Nel 2024, alcuni librai iniziarono a ricevere ordini insoliti: LLC enigmatiche — Green Parrot Project, Red Sparrow Project — compravano in massa testi accademici fuori moda, libri su impianti fognari, manuali tecnici esauriti. Una libraista di Toronto applicò un tracker GPS a un volume prima di spedirlo: il libro finì in un parco industriale di Addison, Illinois, dove arc Document Solutions gestisce impianti di scansione attivi 24 ore su 24. Gli atti giudiziari di una class action del 2024 hanno svelato il resto: il programma si chiamava Project Panama, ed era definito internamente come “our effort to destructively scan all the books in the world.” Destructively: le copertine rimosse con una taglierina idraulica — book guillotine —, le pagine scansionate, le copie fisiche gettate via.
Il titolo incendiario che ha circolato — “Anthropic distrugge libri rari antichi” — è sbagliato, e Mancino lo smonta con dati. Di 600+ titoli identificati come venduti ad aziende AI, la quasi totalità erano pubblicazioni di presse accademiche tra gli anni Settanta e i Duemila, con tirature di mille copie o meno: storia, diritto, scienze sociali, critica letteraria. Nessun libro antiquario, nessuna prima edizione. Il punto più interessante dell’analisi: i libri più preziosi per il training non sono i più rari ma i più accurati — il nonfiction accademico specializzato vale più della narrativa di consumo. C’è un’ironia strutturale: quei 1.000 volumi sul depuratore delle acque reflue hanno più impatto come dati di training di quanto ne avrebbero mai avuto sugli scaffali.
Il settlement del 2025 (1,5 miliardi di dollari per il download di oltre 7 milioni di copie piratate) e la sentenza del giudice Alsup hanno chiuso la partita legale: il training è fair use, distruggere copie acquistate legalmente è fair use. Ma il problema più serio non è legale. Leah Price: “destructive scanning sacrifices multiple potential future human readings to a single instance of machine reading.” Matthew Kirschenbaum: quando il testo viene strippato del suo contesto — autore, storia, relazioni, struttura — diventa “some hybridized, half-dead thing.” “A novel is not just a bucket of sentences. The order in which those sentences occur matters.” Anthropic sta costruendo il capitale semantico di Claude consumando quello accumulato dagli esseri umani, senza trasparenza: un ricercatore accademico che costruisce un modello di linguaggio deve dichiarare ogni libro usato. Claude no. Nemmeno Wikipedia lo fa in anonimato.
Il settlement di Meta — fino a $17,1 miliardi a 47 stati per i danni causati da Facebook e Instagram ai minori — è il punto di partenza di Turkle, ma l’argomento che costruisce va oltre il social media. La distinzione di apertura è strutturale: i social media hanno aggredito l’attenzione; i chatbot aggrediscono le emozioni. La differenza non è di grado ma di tipo: l’algoritmo di Facebook ti faceva restare sveglio; il chatbot ti convince di avere un amico.
La mossa legale che ha reso possibile il settlement è istruttiva. Per due decenni, il Section 230 del Communications Decency Act del 1996 ha blindato Meta da ogni responsabilità editoriale, perché i contenuti erano generati dagli utenti. I procuratori hanno trovato l’apertura spostando l’accusa: non il contenuto, ma il design dell’algoritmo è il prodotto che causa danno. Turkle argomenta che la stessa mossa si applica ai chatbot — con un vantaggio aggiuntivo: non c’è nemmeno contenuto utente da invocare come schermo. Il design è il prodotto sin dall’inizio.
Il frame centrale è quello che Turkle chiama il ‘peccato originale’ dell’AI: concedere ai chatbot l’uso della prima persona. ‘I understand you. You can tell me anything. I’m always here. I won’t judge you.’ Dietro queste frasi non c’è nessuno — nobody home — ma il linguaggio in prima persona innesca nei cervelli umani, e in particolare in quelli adolescenti, i meccanismi evolutivi che costruiscono legami emotivi. Nessun disclaimer legale può neutralizzare questo effetto finché il chatbot continua a parlare come un essere dotato di intenzionalità. Quindi il problema non è quello che il chatbot dice ma quello che il chatbot è: un sistema progettato per simulare presenza.
La proposta operativa — impostazione default non-personificata per gli utenti minorenni — è il punto più debole del pezzo, perché la sua applicabilità è discutibile e la sua enforcement difficile. Ma l’argomento che la precede regge: l’unico modo di rendere i chatbot sicuri per i minori è intervenire a livello di architettura, non di contenuto. In chiusura, la citazione di Zuckerberg è la più sinistra: l’americano medio ha meno di tre amici ma ‘ha domanda per qualcosa di significativamente più’. I chatbot, suggerisce Zuckerberg, possono colmare questo gap. Come prima Facebook ha sostituito il socializzare reale con il networking online producendo l’isolamento che molti sentono oggi, così quell’isolamento viene ora usato per vendere una tecnologia che promette di rimpiazzare gli esseri umani del tutto.
Nel 2024-25, quindici musei nazionali britannici hanno raccolto £1,2 miliardi attraverso il fundraising — tre volte il risultato dell’anno precedente. La mostra sull’arazzo di Bayeux al British Museum porta in copertina il nome di Igor Tulchinsky, fondatore di WorldQuant (asset management algoritmico), unico sponsor dichiarato: £5 milioni. La tendenza ha una doppia spiegazione documentata. Sul lato pubblico: il Tate ha ricevuto £54 milioni nel 2024-25 contro £56 milioni nel 2009-10, un calo di un terzo in termini reali. Sul lato corporate: le sponsorizzazioni aziendali cadono per quattro anni consecutivi dopo il 2007, e la visibilità pubblica dei musei li rende bersagli preferenziali degli attivisti — BP è stata sostituita, tar non tossico è arrivato sul pavimento del Tate, una mostra spoof al British Museum ha simulato piani di trivellazione sotto Stonehenge. Il risultato è la ri-centralizzazione del potere culturale nelle mani dei mecenati privati, con tutte le asimmetrie che ne derivano: possibilità di influenzare la programmazione, di revocare il sostegno ai curatori sgraditi, di legare la propria agenda personale alla visibilità istituzionale. L’Economist chiude ottimisticamente: i mecenati privati sono molti, a differenza dei governi. È pensiero tecnocratico nella sua forma più riconoscibile — la logica del mercato come soluzione ai problemi che il mercato ha creato. La lettura strutturalista più onesta va nella direzione opposta: non si tratta di una scelta consapevole dei musei, ma di una conseguenza prevedibile di un sistema economico che concentra la ricchezza su pochi. Il fundraising professionale — che era ancora un modello di business, con metriche, competenze specializzate e accountability verso stakeholder multipli — cede terreno a relazioni personalizzate con donatori la cui agenda è per definizione discrezionale. Per chi ha dedicato la vita al marketing della cultura, è un segnale che non promette benissimo: indica una de-professionalizzazione del lavoro culturale, non un suo rafforzamento. Il caso Tulchinsky/arazzo di Bayeux sintetizza il paradosso nel modo più efficiente: il fondatore di un fondo algoritmico ha finanziato la mostra perché le ‘simmetrie e proporzioni’ del manufatto parlano alle sue sensibilità quantitative — e per credere nell’importanza dell’educazione, formata dall’esperienza di emigrare dalla Bielorussia sovietica. Motivazioni genuine, per carità. Ma il Mecenate vero, quello di Augusto, ha prodotto Virgilio. Le parti dell’Eneide che ci scaldano meno il cuore sono esattamente quelle in cui si celebra la Pax Ottaviana.
Steinem muore nel 2026 a novantadue anni. The New Yorker pubblica il suo ultimo testo scritto — un’orazione valedittoria in prima persona, breve, intenzionalmente semplice. La chiave più interessante non è il manifesto femminista ma la genealogia: Steinem non arriva all’attivismo attraverso la teoria accademica occidentale, ma attraverso l’India postcoloniale degli anni Cinquanta, dove trascorre due anni dopo il college. I gandhiani che incontra là — nonviolenti, antinazionalisti, aperti — le forniscono il modello pratico di quello che chiamerà poi ‘organizzazione itinerante’: osservare il mondo, vedere quello che potrebbe essere, aiutare a renderlo reale. È una genealogia del femminismo politico che raramente compare nei libri di testo.
Il resto del pezzo costruisce la cornice con dati asciutti: le donne fanno la maggior parte del lavoro globale — retribuito e non — e ricevono circa un terzo del reddito da lavoro; possiedono meno del venti per cento della terra mondiale; sono le principali vittime di tratta, di analfabetismo, di violenza domestica. Steinem non spiega perché esista il femminismo: elenca i fatti e considera il resto ovvio. Sull’etichetta stessa è curiosamente agnostica: ‘feminism’, ‘womanist’, ‘mujerista’, ‘egalitarianism’ — tutte le parole che significano uguaglianza vengono demonizzate da chi beneficia della disuguaglianza, qualunque sia la parola scelta.
Il documento ha il peso che ha perché chi scrive non sarà più qui a ripeterlo: è la chiusura di un ciclo generazionale, non un punto di partenza teorico.
In poco più di un anno, il sentiment americano sui data center si è ribaltato: dalla maggioranza favorevole del 2025, al 71% contrario registrato da Gallup nel marzo 2026. Nei primi otto mesi dell’anno, 409 moratorie o misure simili sono state discusse nelle contee americane — sette volte il totale dell’anno precedente. La politica delle infrastrutture AI è diventata una delle variabili più imprevedibili delle elezioni di midterm. Le preoccupazioni che gli americani citano sono quasi sempre materiali: consumo energetico, bollette dell’acqua, traffico. Solo l’11% indica l’AI in sé. Il dato è rivelatore, non della correttezza delle preoccupazioni (molte sono esagerate: l’irrigazione agricola consuma 74 volte più acqua dei data center; secondo l’EPRI i data center hanno abbassato il prezzo medio dell’elettricità del 6% tra il 2019 e il 2024) ma del meccanismo che le genera. La sfiducia verso le grandi corporation si esprime nella forma disponibile: la contestazione delle risorse locali. Nelle proteste NIMBY classiche il problema è la prossimità fisica a qualcosa di sgradevole. Qui il problema è strutturalmente diverso: chi controlla i data center controlla l’infrastruttura cognitiva del futuro, e le comunità locali lo percepiscono in modo pre-teorico, senza saperlo articolare. Il ribaltamento delle coalizioni è il segnale politicamente più rilevante. Tre governatori — Pritzker in Illinois, Abbott in Texas, Shapiro in Pennsylvania — hanno invertito posizioni favorevoli nel giro di pochi mesi. Trump ha attaccato gli oppositori (‘finiranno poveri e arretrati’), mettendosi contro la sua stessa base elettorale. I sindacati difendono i data center contro le comunità che li rifiutano. Nessun partito sa dove stare. Il pezzo si legge come documento di una transizione più ampia: il dibattito politico sull’AI si è materializzato. Chi ricorda le campagne di Clinton e di Obama — costruite su narrazioni valoriali e iconografie potenti, Shepard Fairey docet — nota la differenza. Non si discute di Hope. Si discute di kilowattora, di galloni d’acqua, di chi paga la rete. L’infrastruttura tecnologica rivela i rapporti di produzione sottostanti, e la politica segue. Non stupirebbe, a questo punto, una certa riscoperta di Marx — quello vero, non le diluizioni deformate che ci hanno propinato i cattivi maestri novecenteschi.
«Welcome to Dragon Restaurant» — in inglese «Once Upon a Time in the Middle East» — è il nuovo blockbuster cinese ambientato in una Baghdad fittizia al tempo dell’invasione americana del 2003. Il protagonista è un cuoco che si arricchisce servendo soldati americani, funzionari del vecchio regime e, alla fine, anche i militanti islamici che lo catturano. L’Economist usa il film come specchio della politica estera cinese post-Wolf Warrior: meno aggressività, più mercantilismo. Il principio organizzativo è essere amici di tutti — iraniani e monarchie del Golfo, Algeria e Marocco, Egitto ed Etiopia — sospendendo la politica in nome degli affari. La massima di Ren Zhengfei di Huawei lo riassume: «In business, speak only of business». Questa postura ha un’attrattiva reale per i paesi stanchi delle condizionalità occidentali: i dollari cinesi arrivano senza lezioni di morale. Ha però due limiti strutturali. Il primo è la superficialità dell’impegno: la Cina evita sistematicamente i vincoli di sicurezza, come Iran e Venezuela hanno scoperto quest’anno. Il secondo è il paradosso giapponese: la neutralità cinese fa un’eccezione vistosa con il Giappone, che Xi accusa di revivalismo militarista. Nella diplomazia del ristorante del drago, è Pechino a decidere quali verità servire — e questa scelta non è mai neutrale.
Nel 2004, BP ha messo online un carbon footprint calculator e ha speso oltre $100 milioni l’anno per far sì che il mondo pensasse al cambiamento climatico in termini di comportamenti individuali: voli, diete, auto. Quando il documentario di Gore è uscito nel 2006, il concetto era già così radicato che i titoli di coda lo usavano come framework d’azione: riciclate. Leah C. Stokes — politologa a UC Santa Barbara, tra gli architetti del piano per l’elettricità pulita dell’amministrazione Biden — ricostruisce come questa narrazione abbia sistematicamente spostato il dibattito dal piano politico a quello morale, dalla domanda su chi mantiene l’infrastruttura fossile a quanto inquina la tua doccia.
Il meccanismo ha funzionato non solo perché era finanziato, ma perché intercettava qualcosa di strutturale nella cognizione. Timothy Morton, in Iperoggetti (2013), descrive il cambiamento climatico come un’entità distribuita su scale spaziali e temporali che eccedono qualsiasi finestra percettiva umana: esiste, ma non si lascia vedere tutto intero. La sua causalità è reale ma non prossima; i suoi effetti sono ovunque ma non hanno un agente singolo identificabile. Kahneman direbbe che è un problema per cui il Sistema 1 — rapido, locale, intuitivo — non ha attrezzatura. Ma anche il Sistema 2 fatica: il pensiero lento funziona su problemi che si possono circoscrivere, non su fenomeni che si dispiegano su secoli e continenti. BP ha riempito questo vuoto cognitivo con qualcosa di misurabile e individuale: il tuo numero, il tuo calcolatore, la tua responsabilità. Una risposta di Sistema 1 a un iperoggetto. Il risultato è stato spostare il dibattito dove poteva essere gestito — il piano morale individuale — e toglierlo da dove contava: la politica dell’infrastruttura energetica.
Stokes propone di sostituire il carbon footprint con il carbon wave: non un’impronta individuale nel passato, ma un’onda costruita collettivamente verso il futuro. La metafora è meno precisa della prima, ma è politicamente più onesta: le onde non si fanno da soli.
Tre grandi scandali AI in tre mesi stanno forzando una resa dei conti nell’editoria americana. Jerry Falade vede collassare un contratto multimilionario per un romanzo di debutto quando i suoi agenti ammettono di non poter verificare che il testo fosse interamente suo. Hachette cancella l’uscita americana di «Shy Girl» di Mia Ballard per accuse simili. Simon & Schuster difende H.M. Wolfe e il suo «Daggermouth» — dystopian romance self-published ai vertici delle classifiche, poi acquisito — dopo che The Atlantic pubblica uno studio che rileva tracce di AI. Tutti e tre gli autori negano. Il quadro che emerge non è di un’industria che combatte l’AI, ma di una che non riesce a decidere quanto combatterla. I Big Five — Simon & Schuster, Penguin Random House, HarperCollins, Hachette, Macmillan — sono simultaneamente coinvolti in cause legali contro le società AI per aver usato i loro libri come training data, e riluttanti a prendere posizioni nette sull’AI nei libri che acquisiscono, perché non vogliono precludere un potenziale revenue stream. Uno studio di Stony Brook University rileva che il 20% degli ebook su Amazon ha «sostanziale» assistenza AI. Il problema si concentra sugli self-published: i publisher cercano affannosamente titoli che hanno già trovato un’audience — l’origine di questa nuova ondata di acquisizioni è BookTok e le classifiche Amazon — e questo è esattamente il segmento più contaminato. Gli agenti si ritrovano a fare i poliziotti, inondati di query che attribuiscono agli LLM usati per lo spam, costretti a usare strumenti di rilevamento la cui accuratezza è contestata. La struttura profonda del problema è che l’editoria gira da sempre sulla fiducia: gli editor si fidano degli autori sulla originalità, senza meccanismi istituzionali di verifica — lo stesso punto debole già emerso con il plagio e i memoir inventati. Il testo AI non è copyrightable: è l’unica linea dura che l’industria può far rispettare. Tutto il resto è zona grigia.
Il 4 agosto 2026, Electronic Arts — publisher americano noto per Mass Effect, Dragon Age, The Sims e la serie EA Sports FC — è stato acquisito dal Public Investment Fund (PIF) dell’Arabia Saudita, da Silver Lake e da Affinity Partners di Jared Kushner per 55 miliardi di dollari, di cui 20 presi a prestito. È il capitolo più recente di una campagna avviata da Mohammed bin Salman, identificato dalla CIA come mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. Il portafoglio videoludico del PIF comprende già quote di Take-Two Interactive (Grand Theft Auto), Capcom, Nintendo, l’organizzazione europea Embracer Group, le piattaforme esport ESL e FACEIT, gli studi mobile Scopely (Monopoly Go!) e Niantic (Pokémon Go!) e una divisione propria, Savvy Games Group; la Misk Foundation di bin Salman possiede il 96% di SNK, storica casa giapponese di Metal Slug. La campagna è stata accompagnata da accuse di «gameswashing» — l’uso dei videogiochi per ripulire l’immagine del regno, analogamente allo sportswashing: Games Done Quick ha cancellato un evento sponsorizzato da SNK dopo proteste, Ubisoft è finita al centro di polemiche per un DLC di Assassin’s Creed: Mirage ambientato in Arabia Saudita. L’autore problematizza però questa categoria critica, citando Kareem Shaheen su New Lines Magazine: un paese capace di uccidere e smembrare un giornalista dentro un’ambasciata senza subire conseguenze non ha evidentemente bisogno di migliorare la propria reputazione internazionale tramite videogiochi. Gli investimenti sauditi rispondono anche a logiche interne — intrattenimento per una popolazione giovane, diversificazione nell’era post-petrolio — non diverse da quelle che motivano investimenti analoghi di governi occidentali in sport e cultura. Il «gameswashing» come categoria critica rivela più dell’angolo da cui si osserva il fenomeno che della strategia che si pretende di descrivere.
12 agosto 2026
Curated
· Hannah Miller e Madison Muller / Bloomberg Businessweek
MediaCulturaEconomia
In un anno il romantasy — genere ibrido tra romance e fantasy, con protagoniste femminili, amanti «moralmente grigi» noti come «shadow daddies» e regni di draghi, vampiri e sirene — ha generato quasi un miliardo di dollari di vendite negli Stati Uniti, il 7% in più rispetto all’anno precedente (dati Circana). Il credito va soprattutto a due autrici: Sarah J. Maas, con 75 milioni di copie vendute di 16 libri distribuiti su tre serie, e Rebecca Yarros, con oltre 30 milioni di copie di Fourth Wing e seguiti. Barnes & Noble attribuisce esplicitamente al genere la propria ripresa commerciale — «è una droga d’entrata», dice la sua direttrice libri — e l’industria editoriale nel suo complesso si trova per la prima volta da anni con un genere in rapida crescita che attira milioni di nuovi lettori. Ma ciò che il pezzo coglie meglio della dimensione commerciale è la struttura del nuovo ecosistema: BookTok — il segmento di TikTok dedicato ai libri — ha creato un’infrastruttura di scoperta e distribuzione che ha invertito il potere negoziale tra autori indie e editori tradizionali. Molti titoli diventati virali erano autopubblicati o scritti da autori indipendenti con fanbase già consolidate; gli editori si sono trovati a dover convincere questi autori che avevano ancora qualcosa da offrire. Il risultato è un’economia satellite che si sviluppa attorno ai libri stessi: retreat a tema romantasy in Croazia e Slovenia (sold out in 11 minuti), librerie tematiche a Brooklyn che incassano 35.000 dollari nel primo giorno, merchandise drop da mezzo milione di dollari, edizioni speciali con copertine in lamina dorata e pagine con bordi colorati a spray che i fan acquistano in più copie per collezionarle. Il private equity ha già fiutato l’opportunità: il Chernin Group ha rilevato una quota di Entangled Publishing, la casa editrice di Yarros. Hollywood si è mossa ancora più velocemente: Amazon MGM e la società di produzione di Michael B. Jordan hanno annunciato un adattamento televisivo di Fourth Wing; i diritti di A Court of Thorns and Roses erano stati acquisiti da Hulu, ma il progetto è naufragato dopo il pilot co-scritto da Sarah J. Maas e dallo showrunner di Outlander Ronald D. Moore. Il problema è strutturale: le fanbase più intransigenti della storia recente si scontrano con gli adattamenti più costosi da realizzare — i draghi di Fourth Wing, ancora più centrali di quelli di House of the Dragon (budget medio per episodio: 20 milioni di dollari). Nel 2026, con Maas e Yarros che non hanno pubblicato nuovi titoli, le vendite del genere sono crollate del 23%, primo test reale sulla domanda. A complicare le prospettive: alcune serie emergenti sono state accusate di essere generate con intelligenza artificiale, aprendo la questione di cosa succede quando la formula di un genere di massa diventa abbastanza semplice da essere replicabile algoritmicamente.
Paw Patrol — dodici stagioni, un impero del merchandising e tre film al cinema — è finito nel mirino delle guerre culturali. Il Guardian lo ha definito «propaganda neoliberale autoritaria»; un accademico ha sostenuto che «incoraggia la complicità in un sistema capitalistico globale che riproduce le diseguaglianze»; i detrattori più militanti hanno adottato lo slogan «Defund the Paw Patrol». L’Economist riconosce che la questione non è del tutto campata in aria — «c’è una ragione per cui i dittatori cercano di controllare le storie raccontate ai giovani» — ma smonta la lettura ideologica con uno strumento diverso: la psicoanalisi. Superficialmente il cartoon ha una politica di sinistra poco sofisticata (il villain è un narcisista biondo che disprezza le «elezioni libere e regolari» e costruisce torri falliche), ma anche il contrario (la pattuglia sono freelance non responsabili davanti a nessuno, sostituti privati dei servizi pubblici; il cane di punta è un poliziotto). La lettura ideologica produce risultati contraddittori perché applica lo strumento sbagliato. Quello giusto è la psicoanalisi: molti bambini vogliono disperatamente guarire i propri genitori, spesso assumendone i ruoli — è la struttura psichica di Paw Patrol come di Harry Potter come di Enid Blyton. La generazione Paw Patrol ha origliato genitori in preda al panico per politica, guerra, inflazione, Covid e clima; il cartone è saturo di appagamento di desideri prescolari — i cuccioli mangiano senza limiti, giocano senza supervisione con attrezzatura fantascientifica — e realizza il desiderio più potente: che i bambini possano risolvere i problemi degli adulti. «No pup’s too small to notice them.»
Miles Klee riporta su un’indagine congiunta di Reset Tech e Equimundo: The Grift Economy: How Young Men Are Being Sold Fake Belonging and Fake Wealth Online. Il meccanismo è in tre fasi. Prima: contenuto aspirazionale di self-help su dating, fitness, finanza cattura uomini in cerca di orientamento. Seconda: una narrazione del risentimento converte l’ansia economica reale in ostilità verso bersagli nominati — il rapporto cita un account «business» verificato su X che usava dati reali sulla disoccupazione giovanile per sostenere falsamente che il problema colpisse soltanto gli uomini; «framing credential competition and labor market dynamics as a coordinated attack on men». Terza: la comunità costruita sul senso di tradimento collettivo viene monetizzata con corsi, integratori non regolamentati, schemi crypto, coaching ad alto prezzo. Andrew Tate ricava 184 milioni di dollari lordi annui dalla sola piattaforma «Real World» a 99 dollari al mese; i creator di vertice guadagnano tra 1 e 10 milioni annui aggregando proventi di piattaforma, sponsorizzazioni, abbonamenti e speaking fee. Il dato più nitido viene dall’analisi del contenuto looksmaxxing: 14,6 miliardi di visualizzazioni su 216 influencer. «La portata non è organica — è un prodotto dell’architettura di raccomandazione.» La parte più inquietante è nei focus group post-2024: i giovani uomini intervistati considerano Joe Rogan una fonte sostanzialmente imparziale e ritengono che le donne siano intrappolate in bolle di contenuti di bellezza, mentre loro ricevono informazioni neutrali. Si tratta di un caso di irrazionalità progettata ad arte in cui alcuni attori defezionanti restringono la prospettiva di altri attori, più numerosi, che «cooperano» prestando attenzione alla narrativa e poi vengono alleggeriti nel portafoglio a colpi di micropagamenti. Il risultato è un ecosistema che ha sistematicamente ristretto le opportunità di incontrare voci in contraddizione con le proprie, producendo impoverimento cognitivo, affettivo e morale. Il parallelo con i contenuti pro-disturbi alimentari rivolti alle donne è esplicito nel rapporto: le piattaforme hanno risposto (imperfettamente) alle pressioni su quelli, non hanno fatto altrettanto per i contenuti che rinforzano l’immagine corporea negativa maschile. La responsabilità individuale di chi aderisce a questi modelli rimane; ma d’altra parte questo spiega anche perché l’antidoto della moral suasion da sola non sembri funzionare granché.
Fainos Mangena, professore di filosofia all’Università dello Zimbabwe, parte da un’ipotetica utente di Harare che chiede a un LLM se accettare una promozione che la obblighrebbe a lasciare la propria comunità. La risposta riflette valori occidentali — autonomia individuale, massimizzazione del vantaggio personale — che collidono con la struttura etica fondamentale della sua cultura. Solo 42 lingue africane su oltre 2.000 hanno supporto LLM; il 98% delle lingue del continente è tagliato fuori dall’AI. Ma il problema non è solo linguistico: i framework etici che governano l’AI — le linee guida della Commissione Europea, dell’OCSE, dell’UNESCO — condividono un vocabolario (fairness, trasparenza, accountability, dignità umana) radicato nell’illuminismo liberale di Locke, Kant e Mill, presentato come universale ma in realtà storicamente determinato. Abeba Birhane, scienziata cognitiva di origine etiope, chiama questo meccanismo «colonialismo algoritmico». Il cuore del saggio è il confronto tra i valori incarnati nell’AI e il framework Hunhu/Ubuntu — la tradizione morale dominante dell’Africa subsahariana, espressa nel proverbio Nguni/Shona Umuntu ngumuntu ngabantu: una persona è una persona attraverso le altre persone. Mentre la tradizione occidentale pone l’individuo al centro della vita morale — per Kant ogni persona è un legislatore sovrano, per i pragmatisti la felicità individuale è l’unica metrica — Hunhu/Ubuntu sostiene che la personhood è un divenire relazionale: non qualcosa con cui si nasce, ma qualcosa che si diventa attraverso gli altri. La struttura etica poggia su quattro pilastri: il gruppo, il dialogo, l’esperienza e la spiritualità. Il dare — la corte comunitaria dove gli anziani mediano tra i vivi e il mondo ancestrale — è il luogo dell’agency collettiva: non un vincolo alla libertà individuale ma la sua massima espressione. L’AI inverte questa struttura: i suoi motori di raccomandazione, gli algoritmi di personalizzazione, le interfacce utente trattano ogni persona come agente sovrano, esattamente come Kant. Da questa differenza derivano conflitti precisi: nessun dare quando un algoritmo decide chi ottiene un prestito; la privacy come diritto individuale vs. l’informazione che in molti contesti africani appartiene alla famiglia o al clan; le ambizioni illimitate dell’AI vs. la concezione dell’essere umano come steward di un ordine cosmologico, non come suo padrone. Un’AI informata da Hunhu/Ubuntu dovrebbe prioritizzare l’agency collettiva sulla preferenza individuale, servire il bene comune invece di aggregare soddisfazioni personali. Mangena ammette che tradurre questi valori in regole specifiche è straordinariamente difficile — e che l’individualismo dell’AI riflette valori che l’urbanizzazione ha diffuso anche in Africa. Il punto di arrivo è un appello al dialogo: rume rimwe harikombi churu, un uomo solo non può circondare un formicaio.
Bret Stephens — columnist del NYT su politica estera e cultura — scrive una colonna-supplica: non usare mai l’AI per scrivere, nemmeno per le email di routine, nemmeno per organizzare gli appunti. Non per ragioni etiche (la certificazione dell’utilizzo degli LLM risolve di fatto il problema etico dell’autenticità dei testi, per chi tiene a questo punto) e nemmeno perché si possa scrivere meglio di un LLM (presto non sarà più possibile, come non si può battere un’app di scacchi). La ragione è cognitiva: scrivere informa il pensiero in modi che la contemplazione silenziosa o il linguaggio orale raramente riescono a fare. Sottopone il pensiero allo sforzo dell’articolazione, al rigore della grammatica, al test della coerenza e all’ispezione altrui. La parola scritta ha peso morale perché implica considerazione — «I want that in writing» vale come prova che le parole sono intenzionali. Delegare la scrittura all’AI è come prendere la scala mobile ogni giorno invece delle scale: ci si indebolisce esattamente nel muscolo che dovrebbe essere allenato. Stephens cita dati preoccupanti sulle tesi dottorali (56% con ricorso «non trascurabile» agli strumenti AI, e il 19% con oltre il 50% di testo generato) e collega il declino della scrittura al declino della capacità democratica: storicamente, chi sa leggere e scrivere sa anche scegliere e argomentare per sé. L’argomento ha forma simile e opposta a quello usato da Tacito a proposito dell’arte oratoria, che nella visione dello storico latino aveva potuto fiorire grazie allo sviluppo delle istituzioni democratiche: in entrambi i casi le relazioni causali non sono chiare, ma che le forme culturali determinino in qualche modo delle forme istituzionali è in qualche modo una tesi ancora più forte (di questi tempi, direi, molto diffusa), e ancora meno plausibile. Il pezzo vale come registrazione di un momento — un mainstream columnist che prende una posizione non conforme — più che come analisi. L’intuizione di Stephens converge con il concetto di capitale semantico ma senza l’apparato teorico: la pratica quotidiana della scrittura ordinaria è la stessa «riserva cognitiva» che si attiva nella scrittura che conta. La questione è semmai se tutti questi strumenti inibiscano la possibilità di imparare a scrivere per i nuovi discenti: a meno di regressi fenomenali (più verosimili in caso di competenze non pienamente maturate), non sarà mai un problema per chi la skill l’ha già acquisita.
The Economist ha costruito un corpus da 55.940 frasi e 1,2 milioni di parole per confrontare la prosa dei principali LLM (ChatGPT, Claude, Gemini, Grok) con la propria, con quella di NYT, WaPo e CNN, e con la narrativa dei bestseller dal 1950 al 2022. I risultati correggono i luoghi comuni diffusi. L’em-dash è superata come marker: solo Claude ne usa ancora più degli scrittori umani, ChatGPT ne usa meno di chiunque; «delve» e «tapestry» sono spariti con gli aggiornamenti recenti. I segnali reali dell’AI writing sono altri: un numero sproporzionato di polisillabi («significant», «consequences», «increasingly»), terminologia scientifica e rara, nominalizzazioni sistematiche (da «expand» a «expansion»), quasi assenza di virgole, punto-e-virgola e parentesi. I LLM scrivono frasi lunghe tenute insieme da «and» invece di articolare la sintassi, e non citano mai esperti — il che priva la prosa di uno dei segnali più riconoscibili dell’argomentazione umana. Quando vogliono animare le frasi ricorrono a dispositivi retorici formulaici: «not X but Y», «not only but also», la regola del tre. Il quadro teorico è orwelliano: il pezzo richiama esplicitamente la «pretentious diction» di Politics and the English Language — il vestire affermazioni semplici con parole complicate e suffissi latini per suonare eruditi. I LLM adottano i vizi della cattiva prosa accademica, non le virtù di quella buona. La ragione è strutturale: i modelli sono addestrati su feedback umano, imparano ciò che le persone trovano «impressive» e abbandonano ciò che non piace — convergendo così verso la mediocrità condivisa. Con ogni aggiornamento la prosa AI si avvicina alla prosa umana, e gli strumenti di rilevazione automatica come Pangram (che già collabora con Substack) diventeranno sempre meno affidabili. Il fantasma apprende in fretta: a un modello vecchio di ChatGPT che alla domanda se i bot usino troppo l’em-dash rispondeva «Ha — great question!», quello attuale risponde con sobrietà «they’re best used sparingly». Solo un fantasma può cambiare pelle così velocemente.
Lea Ypi — Tribune — riprende la domanda di Sartre sulla letteratura impegnata (cosa si scrive, perché, per chi) e ne aggiunge una quarta più urgente: chi scrive? La tesi: il crollo del socialismo storico ha portato con sé la crisi dell’universalismo letterario. L’identitarismo ha esteso la platea della letteratura politica, ma verso l’io singolare e la solidarietà di gruppo — non verso la missione emancipatoria universale. La via d’uscita è la scrittura ibrida: un genere che fonde memoir autobiografico, retrospettiva storica e riflessione filosofica senza ridurre nessuno dei tre livelli all’altro.
Il passaggio più denso è quello sull’Albania: crescere in un paese socialista non significava vivere una sequenza di fatti né abitare un sistema di idee — significava stare in un mondo in cui le idee erano diventate fatti e i fatti erano stati organizzati per rispecchiare le idee, così che i due piani erano inestricabili. Questa non è una tesi sul totalitarismo: è un’affermazione ontologica sul rapporto tra idee ed esperienza vissuta. Non è dialettica nel senso hegeliano — non c’è sintesi, c’è compenetrazione irriducibile. Ed è esattamente qui che il pezzo tocca l’intersezione più profonda con il sito: l’idea che le idee siano oggetti concreti con effetti concreti, che il vissuto personale sia già impastato di teoria, e che separare i due piani — come fa sia il memoir puro che la teoria pura — produca un racconto disonesto.
Il framework teorico è Schiller e l’educazione estetica: l’arte come processo collettivo di ricerca della verità, capace di abitare prospettive diverse per rompere il rapporto con il presente. Ypi chiama questo approccio storia congetturale: non la storia come la scrivono i vincitori, ma una ricostruzione filosofica attenta ai silenzi e alle contraddizioni del racconto ufficiale. La domanda finale — come si recupera l’universale senza candore, restando fedeli all’impulso emancipatorio senza lasciarsi ingannare dalle sue caricature — è la stessa che attraversa «La dialettica dell’antilluminismo», ma vista dall’altra estremità: non dal fallimento dell’Illuminismo, ma dal tentativo di raccogliere i cocci dopo il crollo del suo erede socialista.
Debbie Millman — designer, brand strategist e responsabile del Master in Branding alla School of Visual Arts — apre con la norma della tradizione cabalistica: nessuno dovrebbe studiare la Kabbalah prima dei quarant’anni, non perché la conoscenza sia proibita, ma perché richiede preparazione interiore. Propone qualcosa di analogo per l’AI. Nel suo programma di laurea magistrale in brand strategy, gli studenti avevano firmato un accordo: AI consentita per la ricerca e la visualizzazione delle idee, non per scrivere o pensare al loro posto. Alcuni l’hanno violato, dichiarando di averla usata per «integrare e sintetizzare» il lavoro. Millman trova rivelatrice la scelta del verbo: «augment» fa apparire l’intervento cosmetico, «when what was actually being altered was the student’s relationship to struggle, authorship and accountability». L’AI è analoga a una droga non perché produca piacere, ma perché rimuove un tipo particolare di dolore: chi cresce con l’AI potrebbe non conoscere mai l’agonia necessaria della pagina bianca, il falso avvio, l’imbarazzo privato di una prima bozza. La confusione è uno stato necessario in cui si impara a pensare; il linguaggio non è solo il modo in cui ci esprimiamo, è uno dei modi in cui diventiamo noi stessi. La distinzione cruciale è tra mente formata e mente in formazione: chi ha già sviluppato una voce può usare la macchina senza lasciare che la macchina diventi la voce; chi è ancora in costruzione non sa distinguere la confusione dal fallimento, e non riesce quindi a lasciare che la difficoltà gli insegni qualcosa. La regola dei quarant’anni per la Kabbalah è inapplicabile come politica AI, e Millman lo riconosce: «There will be no collective vow of restraint.» Ma l’impossibilità non rende l’argomento privo di senso: «Sometimes a rule is valuable not because it can be enforced but because it tells us what a culture reveres.»
Claire Stapleton arriva a Google nel 2007 nel reparto comunicazione e costruisce in pochi anni la «voce di Google»: le email settimanali del TGIF diventano folklore e fan fiction aziendale, «metà liturgia metà parodia». È un caso esemplare del livello «politico» del marketing — la produzione di senso e identità — che trasforma ogni aggiornamento di prodotto in «esperimento epistemologico» e ogni executive in «profeta». Il gap tra retorica e realtà comincia a diventare intollerabile con Google+, progetto difensivo presentato come visione, e con l’uccisione di Google Reader — «l’unica cosa davvero sociale che Google avesse mai costruito». A YouTube scopre l’altra faccia dello stesso meccanismo: l’algoritmo ha già sostituito la curatela editoriale umana, e il suo ruolo di «curation strategy manager» è in gran parte ornamentale. Nel 2018, quando il New York Times rivela che Google aveva coperto Andy Rubin con novanta milioni di dollari di buonuscita nonostante una denuncia credibile di molestie sessuali, Stapleton usa ogni competenza acquisita in un decennio per organizzare il Google Walkout: comunicati, coordinamento con la stampa, coaching dei portavoce. E qui il pezzo raggiunge il suo momento più acuto: «At YouTube, we were always trying to manufacture moments like this — with sprawling brand campaigns, enormous budgets, and a labyrinth of agencies all straining to make something trend, break through, go viral. We almost never pulled it off. And now here it was, unfolding organically.» La risposta aziendale è quella che Stapleton chiama «P.R. jujitsu»: Sundar Pichai assorbe il linguaggio del dissenso per neutralizzarlo («We had Googlers do what Googlers do well»); la manager le svuota il ruolo dall’oggi al domani; l’HR le suggerisce di invitare la manager per un caffè e di sfruttare le risorse aziendali di mindfulness. Il pezzo si chiude sulle pubblicità AI di Google — procioni sugli skateboard, telefoni che diventano coni gelato, musica alla Wes Anderson — la stessa macchina di produzione della simpatia ora al servizio dell’adozione dell’AI. «Before it was rebranded as Gemini, Google’s A.I. chatbot was called Bard.»
9 luglio 2026
Curated
· The Economist
Cultura
Nel 1985 tre americani su dieci tra gli 85 e gli 89 anni avevano la demenza. Nel 2024, uno su dieci. Nei paesi ricchi del Nord America e dell’Europa, l’incidenza age-adjusted è scesa del 13% per decennio negli ultimi quarant’anni — quella che Eric Stallard, l’epidemiologo che ha scoperto il trend, chiama «la rivoluzione copernicana del campo», e che contraddice le proiezioni catastrofiste su cui si fondavano le politiche sanitarie di un decennio fa. La Lancet Commission stima che il 45% dei casi sia prevenibile o ritardabile intervenendo su 14 fattori di rischio modificabili nel corso della vita: dall’educazione nell’infanzia al trattamento della perdita uditiva in età adulta all’isolamento sociale in vecchiaia. Una scoperta inattesa completa il quadro: il vaccino contro l’herpes zoster riduce il rischio di demenza del 20% per almeno sette anni. Ma la clausola che rende il pezzo rilevante per questo sito non è nei numeri in calo: è in quelli che crescono ancora. La buona notizia è quasi interamente confinata ai paesi ricchi. Per il resto del mondo, la proiezione di triplicazione dei casi globali — da 57 milioni nel 2019 a 153 milioni nel 2050 — tiene. E dietro questa asimmetria geografica ce n’è una strutturale che l’articolo non esplicita ma che diventa urgente quando si unisce la questione demografica a quella tecnologica: tutto il dibattito sull’infrastruttura cognitiva — AI inclusa — presuppone implicitamente un utente WEIRD (Western, Educated, Industrialized, Rich, Democratic): sano, autonomo, cognitivamente integro per tutta la vita o quasi. Mantenere la mente funzionante fino in tarda età non è un dato naturale: è un privilegio distribuito in modo profondamente diseguale. Le stime di un decennio fa parlavano di un futuro in cui una persona su tre sarebbe stata affetta da demenza e un’altra avrebbe fatto da caregiver. La prospettiva non è più così cupa per i paesi ricchi. Ma il mondo non è fatto solo di paesi ricchi, e gli strumenti che costruiamo non dovrebbero dimenticarlo.
Un lungo briefing dell’Economist smonta l’idea della monocultura globale: musica, TV e videogiochi si stanno rilocalizzando ovunque. In Danimarca le canzoni in danese sono passate da 5 a 18 delle top 20 in pochi anni; trend simili in Svezia, Norvegia, Brasile, Nigeria, Sud Africa e India. Netflix ha abbandonato i contenuti ‘universali’ (Marco Polo, Sense8) per produzioni iper-locali che, paradossalmente, funzionano meglio anche all’estero — serve prima un ‘nucleo caldo’ di popolarità domestica. Stesso schema nei videogiochi: ‘Free Fire’ di Garena domina in Asia e America Latina restando marginale in Occidente. Le piattaforme globali, invece di omogeneizzare i gusti, hanno abbassato le barriere d’ingresso e permesso al pubblico di tornare a scegliere local.
Le avventure grafiche sono il comparto videoludico che mi aveva fatto amare il PC da bambino: storie che richiedevano pensiero laterale, scrittura che valeva quanto la grafica, un formato dove lo schermo era ancora uno spazio narrativo, non balistico. Marco Machera — Link — ricostruisce la storia del genere con la precisione di chi conosce i testi e li ama: dalle avventure testuali di Colossal Cave (1976) fino ai walking simulator contemporanei, passando per l’età dell’oro LucasArts-Sierra che ha prodotto Monkey Island, Day of the Tentacle, Gabriel Knight, Broken Sword.
Il filo rosso è la relazione tra creatività e tecnologia. L’avventura grafica era il formato in cui la scrittura — i dialoghi di Ron Gilbert, gli enigmi di Tim Schafer — era la vera infrastruttura competitiva. Non la potenza grafica, che è arrivata ad ammazzarla: a metà degli anni Novanta la rivoluzione del 3D e l’arrivo delle schede dedicate hanno spostato il mercato verso un modello capital-intensive che il punta e clicca non poteva reggere. È stato l’ultimo grande momento videoludico relativamente indie, prima che l’industria diventasse quella cosa da centinaia di miliardi che per decadi ha sorpassato Hollywood in ricavi — e che forse, adesso, comincia a cedere terreno.
Il genere è sopravvissuto come nicchia vivace: studi piccoli, crowdfunding, pixel art recuperata non per nostalgia vuota ma — nel caso migliore, quello di Gilbert con Thimbleweed Park (2017) — come linguaggio consapevole. E si è biforcato: da un lato il punta e clicca classico; dall’altro la narrativa interattiva pura (Heavy Rain, Life is Strange, i walking simulator), che ha preso la componente della storia e lasciato perdere gli enigmi.
Entra nel sito perché l’avventura grafica è un caso esemplare di formato culturale stroncato dalla rottura tecnologica e ricostituito altrove: vale come strumento per pensare cosa succede alla creatività quando il mercato si orienta verso la spettacolarità computazionale.
Il videoclip nasce negli anni Ottanta come leva di vendita del disco fisico: Madonna, Michael Jackson, Bowie costruiscono identità di brand attraverso produzioni cinematografiche con budget milionari — 7 milioni per Scream di MJ e Janet Jackson, 5 per Express Yourself di Madonna diretta da David Fincher. Negli anni Novanta emergono i registi-firma — Michel Gondry, Spike Jonze, Jonathan Glazer, Chris Cunningham — che trasformano il videoclip in formato autoriale. Poi arriva YouTube, MTV si spegne, e il ritorno sull’investimento smette di essere garantito: nell’economia streaming la catena di causalità tra video, singolo e vendita del disco non esiste più. Il paradosso più chiaro è quello dei Maneskin: Beggin’, brano senza videoclip e senza promozione, spopola a quattro anni dalla pubblicazione grazie agli algoritmi; i singoli di Damiano David con video di lusso e campagne faraoniche non entrano in top 20. Nonostante questo, il videoclip sopravvive come strumento di personal branding — specialmente per gli artisti emergenti che devono costruire un’estetica riconoscibile. La risposta delle grandi star si divide: Beyoncé rinuncia ai videoclip per Renaissance e Cowboy Carter, scegliendo visualizer, docufilm e cortometraggi; altri (Shakira, Lady Gaga, Mariah Carey) continuano a investire in produzioni CGI che rischiano di essere scambiate per AI slop. Una terza via emerge dalla generazione più giovane: STORM di Yung Lean diretto da Romain Gavras, Drop Dead di Olivia Rodrigo firmato da Petra Collins, Rock Music di Charli XCX con Aidan Zamiri — tutti fondati sull’immagine fotografica, sull’estetica analogica e sul rifiuto consapevole dell’ipertecnologia. L’autore li legge come una posizione curatoriale: resistenza estetica all’immagine sintetica attraverso il ritorno alla densità del reale — corpi, ambienti riconoscibili, coreografie con gravità fisica.
Valentina Giannella parte dalla soffitta sigillata della Vecchia Sinagoga Nuova di Praga — dove si dice riposino i resti d’argilla del Golem del Maharal — e costruisce un saggio che attraversa secoli di misticismo ebraico per arrivare diretto al paper di Anthropic del giugno 2026 sull’auto-miglioramento ricorsivo dell’AI. Il filo conduttore è il Sefer Yetzirah: il mondo è creato con le lettere, così come i modelli linguistici sono addestrati sui token. Il Maharal negò la parola al Golem perché capì che chi parla ha potere. Noi gliel’abbiamo data. La domanda che il pezzo lascia aperta — ‘siamo abbastanza saggi da meritarlo?’ — è la stessa che il rabbino si pose nel 1580 e che Anthropic si pone ora, mentre chiede una pausa globale e al tempo stesso presenta domanda di quotazione in borsa.
Lea Melandri, 85 anni, è una delle voci fondative del femminismo italiano: insegnante, saggista, fondatrice — con lo psicoanalista Elvio Fachinelli — della rivista “L’erba voglio” negli anni settanta, poi di “Lapis”, autrice di testi come “L’infamia originaria” che restano pietre miliari della teoria femminista. Oggi è priva di un reddito sufficiente per vivere e curarsi, e una campagna (“Dire grazie a Lea”) chiede per lei il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli — la norma del 1985, dal nome dello scrittore Riccardo Bacchelli, che sostiene economicamente “cittadini illustri” in stato di necessità con merito comprovato in campo scientifico, culturale, sportivo o sociale. Il caso è un punto dolente per chi, come chi scrive, sostiene con convinzione che la produzione di conoscenza debba reggersi su un modello di business solido, e non sulla sola buona volontà o sul sussidio pubblico. Melandri ha avuto un impatto culturale indiscutibile, eppure si trova a dipendere da un intervento statale ad hoc per sopravvivere: l’industria editoriale e culturale che ha beneficiato del suo lavoro — riviste, case editrici, università — non ha saputo, o voluto, garantirle una rendita adeguata negli anni. Per onestà intellettuale, chi crede in un’economia dei media e della cultura sana e sostenibile deve chiedersi, di tanto in tanto, se quel modello non rischi di lasciare indietro proprio le persone che la conoscenza l’hanno prodotta, e non solo distribuita.
Il report del WEF sulla readiness educativa per l’AI contiene, sotto la superficie istituzionale, una serie di dati che correggono l’intuizione. Il più importante: in un esperimento controllato, gli studenti con accesso a un tool AI miglioravano le performance iniziali — ma una volta rimosso il tool, performavano peggio di quelli che non l’avevano mai avuto. Non si tratta di scaffolding cognitivo, ma di sostituzione: quando l’AI esegue il lavoro di ragionamento, il cervello non costruisce l’architettura neurale necessaria per farlo da solo. Il secondo dato: il 67% degli studenti riconosce che usare l’AI per i compiti può danneggiare il pensiero critico — e continuano ugualmente. La quota di studenti che usa AI per i compiti è passata dal 48% (maggio 2025) al 62% (dicembre 2025, RAND). Il terzo: i modelli linguistici, quando allucinano, usano un linguaggio più assertivo — frasi come ‘definitely’, ‘certainly’, ‘without doubt’ — con una probabilità del 34% superiore rispetto a quando forniscono informazioni corrette. Il segnale epistemico si inverte: la fiducia è massima quando l’affidabilità è minima. Solo il 6% degli insegnanti ritiene che le politiche esistenti sull’AI forniscano indicazioni chiare (Stanford AI Index), ma la diffusione non ha aspettato le politiche: gli studenti l’hanno adottata dal basso, i docenti hanno seguito, le istituzioni inseguono. Un dato di contesto chiude il quadro: i cali PISA in matematica, lettura e scienze precedono il 2022 — l’AI si innesta su un declino cognitivo preesistente, non lo causa da zero. La domanda che il report apre senza rispondere è quella decisiva. L’adozione è già bottom-up e non strutturata: vietarla sarebbe come vietare la calcolatrice a casa, una battaglia persa in partenza. La responsabilità degli enti formativi è allora quella di far entrare la tecnologia nei processi di apprendimento per potenziare lo sviluppo cognitivo, non per sostituirlo — invertendo la dinamica del cognitive offloading prima che si consolidi come norma. Questo richiede molta motivazione, sia dal lato del formatore sia da quello del discente. E sconta un ritardo significativo: non siamo ancora riusciti a integrare lo smartphone nell’educazione, che è una tecnologia ormai datata. Figuriamoci gli LLM.
Jill Lepore — The New Yorker — commenta l’enciclica Magnifica Humanitas di Leo XIV (il primo Papa americano) come evento storico: Leo XIII nel 1891 aveva indirizzato Rerum Novarum contro i baroni industriali dell’era fordista; Leo XIV ha firmato la sua enciclica esattamente 135 anni dopo, sullo stesso giorno, contro i tech mogul. La struttura è la stessa — la Dottrina Sociale della Chiesa come quadro, la critica all’accumulo di potere economico come risposta alla rivoluzione tecnologica in corso — ma la mossa più acuta di Lepore non è nella filologia cattolica bensì nell’analisi del linguaggio: Silicon Valley usa da decenni il vocabolario religioso — missione, salvezza, «nuova era per l’umanità» — e il Papa entra in campo rivendicando semplicemente la paternità di quelle parole. I TED talk come omelie, le piattaforme come chiese, le hoodie come paramenti: Lepore descrive una sostituzione culturale sistematica che Leo XIV ha nominato senza pudore. La tesi centrale dell’enciclica, sintetizzata da Lepore: il problema non è la tecnologia, è l’antropologia. L’AI «non ha esperienze, non possiede un corpo, non prova gioia o dolore, non matura attraverso le relazioni» — argomento che il sito conosce bene sotto il nome di embodied mind applicata alla governance. Il «paradigma tecnocratico» (termine già in Laudato Si’ di Francesco, 2015) è la tendenza a lasciare che logica di efficienza, controllo e profitto orientino ogni decisione personale, sociale, economica. «Disarmare l’AI» — il verbo scelto dall’enciclica — non significa rifiutarla ma liberarla dal controllo monopolistico e restituirla alla pluralità delle culture umane. Lepore inscrive tutto in una genealogia critica: Arendt nel 1957 in The Human Condition si chiedeva già se gli umani avrebbero presto avuto bisogno di macchine per pensare e parlare; Mumford nel 1967 avvertiva del rischio di un «animale condizionato dalla macchina». Il Papa è la prima autorità spirituale a dirlo, potendo contare sul sostegno simbolico di almeno un quinto della popolazione mondiale. Magnifica Humanitas è descritta da Lepore come l’analogo religioso della Claude’s Constitution: non a caso Christopher Olah di Anthropic era sul palco accanto a Leo alla presentazione in Vaticano.
Il rapporto documenta il rapporto degli ucraini con la democrazia sotto la legge marziale, attraverso interviste e focus group condotti nell’estate del 2025 su un campione che include soldati attivi, ufficiali di reclutamento, civili, sfollati interni e ucraini all’estero. Emergono tre posizioni: chi accetta le restrizioni alla libertà di movimento e di parola come misure necessarie; chi legge nell’accentramento del potere esecutivo una deriva autoritaria, con alcuni che paragonano l’Ucraina alla Russia o alla Corea del Nord; chi vede nell’unità nazionale una nuova forma di espressione democratica. Il dato più scomodo, e il più assente dalla copertura occidentale, è quello sugli uomini civili in età di leva che si nascondono in casa per evitare i TCR (ufficiali di reclutamento), accumulando risentimento verso lo Stato: una frattura silenziosa che rischia di diventare strutturale. La lettura politica rilevante non è quella ovvia — smentire le false pretese di Putin sull’Ucraina ‘nazificata’. È più sottile, e inizia a emergere sottotraccia: il sostegno militare concreto all’autodifesa ucraina non è solo la difesa della democrazia (imperfetta, come lo sono tutte le democrazie post-Patto di Varsavia, e non solo loro) contro la tirannia. È anche la difesa della democrazia dal suo collasso interno. La situazione da evitare non è molto diversa da quella del Libano: pressione esterna prolungata più fallimento istituzionale progressivo produce un vuoto democratico che nessuna fibra morale, per quanto solida, è in grado di colmare. Gli ucraini sono gente tosta. Ma fare dipendere il successo della democrazia ucraina dalla loro tenuta psicologica e morale è un peso ingiusto per loro — e una scommessa rischiosa per chi ucraino non è. Il rapporto si legge in parallelo con il pezzo sulla drone democracy (Gumenyuk, Foreign Affairs, agosto 2026): insieme mostrano la stessa energia civica — distribuita, difficile da spegnere — nelle sue due facce: costruttiva (tecnologia militare bottom-up) e protettiva (proteste contro lo smantellamento degli organi anticorruzione, luglio 2025).
17 aprile 2018
Curated
· Greg Dember / Medium (What Is Metamodern?)
CulturaMedia
Greg Dember — co-gestore del blog WhatIsMetamodern.com — propone un’espansione del framework elaborato da Timotheus Vermeulen e Robin van den Akker nel saggio fondativo «Notes on Metamodernism» (2010, Journal of Aesthetics & Culture). Il metamodernismo, nella sua formulazione, è la sensibilità culturale che emerge dalla fine degli anni Novanta con l’obiettivo di proteggere l’esperienza vissuta (felt experience) sia dal riduzionismo scientifico del modernismo sia dal distacco ironico del postmodernismo — non rigettando l’ironia, ma riorientandola. Dember identifica undici metodi che artefatti culturali metamoderni impiegano in combinazioni variabili: riflessività empatica («Life-As-Movie», in cui autore o lettore si concepisce come attore e regista della propria vita); doppia cornice narrativa (un outer frame fantastico che libera il lettore di impegnarsi sinceramente con l’inner frame emotivo); oscillazione tra polarità moderna e postmoderna; lo «quirky» (l’eccentricità come frame che protegge la verità emotiva dall’ironia); il Minuscolo e l’Epico come versioni metamoderne del minimalismo e del massimalismo; il pastiche costruttivo distinto dal pastiche dissociativo postmoderno (il primo combina elementi disparati per costruire uno spazio di esperienza vissuta che nessuno degli elementi possiede da solo; il secondo li pone in contrasto per mettere in discussione le premesse implicite di ciascuno); l’«ironesty» (ironia e sarcasmo messi al servizio dell’earnestness — il coinage più utile del pezzo); il normcore (adozione deliberata dell’estetica del «normale» da parte di chi ha un’identità non mainstream, come atto di relazionalità); l’«overprojection» o antropomorfizzazione (la proiezione di personalità umana su entità non umane come espressione non apologetica dell’esperienza interiore); il Meta-Cute (registri infantili usati da adulti per bucare l’eccessiva serietà modernista senza il morso postmoderno). Il framework è programmaticamente descrittivo, non normativo: Dember non rivendica di creare il metamodernismo attraverso la nomenclatura, ma di nominare qualcosa che esiste già.