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Il caso Bending Spoons: non la valutazione da 20 miliardi in sé, ma il pool di azioni distribuite ai dipendenti come possibile innesco di una generazione di startup di seconda mano in Italia, sul modello già visto a Berlino e Londra.

Cosa sblocca l’IPO di Bending Spoons? ↗

Alessia Camera analizza cosa potrebbe sbloccare per l’ecosistema startup italiano la quotazione di Bending Spoons al Nasdaq, valutata 20 miliardi di dollari (documenti SEC depositati l’8 giugno 2026, ticker $BSP). Il dato che le interessa non è la valutazione in sé, ma il pool azionario per i dipendenti: 51 milioni di azioni, distribuite anche a chi è entrato dieci anni fa come tech lead o growth lead, oggi titolare di quote che vanno da pochi milioni a oltre 190 milioni di dollari. L’autrice confronta il caso con le grandi IPO tedesche (Zalando, Rocket Internet, Delivery Hero) e britanniche (Braze, Wise, Revolut, Monzo): in entrambi gli ecosistemi, gli ex-dipendenti delle aziende quotate hanno generato ondate di startup di seconda generazione — a Berlino 138 da 24 unicorni, a Londra 168 da 27, con l’81% e il 69% rimaste rispettivamente nella stessa città. Un fattore strutturale spiega parte del vantaggio britannico: l’EMI, il regime fiscale agevolato sulle stock option in vigore dal 2000, che tassa le plusvalenze molto meno di quanto avvenga in Italia, Germania o Francia. La tesi è che Bending Spoons potrebbe innescare lo stesso effetto in Italia — più angel investor con esperienza operativa reale, benchmark di exit più ambiziosi, e magari un freno alla fuga di capitale umano — anche se la conclusione più netta del pezzo è un’altra: l’azienda non ha inventato nulla di nuovo, ha solo dimostrato che l’eccellenza esecutiva, da sola, può valere venti miliardi.