Dina Esfandiary, Becca Wasser e Ziad Daoud, di Bloomberg Economics, scrivono a fine agosto 2026, sei mesi dopo l’inizio della guerra fra Stati Uniti, Israele e Iran. Il loro punto di vista è quello dei conti: droni e missili su basi, raffinerie e impianti di desalinizzazione, porti fermi per gli attacchi nello stretto di Hormuz.

Il pezzo vale perché segue le contromisure fino alle loro conseguenze. La diversificazione delle alleanze, che dalla Primavera araba serviva soprattutto a fare pressione su Washington, ora è più seria: l’Arabia Saudita ha firmato un patto di difesa con Pakistan e Turchia, e le armi arrivano da Europa, Corea del Sud e Ucraina. Un partner alternativo però non c’è. Le pipeline che aggirano gli stretti hanno sempre complicato i rapporti fra vicini e restano vulnerabili. La soluzione su cui i governi convergeranno, secondo gli autori, è più semplice: stoccare il petrolio all’estero, in Corea del Sud, Giappone e India, riempiendo i serbatoi quando Hormuz è aperto. Ogni soluzione parziale apre un problema nuovo: lo stoccaggio all’estero protegge dalle chiusure dello stretto, ma dà a ogni produttore un argomento per sforare le quote e indebolisce l’OPEC+.

Sotto i conti c’è la politica. Il petrolio finanzia il contratto sociale del Golfo: impieghi comodi e servizi in cambio di acquiescenza. Un’interruzione duratura delle esportazioni lo metterebbe sotto tensione, a cominciare dall’Iraq, che senza idrocarburi non paga gli stipendi pubblici, e dal Bahrein, fra i paesi più indebitati al mondo. Gli autori ricordano però che la regione ha già improvvisato sotto pressione: l’Egitto che nel 1990 si fece cancellare metà del debito schierandosi con gli Stati Uniti, il Qatar che scommise a debito sul gas liquefatto.

Sul rapporto con Washington il pezzo diverge da quello di F. Gregory Gause, uscito un mese prima. Per Gause il Golfo non si allontanerà dagli Stati Uniti; per questi autori la diversificazione, pur limitata, basterà a ridurne l’influenza.

WR