Ross Douthat intervista Kyle Chan del Brookings Institution mentre Trump e Xi si incontrano a Pechino. La cornice della "gara" è fuorviante: i due paesi corrono gare diverse. Gli USA puntano all’AGI — l’intelligenza artificiale generale, la «macchina-dio» — con Anthropic e OpenAI ormai vicine ai mille miliardi di valutazione ciascuna. La Cina punta all’efficienza, alla diffusione capillare, all’open source, alle applicazioni fisiche (robot nelle fabbriche, nelle strade, nei ristoranti) — e lo fa con un vantaggio strutturale: un piano energetico da rinnovabili che alimenta i data center nelle province occidentali e una pressione demografica che rende l’automazione non un’opzione ma una necessità (forza lavoro in calo da oltre un decennio, 12 milioni di nuovi laureati all’anno, nessuno vuole lavorare in fabbrica). Il punto più interessante è nel titolo: «China’s Not the Problem. We Are.» Gli export control sui chip Nvidia tagliano la Cina dalla supply chain TSMC/ASML ma non fermano la corsa — la costringono all’efficienza, che è esattamente il suo punto di forza. Il vero ostacolo americano è interno. Specchio del mood pubblico: in Cina l’ansia diffusa è per chi non usa abbastanza l’AI e rischia di restare indietro; negli USA è per chi la usa e teme le conseguenze.