Geopolitica & potere

Argomento

Geopolitica

21 articoli

Non sono un grande estimatore della geopolitica come disciplina autonoma. Mi pare spesso epistemologicamente debole e divulgata con eccessiva disinvoltura, quando non è inquadrata dentro la teoria delle relazioni internazionali. Quello che trovo utile è usarla come lente descrittiva — non come framework esplicativo. Gli articoli qui raccolti cercano di fare esattamente questo.

mar 2026 lug 2026

Chartbook 462: China shocked – beyond 1.0 and 2.0 to the 'Big One' ↗

Adam Tooze — Chartbook — prende un dato apparentemente neutro — il surplus commerciale cinese — e lo usa per smontare la costruzione storica dei «China shock». La tesi: numerare gli shock implica continuità, ma la continuità è falsa. China Shock 1.0 era uno shock di globalizzazione in senso polanyiano: l’integrazione della forza lavoro cinese nelle supply chain occidentali ha prodotto un backlash differito — Trump e Brexit come doppio movimento di resistenza, arrivati anni dopo che il danno era fatto, nei settori low-value (giocattoli, mobili, abbigliamento). China Shock 2.0 è radicalmente diverso: la Cina non si lascia più integrare sui termini dell’Occidente, ma esporta tecnologia avanzata (auto elettriche, ingegneria) verso l’Europa, frutto di vent’anni di politica industriale deliberata. Non c’è discursive lag questa volta — la categoria «China shock» era già disponibile e si è attivata subito. Il nesso con il lavoro di David Autor che ha coniato il concetto è ricostruito con cura: il China Shock 1.0 non era una catastrofe macroeconomica ma un danno concentrato e duraturo in comunità specifiche — non la perdita di milioni di posti, ma il mancato recupero di quelle comunità. Il punto originale della ricerca di Autor non era denunciare la Cina ma diagnosticare il fallimento del sistema americano di fronte agli shock di globalizzazione. Solo successivamente la narrativa si è trasformata in protezionismo anti-cinese. L’articolo chiude con la metafora sismica: i due shock precedenti sono stati foreshock, e ciò che si profila — una trasformazione completa della divisione internazionale del lavoro trainata da politica industriale cinese consapevole — potrebbe essere il «Big One». Il nesso con il pezzo di Thompson sui modelli AI cinesi: entrambi leggono la Cina non come variabile esogena fastidiosa ma come attore che ha studiato la partita e cambiato strategia. Entra nel sito per il framework storico: Polanyi + industrial policy shock come strumento riutilizzabile per leggere qualsiasi grande rottura economica indotta da un attore statale che ha imparato dalla fase precedente.

Maga influencer Laura Loomer reverses course on Ukraine after Kyiv visit ↗

Luke Harding — The Guardian — racconta la visita di Laura Loomer a Kiev e il suo clamoroso about-turn sulla guerra: da «non mi importa dell’Ucraina» a sostenitrice di sanzioni contro la Russia, dopo aver vissuto un allarme aereo e intervistato Zelensky nel giardino presidenziale. La notizia è nella meccanica, non nell’opinione. L’ufficio di Zelensky ha deliberatamente invitato e curato la visita di un’influencer con 2 milioni di follower nella sfera MAGA — inaccessibile ai media tradizionali — orchestrando una sequenza di esperienze (la sirena, il McDonald’s bombardato, la cattedrale colpita dai droni russi, l’incontro con il rabbino capo) che producono contenuto «spontaneo» e credibile presso quel pubblico specifico. Trump ha elogiato l’intervista su Truth Social («So good!!!»), il che ha trasformato il pezzo di Loomer in un segnale diplomatico: l’incontro Trump-Zelensky è stato confermato la settimana successiva. Letto insieme al pezzo sui «Russians With Attitude», il caso chiude un dittico: la Russia usa blogger ultranazionalisti anonimi per distribuire narrative pro-Cremlino verso la destra americana; l’Ucraina usa gli stessi canali MAGA per redistribuire narrative pro-Kiev verso lo stesso pubblico. Lo strumento è identico — il controllo riflessivo applicato attraverso l’influencer marketing — i vettori opposti. La differenza è che l’Ucraina lo fa a viso aperto: l’ufficio di Zelensky ha pubblicamente ringraziato Loomer per il coraggio di venire. Anton Gerashchenko, ex consigliere ucraino, lo ha descritto senza ambiguità: «una rottura pubblica con la narrativa russa da parte del movimento MAGA».

Who’s Afraid of Chinese Models? ↗

Ben Thompson — Stratechery — usa la dinamica dei mercati commodity per smontare il panico da Kimi K3, il modello open weight di Moonshot AI che ha agitato X nel weekend in cui Alibaba ha rilasciato anche Qwen3.8 Max. La tesi: i frontier lab americani stanno benissimo, perché in un mercato commodity vince chi ha il costo marginale più basso — e Anthropic e OpenAI, avendo servito modelli di frontiera per mesi prima di chiunque altro, hanno già ottimizzato il costo di inferenza come nessun concorrente riesce a fare. La distinzione critica è tra R&D e COGS. I modelli open weight risparmiano i costi di ricerca (fixed), ma non i costi di serving (variabili). Kimi K3 sembra più economico per token, ma usa molti più token per arrivare alla stessa risposta: il costo per unità di intelligenza — che Thompson identifica come la vera commodity — può risultare più alto. Il token non è fungibile; l’output corretto sì. La mossa cinese è letta con la categoria giusta: commoditize your complements. La Cina è forte nel mondo fisico — robotica, manifattura, logistica — e un’AI aperta e disponibile a tutti le dà un vantaggio strutturale in quei settori. Xi Jinping ha ribadito la scelta open source in un discorso la settimana scorsa. Pubblicare i pesi è geopolitica, non generosità. Il passaggio più insolito riguarda la distillazione: i modelli cinesi migliorano usando i frontier model americani come teacher per il reinforcement learning. Thompson propone di rispondere non perseguendola ma legalizzandola — fair use per i dati di training, distillazione libera per le aziende americane — così i modelli open source occidentali possono usare i modelli di frontiera direttamente, invece di passare per Pechino con un giro in più. Il caso finale chiude il cerchio: durante un breach dell’infrastruttura di Hugging Face, il team di sicurezza ha dovuto ricorrere al modello cinese GLM perché i modelli americani di frontiera erano bloccati dai guardrail per uso cybersecurity, per direttiva dell’amministrazione Trump. I difensori americani si affidano a modelli cinesi per proteggere infrastrutture americane. Thompson lo chiama «insane». Ha ragione.

IA, bulloni e umanesimo ↗

Simone Pieranni mappa, dalla stampa cinese, due narrazioni opposte sull’AI e il lavoro che i media occidentali tendono a sovrapporre. La versione istituzionale racconta una transizione ordinata: 2,99 milioni di nuovi posti urbani nel primo trimestre 2026, nuove figure professionali (addestratori di sistemi AI, “narrative designer”), startup da una persona rese possibili dagli agenti intelligenti. L’altra versione racconta la “linea della mannaia” che scende: prima colpiva i ruoli intermedi, poi i junior, ora gli esterni in outsourcing — e i 12,7 milioni di neolaureati che si affacciano quest’anno sul mercato sono i più sfortunati di sempre, perché arrivano esattamente quando le aziende eliminano le posizioni base per sostituirle con agenti AI. Il punto che interessa al sito non è tecnico ma sociale: in Cina parlare di lavoro significa parlare di patto sociale. La Corte di Hangzhou ha già emesso una sentenza contro i licenziamenti motivati dalla sostituzione con AI. Il pezzo aggiunge alla serie sulla Cina già in archivio una dimensione interna che il pezzo di Chan non toccava: non la corsa geopolitica all’AGI, ma la gestione della pressione sociale dell’automazione su scala di massa.

Cosa intende la Cina per «intelligenza artificiale» ↗

Simone Pieranni pone una domanda che il dibattito occidentale sull’AI sistematicamente evita: la nostra concezione della tecnologia è solo una delle possibili, non l’unica. La cosmotecnica cinese — il termine è del filosofo Yuk Hui — è la visione del mondo che discende dall’uso della tecnica propria di una civiltà: in Cina affonda nelle grandi tradizioni filosofiche, buddismo compreso, che hanno sempre concepito la macchina come un elemento non necessariamente alieno, e nella continuità della tradizione statale fin dall’epoca imperiale. La macchina non è rottura, non è dominio sulla natura: è uno dei modi in cui cosmo, uomo e tecnica trovano armonia. Questo cambia radicalmente il frame della «gara» sino-americana sull’AI: non si tratta solo di chi costruisce modelli più potenti, ma di chi costruisce modelli con quale idea di cosa sia la tecnologia, per cosa serva, a quali fini risponda. Il pezzo aggiunge alla serie sulla Cina già in archivio la dimensione filosofica che mancava: non la competizione geopolitica (Chan), non il patto sociale interno (Pieranni su Il Partito), ma la cosmologia sottostante.

The Warrior-Witches of Ukraine’s Resistance ↗

Ken Harbaugh ricostruisce dall’interno la rete di resistenza ucraina nei territori occupati: una struttura che dall’aperto — bandiere, canzoni, girasoli — si è trasformata in intelligence clandestina con handler, agenti sotto copertura e protocolli da manuale. Il cuore del pezzo è operativo: honeytraps, telefoni puliti contrabbandati, manuali CIA sulla guerra fredda che circolano in copie fisiche consumate — i dettagli tecnici su come comunicare sotto occupazione sono tra i più precisi mai pubblicati su una resistenza attiva. La tesi più forte è però sociale: le donne sono la spina dorsale della rete. Sfruttano i pregiudizi degli occupanti — che non immaginano combattenti in una nonna con le borse della spesa davanti alle caserme — e diventano il primo anello della kill chain. L’articolo introduce il termine ucraino vidma, spesso tradotto “strega” ma dalla radice vidate, “conoscere”: le vidma erano sagge, riconoscevano i segreti dell’ambiente, non venivano bruciate per questo. La campagna di droni che alimentano è il motore militare della resistenza. Il pezzo entra nel sito perché aggiunge carne alla serie sulle ombre: la resistenza come pratica del long game, dell’identità tenuta sotto pressione massima, dell’intelligence come forma di sopravvivenza civile.

How a former model from Kyiv blew up Russia’s $20bn gas pipeline ↗

Il racconto di ‘Freya’, l’ex modella di Kyiv diventata una delle sommozzatrici del commando ucraino che nel 2022 fece saltare il gasdotto Nord Stream — l’infrastruttura da 20 miliardi di dollari che portava gas russo in Europa. Basato sulle ricerche del giornalista Bojan Pancevski (autore di ‘The Nord Stream Conspiracy’), il pezzo segue il suo percorso dalla vita notturna kyivita all’addestramento per una missione subacquea ad altissimo rischio, fino al suo ruolo attuale di istruttrice militare. Una storia di spionaggio e sabotaggio più vicina a un thriller che alla cronaca.

Europe Needs to Come Together. This Man Has Some Ideas. ↗

Ritratto di Luuk van Middelaar — storico dell’integrazione europea, ex speechwriter del primo presidente del Consiglio europeo, oggi direttore del Brussels Institute for Geopolitics (BIG). Jäger ne ricostruisce la traiettoria intellettuale: dalla critica giovanile a Kojève (accusato di aver assassinato la politica con la sua teleologia hegeliana) alla proposta attuale di una ‘politica degli eventi’ che sostituisca la tradizionale ‘politica delle regole’ europea. Van Middelaar è l’equivalente europeo di Elbridge Colby: un teorico del potere che vuole convincere le élite del continente che il momento machiavelliano è arrivato. Il limite che Jäger gli imputa è strutturale: una visione puramente reattiva — mole-whacking delle crisi, riarmo accelerato — non è una strategia geopolitica coerente. Per costruirne una, l’Europa avrebbe bisogno di una teoria del proprio futuro, non solo di una diagnosi del presente. Nota mia: la tensione tra ‘politica degli eventi’ e pensiero strategico di lungo periodo è esattamente il nodo che rende difficile ragionare sull’Europa come attore unitario — e che rende van Middelaar più interessante come sintomo che come soluzione.

Our Military Is Built for the Wrong Century ↗

Ross Douthat intervista Christian Brose, presidente di Anduril, per il suo podcast sul NYT. La tesi: l’esercito americano è stato costruito su assunzioni degli anni Novanta — guerre brevi, supremazia tecnologica garantita, nessuna pressione sulla filiera produttiva — e quelle assunzioni sono tutte false. L’Iran, con marina affondata e aviazione distrutta nell’Operation Epic Fury, è ancora in grado di minacciare lo Stretto di Hormuz con droni one-way; l’Ucraina è rimasta in combattimento quattro anni grazie a sistemi economici e riproducibili; la spesa in Tomahawk è triplicata, la produzione è cresciuta del 14-23%. Anduril risponde con un modello VC-funded che combina hardware (jet autonomo CCA, sistema anti-drone Pulsar) e software (Lattice, controllo autonomo sul campo). La parte più rilevante per noi è quella etica: la normativa del Pentagono non proibisce esplicitamente l’automazione della kill chain, e Brose ammette che in conflitti protratti ci si avvicina a sistemi che «vanno finché trovano qualcosa da colpire». Sul rifiuto di Anthropic di lavorare con il Pentagono: «where Anthropic went wrong» — o ti fidi del governo eletto, o esci dal business. È la tesi esattamente opposta a quella di Amodei.

China’s Not the Problem. We Are. ↗

Ross Douthat intervista Kyle Chan del Brookings Institution mentre Trump e Xi si incontrano a Pechino. La cornice della “gara” è fuorviante: i due paesi corrono gare diverse. Gli USA puntano all’AGI — l’intelligenza artificiale generale, la «macchina-dio» — con Anthropic e OpenAI ormai vicine ai mille miliardi di valutazione ciascuna. La Cina punta all’efficienza, alla diffusione capillare, all’open source, alle applicazioni fisiche (robot nelle fabbriche, nelle strade, nei ristoranti) — e lo fa con un vantaggio strutturale: un piano energetico da rinnovabili che alimenta i data center nelle province occidentali e una pressione demografica che rende l’automazione non un’opzione ma una necessità (forza lavoro in calo da oltre un decennio, 12 milioni di nuovi laureati all’anno, nessuno vuole lavorare in fabbrica). Il punto più interessante è nel titolo: «China’s Not the Problem. We Are.» Gli export control sui chip Nvidia tagliano la Cina dalla supply chain TSMC/ASML ma non fermano la corsa — la costringono all’efficienza, che è esattamente il suo punto di forza. Il vero ostacolo americano è interno. Specchio del mood pubblico: in Cina l’ansia diffusa è per chi non usa abbastanza l’AI e rischia di restare indietro; negli USA è per chi la usa e teme le conseguenze.

Fareed Zakaria on the Moral Cost of Trump’s War ↗

Ezra Klein intervista Fareed Zakaria al culmine della crisi iraniana: Trump oscilla in poche ore dalla minaccia di annientare una civiltà al cessate il fuoco, fino alla proposta di joint venture con l’Iran sulle tariffe dello Stretto di Hormuz. Zakaria usa il termine dello studioso Stephen Walt — predatory hegemon — per descrivere la trasformazione in atto: l’egemone americano del dopoguerra aveva costruito il proprio primato fornendo beni pubblici globali (libertà di navigazione, ordine commerciale aperto, sicurezza dell’alleanza) in cambio di influenza a lungo termine; Trump inverte esattamente questo calcolo, con l’istinto di un giocatore con fattore di sconto δ vicino a zero — quanto posso estrarne adesso? Il problema è che questa logica è funzionale solo per un attore marginale: applicata all’egemone, distrugge il sistema cooperativo da cui l’egemone stesso trae il beneficio maggiore. L’Iran esce dalla guerra militarmente sconfitto ma strategicamente rafforzato — controllo dello Stretto, nuove entrate, Cina nel Golfo, Russia che incassa l’aumento del petrolio — perché ha imparato che il costo della resistenza era inferiore a quanto dichiarato: il rovescio esatto del meccanismo Tit-for-Tat. Il pezzo entra direttamente nella serie sulle ombre.

Dentro le decisioni di Trump sull’Iran ↗

Da segnalare non tanto per il merito politico quanto come caso di studio: quanto poco razionali e poco lineari possano essere le decisioni umane quando entrano in gioco impulso, timing personale, pressioni contingenti. Un promemoria utile per chiunque modelli scenari geopolitici assumendo attori razionali.

Unmasking the anonymous hosts of 'Russians With Attitude,' a pro-war podcast popular with US far right ↗

Linda Hourani — Kyiv Independent, con TUA Research — smaschera con metodologia OSINT i due conduttori di «Russians With Attitude» (RWA), podcast russo-ultranazionalista con 422.000 follower su X e audience prevalentemente americana (27,6%). «Kirill» è Kirill Kamenetsky, attivista di estrema destra vissuto a lungo in Germania; «Nikolay» è Eldar Orlov, blogger di Ekaterinburg: identità ricostruite incrociando account multipli, email collegate, numeri di telefono e database di consegne trapelati. Il caso interessa il sito non per la cronaca in sé ma per l’architettura che rivela: contenuto ideologicamente russo confezionato per un pubblico anglofono di destra, distribuito su piattaforme americane (Patreon, Spotify, Gumroad, Substack), monetizzato con abbonamenti — almeno 6.000 euro al mese da Patreon — e intrecciato con la rete alt-right americana attraverso ospiti come Alexander Dugin, «Bronze Age Pervert» (Costin Alamariu) e la ex militare della Marina USA nota come Donbass Devushka. In parallelo, entrambi i conduttori hanno usato i propri canali Telegram per raccogliere fondi per unità militari russe sanzionate, inclusa Rusich, gruppo paramilitare neo-nazista documentato per esecuzioni di prigionieri di guerra. Patreon ha rimosso il podcast solo dopo l’inchiesta; Substack e Gumroad non avevano risposto al momento della pubblicazione. Il pattern è quello della dottrina Gerasimov applicata dal basso: non agenti statali diretti ma nazionalisti auto-organizzati che il Cremlino progressivamente coopte — critici di Putin per insufficiente aggressività, ma funzionali alla narrativa imperiale quando il regime ne ha bisogno. L’anonimato è parte della strategia operativa: permette di raccogliere fondi per unità sanzionate da territorio tedesco senza esposizione legale immediata, e di costruire credibilità come «voci indipendenti» presso un pubblico americano che diffida dei media tradizionali.