Fainos Mangena, professore di filosofia all’Università dello Zimbabwe, parte da un’ipotetica utente di Harare che chiede a un LLM se accettare una promozione che la obblighrebbe a lasciare la propria comunità. La risposta riflette valori occidentali — autonomia individuale, massimizzazione del vantaggio personale — che collidono con la struttura etica fondamentale della sua cultura. Solo 42 lingue africane su oltre 2.000 hanno supporto LLM; il 98% delle lingue del continente è tagliato fuori dall’AI. Ma il problema non è solo linguistico: i framework etici che governano l’AI — le linee guida della Commissione Europea, dell’OCSE, dell’UNESCO — condividono un vocabolario (fairness, trasparenza, accountability, dignità umana) radicato nell’illuminismo liberale di Locke, Kant e Mill, presentato come universale ma in realtà storicamente determinato. Abeba Birhane, scienziata cognitiva di origine etiope, chiama questo meccanismo «colonialismo algoritmico». Il cuore del saggio è il confronto tra i valori incarnati nell’AI e il framework Hunhu/Ubuntu — la tradizione morale dominante dell’Africa subsahariana, espressa nel proverbio Nguni/Shona Umuntu ngumuntu ngabantu: una persona è una persona attraverso le altre persone. Mentre la tradizione occidentale pone l’individuo al centro della vita morale — per Kant ogni persona è un legislatore sovrano, per i pragmatisti la felicità individuale è l’unica metrica — Hunhu/Ubuntu sostiene che la personhood è un divenire relazionale: non qualcosa con cui si nasce, ma qualcosa che si diventa attraverso gli altri. La struttura etica poggia su quattro pilastri: il gruppo, il dialogo, l’esperienza e la spiritualità. Il dare — la corte comunitaria dove gli anziani mediano tra i vivi e il mondo ancestrale — è il luogo dell’agency collettiva: non un vincolo alla libertà individuale ma la sua massima espressione. L’AI inverte questa struttura: i suoi motori di raccomandazione, gli algoritmi di personalizzazione, le interfacce utente trattano ogni persona come agente sovrano, esattamente come Kant. Da questa differenza derivano conflitti precisi: nessun dare quando un algoritmo decide chi ottiene un prestito; la privacy come diritto individuale vs. l’informazione che in molti contesti africani appartiene alla famiglia o al clan; le ambizioni illimitate dell’AI vs. la concezione dell’essere umano come steward di un ordine cosmologico, non come suo padrone. Un’AI informata da Hunhu/Ubuntu dovrebbe prioritizzare l’agency collettiva sulla preferenza individuale, servire il bene comune invece di aggregare soddisfazioni personali. Mangena ammette che tradurre questi valori in regole specifiche è straordinariamente difficile — e che l’individualismo dell’AI riflette valori che l’urbanizzazione ha diffuso anche in Africa. Il punto di arrivo è un appello al dialogo: rume rimwe harikombi churu, un uomo solo non può circondare un formicaio.

WR

Codice attribuito retroattivamente il 23 agosto 2026, all’introduzione della notazione: è una ricostruzione dichiarata, non una registrazione in presa diretta.