Nate Sheff spiega senza gergo l’idea per cui Wilfrid Sellars è più citato e meno capito: il «mito del dato». Gli anelli di un tronco ci informano sull’età dell’albero, ma non affermano nulla e non possono sbagliare; un enunciato invece può essere vero o falso. L’empirismo di Hume tratta le impressioni sensibili come se appartenessero a entrambi i mondi, quello delle cause e quello dei giudizi, e lì si annida l’errore. Per Sellars le sensazioni stanno nell’ordine causale, il sapere sta nello «spazio delle ragioni», e il passaggio dall’uno all’altro richiede l’apprendimento di regole che nessuna esperienza fornisce da sola. Il neonato che sente l’odore della madre non sa ancora che è sua madre, così come la cenere e i pezzi di legno che per caso disegnano un finale di scacchi non sono una partita.
La prospettiva non è oggettivista, perché la conoscenza resta una pratica normativa. Lascia però intatto il mondo che urta i nostri sensi, e in questo è vicina a Peirce, che già nel 1868 negava l’esistenza di conoscenze intuitive non mediate da altre conoscenze. Sheff chiude con l’indicazione di Sellars di smettere di fare psicologia da poltrona e di chiedere alle scienze cognitive come si diventa animali razionali.
Codice attribuito retroattivamente il 23 agosto 2026, all’introduzione della notazione: è una ricostruzione dichiarata, non una registrazione in presa diretta.