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Charles Sanders Peirce
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Filosofo, logico e matematico statunitense (1839–1914), nato a Cambridge, Massachusetts. Non ha mai tenuto una cattedra stabile: per trent’anni ha lavorato allo United States Coast Survey facendo misure di gravità, ha pubblicato su riviste e ha lasciato migliaia di pagine manoscritte, raccolte solo dopo la morte nei Collected Papers (Harvard, 1931–1958) — che si citano per volume e paragrafo, ed è la ragione per cui nel sito compare come 5.145 o 2.748 invece che con un titolo. Coniò «pragmatismo» e poi lo ribattezzò «pragmaticismo» perché la prima parola gli era stata portata altrove, scegliendo un termine «abbastanza brutto da essere al sicuro dai rapitori»: la distanza fra quel pragmatismo e ciò che oggi in italiano chiamiamo pragmatico è tutta da percorrere, e va percorsa prima di leggerlo. Nel sito è il nodo che mancava, perché tiene insieme le due metà dell’archivio che fin qui non avevano un antenato comune. Da un lato la metà semiotica e strutturale: il segno di Peirce è triadico, non diadico — un rappresentante, un oggetto e un interpretante — e significa soltanto attraverso il terzo termine, che a sua volta diventa segno, e così via senza termine. È il bivio che si apre alla radice del Novecento: la linguistica di Saussure prende la strada del segno a due posti, Peirce quella del segno che ha bisogno di qualcuno che lo legga, e il canale italiano di questa seconda via è Umberto Eco, il cui Trattato del 1975 vi è costruito sopra e il cui lettore modello è un interpretante con un nome proprio. Un indice di concetti legati da relazioni, come quello di questo sito, è un oggetto strutturalista; ma il fatto che qualcuno lo legga, e che leggendolo produca il senso che nessuna delle voci contiene da sola, è il terzo termine di Peirce. Dall’altro lato la metà epistemica. A Peirce si deve il nome della terza inferenza accanto a deduzione e induzione, l’abduzione: la mossa che inventa l’ipotesi invece di dedurla o generalizzarla, l’unica delle tre che produce qualcosa di nuovo e l’unica che può sbagliare nel modo che conta. E si deve la tesi autocorrettiva, che Deborah Mayo difende nel 2026 contro la lettura corrente: l’induzione merita il nome di metodo non perché migliori accumulando dati, ma perché contiene il modo di rilevare il proprio errore — fino al punto, dice Peirce nel 1878 (3.575), di correggere perfino le proprie premesse. Le due metà sono la stessa mossa vista da due lati: nessun segno significa da solo, nessuna misura si giudica da sola. Il fallibilismo che ne deriva — ogni credenza è tenuta con riserva di revisione — non è scetticismo, ed è la posizione che il sito riconosce come propria: la realtà resiste ai nostri schemi, e il modo di scoprirlo è costruire procedimenti che possano accorgersene.
- René Descartes — Nel 1868 smonta l’intuizione cartesiana: nessuna conoscenza senza una conoscenza precedente, e il dubbio non si comincia per decisione.
- Umberto Eco — Il canale italiano: il Trattato del 1975 è costruito sul segno triadico, e il lettore modello è un interpretante con un nome.
- Deborah Mayo — Ne rilegge la tesi autocorrettiva contro l’uso corrente: non convergenza asintotica, ma rilevazione dell’errore su questo campione.
- Louis Menand — The Metaphysical Club, premio Pulitzer, è la sua storia del gruppo di Cambridge da cui nasce il pragmatismo: il suo Peirce è il nostro.
- metodo scientifico — Il primo a definirlo per la capacità di rilevare il proprio errore invece che per l’accumulo di conferme.
- strutturalismo — Il bivio alla radice: il segno diadico di Saussure contro quello triadico di Peirce, dove il senso ha bisogno di un terzo che interpreti.
- test severo — Mayo legge la sua tesi autocorrettiva come rilevazione dell’errore e non come convergenza: lo standard dell’archivio nasce qui.