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Filosofia

12 articoli

Uso la storia della filosofia come strumento, non come erudizione: Cartesio e Spinoza per discutere la mente incarnata di fronte ai modelli linguistici, Lyotard e Habermas per leggere la crisi della ragione universale nei populismi contemporanei. La filosofia, per come la pratico qui, serve a leggere il presente.

set 2018 giu 2026

Non più un affare da uomini. Ora il pensiero che guida è donna ↗

Gloria Origgi firma su "L’Indice" un pezzo che racconta come negli ultimi dieci anni la filosofia politica sia stata trasformata da quattro filosofe che lavorano (o sono passate) a Parigi: l’albanese Lea Ypi (LSE), che ripensa il marxismo non come teoria della storia ma come teoria dell’emancipazione, contro un liberalismo che — sostiene — confonde libertà formale e libertà reale; Chiara Cordelli (Chicago), che in "Privatocrazia" denuncia l’esternalizzazione progressiva dello Stato a soggetti privati, dalle carceri al controllo delle frontiere, e nel più recente "Ruled by None" osserva come il flusso di capitale venture orienti oggi l’idea di futuro più di qualunque pianificazione pubblica; Hélène Landemore (Yale), che propone assemblee cittadine selezionate per sorteggio come alternativa alla rappresentanza corrotta da media e interessi privati (ha lavorato alla costituzione islandese e alle Conventions Citoyennes francesi sul clima); Miranda Fricker (NYU), che si concentra su chi viene ascoltato e chi no — l’ingiustizia epistemica. Origgi le presenta come prova che la filosofia, dopo decenni di egemonia maschile fatta più di sfoggio retorico che di proposte concrete, è tornata a essere una disciplina seria — e politicamente rilevante, al di là dei dibattiti televisivi.

Magnifica Humanitas: le nuove terre rare del potere ↗

Giovanni Boccia Artieri usa *Magnifica Humanitas* — l’enciclica di Leone XIV firmata nel 135° anniversario della *Rerum Novarum* — come leva per spostare il discorso sull’AI dal piano morale al piano politico-strutturale. Il punto più interessante non è il documento in sé ma il problema che Boccia Artieri gli pone: ogni appello all’umanesimo dell’AI rischia di restare astratto se non si confronta con le infrastrutture che concentrano dati, modelli e potere decisionale. L’immagine dei dati come «nuove terre rare del potere» è la più efficace: l’AI non è tecnologia immateriale, è economia dell’estrazione — vite rese computabili, relazioni trasformate in risorse predittive, archivi culturali assorbiti in modelli proprietari senza restituzione. La privacy individuale è necessaria ma non sufficiente: la dimensione collettiva dell’estrazione richiede una risposta diversa — infrastrutture pubbliche, dataset come beni comuni, forme cooperative di produzione tecnologica. Il pezzo si chiude con una domanda che vale come bussola: non «l’AI è buona o cattiva?» ma «chi la rende possibile, chi ne trae valore, chi ne sopporta i costi, chi può contestarla?». Una grammatica politica dell’AI, non un appello morale.

The End of the Future ↗

Jonathan White, politologo alla LSE, analizza un paradosso: mentre la politica mainstream ha progressivamente abbandonato il pensiero sul futuro — ridotta a gestione dell’emergenza e orizzonte corto — il mondo della Big Tech ne ha fatto la sua ideologia fondativa. La 'fine del futuro' nella politica tradizionale coincide con la sua colonizzazione da parte di Silicon Valley, dove figure come Karp di Palantir invocano un'élite tecno-ingegneristica come nuovo soggetto del progetto nazionale. Un’analisi che si legge bene in parallelo con il pezzo di Benanti e Maffettone sul Corriere. (Suggerito anche dalla filosofa e scrittrice albanese Lea Ypi.)

Why Are Humanists So Bad at Defending the Humanities? ↗

N. Ángel Pinillos, professore di filosofia all’Arizona State University, muove da una premessa scomoda: gli umanisti sono i peggiori avvocati delle proprie discipline. L’argomento standard — valore intrinseco, *paideia*, *Bildung* — è circolare: funziona solo su chi è già convinto. L’alternativa che propone è meno solenne ma più solida: le humanities insegnano una competenza identificabile — leggere, scrivere, argomentare con precisione — che non esiste altrove nel curriculum. E l’AI l’ha resa più preziosa, non meno: usare bene i modelli richiede esattamente quelle capacità, riconoscere dove l’argomento scivola, revisionare l’output invece di spedire la poltiglia. La conclusione è ottimista: i modelli producono testo fluente in quantità industriale, il che rende la capacità di distinguere buon ragionamento da cattivo la competenza cognitiva più preziosa del presente. Connessione diretta con quanto Floridi chiama «capitale semantico» — e con ciò che il sito ha già provato a dire altrove.

La colonizzazione del giudizio ↗

Benanti e Maffettone leggono il progetto tecno-umanista di Thiel e Karp non come disegno economico o politico, ma come tentativo di ridefinire le condizioni epistemiche del pensiero collettivo. La posta in gioco, scrivono, è la 'colonizzazione dell’interiore': la capacità di interrogarsi e abitare l’incertezza che è il nucleo di ogni esperienza democratica. Richiamando Arendt, sostengono che il collasso del giudizio non richiede coercizione, ma la sostituzione silenziosa della deliberazione con l’elaborazione di dati — un sistema indifferente all’atto di pensare, che fornisce risposte prima ancora che la domanda sia formulata.

To Land a Job in AI, Try Reading Kant ↗

Wired racconta come i grandi laboratori AI (DeepMind, Anthropic) abbiano assunto vere e proprie squadre di filosofi per lavorare su dilemmi etici e domande sulla natura della mente — ma l’articolo stesso si chiede se non sia in parte 'ethics-washing', un’estensione della funzione marketing che certifica un impegno per la sicurezza più a parole che nei fatti. Nota mia: sono vent’anni che sentiamo dire che la prossima rivoluzione tecnologica aprirà finalmente sbocchi ai filosofi. L’interfaccia linguistica dell’AI rende l’argomento più concreto del solito, ma prima di intestare alla disciplina una nuova età dell’oro occupazionale, ci andrei comunque cauto.

Europe Needs to Come Together. This Man Has Some Ideas. ↗

Ritratto di Luuk van Middelaar — storico dell’integrazione europea, ex speechwriter del primo presidente del Consiglio europeo, oggi direttore del Brussels Institute for Geopolitics (BIG). Jäger ne ricostruisce la traiettoria intellettuale: dalla critica giovanile a Kojève (accusato di aver assassinato la politica con la sua teleologia hegeliana) alla proposta attuale di una 'politica degli eventi' che sostituisca la tradizionale 'politica delle regole' europea. Van Middelaar è l’equivalente europeo di Elbridge Colby: un teorico del potere che vuole convincere le élite del continente che il momento machiavelliano è arrivato. Il limite che Jäger gli imputa è strutturale: una visione puramente reattiva — mole-whacking delle crisi, riarmo accelerato — non è una strategia geopolitica coerente. Per costruirne una, l’Europa avrebbe bisogno di una teoria del proprio futuro, non solo di una diagnosi del presente. Nota mia: la tensione tra 'politica degli eventi' e pensiero strategico di lungo periodo è esattamente il nodo che rende difficile ragionare sull’Europa come attore unitario — e che rende van Middelaar più interessante come sintomo che come soluzione.

Il Golem e l’AI ↗

Valentina Giannella parte dalla soffitta sigillata della Vecchia Sinagoga Nuova di Praga — dove si dice riposino i resti d’argilla del Golem del Maharal — e costruisce un saggio che attraversa secoli di misticismo ebraico per arrivare diretto al paper di Anthropic del giugno 2026 sull’auto-miglioramento ricorsivo dell’AI. Il filo conduttore è il Sefer Yetzirah: il mondo è creato con le lettere, così come i modelli linguistici sono addestrati sui token. Il Maharal negò la parola al Golem perché capì che chi parla ha potere. Noi gliel’abbiamo data. La domanda che il pezzo lascia aperta — 'siamo abbastanza saggi da meritarlo?' — è la stessa che il rabbino si pose nel 1580 e che Anthropic si pone ora, mentre chiede una pausa globale e al tempo stesso presenta domanda di quotazione in borsa.

A Defense of a Liberal Arts Education in the Age of A.I. ↗

Ross Douthat intervista Jennifer Frey, professoressa di filosofia che ha costruito e poi visto smantellare un programma di liberal arts all’Università di Tulsa. Il pezzo è il contrario complementare del Pinillos già in archivio: dove Pinillos difende le humanities con argomenti pragmatici — insegnano competenze identificabili che l’AI rende più preziose — Frey difende la liberal education con un argomento intrinseco: la *paideia* e il *Bildung* come coltivazione delle capacità superiori dell’essere umano come fine in sé, non come mezzo. L’Aristotele che cita vale la pena ricordarlo: il fine dell’educazione è la *scholé* (σχολή), il *leisure* — non il riposo né il divertimento, ma lo spazio in cui si coltiva il meglio di sé. Il punto più interessante per noi è la difesa della gerarchia dei beni (Shakespeare è migliore di Grisham: sì, e ammetterlo non è antidemocratico) come affermazione ontologica: senza alcun senso di "superiore", diventa molto difficile parlare di istruzione superiore in qualunque senso. Frey non risolve il problema di Pinillos — come si convince un sistema a investire su ciò che non produce output misurabili — ma ne radicalizza le premesse.

A Problem-Based Reading of Nussbaum’s Virtue Ethics ↗

John C. Brady legge il saggio di Nussbaum «Non-Relative Virtues: An Aristotelian Approach» (1988) come qualcosa di più radicale di quanto il dibattito sull’etica della virtù abbia saputo riconoscere: non un’alternativa all’etica principalista (utilitarismo e kantismo), ma una diversa ontologia etica. La tesi centrale: le virtù non precedono i problemi ma ne sono derivate. Non esiste «la generosità» in astratto — esiste una classe di situazioni problematiche legate alla distribuzione dei beni, e «generosità» è il nome che diamo alla condotta eccellente di fronte a quella classe. I problemi sono ontologicamente primari; le virtù sono soluzioni virtuali. Ne segue una critica frontale al trolley problem: virtue ethics non risponde male a quel tipo di domanda, la rigetta come categoria, perché i moral test cases sono falsi problemi costruiti per elicitare intuizioni principaliste. La distinzione tra virtù «thin» (placeholder per problemi umani universali) e «thick» (contenuto culturalmente determinato) consente di essere universalisti sui problemi e flessibili sulle soluzioni senza cedere al relativismo. La nota finale, con implicazioni deleuziane esplicite, è la più speculativa: i problemi persistono attraverso le loro soluzioni apparenti — come le grinze di una tovaglia mal stirata. Tutto questo introduce, quasi di passaggio, una questione di ontologia della virtù — probabilmente non il tema centrale di cui ci occuperemo, ma pertinente a molte cose che ci interessano, dall’ontologia sociale al problema della classificazione dei fenomeni.