Da anni le autorità della concorrenza guardano con sospetto le fusioni verticali nei mercati digitali, e c’è chi propone di trattarle con la stessa severità delle fusioni fra concorrenti, senza presumere che producano efficienze. Johannes Johnen e Shiva Shekhar, economisti a Lovanio e a Tilburg, sostengono che l’ipotesi implicita, cioè che gli effetti di rete aumentino sempre l’incentivo a escludere i rivali, sia sbagliata. Distinguono gli effetti di rete specifici del prodotto, quando il valore di un nuovo utente resta dentro il servizio che l’ha attirato, come per Spotify, da quelli specifici dell’ecosistema, quando la crescita di un concorrente arricchisce tutti, come per i progetti di ARM usati da Qualcomm e Nvidia: nel primo caso la piattaforma ha più interesse a escludere i rivali, nel secondo meno. Il criterio pratico è chiedersi dove va il valore di un utente in più guadagnato dal rivale. Lo applicano a casi reali: Microsoft e Activision, dove la stessa operazione ha dato due risposte diverse per le console e per lo streaming, Booking ed eTraveli, Google e Fitbit. Riconoscono anche il limite: il tipo di effetto di rete è in parte una scelta di progettazione, e una piattaforma ha interesse a presentarsi come ecosistema; l’onere della prova, scrivono, spetta a chi rivendica l’efficienza.

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