I test PISA 2026 dell’OCSE, pubblicati l’8 settembre, dovevano segnare la ripresa dopo il crollo registrato subito dopo la pandemia. Non è successo: nei paesi ricchi — il campo primario dei test — i punteggi sono scesi ancora, e in lettura il calo accelera. Nei paesi OCSE, i quindicenni di oggi testano come i quattordicenni di dieci anni fa, in matematica e in lettura.

Il confronto più istruttivo del pezzo non è fra sistemi lontani ma fra Inghilterra e Scozia: stessa pandemia, stessi smartphone, spesa per studente più alta a nord del confine — eppure da quindici anni i punteggi inglesi salgono e quelli scozzesi scendono, e la differenza coincide con scelte politiche opposte. L’Inghilterra ha reso i curricula più nozionistici (“knowledge-rich”), gli esami più rigorosi, ha ridotto il peso del lavoro a casa valutabile — facile da copiare — e inasprito le ispezioni; la Scozia ha seguito un curriculum più “modista” orientato a soft skill vaghe, con un approccio più lasco alla disciplina.

L’articolo smonta anche un mito fondativo delle riforme “progressiste”. La Finlandia, prima della classe nel 2000 e oggi fra i paesi in caduta più ripida, otteneva probabilmente quei risultati da metodi scolastici tradizionali ancora diffusi fino agli anni '90, non dall’apprendimento “play-based” per cui divenne un modello da imitare in tutto il mondo: se così fosse, l’errore avrebbe disorientato decine di sistemi scolastici che hanno copiato la Finlandia sbagliata.

Il divario fra chi performa meglio e chi performa peggio è ora il più ampio mai registrato da PISA, in tutte le discipline: il 20% dei quindicenni OCSE è classificato come low performer su lettura, matematica e scienze insieme — fino a faticare a capire una bolletta — contro il 16% di quattro anni fa. Fra le cause indicate: assenze scolastiche più che raddoppiate dalla pandemia, e il tempo di lettura sostituito da schermi — solo il 37% dei novenni americani legge per piacere, contro quasi il 60% negli anni '90.

WR