell'antifragilità dei sistemi scivola, nelle sue conseguenze applicative, in una forma di darwinismo sistemico: la sopravvivenza dei modelli organizzativi prevede in tutti i casi che alcuni individui vengano sacrificati all'altare dell'apprendimento del sistema. Se stiamo parlando del nostro sistema immunitario e gli individui sono i leucociti, la cosa ci sembra giustamente accettabile — perché noi impersoniamo il sistema, e non il leucocita. Ma nelle scienze sociali non possiamo accettare con leggerezza il fatto che se qualcuno patirà (o morirà ) il sistema sarà più robusto nel lungo periodo. Potrà anche essere un'affermazione epistemologicamente difendibile, ma politicamente è a conti fatti mostruosa: perché chi "muore" non ha skin in the game nel lungo periodo. Ce l'ha solo nel breve, e il breve è la sua intera vita.
Mi è tornato in mente, leggendo certe pagine di Antifragile, il Boris Johnson della prima fase del Covid, che il 12 marzo 2020, annunciando il passaggio dalla fase di contain a quella di delay, dichiarava in conferenza stampa: Many more families are going to lose loved ones, pronunciato con una certa solennità churchilliana di facciata. Solo che Churchill, nel Blood, toil, tears and sweat del maggio 1940, faceva un'operazione completamente diversa: chiedeva il sacrificio includendovisi dentro, lo nominava come tragico, lo collegava a un fine politico identificato e condiviso, e si assumeva personalmente la responsabilità delle decisioni che lo avrebbero prodotto. Era leadership tragica nel senso classico — chi decide sa di decidere, sa che alcuni moriranno per le sue decisioni, e ne accetta il peso morale. Sapeva benissimo, Churchill, che se l'Inghilterra fosse caduta lui sarebbe stato impiccato. Skin in the game letterale, non metaforico.
Johnson invece — e per certi versi Taleb nelle sue formulazioni più estreme — fa qualcosa di diverso e meno onorevole: naturalizza il costo umano presentandolo come proprietà strutturale del sistema, invece che come conseguenza di una scelta politica di cui qualcuno è responsabile. Sembrerà una sfumatura, ma è la differenza tra dire "Ho deciso che faremo X, e questa decisione costerà delle vite, e me ne assumo il peso" e dire "La natura delle cose è tale che alcune vite si perderanno, io sto solo descrivendo la realtà ". La prima è appunto leadership tragica. La seconda è scaricabarile epistemologico travestito da realismo. E il paradosso più crudele è che proprio Taleb, che ha costruito tutta la sua etica intellettuale sul concetto di skin in the game, scivola ripetutamente in questo registro quando passa dalla diagnosi alla prescrizione — perché chi parla così, dall'esterno del sistema, non è quasi mai chi pagherà i costi di cui parla. Anche se è vero che spesso questa è più una postura polemica che Taleb assume quando deve confrontarsi con qualcuno sui social — ed è noto come lui teorizzi una certa brutalità comunicativa al fine di tenere lontani da sé gli scocciatori.
Ancora una terza via
C'è poi una terza cosa, ed è quella su cui vorrei chiudere, perché mi pare apra una via d'uscita che Taleb non vede. Lui ha ragione, ripeto, a dire che le policy centrali proiettano sul mondo i bias e le euristiche di menti individuali finite. Ed è vero che i social, gli algoritmi (qualunque cosa si intenda con questo termine) e l'IA generativa, contrariamente a quanto si racconta, non correggono questo problema ma lo amplificano, perché funzionano come camera d'eco statistica degli stessi bias prodotti dalle menti individuali: solo confezionati in forma più persuasiva. Su questo non si discute. Quello che però Taleb non vede è che esistono dispositivi per correggere queste deformazioni, e che questi dispositivi non sono né il pilotaggio centrale tecnocratico né l'antifragilità per stratificazione cieca: sono i meccanismi di distribuzione del sapere e di correzione reciproca tra agenti diversi che, quando funzionano, permettono al sistema collettivo di intercettare e correggere errori che nessun singolo agente potrebbe individuare da solo.
È l'idea che da Condorcet arriva a Dewey, a Popper, fino a Hélène Landemore e ai lavori di Hong e Page sulla diversità cognitiva come risorsa epistemica — l'idea, formalizzata sia teoricamente che sperimentalmente, che un gruppo cognitivamente diverso, in molti contesti complessi, batta un gruppo di esperti omogenei, perché la diversità degli errori individuali si compensa mentre la convergenza degli esperti li amplifica. Sui dettagli matematici del cosiddetto teorema di Hong-Page la letteratura specialistica è in realtà discussa — la matematica Abigail Thompson ne ha mostrato i limiti formali in un saggio del 2014 — ma il principio generale è confermato da una vasta letteratura empirica indipendente, compresi i lavori di Philip Tetlock sui superforecaster del Good Judgment Project, che mostrano come l'aggregazione di previsori diversi e indipendenti batta sistematicamente le previsioni degli esperti istituzionali su un'ampia gamma di domande — guarda caso — geopolitiche.
E qui arriviamo al punto che mi preme. Il dispositivo storico più sofisticato che l'umanità abbia finora inventato per fare esattamente questo — distribuire il sapere, attivare correzione reciproca, intercettare gli errori prima del collasso — si chiama democrazia liberale. In un senso epistemico sostanziale: una democrazia liberale ben funzionante è un'architettura cognitiva collettiva che produce decisioni mediamente migliori di quelle prodotte da sistemi autoritari, perché mantiene attivi i canali di feedback dal basso, protegge il dissenso, garantisce stampa libera e comunità scientifica autonoma, sottopone i decisori a cicli di responsabilità periodici e — questo è il punto — non pretende di sapere: pretende di avere meccanismi per scoprire di aver sbagliato e correggersi prima del disastro. Che è una proprietà sistemica completamente diversa dall'onniscienza tecnocratica, ed è in effetti esattamente quella che Taleb chiama altrove antifragilità — solo che non la riconosce quando assume una forma istituzionale moderna anziché tradizionale. Ne abbiamo un esempio, forse, proprio negli Stati Uniti di oggi, dove l'aggregazione di opinioni simili, anche attraverso la repressione del dissenso e della stampa, produce decisioni di politica nazionale e internazionale tutto sommato abbastanza stupide in senso proprio, per lo meno nell'accezione di Carlo Maria Cipolla.
Sostenere il contrario — sostenere cioè che le dittature siano "più efficienti" perché "decidono in fretta" — è una sciocchezza che ha avuto in Occidente, negli anni Duemila, una fortuna sproporzionata, alimentata da commentatori come Thomas Friedman (che non a caso è uno dei bersagli ricorrenti di Taleb) e poi metabolizzata a destra come fascino per "l'uomo forte" e a sinistra come elegia del "modello cinese". È, oggi, sostanzialmente propaganda putiniana travestita da realismo geopolitico, e la pandemia ci ha offerto un esperimento naturale che dovrebbe averla chiusa per sempre. La sequenza cinese sul Covid è una lezione di patologia autoritaria allo stato puro: fallimento di detection — i medici di Wuhan, Li Wenliang in testa, identificano il problema a fine dicembre 2019 e vengono zittiti dalla polizia come "diffusori di voci"; occultamento attivo nelle settimane critiche; ritardo nella condivisione del genoma virale con il resto del mondo; e poi la path dependency dello "zero Covid" mantenuta per due anni oltre il punto di razionalità ; fino al collasso brutale di fine 2022, perché ammettere l'errore avrebbe significato delegittimare il regime che su quell'errore aveva investito tutto. Il prezzo, naturalmente, lo ha pagato la popolazione — chiusa in casa per mesi, e poi travolta dall'ondata di contagi della riapertura, in proporzioni che a oggi non possiamo nemmeno documentare con esattezza, proprio per le stesse ragioni strutturali che hanno generato il disastro iniziale. Le democrazie hanno fatto un'infinità di errori sul Covid, nessuno lo nega — e Taleb avrebbe buon gioco a elencarli uno per uno; ma ne hanno corretti molti in corsa, perché avevano stampa libera, opposizione politica, comunità scientifica autonoma, e cicli elettorali che imponevano di rispondere ai costi. Certamente, le democrazie non hanno fatto tutto giusto, e complessivamente ne siamo usciti abbastanza incattiviti. Ma nessuno di questi meccanismi ha funzionato a Pechino. Nessuno.
Ecco, allora, cosa direi a Taleb se potessi: Hai ragione che nessuno vede sub specie aeternitatis. Ma proprio per questo bisogna coordinarsi di più: non certo di meno. Bisogna costruire deliberatamente — sì, deliberatamente — istituzioni che mantengano viva la diversità cognitiva, che proteggano il dissenso, che espongano i decisori alle conseguenze delle loro decisioni, che permettano agli errori di essere visti, nominati, corretti. La democrazia liberale non è la pretesa di un soggetto collettivo onnisciente: è il riconoscimento istituzionalizzato che nessun soggetto è onnisciente, e che proprio per questo le decisioni devono essere sempre rivedibili, contestabili, sotto il controllo di chi ne pagherà le conseguenze. È skin in the game elevato a principio costituzionale. È, se vogliamo, l'unica versione praticabile dell'antifragilità — quella che non chiede a nessuno di morire per la robustezza del sistema, ma chiede al sistema di essere abbastanza intelligente da non far morire nessuno se può evitarlo. E che prevede che caricare sugli altri il costo del rischio possa far retroagire sui decisori un'azione di controllo.
L'architettura del caos
C'è però un'ultima mossa che bisogna fare, perché altrimenti il quadro resta troppo simmetrico e lascia fuori uno dei fenomeni più inquietanti del nostro tempo. Finora ho ragionato come se le alternative fossero due: il pilotaggio centrale tecnocratico (fragile per ipertrofia) e il coordinamento democratico distribuito (antifragile per diversità cognitiva). Ma esiste una linea strategica alternativa, che è quella oggi più aggressivamente praticata sulla scena globale ed è la più difficile da neutralizzare, proprio perché si nutre delle stesse premesse epistemologiche di Taleb e le rovescia in arma offensiva. Visto che i sistemi complessi non si smontano con un intervento centrale, e visto che le democrazie traggono la loro robustezza dalla capacità di processare informazione distribuita, il modo più efficace di indebolirle non è attaccarle frontalmente: è degradarne l'intelligenza collettiva, iniettando rumore nel sistema fino a renderlo incapace di distinguere il segnale. Non distruggere le istituzioni: saturarle. Non censurare l'informazione: inondarla di contraffazioni indistinguibili dal vero. Non vincere il dibattito: avvelenarlo abbastanza da rendere impossibile qualsiasi convergenza razionale. Per usare un'espressione generica ma in voga, è la cosiddetta architettura del caos, che è la grande innovazione strategica del nostro decennio.
Il prototipo teorico è la dottrina della guerra asimmetrica elaborata negli anni Duemila dagli stati maggiori russi — quella che è stata impropriamente chiamata dottrina Gerasimov (dal nome del capo di stato maggiore che ne ha fornito la formulazione più nota nel 2013, anche se lo stesso analista britannico Mark Galeotti, che coniò l'espressione, l'ha poi pubblicamente ritrattata) e che più correttamente andrebbe descritta come la sistematizzazione contemporanea della tradizione sovietica delle misure attive. L'idea di fondo è che, in un mondo iperconnesso, la guerra cinetica diretta è troppo costosa e troppo rischiosa, mentre la disinformazione sistematica, l'amplificazione dei conflitti interni dell'avversario, il finanziamento simultaneo di fazioni opposte, la creazione di confusione cognitiva su scala di massa costano poco e producono effetti enormi. Il bersaglio non sono le infrastrutture fisiche né gli eserciti: sono i meccanismi cognitivi collettivi attraverso cui una società decide a chi credere, cosa ritenere vero, su quale base costruire fiducia. L'obiettivo non è convincere gli avversari di una particolare versione dei fatti — sarebbe un compito troppo ambizioso e in fondo ancora razionalista — ma convincerli che nessuna versione dei fatti è davvero accertabile, che tutto è propaganda, che ogni fonte è inattendibile, che la verità è un'illusione di superficie e sotto c'è solo il gioco degli interessi. Il risultato, per dire, non è che la gente creda alle bugie russe: ma che non creda più a niente, e che in questo nichilismo cognitivo generalizzato il regime con la struttura informativa più centralizzata e disciplinata acquisisca un vantaggio strategico decisivo, perché continua a sapere quello che vuole mentre tutti gli altri annaspano nella nebbia.
La cosa interessante — e terribile — è che questa strategia ha trovato negli ultimi dieci anni alleati involontari potentissimi nella struttura stessa dei social media, che premiano economicamente l'engagement e quindi il conflitto, e nei movimenti politici occidentali che hanno scoperto come la confusione mentale produca consenso. Trump è il caso paradigmatico, e non importa qui stabilire quanto la sua incoerenza sia patologia clinica e quanto strategia deliberata, perché funzionalmente l'effetto è lo stesso: bombardare lo spazio pubblico di affermazioni contraddittorie, ritrattazioni, accuse incrociate, smentite delle smentite, fino a che nessuno — né i sostenitori né gli avversari — è più in grado di tenere il filo di cosa sia stato detto o promesso o negato, e tutti sono costretti a ripiegare su un'identificazione tribale che rinuncia in partenza al lavoro di verifica. È la stessa architettura cognitiva della dottrina Gerasimov, solo applicata dall'interno invece che dall'esterno, e i due fenomeni si sostengono a vicenda perché producono la stessa erosione dei dispositivi collettivi di correzione reciproca su cui si regge la democrazia liberale. Aggiungiamoci l'avvelenamento del discorso pubblico operato da troll farms, account automatizzati, deepfake, campagne coordinate di molestia contro giornalisti e ricercatori, e il quadro è completo: una guerra a bassa intensità contro l'intelligenza collettiva delle società aperte, condotta con strumenti che le società aperte stesse, per loro natura, fanno enorme fatica a contrastare senza tradire i propri principi.
Qui Taleb avrebbe materiale teorico magnifico, se solo volesse usarlo: l'architettura del caos è esattamente il caso in cui la stratificazione antifragile fallisce, perché il rumore esterno satura tutti i livelli simultaneamente e impedisce agli agenti distribuiti di correggersi a vicenda. La diversità cognitiva di Hong e Page funziona finché gli errori dei singoli sono indipendenti; quando una potenza esterna sincronizza artificialmente gli errori — facendo credere a metà della popolazione che la luna sia di formaggio e all'altra metà che chi parla della luna sia un agente segreto — la compensazione statistica salta, e il sistema collettivo perde proprio la proprietà che lo rendeva intelligente. Non è un caso, mi pare, che i primi laboratori di questa strategia siano stati proprio i paesi del vicinato russo — Estonia, Georgia, Ucraina, Moldova — e che il salto di scala globale sia avvenuto a partire dal 2014-2016, con l'annessione della Crimea, la Brexit e l'elezione di Trump, in una sequenza che gli storici futuri probabilmente leggeranno come molto più convergente di quanto al momento si sia voluto ammettere.
Ritorno a Beirut
Adesso posso tornare a Beirut con meno imbarazzo. Sarebbe stato ingiusto presentare il Libano come "caso da manuale" di fallimento del coordinamento democratico interno, specialmente in questo momento difficile di pressione militare israeliana. Il Libano una democrazia ce l'aveva, imperfetta ma reale, la democrazia parlamentare consociativa del Patto Nazionale del 1943: con la sua stampa libera, le sue università cosmopolite, i suoi dibattiti politici, le sue elezioni regolari. Era il paese più democratico del mondo arabo quando i suoi vicini erano monarchie petrolifere, dittature militari nasseriste o regimi baathisti. Quella democrazia funzionava male, fragilmente, ma funzionava — finché le condizioni esterne lo hanno permesso.
Quello che è successo dopo, alla luce di quello che ho appena espresso sull'architettura del caos, può essere letto anche in modo diverso. Il Libano è un caso novecentesco di caos indotto esternamente in un sistema in equilibrio delicato: un esperimento, in piccolo e ante litteram, di quello che oggi si fa su scala globale. L'arrivo dei profughi palestinesi cacciati da Israele nel 1948 e poi dalla Giordania nel 1970, senza che Beirut avesse la forza di gestirne la militarizzazione sul proprio territorio. Le ritorsioni israeliane sempre più pesanti contro un paese che non era in grado né di proteggere né di disarmare le basi palestinesi sul proprio suolo. La guerra civile innescata nel 1975 da una miscela esplosiva che il Libano da solo non aveva fabbricato, ma nella quale precipita tutto ciò che gli attori regionali avevano iniettato nei vent'anni precedenti. L'occupazione siriana per trent'anni, dal 1976 al 2005. Le invasioni israeliane del 1978, del 1982, del 2006, del 2024. La nascita di Hezbollah come reazione all'occupazione israeliana del sud, finanziata dall'Iran post-rivoluzionario in cerca di una proiezione regionale. Centocinquantamila morti in quindici anni di guerra civile, su tre milioni di abitanti — l'equivalente proporzionale, per l'Italia, di tre milioni di morti. La ricostruzione mai compiuta. L'assassinio di Hariri nel 2005, per il quale il Tribunale Speciale per il Libano dell'ONU ha condannato in contumacia, nel 2020, alcuni membri di Hezbollah, in un quadro di responsabilità politiche più ampie ancora discusse. L'arrivo di un milione e mezzo di profughi siriani dopo il 2011, su una popolazione di poco più di quattro milioni — una pressione che nessun paese europeo ha mai dovuto affrontare nemmeno lontanamente. Il collasso bancario del 2019, tra i peggiori della storia mondiale recente. L'esplosione del porto del 2020. E adesso, dal 2023 e con intensità crescente nel 2024-2026, i bombardamenti israeliani sul sud del paese e sui sobborghi di Beirut, che colpiscono certamente obiettivi militari di Hezbollah ma anche, in misura massiccia, civili libanesi che con quella organizzazione non hanno nulla a che vedere e che non hanno nessuna voce per opporsi né a Hezbollah né a Israele.
Hezbollah è effettivamente, come fenomeno politico-militare, un classico prodotto da stato debole: un attore non statale che riempie il vuoto lasciato da un'autorità centrale incapace di esercitare il monopolio della forza sul proprio territorio. Ma quello stato è stato reso debole dall'esterno, sistematicamente, per decenni. Difficile dire se possa esistere un'architettura costituzionale abbastanza ingegnosa da reggere a quel livello di rumore esterno continuato per cinquant'anni. La consociazione confessionale libanese era effettivamente fragile in partenza — questo è vero — ma è stata resa ancora più fragile: in un contesto, tra l'altro, in cui essere democratica e cosmopolita costituiva un'eccezione pericolosa rispetto a tutti gli attori circostanti. La sua tragedia non è quindi una conferma dell'inutilità delle architetture democratiche: è semmai la dimostrazione anticipata di cosa succede a una democrazia esposta all'architettura del caos senza protezioni adeguate. E senza alleati disposti a difenderla, quando il gioco si fa sporco.
Quello che ci aspetta
Allora la lezione che il Libano ci offre è più severa di quella che pensavo prima di scrivere queste righe, e va in una direzione precisa. Non è che le architetture stratificate falliscano per mancanza di coordinamento democratico interno. Non è nemmeno che le democrazie distribuite siano automaticamente robuste. È che anche le democrazie più ingegnose, anche le più cosmopolite, anche le meglio costruite, possono essere ridotte al silenzio dall'iniezione sistematica di rumore esterno, se non hanno la massa critica per filtrarlo e se nessuno, nel sistema internazionale, ha interesse a difenderle. La diversità cognitiva di Hong e Page funziona finché c'è un minimo di buona fede condivisa; la deliberazione democratica di Landemore funziona finché lo spazio pubblico non è saturato di disinformazione coordinata; lo skin in the game di Taleb funziona finché chi paga e chi decide stanno nello stesso sistema di responsabilità . Tutte e tre queste condizioni, oggi, sono sotto attacco — non per ipertrofia delle istituzioni centrali, ma per saturazione deliberata dei circuiti cognitivi collettivi da parte di attori che hanno tutto l'interesse a fare diventare le società aperte stupide quanto loro.
Il Libano ha vissuto in piccolo, cinquant'anni fa, quello che noi rischiamo di vivere in grande nel decennio che ci aspetta. Lì il rumore arrivava sotto forma di milizie armate finanziate dall'estero, di profughi non gestibili, di invasioni periodiche, di assassinii politici eccellenti. Da noi arriva sotto forma di campagne di disinformazione algoritmica, di interferenze elettorali, di leader politici che hanno fatto della confusione sistematica il proprio metodo di governo, di un avvelenamento dello spazio pubblico che cresce di anno in anno e che le istituzioni democratiche, costruite per processare conflitti in buona fede, non sanno ancora come neutralizzare senza diventare illiberali a loro volta. È esattamente la trappola che la dottrina Gerasimov aveva calcolato: o la democrazia tollera il rumore e si dissolve nella confusione, o lo sopprime e si nega come democrazia. Ma, per quanto il bivio sia stretto, si tratta di una falsa dicotomia. La terza via esiste: ma richiede un lavoro di tessitura costante e accurato. E non conosce proiettile magico.
Forse è questa la vera lezione mediterranea — quella che la nostalgia levantina di Taleb non vede, e che il mio appello iniziale alla democrazia distributiva, da solo, non basta a fronteggiare. Non basta avere architetture intelligenti: bisogna anche avere la forza, la lucidità e gli alleati per difenderle dal rumore di chi vuole spegnerle. Il Libano questa forza non l'aveva, ed era troppo solo, troppo piccolo, troppo prezioso e troppo male collocato geograficamente perché qualcuno, nel sistema internazionale, avesse davvero interesse a difenderlo. Noi europei potremmo averla. E quando arriverà il momento — perché arriverà — non sarà la diversità cognitiva degli accademici a salvarci, né l'antifragilità dei filosofi del rischio. Sarà , se saremo fortunati, il fatto di esserci coordinati per tempo, abbastanza da non trovarci soli sulla riva sbagliata del Mediterraneo a pagare un grave costo politico che non avevamo previsto.