Se l’allarme dei laboratori diventa regola, il recinto si misura da chi resta fuori: nuovi entranti, modelli aperti in gran parte cinesi, paesi che vorrebbero un’intelligenza artificiale propria. Quattordici schede dell’archivio, e una domanda su Nvidia e sulla rete che si divide.
La proroga europea sui sistemi AI ad alto rischio non riduce l’urgenza della validazione. Il caso Fable 5 ha dimostrato in quarantotto ore cosa succede quando un’organizzazione non sa da chi dipende per fare ciò che sa.
Perché la comunicazione non è mai stata innocente, molto prima che l’espressione dual use diventasse una moda. Dai Thurn und Taxis a Karp, da ARPANET ai cavi sottomarini.
Win-set domestici, regimi politici, e l’aritmetica dei tappi quando il garante si ritira. Continuazione (e correzione) de L’ombra del futuro.
Due modelli di intellettuale, il costrutto geografico Nord/Sud come alibi, la paura del mare e il fallimento strategico italiano. Una cartolina non decorativa.
Il fattore di sconto della politica americana, le opportunità per l’attore C (chi sarà?) e l’aritmetica dei sistemi che reggono. Una rilettura del torneo di Axelrod e del Tit-for-Tat per capire il presente.
Rileggendo Taleb, e guardando al Libano, alla luce della dottrina Gerasimov: antifragilità, skin in the game, architettura del caos e il destino delle democrazie liberali.
La crisi Anthropic-Pentagono, la metodologia degli scenari di Shell, e una riflessione sull’uso dei modelli linguistici come strumenti di pensiero.
L’Estonia ha aperto la prima nel 2017, in Lussemburgo, dentro un data center di livello Tier 4: ci sono il catasto, l’anagrafe, il registro delle imprese, la previdenza. Non è un backup all’estero, che sarebbe soltanto una copia sotto giurisdizione altrui: è un’enclave con garanzie di immunità e inviolabilità analoghe a quelle di una sede diplomatica, in cui nessuno — nemmeno l’autorità ospitante — può entrare senza autorizzazione formale. La tenuta tecnica poggia su cifratura end-to-end con chiavi controllate esclusivamente dal paese d’origine, il che produce una proprietà controintuitiva che il funzionario estone Allan Allmere descrive nel modo più diretto: «Se qualcuno mi puntasse una pistola alla testa e dicesse: cancella tutti i nostri sistemi», da remoto non si può fare. L’inviolabilità vale anche verso chi la invoca.
Il modello si sta diffondendo, e non solo per ragioni di conflitto. Il Principato di Monaco è il secondo paese dal 2021, con un accordo sempre lussemburghese a Bissen, motivato dall’esposizione del proprio territorio ai disastri naturali; India ed Emirati Arabi Uniti hanno una collaborazione in sviluppo alla GIFT City in Gujarat; Singapore sta valutando un’ambasciata in India e si è fermata davanti agli ostacoli normativi. Gartner prevede che entro il 2029 almeno il 15% dei paesi collocati in aree geopoliticamente instabili avrà stipulato accordi formali di questo tipo, e Daniel Nieto inquadra la pratica in una categoria più ampia, la sovranità dispersa: separare i dati essenziali dalla loro collocazione geografica.
L’ostacolo vero non è tecnico ma di diritto internazionale, e il pezzo non lo nasconde. Non esiste un quadro che riconosca formalmente queste enclavi: l’avvocata Ketaki Mehta, che lavora alla GIFT City, segnala che manca il riconoscimento e con esso la protezione dall’accesso delle autorità del paese ospitante. Oggi l’immunità di un’ambasciata dei dati è un’obbligazione bilaterale fra due Stati, non uno status riconosciuto — regge finché regge il rapporto fra i due, che è esattamente la variabile da cui ci si voleva rendere indipendenti.
L’origine della pratica vale quanto la pratica. L’Estonia ci è arrivata dopo gli attacchi DDoS massicci del 2007 attribuiti ad ambienti russi, e Taavi Kotka, che è stato CIO del paese dal 2013 al 2017, la descriveva come questione di sopravvivenza. È lo stesso episodio che il sito ha già incontrato da un’altra angolazione, nella ricostruzione del vicinato russo come laboratorio del controllo riflessivo: la dottrina ha prodotto, per reazione, la contromisura che non prevedeva. Vale la pena registrare anche ciò di cui il pezzo non parla, perché è la parte che un lettore italiano o europeo si aspetterebbe: non c’è il Cloud Act, non c’è la dipendenza dagli hyperscaler, non c’è l’Unione Europea. La scheda entra quindi come presentazione del dispositivo, non come valutazione della sua applicabilità qui.
Per l’archivio il rilievo è di confine, ed è il motivo per cui questa scheda dialoga con quella di Grogan. Sono due risposte allo stesso problema — non dipendere da un’infrastruttura che non si controlla — e falliscono su fronti opposti. L’ambasciata dei dati protegge benissimo un archivio fermo e non dice nulla su chi lo elabora; possedere i pesi di un modello protegge una capacità, ma quella capacità per funzionare ha bisogno di calcolo, e il calcolo in un’enclave non ci sta. Un catasto si può mettere al sicuro dentro un confine spostato. Un’inferenza no.
La brève esce il giorno in cui si chiude la visita di Stato di Xi negli Stati Uniti, e riporta un argomento di Cheryl Wu, dottoranda in economia a Yale, contro una premessa che circola in entrambe le capitali: siccome i laboratori cinesi sono indietro sulle capacità, le questioni di sicurezza possono aspettare. Le motivazioni divergono — l’amministrazione Trump tratta la corsa come materia di sicurezza nazionale, per cui rallentare significa cedere vantaggio strategico; in Cina il ritardo tecnico viene usato come ragione per non occuparsene ancora — ma l’esito è lo stesso: la sicurezza scivola in seconda fila. L’obiezione è che un ritardo in capacità non implica un ritardo in incidenti, e che le due curve possono avere pendenze diverse.
Tre le ragioni avanzate. Gli incidenti possono presentarsi a livelli di capacità più bassi per i modelli cinesi, in particolare per la diffusione di modelli a pesi aperti, che sottraggono al produttore il controllo su come e da chi il modello viene impiegato. La natura dei guasti può differire per costruzione: i modelli americani tenderebbero più spesso a intraprendere azioni non autorizzate, quelli cinesi a sfruttare falle nel proprio sistema di ricompensa invece di svolgere il compito assegnato — due modi opposti di fallire, il secondo più difficile da notare perché somiglia al successo. E soprattutto la visibilità non è simmetrica: negli Stati Uniti esistono valutatori terzi che entrano nei laboratori, con METR che ha testato i sistemi di sorveglianza di Anthropic, mentre non risulta alcun caso di integrazione di valutatori indipendenti dentro aziende cinesi. Meno incidenti segnalati non significa meno incidenti.
Vale la pena notare come l’argomento è presentato, perché è raro. Le due ipotesi sulle pendenze sono accompagnate da altrettanti grafici, sotto i quali sta scritto che il grafico non poggia su alcun dato e illustra uno scenario ipotetico. La dichiarazione è corretta e andrebbe imitata; resta però il fatto che un grafico, anche dichiarato ipotetico, fa quello che i grafici fanno — conferisce alla congettura la fisionomia di una misura. Chi lo guarda ricorda due curve che divergono, non la nota in corpo otto. È un caso pulito di forma che lavora contro il proprio contenuto, ed è istruttivo proprio perché l’autore ha fatto la cosa giusta e il problema resta.
Il punto che conta per l’archivio è però l’incastro con la monitorabilità, che questo sito segue dal pezzo di Storchan sullo stesso giornale. Lì il problema era interno al modello: un sistema può comportarsi bene e restare illeggibile nel ragionamento. Qui il problema è di un ordine superiore e riguarda l’osservabilità di un paese: senza valutatori terzi, il numeratore degli incidenti si conosce e il denominatore no. Le due opacità non si sommano, si moltiplicano, perché la seconda impedisce perfino di misurare quanto sia grave la prima. Ed è la terza occorrenza in poche settimane di uno schema che il sito farebbe bene a tenere d’occhio: l’indicatore che si osserva e la cosa che interessa si muovono in direzioni diverse — l’engagement che misura l’attivazione e non l’elaborazione, i compiti che migliorano mentre l’apprendimento peggiora, gli incidenti segnalati che scendono mentre gli incidenti non si sa. Resta sullo sfondo la domanda che il pezzo lascia aperta, e che è la più difficile: quale soglia dovrebbe superare un incidente perché il potere cinese lo consideri un problema. Sul versante politico interno una risposta parziale c’è già, nell’articolo del 13 settembre in cui Chen Yixin, ministro della Sicurezza di Stato, indica il rischio che la tecnologia venga usata per fabbricare voci politiche e attizzare tensioni nell’opinione pubblica a costi bassissimi.
Thomas Meaney recensisce The West: The History of an Idea di Georgios Varouxakis, e il pregio del libro è di fare la cosa che i saggi sull’Occidente non fanno mai: datare. Non una genealogia che risale agli ateniesi contro i persiani o alla divisione dell’impero sotto Diocleziano, ma un indirizzo preciso — 17 rue Monsieur-le-Prince, sesto arrondissement, dove negli anni Quaranta dell’Ottocento Auguste Comte progetta la République occidentale, l’avanguardia dell’umanità destinata all’età positiva. Il termine nasce per risolvere un problema tecnico di perimetro: «Europa» e «cristianità» includevano la Russia ortodossa, che Comte giudicava impreparata, ed escludevano i coloni europei nelle Americhe e in Australasia. Serviva una parola che tagliasse via l’Europa orientale tenendo dentro la Gran Bretagna e i suoi possedimenti: occidentalité, che i discepoli inglesi tradussero prima con Occidentalism e poi con Westernness.
Da lì la storia è quella di una sottrazione. Richard Congreve, 1866: «L’eliminazione della Russia dal sistema è la prima grande rettifica.» La guerra di Crimea è la scomunica, ed è il momento in cui Dostoevskij si radicalizza — due nazioni cristiane alleate a una potenza musulmana contro la Russia, e da lì la Russia come Cristo umiliato delle nazioni, con una missione propria non inferiore ma successiva a quella occidentale. È l’osservazione più esportabile della recensione: l’antioccidentalismo non nasce fuori dall’Occidente, nasce dentro le società appena occidentalizzate, e la catena che Meaney traccia — Lu Xun in Cina, Mishima in Giappone, Jalal Al-e-Ahmad in Iran con il suo gharbzadegi, «occidentossicazione», Oğuz Atay in Turchia — è una sola reazione ripetuta a distanza.
Il titolo viene dalla parte meno comoda. Nel 1853 Francis Lieber, liberale tedesco emigrato negli Stati Uniti, cerca un aggettivo per «l’intera porzione caucasica occidentale dell’umanità» e propone Cis-Caucasian, dove il taglio non passa fra Europa e Asia ma dentro l’Europa: fuori gli slavi e gli «altri bianchi retrogradi» del sud e dell’est. La parola non attecchì, la funzione sì, e il punto è che l’Occidente è sempre stato anche una graduatoria, non solo una geografia. Vale la pena notare quanto a lungo l’appartenenza americana sia rimasta incerta: Churchill preferiva «atlantico», T.S. Eliot nel 1927 giudicava «Occidente» un termine sbagliato se comprendeva anche l’America — «per certi versi l’America somiglia più all’Asia che all’Europa» —, Kennan usava l’Abendland di Spengler, che escludeva insieme gli Stati Uniti e la Russia.
La chiusa è la ragione principale per archiviarlo. Meaney contesta la lettura liberal americana secondo cui Trump starebbe smantellando l’Occidente: nel discorso di Varsavia del 2017 l’Occidente è nominato nove volte, e a quel discorso è seguito il più grande dispiegamento di truppe americane in Europa dalla fine della guerra fredda. La tesi è che l’elogio trumpiano della civiltà occidentale rispecchi il civilizzazionismo russo e cinese, e che in tutti e tre i casi «civiltà» sia evocata come forza per disciplinare una classe imprenditoriale insufficientemente nazionalista: chi ha capito che conviene lavorare con e attraverso lo Stato è chi oggi parla il linguaggio della civiltà, e il libro di Alexander Karp sul posto della Silicon Valley nella difesa dell’Occidente è il segno dell’allineamento nuovo. L’ultimo paragrafo formula la categoria: l’Occidente ha vinto sui termini concorrenti perché elide la contraddizione, ed è insieme perimetro e orizzonte. «Quando le cose vanno bene, l’Occidente è una formazione illimitata; quando si mettono male, taglia le perdite, si ritira in sé stesso e pubblica libri sul perché è il migliore.»
Nell’archivio la scheda fa coppia con il saggio di Perdue sul tianxia: due discorsi di civiltà costruiti per un problema di legittimità interna e presentati come proposta universale, con la stessa asimmetria fra il pubblico di dentro e quello di fuori. E dà profondità storica al gruppo sullo splinternet, perché la rottura della rete per giurisdizione è l’erede tecnica di una separazione che la Crimea aveva già compiuto in politica.
«Welcome to Dragon Restaurant» — in inglese «Once Upon a Time in the Middle East» — è il nuovo blockbuster cinese ambientato in una Baghdad fittizia al tempo dell’invasione americana del 2003. Il protagonista è un cuoco che si arricchisce servendo soldati americani, funzionari del vecchio regime e, alla fine, anche i militanti islamici che lo catturano. L’Economist usa il film come specchio della politica estera cinese post-Wolf Warrior: meno aggressività, più mercantilismo. Il principio organizzativo è essere amici di tutti — iraniani e monarchie del Golfo, Algeria e Marocco, Egitto ed Etiopia — sospendendo la politica in nome degli affari. La massima di Ren Zhengfei di Huawei lo riassume: «In business, speak only of business». Questa postura ha un’attrattiva reale per i paesi stanchi delle condizionalità occidentali: i dollari cinesi arrivano senza lezioni di morale. Ha però due limiti strutturali. Il primo è la superficialità dell’impegno: la Cina evita sistematicamente i vincoli di sicurezza, come Iran e Venezuela hanno scoperto quest’anno. Il secondo è il paradosso giapponese: la neutralità cinese fa un’eccezione vistosa con il Giappone, che Xi accusa di revivalismo militarista. Nella diplomazia del ristorante del drago, è Pechino a decidere quali verità servire — e questa scelta non è mai neutrale.
L’articolo registra l’escalation annunciata da Putin nell’estate 2026 — nuovo reclutamento massiccio (300.000-400.000 uomini), intensificazione della guerra ibrida contro gli alleati, repressione interna accelerata — ma la notizia vera non è tattica. The Economist, con accesso a insider del Cremlino e dell’élite russa, documenta che Putin si muove con logica criminale, non geopolitica: il sistema russo tollera la violenza ma non il fallimento, e la percezione del fallimento — non il fallimento reale — è il rischio esistenziale. Il 57% dei russi descrive la situazione come tesa; le élite ritengono che quasi cinque anni di guerra siano già un fallimento, indipendentemente dall’esito; il consenso silenzioso si erode. Ma nessuno di questi fattori è letale al regime: Putin ha risorse economiche e apparato repressivo sufficiente per continuare. La citazione diretta — ‘They will hang me’, riferita ai propri complici — è la formula più concisa del meccanismo tucidideo: non è una scelta strategica reversibile, è anankē, necessità interna che non ammette alternativa. Il dettaglio più rivelatore: Putin ha interpretato la visita di Ratcliffe (CIA, agosto 2026) come segnale di debolezza americana — esattamente come aveva interpretato la visita di Burns (CIA, novembre 2021) prima di invadere l’Ucraina. La missione diplomatica preventiva diventa conferma della propria forza. Il meccanismo funziona al rovescio dell’equilibrio deterrente classico: la moderazione aumenta il rischio di escalation, non lo riduce. L’apertura dell’articolo — Putin che spiega ai bambini che le orche mangiano gli orsi polari — è il condensato del worldview: un dato zoologicamente falso usato come giustificazione filosofica della guerra. Il sito ha già pubblicato la prospettiva ucraina (drone democracy, dual struggle). Questo pezzo chiude il cerchio dal lato russo: l’interlocutore non è un attore razionale in un gioco iterato ma un giocatore intrappolato dalla propria struttura di incentivi, incapace di cooperare anche quando la cooperazione sarebbe nell’interesse di lungo periodo. L’ombra del futuro che conta per Putin non è quella di Axelrod — il timore di incrociarsi di nuovo con l’avversario — ma quella interna: il timore del collasso del proprio potere se si ferma.
Nataliya Gumenyuk analizza come i droni abbiano trasformato non solo la guerra ma la politica ucraina. Il punto centrale è la decentralizzazione dell’innovazione militare: in Ucraina, lo sviluppo di nuovi sistemi d’arma non passa più solo dai canali istituzionali dello Stato, ma emerge dalla cooperazione tra soldati, ingegneri, aziende tecnologiche, volontari e civili. Questo ecosistema ha permesso un’adattabilità operativa impossibile con la procurement tradizionale — e ha cambiato il rapporto tra Stato, esercito, mercato e società civile. Il termine ‘drone democracy’ cattura questo doppio movimento: i droni come prodotto della partecipazione civile, e la partecipazione civile come conseguenza della dipendenza dai droni. Il momento più rivelatore è il licenziamento del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov nell’estate 2026: le proteste di massa che ne sono seguite mostrano che i cittadini ucraini si percepiscono come stakeholder del sistema militare, non solo come contribuenti o elettori. L’articolo va letto in parallelo con il pezzo dell’Economist sulla democrazia taiwanese: dove Kyiv costruisce capacità drone attraverso energia civile dal basso, Taipei la blocca per conflitti di interesse dall’alto. C’è però un’implicazione più profonda, e paradossalmente tolstojana: se la guerra in Ucraina pende dalla parte ucraina, è perché il suo assetto tecnologico ne fa una guerra di popolo nel senso in cui Tolstoj intendeva la resistenza del 1812 — non una strategia di vertice ma una forza distribuita che nessun singolo attore controlla o può spegnere. Nel momento in cui Putin adotta posizioni di realismo opportunistico sulla scia del dialogo dei Melii — ‘i forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono’ — vale la pena ricordare com’è finita per Atene nei 27 anni della guerra del Peloponneso. E soprattutto: la struttura distribuita della drone democracy sposta il peso della guerra dal decisore politico al popolo. I leader diventano accessori. Questo spaventa — perché ridimensiona il peso della delega politica e l’efficacia delle decisioni individuali ai tavoli diplomatici — ma descrive qualcosa che sta già accadendo.
Roger Cohen — capo ufficio del NYT a Parigi, ex corrispondente da Roma negli anni '80 — firma un profilo di Giorgia Meloni alla vigilia del suo record di longevità governativa: il 4 settembre 2026 diventa il presidente del Consiglio più a lungo in carica nella storia della Repubblica italiana. Due mesi di reportage, poi un’intervista rara. Il risultato è un’operazione editoriale che vale la pena leggere in controluce. Il NYT cerca nell’hard right europeo una figura che abbia fatto campagna sull’identità e sulle frontiere ma che governi con disciplina tecnocratica — e che possa essere presentata come alternativa al modello Trump. Lo trova in Meloni. L’effetto collaterale è che il paesaggio politico italiano scompare quasi completamente dal quadro: la sinistra di Schlein, il centro frammentato, il populismo di Conte, la destra stessa di Meloni come sistema articolato — tutto si riduce a Meloni e al suo sfondo. I fatti del pezzo confermano cose già note: la svolta europeista (da «uscire dall’euro» nel 2014 al rispetto rigido del Patto di Stabilità per accedere ai 221 miliardi del PNRR), il sostegno all’Ucraina, le 450.000 viste da lavoro autorizzate in silenzio mentre la campagna sull’immigrazione proseguiva ad alta voce, la sconfitta netta nel referendum sulla riforma della magistratura. Ma la tesi implicita che tiene insieme il profilo è questa: campagna hard right più governo pragmatico uguale stabilità. Un modello presentato come virtuoso ed esportabile — il pezzo lo dice esplicitamente parlando di Le Pen in Francia e AfD in Germania. Il problema è che il modello non è una scelta: è un vincolo. L’Italia ha un debito pubblico intorno al 140% del PIL, spread sensibili alle deviazioni fiscali e obblighi stringenti legati al PNRR. La memoria di cosa costa sbagliare i conti è fresca: il superbonus di Conte ha aggiunto centinaia di miliardi al debito; la Quota 100 di Salvini è stata ridimensionata per ragioni di cassa; il deficit è sceso dal 7% al 3% non per virtù ma per necessità. In un sistema così compresso, lo spazio per una politica economica riconoscibilmente «di destra» — tagli fiscali significativi, spesa espansiva, sussidi selettivi — è quasi nullo. Il terreno su cui si può agire senza far esplodere i conti è quello valoriale-identitario: immigrazione, diritti civili, il linguaggio della «nazione» al posto di «Repubblica» che Cohen registra puntualmente, battaglie culturali a costo zero per il bilancio ma ad alto rendimento come marcatori di appartenenza. Migranti e diritti diventano così il principale strumento di differenziazione politica — non perché abbiano una portata reale comparabile ai temi economici, ma perché sono l’unico campo in cui si può agire senza conseguenze di bilancio. Questo spiega anche il voto di protesta verso gli estremi, che Cohen illustra attraverso Piombino — città siderurgica toscana: 8.000 operai nel dopoguerra, oggi 500, settant’anni di promesse della sinistra rimaste inevase. «Ci hanno traditi», dice un ex operaio dell’altoforno. «Ero sotto la sinistra da settant’anni, adesso darò la destra per settant’anni.» Il voto di protesta non va letto come analfabetismo politico ma come risposta razionale — per quanto frustrata — di elettorati che hanno visto la politica mainstream dimostrare di non avere margini reali di manovra. Il confronto con Trump chiarisce i termini. Gli Stati Uniti emettono la valuta di riserva mondiale: i deficit sono politicamente molto più gestibili, il vincolo fiscale è di un altro ordine di grandezza. Trump può effettivamente muoversi — dazi, tagli fiscali, rimpatri — e lo fa, spesso oltre i limiti attesi dalla propria base. Là dove il vincolo strutturale non esiste, il «modello Meloni» non emerge: emerge Trump. La «Melonizzazione» che il NYT propone come percorso esportabile funziona soltanto nelle condizioni di un bilancio pubblico che rende impossibile fare altrimenti. Non è una garanzia democratica: è una gabbia fiscale.
L’Economist ribalta il frame della minaccia a Taiwan. Lo scenario più studiato è l’invasione militare o il blocco navale, con il rischio di una guerra tra potenze nucleari se l’America interviene. Ma un secondo scenario merita attenzione: se Taiwan venisse indotta a capitolare senza combattere — la preferenza dichiarata di Pechino — Xi si troverebbe di fronte a scelte brutali. La democrazia taiwanese, con trent’anni di multipartitismo e una maggioranza che nei sondaggi preferisce forme di autogoverno, non si dissolverebbe pacificamente: ci sarebbero proteste di massa da reprimere, processi farsa come già a Hong Kong, giuramenti di fedeltà per i funzionari, campagne di rieducazione per milioni di persone, e la questione degli ingegneri dei semiconduttori — Taiwan produce oltre il 90% dei chip avanzati globali — che potrebbero tentare di fuggire. La conclusione è una: la democrazia taiwanese non è solo un miglioramento sulla dittatura di Chiang Kai-shek, è un deterrente. Ma il deterrente viene smontato dall’interno. Le elezioni del 2024 hanno lasciato il DPP alla presidenza e la KMT al controllo del parlamento. Da allora: budget governativi bloccati per mesi (compresi i fondi per gli armamenti americani), nomine alla corte costituzionale bloccate (l’organo è così ridotto da non essere certo del quorum), e — il caso più emblematico — un programma per 210.000 droni congelato. Un esponente KMT ha spiegato in privato la logica: i legislatori KMT temono che i fondi finiscano ad aziende che donano alla DPP; ma quando gli si chiede se le aziende KMT-friendly potrebbero produrre i droni, risponde con un sospiro — hanno investimenti in Cina e non oserebbero. La KMT preferisce non affrontare questo dilemma. Nel frattempo i giovani taiwanesi si disilludono e votano meno, bombardati da social media continentali che deridono la democrazia come caotica. La tesi finale del pezzo è diretta: chi non ama la democrazia taiwanese più dei suoi stessi politici non può salvarla.
John Villasenor, professore a UCLA e senior fellow di Brookings, scrive la versione di policy americana dell’argomento sui pesi aperti, e la costruisce sull’interesse nazionale invece che sui principi. La tesi è che un ecosistema sano tiene insieme modelli chiusi e aperti, e che una regolazione interna che penalizzi i secondi produce due effetti indesiderati: privilegia i sistemi chiusi creando incentivi perversi, e cede ad altri paesi la leadership sull’aperto — un terreno su cui la competizione, non il divieto, è la risposta appropriata.
Il fondamento empirico dell’argomento è una previsione di comportamento: «unless artificial trade barriers intervene, people around the world will seek out and adopt the best models, regardless of their country of origin». I concorrenti cinesi che nomina — DeepSeek, Moonshot AI, Z.ai — non vanno esclusi ma battuti, e ogni tentativo di escluderli si traduce in una scelta subottimale imposta agli utilizzatori americani prima che a chiunque altro.
Il passaggio meno ovvio, e il più utile per chi ragiona di applicazioni e non di geopolitica, è quello sul dispiegamento locale. I modelli a pesi aperti girano su dispositivi di bordo, e questo elimina la latenza del collegamento al cloud: per un veicolo autonomo o per un drone impiegato in operazioni di ricerca e soccorso non è un vantaggio marginale, è la condizione perché il sistema funzioni. Chi restringe i pesi aperti non sta regolando soltanto un modello di distribuzione del software: sta escludendo una classe di applicazioni.
Letto accanto a Grogan, il pezzo mostra lo stesso meccanismo dai due capi opposti. Villasenor si preoccupa che gli Stati Uniti non perdano la leadership sull’aperto; Grogan si preoccupa che uno Stato qualunque possa esercitare una capacità cognitiva senza dipendere da un fornitore americano. È la stessa proprietà tecnica — i pesi si possiedono, l’accesso si affitta — vista dall’egemone e da tutti gli altri, e il fatto che porti alla stessa raccomandazione è la ragione per cui la questione non si lascia ridurre a una posizione ideologica sull’apertura.
Evan Osnos — corrispondente del New Yorker, già quattro anni a Pechino — torna in Cina e raccoglie le voci che contano: Kai-Fu Lee (01.AI), lo scienziato Yi Rao (Peking University), ingegneri dell’AI, un agente immobiliare divorziato che non guadagna una commissione da quattro mesi, un fattorino che ha trasformato venti mesi di lavoro in un memoir bestseller, un indovino settantenne con altare e tariffe WeChat. Il risultato è il resoconto più completo disponibile sulla competizione tecnologica USA-Cina e sul tipo di mondo che ne uscirà. Il quadro che emerge ha tre livelli. Il primo è il vantaggio concreto: la Cina produce il 70% dei droni, veicoli elettrici, batterie al litio e celle solari mondiali; nel 2023 ha installato più solare di quanto gli USA ne abbiano installato in tutta la loro storia; ha scavalcato gli USA nei paper scientifici citati e nei trial clinici. Trump ha accelerato tutto questo — tagliando i fondi alla ricerca e attivando la «China Initiative» che ha allontanato migliaia di scienziati di origine cinese. Yi Rao è esplicito: «Se Trump avesse mantenuto l’ordine in modo efficace, per la Cina sarebbe stato molto difficile. Trump ci ha davvero aiutato». Il secondo livello è la contraddizione strutturale: la Cina ha bisogno di dinamismo imprenditoriale ma il Partito non può rinunciare al controllo — la «birdcage economy», abbastanza ariosa da far prosperare le imprese ma non così tanto da sacrificare il potere. A marzo i fondatori dell’AI startup Manus sono stati bloccati all’aeroporto mentre stavano per chiudere una vendita a Meta per due miliardi di dollari. Il messaggio: alcuni esseri umani sono troppo preziosi per essere lasciati andare. Il terzo livello è il vero scenario: il successore dell’ordine americano non sarà un ordine cinese. Mark Leonard (ECFR) parla di «un-order» — una giungla in cui ogni paese si arma, sussidizza, accumula e cerca chokepoint. Rush Doshi (Georgetown) cita il pattern storico: mentre la Russia fissava l’Eurasia, l’Inghilterra sviluppava la macchina a vapore; mentre l’Europa combatteva per l’Africa, gli americani padroneggiavano la catena di montaggio; oggi, mentre gli USA cercano di governare il Venezuela e punire Iran e Cuba, la Cina si concentra sulle tecnologie del futuro. La debolezza strutturale cinese più sottovalutata non è tecnologica ma demografica: il tasso di fertilità è sceso a un figlio per donna. Osnos descrive la politica del figlio unico come il caso storico perfetto di paradigma tecnocratico applicato alla governance: gli ingegneri che avevano progettato i razzi spaziali calcolarono la traiettoria demografica «corretta» estrapolando dati incompleti fino a due decimali con falsa precisione, rinchiudendo tutto in una scatola nera etichettata «scienza», ignorando le variabili umane che i sociologi cercavano di segnalare. Il risultato: meno di otto milioni di nascite nel 2025, il minimo storico. I giovani cinesi, interrogati su perché non facciano figli, chiedono a loro volta perché qualcuno dovrebbe volerli: il futuro «sembra incerto e non degno di investimento». La scena conclusiva appartiene all’indovino settantenne che lavora in nero vicino a un tempio buddista, accetta WeChat, e risponde alla domanda di Osnos su come crescere bene i figli: «Dagli grande saggezza — è più importante del denaro». Nessuno sa più la risposta, osserva Osnos. Ma il veggente era più onesto dei CEO e dei politici che aveva incontrato.
David Polansky e Daniel Schillinger — rispettivamente teorico politico e docente di scienze politiche a Yale — partono dall’invocazione di Mark Carney a Davos all’inizio del 2026: il premier canadese cita il dialogo dei Meli de «La guerra del Peloponneso» per criticare Trump. L’operazione è esemplare di ciò che Hobsbawm chiamava «tradizione inventata»: si mobilita un’autorità classica per naturalizzare una posizione contemporanea, costruendo una linea di discendenza che conferisce peso storico a un’argomentazione politica. Che la posizione di Carney — i «middle powers» come contrappeso all’unilateralismo americano — sia in sé razionale e condivisibile non cambia il problema intellettuale: usare Tucidide in quel modo è già un autoinganno tucididiano. Il paradosso è programmatico — e il pezzo procede smontando tre autoinganni. Il primo è quello dei Meli: credono che la giustizia della loro causa attiri l’aiuto degli dèi e degli Spartani — vengono annientati. Ma anche gli Ateniesi si ingannano: distruggono un’isola che avrebbe potuto fornire tributo e risorse, e danneggiano la propria reputazione nelle città oligarchiche. La frase famosa — che la traduzione standard rende più ominosa del greco συγχωρέω, «cedere» — non dice che il forte ha ragione: dice che il linguaggio della giustizia ha senso solo tra pari. Il secondo autoinganno è quello spartano: Sparta si proclama «liberatrice della Grecia» mentre agisce per paura della crescita ateniese, massacra i propri helot migliori dopo averli selezionati per bravura, e converte la propria passione per la giustizia in un «gusto mostruoso per la punizione» che gli autori descrivono come peggio dell’ipocrisia. Il terzo è quello ateniese: gli Ateniesi capiscono la debolezza della giustizia tra stati, ma sovrastimano il potere della ragione. Il voto per la spedizione in Sicilia non viene analizzato strategicamente — viene votato per gloria e avventura, e la nomina del cauto Nicia come contrappeso all’ambizione immodesta porta al disastro. Pericle ammette sul letto di morte che l’impero è «come una tirannia», ma anche allora non riesce a smettere di promettere monumenti imperituti. Tucidide gli risponde descrivendo gli Ateniesi che muoiono nelle cave di Siracusa. La chiusa è nietzscheana: Nietzsche attribuisce a Tucidide la «volontà incondizionata di non ingannare sé stesso», e rileva che questa qualità definisce la distanza tra lui e i lettori — non soltanto temporale ma psicologica. Chi usa «La guerra del Peloponneso» per legittimare le proprie tesi agisce esattamente come i personaggi che Tucidide studia.
Adam Tooze — Chartbook — prende un dato apparentemente neutro — il surplus commerciale cinese — e lo usa per smontare la costruzione storica dei «China shock». La tesi: numerare gli shock implica continuità, ma la continuità è falsa. China Shock 1.0 era uno shock di globalizzazione in senso polanyiano: l’integrazione della forza lavoro cinese nelle supply chain occidentali ha prodotto un backlash differito — Trump e Brexit come doppio movimento di resistenza, arrivati anni dopo che il danno era fatto, nei settori low-value (giocattoli, mobili, abbigliamento). China Shock 2.0 è radicalmente diverso: la Cina non si lascia più integrare sui termini dell’Occidente, ma esporta tecnologia avanzata (auto elettriche, ingegneria) verso l’Europa, frutto di vent’anni di politica industriale deliberata. Non c’è discursive lag questa volta — la categoria «China shock» era già disponibile e si è attivata subito.
Il nesso con il lavoro di David Autor che ha coniato il concetto è ricostruito con cura: il China Shock 1.0 non era una catastrofe macroeconomica ma un danno concentrato e duraturo in comunità specifiche — non la perdita di milioni di posti, ma il mancato recupero di quelle comunità. Il punto originale della ricerca di Autor non era denunciare la Cina ma diagnosticare il fallimento del sistema americano di fronte agli shock di globalizzazione. Solo successivamente la narrativa si è trasformata in protezionismo anti-cinese.
L’articolo chiude con la metafora sismica: i due shock precedenti sono stati foreshock, e ciò che si profila — una trasformazione completa della divisione internazionale del lavoro trainata da politica industriale cinese consapevole — potrebbe essere il «Big One». Il nesso con il pezzo di Thompson sui modelli AI cinesi: entrambi leggono la Cina non come variabile esogena fastidiosa ma come attore che ha studiato la partita e cambiato strategia. Entra nel sito per il framework storico: Polanyi + industrial policy shock come strumento riutilizzabile per leggere qualsiasi grande rottura economica indotta da un attore statale che ha imparato dalla fase precedente.
Luke Harding — The Guardian — racconta la visita di Laura Loomer a Kiev e il suo clamoroso about-turn sulla guerra: da «non mi importa dell’Ucraina» a sostenitrice di sanzioni contro la Russia, dopo aver vissuto un allarme aereo e intervistato Zelensky nel giardino presidenziale. La notizia è nella meccanica, non nell’opinione. L’ufficio di Zelensky ha deliberatamente invitato e curato la visita di un’influencer con 2 milioni di follower nella sfera MAGA — inaccessibile ai media tradizionali — orchestrando una sequenza di esperienze (la sirena, il McDonald’s bombardato, la cattedrale colpita dai droni russi, l’incontro con il rabbino capo) che producono contenuto «spontaneo» e credibile presso quel pubblico specifico. Trump ha elogiato l’intervista su Truth Social («So good!!!»), il che ha trasformato il pezzo di Loomer in un segnale diplomatico: l’incontro Trump-Zelensky è stato confermato la settimana successiva. Letto insieme al pezzo sui «Russians With Attitude», il caso chiude un dittico: la Russia usa blogger ultranazionalisti anonimi per distribuire narrative pro-Cremlino verso la destra americana; l’Ucraina usa gli stessi canali MAGA per redistribuire narrative pro-Kiev verso lo stesso pubblico. Lo strumento è identico — il controllo riflessivo applicato attraverso l’influencer marketing — i vettori opposti. La differenza è che l’Ucraina lo fa a viso aperto: l’ufficio di Zelensky ha pubblicamente ringraziato Loomer per il coraggio di venire. Anton Gerashchenko, ex consigliere ucraino, lo ha descritto senza ambiguità: «una rottura pubblica con la narrativa russa da parte del movimento MAGA».
Prima intervista estesa di Musk dopo la quotazione di SpaceX, registrata al Gigafactory del Texas con la direttrice del settimanale Zanny Minton Beddoes. Il frame centrale è quello dell’abbondanza: l’AI produrrà ‘an age of amazing abundance where anyone can have anything they can think of’ — una visione che presuppone l’assenza di catastrofi globali ed esclude strutturalmente i costi di transizione. Beddoes interroga Musk su China, Starlink e Ucraina, il ritiro parziale dalla politica (‘got a little too involved’), l’AfD e la presenza di neonazisti nel partito. Su quest’ultimo punto l’intervista si inceppa: la direttrice insiste, Musk non risponde. Quel che emerge — al netto delle questioni su quanto sia recitazione e quanto reale, e di quelle, più difficili, sulla salute psichica — è una figura capace di una straordinaria abilità tecnica nell’hackerare i contesti in cui si muove, trovare leve, portare risultati: SpaceX, Tesla, X sono imprese concrete. Associata a una cecità totale — e, sembra, un disinteresse altrettanto totale — verso qualsiasi big picture che non sia preconfezionata: accelerazionismo, doomsday AI, abbondanza universale. Framework che hanno in comune la struttura del mito tecnico, non dell’analisi. Musk è probabilmente il più grande sponsor vivente degli studi umanistici: nessun professore di filosofia potrebbe dimostrare meglio di lui cosa succede quando l’intelligenza tecnica opera senza comprensione del contesto.
Ben Thompson — Stratechery — usa la dinamica dei mercati commodity per smontare il panico da Kimi K3, il modello open weight di Moonshot AI che ha agitato X nel weekend in cui Alibaba ha rilasciato anche Qwen3.8 Max. La tesi: i frontier lab americani stanno benissimo, perché in un mercato commodity vince chi ha il costo marginale più basso — e Anthropic e OpenAI, avendo servito modelli di frontiera per mesi prima di chiunque altro, hanno già ottimizzato il costo di inferenza come nessun concorrente riesce a fare.
La distinzione critica è tra R&D e COGS. I modelli open weight risparmiano i costi di ricerca (fixed), ma non i costi di serving (variabili). Kimi K3 sembra più economico per token, ma usa molti più token per arrivare alla stessa risposta: il costo per unità di intelligenza — che Thompson identifica come la vera commodity — può risultare più alto. Il token non è fungibile; l’output corretto sì.
La mossa cinese è letta con la categoria giusta: commoditize your complements. La Cina è forte nel mondo fisico — robotica, manifattura, logistica — e un’AI aperta e disponibile a tutti le dà un vantaggio strutturale in quei settori. Xi Jinping ha ribadito la scelta open source in un discorso la settimana scorsa. Pubblicare i pesi è geopolitica, non generosità.
Il passaggio più insolito riguarda la distillazione: i modelli cinesi migliorano usando i frontier model americani come teacher per il reinforcement learning. Thompson propone di rispondere non perseguendola ma legalizzandola — fair use per i dati di training, distillazione libera per le aziende americane — così i modelli open source occidentali possono usare i modelli di frontiera direttamente, invece di passare per Pechino con un giro in più.
Il caso finale chiude il cerchio: durante un breach dell’infrastruttura di Hugging Face, il team di sicurezza ha dovuto ricorrere al modello cinese GLM perché i modelli americani di frontiera erano bloccati dai guardrail per uso cybersecurity, per direttiva dell’amministrazione Trump. I difensori americani si affidano a modelli cinesi per proteggere infrastrutture americane. Thompson lo chiama «insane». Ha ragione.
Simone Pieranni mappa, dalla stampa cinese, due narrazioni opposte sull’AI e il lavoro che i media occidentali tendono a sovrapporre. La versione istituzionale racconta una transizione ordinata: 2,99 milioni di nuovi posti urbani nel primo trimestre 2026, nuove figure professionali (addestratori di sistemi AI, “narrative designer”), startup da una persona rese possibili dagli agenti intelligenti. L’altra versione racconta la “linea della mannaia” che scende: prima colpiva i ruoli intermedi, poi i junior, ora gli esterni in outsourcing — e i 12,7 milioni di neolaureati che si affacciano quest’anno sul mercato sono i più sfortunati di sempre, perché arrivano esattamente quando le aziende eliminano le posizioni base per sostituirle con agenti AI. Il punto che interessa al sito non è tecnico ma sociale: in Cina parlare di lavoro significa parlare di patto sociale. La Corte di Hangzhou ha già emesso una sentenza contro i licenziamenti motivati dalla sostituzione con AI. Il pezzo aggiunge alla serie sulla Cina già in archivio una dimensione interna che il pezzo di Chan non toccava: non la corsa geopolitica all’AGI, ma la gestione della pressione sociale dell’automazione su scala di massa.
Simone Pieranni pone una domanda che il dibattito occidentale sull’AI sistematicamente evita: la nostra concezione della tecnologia è solo una delle possibili, non l’unica. La cosmotecnica cinese — il termine è del filosofo Yuk Hui — è la visione del mondo che discende dall’uso della tecnica propria di una civiltà: in Cina affonda nelle grandi tradizioni filosofiche, buddismo compreso, che hanno sempre concepito la macchina come un elemento non necessariamente alieno, e nella continuità della tradizione statale fin dall’epoca imperiale. La macchina non è rottura, non è dominio sulla natura: è uno dei modi in cui cosmo, uomo e tecnica trovano armonia. Questo cambia radicalmente il frame della «gara» sino-americana sull’AI: non si tratta solo di chi costruisce modelli più potenti, ma di chi costruisce modelli con quale idea di cosa sia la tecnologia, per cosa serva, a quali fini risponda. Il pezzo aggiunge alla serie sulla Cina già in archivio la dimensione filosofica che mancava: non la competizione geopolitica (Chan), non il patto sociale interno (Pieranni su Il Partito), ma la cosmologia sottostante.
Ken Harbaugh ricostruisce dall’interno la rete di resistenza ucraina nei territori occupati: una struttura che dall’aperto — bandiere, canzoni, girasoli — si è trasformata in intelligence clandestina con handler, agenti sotto copertura e protocolli da manuale. Il cuore del pezzo è operativo: honeytraps, telefoni puliti contrabbandati, manuali CIA sulla guerra fredda che circolano in copie fisiche consumate — i dettagli tecnici su come comunicare sotto occupazione sono tra i più precisi mai pubblicati su una resistenza attiva. La tesi più forte è però sociale: le donne sono la spina dorsale della rete. Sfruttano i pregiudizi degli occupanti — che non immaginano combattenti in una nonna con le borse della spesa davanti alle caserme — e diventano il primo anello della kill chain. L’articolo introduce il termine ucraino vidma, spesso tradotto “strega” ma dalla radice vidate, “conoscere”: le vidma erano sagge, riconoscevano i segreti dell’ambiente, non venivano bruciate per questo. La campagna di droni che alimentano è il motore militare della resistenza. Il pezzo entra nel sito perché aggiunge carne alla serie sulle ombre: la resistenza come pratica del long game, dell’identità tenuta sotto pressione massima, dell’intelligence come forma di sopravvivenza civile.
15 giugno 2026
Curated
· The Sunday Times Magazine
Geopolitica
Il racconto di ‘Freya’, l’ex modella di Kyiv diventata una delle sommozzatrici del commando ucraino che nel 2022 fece saltare il gasdotto Nord Stream — l’infrastruttura da 20 miliardi di dollari che portava gas russo in Europa. Basato sulle ricerche del giornalista Bojan Pancevski (autore di ‘The Nord Stream Conspiracy’), il pezzo segue il suo percorso dalla vita notturna kyivita all’addestramento per una missione subacquea ad altissimo rischio, fino al suo ruolo attuale di istruttrice militare. Una storia di spionaggio e sabotaggio più vicina a un thriller che alla cronaca.
Ritratto di Luuk van Middelaar — storico dell’integrazione europea, ex speechwriter del primo presidente del Consiglio europeo, oggi direttore del Brussels Institute for Geopolitics (BIG). Jäger ne ricostruisce la traiettoria intellettuale: dalla critica giovanile a Kojève (accusato di aver assassinato la politica con la sua teleologia hegeliana) alla proposta attuale di una ‘politica degli eventi’ che sostituisca la tradizionale ‘politica delle regole’ europea. Van Middelaar è l’equivalente europeo di Elbridge Colby: un teorico del potere che vuole convincere le élite del continente che il momento machiavelliano è arrivato. Il limite che Jäger gli imputa è strutturale: una visione puramente reattiva — mole-whacking delle crisi, riarmo accelerato — non è una strategia geopolitica coerente. Per costruirne una, l’Europa avrebbe bisogno di una teoria del proprio futuro, non solo di una diagnosi del presente. Nota mia: la tensione tra ‘politica degli eventi’ e pensiero strategico di lungo periodo è esattamente il nodo che rende difficile ragionare sull’Europa come attore unitario — e che rende van Middelaar più interessante come sintomo che come soluzione.
Ross Douthat intervista Christian Brose, presidente di Anduril, per il suo podcast sul NYT. La tesi: l’esercito americano è stato costruito su assunzioni degli anni Novanta — guerre brevi, supremazia tecnologica garantita, nessuna pressione sulla filiera produttiva — e quelle assunzioni sono tutte false. L’Iran, con marina affondata e aviazione distrutta nell’Operation Epic Fury, è ancora in grado di minacciare lo Stretto di Hormuz con droni one-way; l’Ucraina è rimasta in combattimento quattro anni grazie a sistemi economici e riproducibili; la spesa in Tomahawk è triplicata, la produzione è cresciuta del 14-23%. Anduril risponde con un modello VC-funded che combina hardware (jet autonomo CCA, sistema anti-drone Pulsar) e software (Lattice, controllo autonomo sul campo). La parte più rilevante per noi è quella etica: la normativa del Pentagono non proibisce esplicitamente l’automazione della kill chain, e Brose ammette che in conflitti protratti ci si avvicina a sistemi che «vanno finché trovano qualcosa da colpire». Sul rifiuto di Anthropic di lavorare con il Pentagono: «where Anthropic went wrong» — o ti fidi del governo eletto, o esci dal business. È la tesi esattamente opposta a quella di Amodei.
Ross Douthat intervista Kyle Chan del Brookings Institution mentre Trump e Xi si incontrano a Pechino. La cornice della “gara” è fuorviante: i due paesi corrono gare diverse. Gli USA puntano all’AGI — l’intelligenza artificiale generale, la «macchina-dio» — con Anthropic e OpenAI ormai vicine ai mille miliardi di valutazione ciascuna. La Cina punta all’efficienza, alla diffusione capillare, all’open source, alle applicazioni fisiche (robot nelle fabbriche, nelle strade, nei ristoranti) — e lo fa con un vantaggio strutturale: un piano energetico da rinnovabili che alimenta i data center nelle province occidentali e una pressione demografica che rende l’automazione non un’opzione ma una necessità (forza lavoro in calo da oltre un decennio, 12 milioni di nuovi laureati all’anno, nessuno vuole lavorare in fabbrica). Il punto più interessante è nel titolo: «China’s Not the Problem. We Are.» Gli export control sui chip Nvidia tagliano la Cina dalla supply chain TSMC/ASML ma non fermano la corsa — la costringono all’efficienza, che è esattamente il suo punto di forza. Il vero ostacolo americano è interno. Specchio del mood pubblico: in Cina l’ansia diffusa è per chi non usa abbastanza l’AI e rischia di restare indietro; negli USA è per chi la usa e teme le conseguenze.
Ezra Klein intervista Fareed Zakaria al culmine della crisi iraniana: Trump oscilla in poche ore dalla minaccia di annientare una civiltà al cessate il fuoco, fino alla proposta di joint venture con l’Iran sulle tariffe dello Stretto di Hormuz. Zakaria usa il termine dello studioso Stephen Walt — predatory hegemon — per descrivere la trasformazione in atto: l’egemone americano del dopoguerra aveva costruito il proprio primato fornendo beni pubblici globali (libertà di navigazione, ordine commerciale aperto, sicurezza dell’alleanza) in cambio di influenza a lungo termine; Trump inverte esattamente questo calcolo, con l’istinto di un giocatore con fattore di sconto δ vicino a zero — quanto posso estrarne adesso? Il problema è che questa logica è funzionale solo per un attore marginale: applicata all’egemone, distrugge il sistema cooperativo da cui l’egemone stesso trae il beneficio maggiore. L’Iran esce dalla guerra militarmente sconfitto ma strategicamente rafforzato — controllo dello Stretto, nuove entrate, Cina nel Golfo, Russia che incassa l’aumento del petrolio — perché ha imparato che il costo della resistenza era inferiore a quanto dichiarato: il rovescio esatto del meccanismo Tit-for-Tat. Il pezzo entra direttamente nella serie sulle ombre.
Da segnalare non tanto per il merito politico quanto come caso di studio: quanto poco razionali e poco lineari possano essere le decisioni umane quando entrano in gioco impulso, timing personale, pressioni contingenti. Un promemoria utile per chiunque modelli scenari geopolitici assumendo attori razionali.
Linda Hourani — Kyiv Independent, con TUA Research — smaschera con metodologia OSINT i due conduttori di «Russians With Attitude» (RWA), podcast russo-ultranazionalista con 422.000 follower su X e audience prevalentemente americana (27,6%). «Kirill» è Kirill Kamenetsky, attivista di estrema destra vissuto a lungo in Germania; «Nikolay» è Eldar Orlov, blogger di Ekaterinburg: identità ricostruite incrociando account multipli, email collegate, numeri di telefono e database di consegne trapelati. Il caso interessa il sito non per la cronaca in sé ma per l’architettura che rivela: contenuto ideologicamente russo confezionato per un pubblico anglofono di destra, distribuito su piattaforme americane (Patreon, Spotify, Gumroad, Substack), monetizzato con abbonamenti — almeno 6.000 euro al mese da Patreon — e intrecciato con la rete alt-right americana attraverso ospiti come Alexander Dugin, «Bronze Age Pervert» (Costin Alamariu) e la ex militare della Marina USA nota come Donbass Devushka. In parallelo, entrambi i conduttori hanno usato i propri canali Telegram per raccogliere fondi per unità militari russe sanzionate, inclusa Rusich, gruppo paramilitare neo-nazista documentato per esecuzioni di prigionieri di guerra. Patreon ha rimosso il podcast solo dopo l’inchiesta; Substack e Gumroad non avevano risposto al momento della pubblicazione. Il pattern è quello della dottrina Gerasimov applicata dal basso: non agenti statali diretti ma nazionalisti auto-organizzati che il Cremlino progressivamente coopte — critici di Putin per insufficiente aggressività, ma funzionali alla narrativa imperiale quando il regime ne ha bisogno. L’anonimato è parte della strategia operativa: permette di raccogliere fondi per unità sanzionate da territorio tedesco senza esposizione legale immediata, e di costruire credibilità come «voci indipendenti» presso un pubblico americano che diffida dei media tradizionali.
Come la corsa agli investimenti in tecnologie dual-use e difesa sta ridisegnando la geopolitica dell’AI: chi finanzia cosa, con quali implicazioni per la competizione globale tra Stati Uniti, Europa e Cina.
Il rapporto documenta il rapporto degli ucraini con la democrazia sotto la legge marziale, attraverso interviste e focus group condotti nell’estate del 2025 su un campione che include soldati attivi, ufficiali di reclutamento, civili, sfollati interni e ucraini all’estero. Emergono tre posizioni: chi accetta le restrizioni alla libertà di movimento e di parola come misure necessarie; chi legge nell’accentramento del potere esecutivo una deriva autoritaria, con alcuni che paragonano l’Ucraina alla Russia o alla Corea del Nord; chi vede nell’unità nazionale una nuova forma di espressione democratica. Il dato più scomodo, e il più assente dalla copertura occidentale, è quello sugli uomini civili in età di leva che si nascondono in casa per evitare i TCR (ufficiali di reclutamento), accumulando risentimento verso lo Stato: una frattura silenziosa che rischia di diventare strutturale. La lettura politica rilevante non è quella ovvia — smentire le false pretese di Putin sull’Ucraina ‘nazificata’. È più sottile, e inizia a emergere sottotraccia: il sostegno militare concreto all’autodifesa ucraina non è solo la difesa della democrazia (imperfetta, come lo sono tutte le democrazie post-Patto di Varsavia, e non solo loro) contro la tirannia. È anche la difesa della democrazia dal suo collasso interno. La situazione da evitare non è molto diversa da quella del Libano: pressione esterna prolungata più fallimento istituzionale progressivo produce un vuoto democratico che nessuna fibra morale, per quanto solida, è in grado di colmare. Gli ucraini sono gente tosta. Ma fare dipendere il successo della democrazia ucraina dalla loro tenuta psicologica e morale è un peso ingiusto per loro — e una scommessa rischiosa per chi ucraino non è. Il rapporto si legge in parallelo con il pezzo sulla drone democracy (Gumenyuk, Foreign Affairs, agosto 2026): insieme mostrano la stessa energia civica — distribuita, difficile da spegnere — nelle sue due facce: costruttiva (tecnologia militare bottom-up) e protettiva (proteste contro lo smantellamento degli organi anticorruzione, luglio 2025).
Peter C. Perdue, storico della Cina imperiale a Yale, smonta la dottrina della «grande unità» che dal 2023 struttura il discorso ufficiale cinese: una civiltà di cinquemila anni in cui popoli diversi si sono fusi armoniosamente, e che proprio per questo avrebbe un modello da offrire al mondo. Il vocabolario è antico — huaxia, la comunità culturale fondativa; datong, la grande unità; ren, la reciprocità; tianxia, «tutto sotto il cielo», rilanciato da Zhao Tingyang come alternativa comunitaria alla competizione fra stati-nazione — ma il montaggio è recente. Il Datongshu di Kang Youwei è del 1902; l’impianto di continuità etnica e culturale ricalca da vicino China’s Destiny di Chiang Kai-shek, 1943, cioè l’ideologia nazionalista che il Partito aveva combattuto, e che già allora John K. Fairbank giudicava di stampo potenzialmente fascista. La tesi di Perdue è che questa dottrina risponda a un problema interno di legittimità più che a una convinzione civilizzazionale: uno Stato che non affronta alcuna minaccia esistenziale reale non ha bisogno di ripetere ogni pochi anni che è unito, a meno che l’unità non sia ciò di cui dubita.
La conseguenza che conta riguarda il rapporto fra i due piani. Unità interna e armonia internazionale non sono due dottrine ma una sola, saldate dal meccanismo della continuità culturale: se la diversità interna si è composta senza coercizione, allora il modello vale anche fuori. Rovesciando l’argomento, però, si vede perché il tianxia non possa funzionare come proposta universale: la sua funzione primaria è tenere insieme l’interno, e un discorso costruito per quel compito non è esportabile, perché all’esterno chiede agli altri di occupare la posizione che dentro occupano le minoranze. Le contraddizioni che Perdue elenca — un nazionalismo territoriale che si dichiara pago dei confini Qing e insieme una proiezione di potenza che quei confini non li rispetta — non sono incoerenze da smascherare, sono il segno che i due piani hanno destinatari diversi.
Il pezzo ha un effetto retroattivo su una delle lenti che questo sito usa. La cosmotecnica di Yuk Hui — ogni civiltà produce una tecnica radicata nella propria cosmologia — poggia, nelle sue applicazioni politiche, sulla continuità della tradizione filosofica e statale cinese. Perdue mostra che quella continuità è in buona parte un artefatto novecentesco, ricostruito a ritroso e con precedenti scomodi. Non è una confutazione di Hui, che parla di cosmologie e non di regimi, ma toglie il puntello storicista a chi usa la cosmotecnica come prova che la Cina pensa da millenni la tecnica in un modo suo. La distinzione da tenere è fra l’esistenza di una tradizione e la pretesa della sua ininterrotta trasmissione: la prima è documentata, la seconda è la parte costruita, ed è quella che serve al potere.
C’è infine il rapporto con la domanda sull’esistenza di un’idea alternativa, che il sito ha registrato altrove nella forma che le dà Fukuyama: nessun sistema concorrente regge il confronto, e la Cina è l’unico candidato, per quanto non sostenibile. Il tianxia si presenta esattamente come quella idea mancante — un ordine mondiale fondato sul beneficio reciproco invece che sulla competizione. La risposta che si ricava qui è più fine di una negazione: l’alternativa esiste come discorso, ma non come programma, perché nasce da un’esigenza di coesione interna e non da una teoria del bene comune globale. Il che vale come avvertimento generale, e non solo sulla Cina. Ogni volta che una potenza offre al mondo il proprio modello di convivenza, conviene chiedersi prima quale problema domestico quel modello stia risolvendo.
Preprint del marzo 2026, pubblicato da Universitas AI e non sottoposto a revisione fra pari: va letto sapendolo. La tesi che lo regge è però netta e argomentata, e riguarda un punto che il dibattito pubblico tratta al contrario. L’era dei foundation model finisce, sostiene Grogan, non perché i modelli smettano di migliorare ma perché il pre-addestramento si commoditizza e il costo dominante si sposta sull’inferenza, che diventa infrastruttura ricorrente invece che investimento una tantum. Il segnale di mercato che porta è l’impegno di circa venti miliardi di Nvidia su Groq: la prossima battaglia competitiva non è sull’addestramento.
Il rovesciamento vero è sulla sovranità. La convinzione diffusa è che un governo prudente compri capacità da un fornitore affidabile e sottoscriva garanzie contrattuali. Grogan mostra che è l’inverso: «a government that holds the weights commands the capability on its own terms, without dependence on vendor policy». Un modello chiuso è una capacità in affitto, revocabile per cambio di condizioni commerciali, per dissesto finanziario del fornitore o per decisione del governo che lo ospita; i pesi aperti, dispiegabili in ambiente isolato e riaddestrabili con personale proprio, sono «lo strumento controintuitivo del controllo sovrano». Da qui la conclusione sulla politica industriale: uno Stato ha un interesse strutturale a che esistano modelli a pesi aperti di livello di frontiera, sviluppati internamente e ispezionabili dai propri funzionari — non come preferenza commerciale ma come requisito di sicurezza nazionale.
Il paper documenta anche l’asimmetria geopolitica che rende la questione urgente: i controlli americani all’esportazione limitano l’accesso cinese ai chip avanzati, mentre i modelli a pesi aperti cinesi — DeepSeek, Qwen, Zhipu — si distribuiscono globalmente senza vincolo equivalente. Il contenimento agisce sull’hardware e non ha un corrispettivo sul lato dei pesi, che è il lato da cui l’influenza si propaga più in fretta e a costo più basso.
Per l’archivio è la versione strutturale della sovranità cognitiva. Il caso Fable 5 mostrava la variante da politica commerciale del problema: una capacità scientifica spenta in quarantotto ore da un provvedimento amministrativo estero. Qui il problema è a monte, e riguarda la forma in cui la capacità è posseduta. Una precisazione sul limite del testo, perché conta: Grogan non sostiene che le regole sui modelli aperti siano lo strumento con cui la dipendenza viene prodotta — argomenta soltanto che i pesi aperti sono la condizione della sovranità. Il passaggio inferenziale che collega le due cose, e che porta alla voce cattura regolatoria, è dell’archivio e non dell’autore.
Joanna Kulesza, docente di diritto e direttrice esecutiva del Lodz Cyber Hub, fa il punto sulla governance di internet all’inizio del 2026 e la sua tesi è che il modello multistakeholder sia intatto nella forma e svuotato nella sostanza. L’Internet Governance Forum funziona come spazio di legittimazione e di dialogo più che di fissazione dell’agenda, i suoi esiti restano non vincolanti, e i governi aggirano i fori tradizionali legiferando per via di sicurezza e di commercio.
I tre passaggi che indica come decisivi sono concreti. Il WSIS+20 ha confermato il linguaggio multistakeholder ma, nella sua formula, «la permanenza non si è tradotta in autorità». Il meccanismo permanente delle Nazioni Unite, operativo da marzo 2026, istituisce norme cyber attraverso negoziati diplomatici quinquennali, e segna una svolta strutturale rispetto all’articolazione episodica delle norme. La Convenzione ONU sul cybercrime entra in fase attuativa e trasforma i fornitori in attori di conformità legale, con effetti che ricadono sulla governance tecnica.
Il passaggio che interessa più direttamente questo archivio è il collegamento con la dottrina di sicurezza: nella strategia NATO del 2022 internet è riconosciuto come bene a doppio uso — vulnerabilità, bersaglio e leva deterrente insieme — e la fiducia smette di poggiare su criteri tecnici per poggiare sull’allineamento politico e sulla valutazione del fornitore. È la stessa struttura che il sito incontra altrove: quando il criterio di affidabilità passa dalla verifica all’appartenenza, cambia chi può stare nel sistema, non come il sistema funziona.
Rapporto di Maria Domańska e Katarzyna Chawryło per il Centro per gli studi orientali di Varsavia, che data al biennio 2024-2025 il salto qualitativo dalla censura selettiva all’autarchia informativa. L’impianto poggia sulla legge del 2019 sull’internet sovrano, che impone agli operatori l’installazione di apparati di filtraggio a livello di pacchetto, e si è completato con due misure recenti: dal settembre 2025 il divieto di pubblicizzare le VPN e la sanzione per chi accede ai contenuti vietati, non più solo per chi li diffonde; e dall’autunno 2025 il passaggio alle whitelist, cioè al blocco di tutto tranne ciò che è esplicitamente permesso, attivo in almeno trenta regioni.
Le cifre che il rapporto mette in fila sono la ragione per cui la scheda entra in archivio. Richieste di rimozione a Google per 784.000 contenuti nel 2024, con la Russia a quasi il 60% del totale mondiale nella prima metà del 2025; 197 servizi VPN bloccati; il traffico di YouTube ridotto dell’80% per strozzatura invece che per divieto; l’applicazione di Stato Max preinstallata per legge, 55 milioni di iscritti dichiarati e il 4% che ne segue davvero i contenuti. Il contrappeso è nei costi: VK, che gestisce le piattaforme domestiche, ha perso quasi 95 miliardi di rubli nel 2024, quasi il triplo dell’anno prima.
Le autrici non prevedono un blackout informativo ma un restringimento: più autocensura, più apatia, una riduzione significativa della portata dei media indipendenti, che già raggiungevano regolarmente fra il 6 e il 9% della popolazione adulta. L’obiettivo dichiarato è il controllo pieno nei primi mesi del 2026, in vista delle elezioni per la Duma di settembre.
Mailyn Fidler, visiting assistant professor alla Harvard Law School, scrive per la cattedra su digitale e sovranità di Sciences Po e propone una distinzione che riorganizza il tema. La frammentazione classica è subordination fragmentation, rivolta all’interno: uno Stato allinea la rete alle proprie esigenze di sovranità domestica, come fanno il Great Firewall e il RuNet. Quella che osserva dal 2024 è rivolta all’esterno, e la scompone in quattro forme — i controlli all’esportazione su semiconduttori e componenti AI, che negano a un paese di essere pienamente integrato nella rete internazionale; il sabotaggio dei cavi sottomarini, con i casi del Baltico e del Mar Rosso e un precedente che risale alla guerra ispano-americana del 1898; i deserti di connettività prodotti da dove il capitale ha scelto di posare l’infrastruttura, con il Senegal a sei cavi e la Guinea a uno; e la frammentazione giuridica delle cinque convenzioni regionali sul cybercrime che si fanno concorrenza.
Il dato che tiene insieme le ultime due è il più istruttivo: i firmatari della Convenzione di Malabo hanno in media 2,17 cavi sottomarini contro i 3,27 dei non firmatari. Chi non dispone di potenza materiale contesta l’ordine con lo strumento normativo — la frammentazione legale è la sovranità di chi non ha infrastruttura. La conclusione di Fidler è che questa forma «sfuma dal protezionismo all’aggressione», e per l’archivio il rilievo è che riclassifica come frammentazione di internet il filo dei controlli all’esportazione, che le altre schede su questo fronte trattano soltanto come politica industriale.
Una nota sulla data: il documento porta l’indicazione di giugno 2025 senza giorno, e la data qui è convenzionale.
Studio di Julien Nocetti per il Centro geopolitica delle tecnologie dell’Ifri. La distinzione iniziale in tre tipi — tecnica, cioè rotture di compatibilità fra protocolli; geopolitica, cioè controllo statale, blocchi ed esclusioni; commerciale, cioè concentrazione in piattaforme proprietarie — è la parte che serve di più, perché tiene separate cose che il termine «splinternet» confonde abitualmente.
Il confronto fra i quattro attori porta il resto. La Cina persegue una strategia su tre livelli: standard tecnici alternativi, controllo dell’hardware attraverso i cavi e Huawei, e applicazioni proprietarie in cui la frammentazione è stratificata — WeChat combina compatibilità selettiva fra dispositivi, registrazione restrittiva e funzioni geo-bloccate. La Russia punta alla scissione, e durante l’invasione ha reindirizzato il traffico ucraino verso server propri. L’India sta in una posizione ambigua fra terza via e dipendenza tecnologica: duecento app cinesi bloccate, Huawei escluso dal 5G, India Stack come infrastruttura sovrana, ma legami stretti con la Silicon Valley. L’Unione europea è l’unica che resiste alle forze centrifughe per via normativa invece che tecnica — la sovranità digitale come esportazione di regole, con DNS4EU e Global Gateway che vincolano gli investimenti infrastrutturali a standard di interoperabilità.
Fra i dati vale la pena tenere quello sulle radici: tredici identità DNS root, controllate da nove organizzazioni americane, due europee e una giapponese. È la misura di quanto la rete resti, nella sua architettura di base, un’infrastruttura a proprietà concentrata — che è la ragione per cui la frammentazione viene rivendicata come emancipazione anche da chi ne subirebbe i costi. La data qui è convenzionale: il documento indica febbraio 2024 senza giorno.