Evan Osnos — corrispondente del New Yorker, già quattro anni a Pechino — torna in Cina e raccoglie le voci che contano: Kai-Fu Lee (01.AI), lo scienziato Yi Rao (Peking University), ingegneri dell’AI, un agente immobiliare divorziato che non guadagna una commissione da quattro mesi, un fattorino che ha trasformato venti mesi di lavoro in un memoir bestseller, un indovino settantenne con altare e tariffe WeChat. Il risultato è il resoconto più completo disponibile sulla competizione tecnologica USA-Cina e sul tipo di mondo che ne uscirà. Il quadro che emerge ha tre livelli. Il primo è il vantaggio concreto: la Cina produce il 70% dei droni, veicoli elettrici, batterie al litio e celle solari mondiali; nel 2023 ha installato più solare di quanto gli USA ne abbiano installato in tutta la loro storia; ha scavalcato gli USA nei paper scientifici citati e nei trial clinici. Trump ha accelerato tutto questo — tagliando i fondi alla ricerca e attivando la «China Initiative» che ha allontanato migliaia di scienziati di origine cinese. Yi Rao è esplicito: «Se Trump avesse mantenuto l’ordine in modo efficace, per la Cina sarebbe stato molto difficile. Trump ci ha davvero aiutato». Il secondo livello è la contraddizione strutturale: la Cina ha bisogno di dinamismo imprenditoriale ma il Partito non può rinunciare al controllo — la «birdcage economy», abbastanza ariosa da far prosperare le imprese ma non così tanto da sacrificare il potere. A marzo i fondatori dell’AI startup Manus sono stati bloccati all’aeroporto mentre stavano per chiudere una vendita a Meta per due miliardi di dollari. Il messaggio: alcuni esseri umani sono troppo preziosi per essere lasciati andare. Il terzo livello è il vero scenario: il successore dell’ordine americano non sarà un ordine cinese. Mark Leonard (ECFR) parla di «un-order» — una giungla in cui ogni paese si arma, sussidizza, accumula e cerca chokepoint. Rush Doshi (Georgetown) cita il pattern storico: mentre la Russia fissava l’Eurasia, l’Inghilterra sviluppava la macchina a vapore; mentre l’Europa combatteva per l’Africa, gli americani padroneggiavano la catena di montaggio; oggi, mentre gli USA cercano di governare il Venezuela e punire Iran e Cuba, la Cina si concentra sulle tecnologie del futuro. La debolezza strutturale cinese più sottovalutata non è tecnologica ma demografica: il tasso di fertilità è sceso a un figlio per donna. Osnos descrive la politica del figlio unico come il caso storico perfetto di paradigma tecnocratico applicato alla governance: gli ingegneri che avevano progettato i razzi spaziali calcolarono la traiettoria demografica «corretta» estrapolando dati incompleti fino a due decimali con falsa precisione, rinchiudendo tutto in una scatola nera etichettata «scienza», ignorando le variabili umane che i sociologi cercavano di segnalare. Il risultato: meno di otto milioni di nascite nel 2025, il minimo storico. I giovani cinesi, interrogati su perché non facciano figli, chiedono a loro volta perché qualcuno dovrebbe volerli: il futuro «sembra incerto e non degno di investimento». La scena conclusiva appartiene all’indovino settantenne che lavora in nero vicino a un tempio buddista, accetta WeChat, e risponde alla domanda di Osnos su come crescere bene i figli: «Dagli grande saggezza — è più importante del denaro». Nessuno sa più la risposta, osserva Osnos. Ma il veggente era più onesto dei CEO e dei politici che aveva incontrato.
Codice attribuito retroattivamente il 23 agosto 2026, all’introduzione della notazione: è una ricostruzione dichiarata, non una registrazione in presa diretta.