Nel 2024-25, quindici musei nazionali britannici hanno raccolto £1,2 miliardi attraverso il fundraising — tre volte il risultato dell’anno precedente. La mostra sull’arazzo di Bayeux al British Museum porta in copertina il nome di Igor Tulchinsky, fondatore di WorldQuant (asset management algoritmico), unico sponsor dichiarato: £5 milioni. La tendenza ha una doppia spiegazione documentata. Sul lato pubblico: il Tate ha ricevuto £54 milioni nel 2024-25 contro £56 milioni nel 2009-10, un calo di un terzo in termini reali. Sul lato corporate: le sponsorizzazioni aziendali cadono per quattro anni consecutivi dopo il 2007, e la visibilità pubblica dei musei li rende bersagli preferenziali degli attivisti — BP è stata sostituita, tar non tossico è arrivato sul pavimento del Tate, una mostra spoof al British Museum ha simulato piani di trivellazione sotto Stonehenge. Il risultato è la ri-centralizzazione del potere culturale nelle mani dei mecenati privati, con tutte le asimmetrie che ne derivano: possibilità di influenzare la programmazione, di revocare il sostegno ai curatori sgraditi, di legare la propria agenda personale alla visibilità istituzionale. L’Economist chiude ottimisticamente: i mecenati privati sono molti, a differenza dei governi. È pensiero tecnocratico nella sua forma più riconoscibile — la logica del mercato come soluzione ai problemi che il mercato ha creato. La lettura strutturalista più onesta va nella direzione opposta: non si tratta di una scelta consapevole dei musei, ma di una conseguenza prevedibile di un sistema economico che concentra la ricchezza su pochi. Il fundraising professionale — che era ancora un modello di business, con metriche, competenze specializzate e accountability verso stakeholder multipli — cede terreno a relazioni personalizzate con donatori la cui agenda è per definizione discrezionale. Per chi ha dedicato la vita al marketing della cultura, è un segnale che non promette benissimo: indica una de-professionalizzazione del lavoro culturale, non un suo rafforzamento. Il caso Tulchinsky/arazzo di Bayeux sintetizza il paradosso nel modo più efficiente: il fondatore di un fondo algoritmico ha finanziato la mostra perché le ‘simmetrie e proporzioni’ del manufatto parlano alle sue sensibilità quantitative — e per credere nell’importanza dell’educazione, formata dall’esperienza di emigrare dalla Bielorussia sovietica. Motivazioni genuine, per carità. Ma il Mecenate vero, quello di Augusto, ha prodotto Virgilio. Le parti dell’Eneide che ci scaldano meno il cuore sono esattamente quelle in cui si celebra la Pax Ottaviana.

WR