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Mi chiedo cosa significhi formare chi scrive in un’epoca in cui l’AI produce testo plausibile senza che chi lo usa abbia gli strumenti per giudicarlo. La formazione, per come la vedo, non è un accessorio: è la condizione di possibilità dell’uso intelligente della macchina.

mag 2026 ago 2026

La macchina e la lotta

Tokarczuk, Groff, e la domanda che nessuno sta facendo. Tre modi di scrivere con l’AI, il valore di quello che non si delega, e perché la lotta con la materia conta più del risultato.

Does AI stop children from learning? ↗

Lo studio è del giugno 2026 (preprint, non ancora peer-reviewed): Strömberg et al. tracciano 27.000 studenti cinesi tra 12 e 18 anni per 2,5 anni. L’80% usa AI (Doubao, DeepSeek); il 20% forma il gruppo di controllo. I risultati sono netti nella loro apparente contraddizione: chi usa l’AI vede i voti dei compiti salire del 18% e il tempo dedicato ridursi da 64 a 45 minuti. Ma agli esami, gli stessi studenti ottengono il 20% in meno rispetto ai compagni che non hanno usato l’AI. La variabile che spiega tutto è il tempo: chi usa AI ma ci dedica lo stesso tempo dei non-utenti non subisce alcuna penalità agli esami. Il danno è specifico: riguarda chi ha usato l’AI per ottimizzare l’output senza fare il processo cognitivo che l’apprendimento richiede. Un secondo studio (Contractor e Reyes, Middlebury College) va nella direzione opposta: studenti universitari che usano l’AI per apprendere un argomento nuovo — non per completare un compito — ottengono risultati migliori nei test, con un vantaggio che persiste a distanza di una settimana. La distinzione rilevante non è ‘AI sì o AI no’ ma ‘AI come scorciatoia o AI come tutor’. Chi usa i chatbot per farsi spiegare concetti difficili o per lavorare su problemi specifici impara; chi li usa per generare la risposta finale senza pensarci non impara nulla. È la conferma empirica di una distinzione che il sito segue teoricamente: l’AI non sostituisce il capitale semantico, lo presuppone. Senza il processo — lettura, riflessione, errore, correzione — l’output esiste ma l’apprendimento no. Il dato che merita più attenzione non è il -20% agli esami: è che i voti dei compiti hanno smesso di predire i voti agli esami. Il segnale osservabile si è disconnesso dall’apprendimento reale. Questo crea un problema di valutazione che va ben oltre la scuola: qualsiasi sistema che misura l’output invece del processo rischia di premiare chi ottimizza la superficie senza costruire nulla sotto.

The medieval understanding of intelligence is exactly what we need in the age of A.I. ↗

L’argomento è semplice nella diagnosi, più impegnativo nella proposta. Diagnosi: l’AI vince nell’educazione perché abbiamo costruito l’istruzione moderna su un’idea utilitaristica dell’intelligenza: si educa affinché (buoni cittadini, buoni lavoratori, problem-solver). Su questo campo l’AI batte l’uomo strutturalmente e sempre di più. Proposta: recuperare la concezione medievale di virtù intellettuale come fine in sé. Leggere, pensare, discutere, meravigliarsi sono attività intrinsecamente buone — ‘fini penultimi’ nel lessico di Peter Lombard — indipendentemente da qualsiasi utilità estrinseca. Su questo terreno l’AI non può sostituire l’uomo, perché l’eccellenza non sta nel prodotto ma nell’attività. Il gancio è Leo XIV, Magnifica Humanitas § 140, che chiede di ‘esercitare limitazioni nell’uso dell’AI e proteggere i giovani dalla promessa della macchina perfetta.’ L’autore è medievalista di Boston College e scrive su America, la principale rivista intellettuale gesuitica americana; il posizionamento va tenuto presente, ma non condiziona la validità dell’argomento. Del resto, i gesuiti hanno offerto enormi contributi scientifici in tutti i campi, non ultimo la massmediologia. Una nota. La tradizione intellettuale cattolica ha al suo interno i germi di una resistenza — nel senso quasi tedesco di Widerstand, di ‘frizione’ — nei confronti della modernità che, ci piaccia o no, può offrire un servizio non secondario a una contemporaneità evidentemente molto veloce. Questa frizione non è confessionale: gli aspetti più confessionali di quella tradizione sono anzi deteriori, per esempio relativamente al riconoscimento dei diritti civili o alla sessualità. I suoi aspetti migliori sono invece legati a un’eredità specifica ricevuta dall’antichità: la virtue ethics. Costruire il soggetto prima di ricorrere al potenziamento tecnologico è una ricetta di difficilissima applicazione — come ben sappiamo — ma logicamente inappuntabile. Non è un caso che alcune figure alfieri di questa linea, come Alasdair MacIntyre, abbiano una duplice matrice cattolica e marxista: la critica all’atomismo liberale converge da entrambi i lati. Il futuro passa probabilmente anche per una riconfigurazione dello spazio liberale, fatto di attori puntiformi che si muovono su un piano infinito e neutro. Questa tradizione vede al contrario lo spazio come un ambiente tridimensionale, non neutrale e accidentato, in cui i soggetti — per non essere agiti dallo spazio — devono competenzializzarsi: non possono essere dei punti tutti uguali. Coolman ne offre un caso particolare: nell’ecosistema AI, chi non ha sviluppato una virtù intellettuale propria non è un attore autonomo, ma esclusivamente un punto d’accesso. La tesi è brillante; l’applicazione su grande scala problematica.

The dark underbelly of "Paw Patrol" ↗

Paw Patrol — dodici stagioni, un impero del merchandising e tre film al cinema — è finito nel mirino delle guerre culturali. Il Guardian lo ha definito «propaganda neoliberale autoritaria»; un accademico ha sostenuto che «incoraggia la complicità in un sistema capitalistico globale che riproduce le diseguaglianze»; i detrattori più militanti hanno adottato lo slogan «Defund the Paw Patrol». L’Economist riconosce che la questione non è del tutto campata in aria — «c’è una ragione per cui i dittatori cercano di controllare le storie raccontate ai giovani» — ma smonta la lettura ideologica con uno strumento diverso: la psicoanalisi. Superficialmente il cartoon ha una politica di sinistra poco sofisticata (il villain è un narcisista biondo che disprezza le «elezioni libere e regolari» e costruisce torri falliche), ma anche il contrario (la pattuglia sono freelance non responsabili davanti a nessuno, sostituti privati dei servizi pubblici; il cane di punta è un poliziotto). La lettura ideologica produce risultati contraddittori perché applica lo strumento sbagliato. Quello giusto è la psicoanalisi: molti bambini vogliono disperatamente guarire i propri genitori, spesso assumendone i ruoli — è la struttura psichica di Paw Patrol come di Harry Potter come di Enid Blyton. La generazione Paw Patrol ha origliato genitori in preda al panico per politica, guerra, inflazione, Covid e clima; il cartone è saturo di appagamento di desideri prescolari — i cuccioli mangiano senza limiti, giocano senza supervisione con attrezzatura fantascientifica — e realizza il desiderio più potente: che i bambini possano risolvere i problemi degli adulti. «No pup’s too small to notice them.»

I’m Begging You: Never Write With A.I. ↗

Bret Stephens — columnist del NYT su politica estera e cultura — scrive una colonna-supplica: non usare mai l’AI per scrivere, nemmeno per le email di routine, nemmeno per organizzare gli appunti. Non per ragioni etiche (la certificazione dell’utilizzo degli LLM risolve di fatto il problema etico dell’autenticità dei testi, per chi tiene a questo punto) e nemmeno perché si possa scrivere meglio di un LLM (presto non sarà più possibile, come non si può battere un’app di scacchi). La ragione è cognitiva: scrivere informa il pensiero in modi che la contemplazione silenziosa o il linguaggio orale raramente riescono a fare. Sottopone il pensiero allo sforzo dell’articolazione, al rigore della grammatica, al test della coerenza e all’ispezione altrui. La parola scritta ha peso morale perché implica considerazione — «I want that in writing» vale come prova che le parole sono intenzionali. Delegare la scrittura all’AI è come prendere la scala mobile ogni giorno invece delle scale: ci si indebolisce esattamente nel muscolo che dovrebbe essere allenato. Stephens cita dati preoccupanti sulle tesi dottorali (56% con ricorso «non trascurabile» agli strumenti AI, e il 19% con oltre il 50% di testo generato) e collega il declino della scrittura al declino della capacità democratica: storicamente, chi sa leggere e scrivere sa anche scegliere e argomentare per sé. L’argomento ha forma simile e opposta a quello usato da Tacito a proposito dell’arte oratoria, che nella visione dello storico latino aveva potuto fiorire grazie allo sviluppo delle istituzioni democratiche: in entrambi i casi le relazioni causali non sono chiare, ma che le forme culturali determinino in qualche modo delle forme istituzionali è in qualche modo una tesi ancora più forte (di questi tempi, direi, molto diffusa), e ancora meno plausibile. Il pezzo vale come registrazione di un momento — un mainstream columnist che prende una posizione non conforme — più che come analisi. L’intuizione di Stephens converge con il concetto di capitale semantico ma senza l’apparato teorico: la pratica quotidiana della scrittura ordinaria è la stessa «riserva cognitiva» che si attiva nella scrittura che conta. La questione è semmai se tutti questi strumenti inibiscano la possibilità di imparare a scrivere per i nuovi discenti: a meno di regressi fenomenali (più verosimili in caso di competenze non pienamente maturate), non sarà mai un problema per chi la skill l’ha già acquisita.

If You’re Over 40, You’re Ready to Use A.I. ↗

Debbie Millman — designer, brand strategist e responsabile del Master in Branding alla School of Visual Arts — apre con la norma della tradizione cabalistica: nessuno dovrebbe studiare la Kabbalah prima dei quarant’anni, non perché la conoscenza sia proibita, ma perché richiede preparazione interiore. Propone qualcosa di analogo per l’AI. Nel suo programma di laurea magistrale in brand strategy, gli studenti avevano firmato un accordo: AI consentita per la ricerca e la visualizzazione delle idee, non per scrivere o pensare al loro posto. Alcuni l’hanno violato, dichiarando di averla usata per «integrare e sintetizzare» il lavoro. Millman trova rivelatrice la scelta del verbo: «augment» fa apparire l’intervento cosmetico, «when what was actually being altered was the student’s relationship to struggle, authorship and accountability». L’AI è analoga a una droga non perché produca piacere, ma perché rimuove un tipo particolare di dolore: chi cresce con l’AI potrebbe non conoscere mai l’agonia necessaria della pagina bianca, il falso avvio, l’imbarazzo privato di una prima bozza. La confusione è uno stato necessario in cui si impara a pensare; il linguaggio non è solo il modo in cui ci esprimiamo, è uno dei modi in cui diventiamo noi stessi. La distinzione cruciale è tra mente formata e mente in formazione: chi ha già sviluppato una voce può usare la macchina senza lasciare che la macchina diventi la voce; chi è ancora in costruzione non sa distinguere la confusione dal fallimento, e non riesce quindi a lasciare che la difficoltà gli insegni qualcosa. La regola dei quarant’anni per la Kabbalah è inapplicabile come politica AI, e Millman lo riconosce: «There will be no collective vow of restraint.» Ma l’impossibilità non rende l’argomento privo di senso: «Sometimes a rule is valuable not because it can be enforced but because it tells us what a culture reveres.»

Why Are Humanists So Bad at Defending the Humanities? ↗

N. Ángel Pinillos, professore di filosofia all’Arizona State University, muove da una premessa scomoda: gli umanisti sono i peggiori avvocati delle proprie discipline. L’argomento standard — valore intrinseco, paideia, Bildung — è circolare: funziona solo su chi è già convinto. L’alternativa che propone è meno solenne ma più solida: le humanities insegnano una competenza identificabile — leggere, scrivere, argomentare con precisione — che non esiste altrove nel curriculum. E l’AI l’ha resa più preziosa, non meno: usare bene i modelli richiede esattamente quelle capacità, riconoscere dove l’argomento scivola, revisionare l’output invece di spedire la poltiglia. La conclusione è ottimista: i modelli producono testo fluente in quantità industriale, il che rende la capacità di distinguere buon ragionamento da cattivo la competenza cognitiva più preziosa del presente. Connessione diretta con quanto Floridi chiama «capitale semantico» — e con ciò che il sito ha già provato a dire altrove.

Making Claude a chemist ↗

Un paper di Anthropic che mette Claude alla prova sulla spettroscopia NMR — l’analisi che permette ai chimici di “leggere” la struttura molecolare di un composto da una firma spettrale. Opus 4.7 risulta competitivo con i software specializzati nella predizione diretta (struttura → spettro) e capace di lavorare nella direzione inversa (spettro → struttura) da soli dati 1D — cosa che oggi richiede strumenti dedicati e competenze specifiche. Il punto non è la performance tecnica in sé: è che un modello linguistico generalista sta cominciando ad abbassare le barriere di accesso a una disciplina che, per definizione, consiste nel manipolare la natura della materia. Come la tecnica CRISPR-Cas9 ha reso editabile il genoma anche fuori dai grandi centri di ricerca, un’interfaccia in linguaggio naturale per la chimica potrebbe avvicinare alla disciplina ricercatori di altre aree, studenti, e chiunque abbia bisogno di ragionare su strutture molecolari senza un dottorato in tasca. Interessante anche la prospettiva didattica: non uno strumento che sostituisce l’apprendimento, ma uno sgabello — nel senso che ho provato a esplorare altrove — che consente di arrivare dove prima non si riusciva a stare in piedi.

Shaping the Future of Learning: Education Readiness for the Age of AI ↗

Il report del WEF sulla readiness educativa per l’AI contiene, sotto la superficie istituzionale, una serie di dati che correggono l’intuizione. Il più importante: in un esperimento controllato, gli studenti con accesso a un tool AI miglioravano le performance iniziali — ma una volta rimosso il tool, performavano peggio di quelli che non l’avevano mai avuto. Non si tratta di scaffolding cognitivo, ma di sostituzione: quando l’AI esegue il lavoro di ragionamento, il cervello non costruisce l’architettura neurale necessaria per farlo da solo. Il secondo dato: il 67% degli studenti riconosce che usare l’AI per i compiti può danneggiare il pensiero critico — e continuano ugualmente. La quota di studenti che usa AI per i compiti è passata dal 48% (maggio 2025) al 62% (dicembre 2025, RAND). Il terzo: i modelli linguistici, quando allucinano, usano un linguaggio più assertivo — frasi come ‘definitely’, ‘certainly’, ‘without doubt’ — con una probabilità del 34% superiore rispetto a quando forniscono informazioni corrette. Il segnale epistemico si inverte: la fiducia è massima quando l’affidabilità è minima. Solo il 6% degli insegnanti ritiene che le politiche esistenti sull’AI forniscano indicazioni chiare (Stanford AI Index), ma la diffusione non ha aspettato le politiche: gli studenti l’hanno adottata dal basso, i docenti hanno seguito, le istituzioni inseguono. Un dato di contesto chiude il quadro: i cali PISA in matematica, lettura e scienze precedono il 2022 — l’AI si innesta su un declino cognitivo preesistente, non lo causa da zero. La domanda che il report apre senza rispondere è quella decisiva. L’adozione è già bottom-up e non strutturata: vietarla sarebbe come vietare la calcolatrice a casa, una battaglia persa in partenza. La responsabilità degli enti formativi è allora quella di far entrare la tecnologia nei processi di apprendimento per potenziare lo sviluppo cognitivo, non per sostituirlo — invertendo la dinamica del cognitive offloading prima che si consolidi come norma. Questo richiede molta motivazione, sia dal lato del formatore sia da quello del discente. E sconta un ritardo significativo: non siamo ancora riusciti a integrare lo smartphone nell’educazione, che è una tecnologia ormai datata. Figuriamoci gli LLM.

A Defense of a Liberal Arts Education in the Age of A.I. ↗

Ross Douthat intervista Jennifer Frey, professoressa di filosofia che ha costruito e poi visto smantellare un programma di liberal arts all’Università di Tulsa. Il pezzo è il contrario complementare del Pinillos già in archivio: dove Pinillos difende le humanities con argomenti pragmatici — insegnano competenze identificabili che l’AI rende più preziose — Frey difende la liberal education con un argomento intrinseco: la paideia e il Bildung come coltivazione delle capacità superiori dell’essere umano come fine in sé, non come mezzo. L’Aristotele che cita vale la pena ricordarlo: il fine dell’educazione è la scholé (σχολή), il leisure — non il riposo né il divertimento, ma lo spazio in cui si coltiva il meglio di sé. Il punto più interessante per noi è la difesa della gerarchia dei beni (Shakespeare è migliore di Grisham: sì, e ammetterlo non è antidemocratico) come affermazione ontologica: senza alcun senso di “superiore”, diventa molto difficile parlare di istruzione superiore in qualunque senso. Frey non risolve il problema di Pinillos — come si convince un sistema a investire su ciò che non produce output misurabili — ma ne radicalizza le premesse.