Ilaria Maria Dondi parte da una domanda che si è posta sul serio dopo aver scritto un pezzo di cui era soddisfatta aiutandosi anche con l’AI: «Sto barando?». La risposta arriva leggendo un post di Amberhawk su «The Ubuntu Journey»: i CEO pubblicano libri scritti da ghostwriter, i politici pronunciano discorsi di speechwriter, i direttori editoriali trasformano articoli fino a renderli irriconoscibili — eppure nessuno li accusa di impostura. I ricchi e i potenti hanno sempre avuto accesso a un supporto invisibile; l’indignazione morale scatta solo quando uno strumento apparentemente più economico e accessibile replica quel supporto per chi un editor non se lo è mai potuto permettere. La tesi è netta: il problema non è mai il supporto in sé, ma chi ha sempre avuto il diritto di usarlo in silenzio. I privilegi non si confessano: si usano. L’AI non è neutra — sfruttamento del lavoro, copyright, impatto ambientale sono problemi reali — ma la «denigrazione automatica» del lavoro svolto anche con l’AI, che giudica per la mera presenza dello strumento senza guardare la qualità del pensiero, è un pregiudizio che pesa di più su chi ha già meno margine di errore, donne e persone razzializzate in testa. La competenza, conclude Dondi, non nasce da un prompt: nasce dall’essere in grado di difendere ciò che si firma.
Ken Harbaugh ricostruisce dall’interno la rete di resistenza ucraina nei territori occupati: una struttura che dall’aperto — bandiere, canzoni, girasoli — si è trasformata in intelligence clandestina con handler, agenti sotto copertura e protocolli da manuale. Il cuore del pezzo è operativo: honeytraps, telefoni puliti contrabbandati, manuali CIA sulla guerra fredda che circolano in copie fisiche consumate — i dettagli tecnici su come comunicare sotto occupazione sono tra i più precisi mai pubblicati su una resistenza attiva. La tesi più forte è però sociale: le donne sono la spina dorsale della rete. Sfruttano i pregiudizi degli occupanti — che non immaginano combattenti in una nonna con le borse della spesa davanti alle caserme — e diventano il primo anello della kill chain. L’articolo introduce il termine ucraino *vidma*, spesso tradotto "strega" ma dalla radice *vidate*, "conoscere": le vidma erano sagge, riconoscevano i segreti dell’ambiente, non venivano bruciate per questo. La campagna di droni che alimentano è il motore militare della resistenza. Il pezzo entra nel sito perché aggiunge carne alla serie sulle ombre: la resistenza come pratica del long game, dell’identità tenuta sotto pressione massima, dell’intelligence come forma di sopravvivenza civile.
Gloria Origgi firma su "L’Indice" un pezzo che racconta come negli ultimi dieci anni la filosofia politica sia stata trasformata da quattro filosofe che lavorano (o sono passate) a Parigi: l’albanese Lea Ypi (LSE), che ripensa il marxismo non come teoria della storia ma come teoria dell’emancipazione, contro un liberalismo che — sostiene — confonde libertà formale e libertà reale; Chiara Cordelli (Chicago), che in "Privatocrazia" denuncia l’esternalizzazione progressiva dello Stato a soggetti privati, dalle carceri al controllo delle frontiere, e nel più recente "Ruled by None" osserva come il flusso di capitale venture orienti oggi l’idea di futuro più di qualunque pianificazione pubblica; Hélène Landemore (Yale), che propone assemblee cittadine selezionate per sorteggio come alternativa alla rappresentanza corrotta da media e interessi privati (ha lavorato alla costituzione islandese e alle Conventions Citoyennes francesi sul clima); Miranda Fricker (NYU), che si concentra su chi viene ascoltato e chi no — l’ingiustizia epistemica. Origgi le presenta come prova che la filosofia, dopo decenni di egemonia maschile fatta più di sfoggio retorico che di proposte concrete, è tornata a essere una disciplina seria — e politicamente rilevante, al di là dei dibattiti televisivi.
Lea Melandri, 85 anni, è una delle voci fondative del femminismo italiano: insegnante, saggista, fondatrice — con lo psicoanalista Elvio Fachinelli — della rivista "L’erba voglio" negli anni settanta, poi di "Lapis", autrice di testi come "L’infamia originaria" che restano pietre miliari della teoria femminista. Oggi è priva di un reddito sufficiente per vivere e curarsi, e una campagna ("Dire grazie a Lea") chiede per lei il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli — la norma del 1985, dal nome dello scrittore Riccardo Bacchelli, che sostiene economicamente "cittadini illustri" in stato di necessità con merito comprovato in campo scientifico, culturale, sportivo o sociale. Il caso è un punto dolente per chi, come chi scrive, sostiene con convinzione che la produzione di conoscenza debba reggersi su un modello di business solido, e non sulla sola buona volontà o sul sussidio pubblico. Melandri ha avuto un impatto culturale indiscutibile, eppure si trova a dipendere da un intervento statale ad hoc per sopravvivere: l’industria editoriale e culturale che ha beneficiato del suo lavoro — riviste, case editrici, università — non ha saputo, o voluto, garantirle una rendita adeguata negli anni. Per onestà intellettuale, chi crede in un’economia dei media e della cultura sana e sostenibile deve chiedersi, di tanto in tanto, se quel modello non rischi di lasciare indietro proprio le persone che la conoscenza l’hanno prodotta, e non solo distribuita.
Donata Columbro, data journalist e autrice di «Perché contare i femminicidi è un atto politico», usa un titolo provocatorio per sviluppare una tesi costruttivista del tutto corretta: il femminicidio «non esiste» nello stesso senso in cui non esistono la disoccupazione, il PIL o le ondate di calore — tutte categorie statistiche costruite socialmente, che richiedono definizioni negoziate, metodologie dichiarate, scelte politiche esplicite. Chi conta le donne uccise per odio misogino deve decidere cosa includere e cosa escludere, e queste scelte cambiano i numeri senza invalidarli. I dati Istat che cita sono eloquenti: il 53% delle donne viene ucciso da un partner o ex partner, contro il 4,7% degli uomini — un pattern talmente asimmetrico da richiedere una categoria propria, qualunque nome le si voglia dare. Il pezzo è interessante però anche come caso filosofico. La postura epistemologica costruttivista di Columbro — per cui i fenomeni sociali non «esistono» indipendentemente dalle categorie con cui li misuriamo — è una posizione legittima e ben argomentata. Ma è esattamente il tipo di ragionamento in cui varrebbe la pena introdurre una distinzione ontologica: il problema non è che certi enti «non esistano» o «non siano reali», ma che vadano classificati correttamente. Confondere i due piani — l’esistenza del fenomeno e le sue condizioni di misurabilità — è il meccanismo che i negazionisti sfruttano in malafede: Columbro lo sa e lo dice esplicitamente, ma la divulgazione di questa distinzione resta straordinariamente difficile.