Donata Columbro, data journalist e autrice di «Perché contare i femminicidi è un atto politico», usa un titolo provocatorio per sviluppare una tesi costruttivista del tutto corretta: il femminicidio «non esiste» nello stesso senso in cui non esistono la disoccupazione, il PIL o le ondate di calore — tutte categorie statistiche costruite socialmente, che richiedono definizioni negoziate, metodologie dichiarate, scelte politiche esplicite. Chi conta le donne uccise per odio misogino deve decidere cosa includere e cosa escludere, e queste scelte cambiano i numeri senza invalidarli. I dati Istat che cita sono eloquenti: il 53% delle donne viene ucciso da un partner o ex partner, contro il 4,7% degli uomini — un pattern talmente asimmetrico da richiedere una categoria propria, qualunque nome le si voglia dare. Il pezzo è interessante però anche come caso filosofico. La postura epistemologica costruttivista di Columbro — per cui i fenomeni sociali non «esistono» indipendentemente dalle categorie con cui li misuriamo — è una posizione legittima e ben argomentata. Ma è esattamente il tipo di ragionamento in cui varrebbe la pena introdurre una distinzione ontologica: il problema non è che certi enti «non esistano» o «non siano reali», ma che vadano classificati correttamente. Confondere i due piani — l’esistenza del fenomeno e le sue condizioni di misurabilità — è il meccanismo che i negazionisti sfruttano in malafede: Columbro lo sa e lo dice esplicitamente, ma la divulgazione di questa distinzione resta straordinariamente difficile.
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