Antica mappa francese del Mediterraneo
An old map of the Mediterranean in French — The Old Map Company.

I. Due modelli di intellettuale

Nel marzo del 1848, mentre Milano insorgeva contro l'Austria, Carlo Cattaneo dirigeva la resistenza civile da un'abitazione del centro trasformata in quartier generale improvvisato. Per cinque giorni, con le strade sbarrate dalle barricate e i fucili austriaci che sparavano dai tetti, quest'uomo di quarantasette anni — filologo, economista, statistico, studioso di tutto — tenne insieme la rivolta con proclami, decisioni militari e la forza di una mente abituata a vedere i sistemi interi. Le Cinque Giornate andarono come sappiamo: gli austriaci se ne andarono. Poi arrivò Carlo Alberto di Savoia, e Cattaneo capì immediatamente che la rivoluzione stava per essere sequestrata: trasformata in guerra dinastica, in espansione del Piemonte, in niente di quello che aveva voluto dire. Rifiutò di diventare deputato. Rifiutò di giurare fedeltà al re. Si esiliò volontariamente in Svizzera — a Lugano, a pochi chilometri dal confine — e lì rimase per vent'anni, scrivendo, pensando, dirigendo riviste, costruendo l'opera intellettuale più coerente del Risorgimento. Morì nel 1869 senza essere mai tornato nell'Italia unita che altri avevano fatto al posto suo.

Gaetano Salvemini nasce a Molfetta nel 1873, settimo di undici figli. Vince una borsa di studio, arriva a Firenze, diventa storico. Il 28 dicembre 1908 un terremoto di magnitudo 7,1 rade al suolo Messina e Reggio Calabria in novanta secondi. Nella catastrofe muoiono la moglie di Salvemini, i loro cinque figli, la sorella, il cognato. Lui è a Firenze. Continua a lavorare. Fonda L'Unità nel 1911 — non il giornale comunista, il suo, un foglio di battaglia civile — e conia la formula più devastante della storia politica italiana, chiamando Giolitti "il ministro della malavita". Nel 1925 viene arrestato dai fascisti con l'accusa di attività antifascista. I colleghi dell'Università di Firenze firmano la sua condanna. Riesce a procurarsi un passaporto falso e fugge. Insegna ad Harvard per anni, scrive opere fondamentali sul Mezzogiorno e sul fascismo, testimonia davanti al Congresso americano su cosa sta succedendo in Europa mentre molti ancora non vogliono sentire. Nel 1947 torna in Italia, riprende la sua cattedra a Firenze a settantaquattro anni. Muore nel 1957, ancora a litigare. Era il tipo di intellettuale che il fascismo temeva sul serio — non perché avesse eserciti, ma perché sapeva vedere i rapporti di potere dietro le parole, e non smetteva di dirlo.

C'è un modo per capire molte cose dell'Italia contemporanea che non passa per le solite categorie di Nord e Sud, destra e sinistra, centro e provincia. Passa per una domanda più antica e più sottile: che tipo di intellettuale ha vinto, nell'Italia unita, e che tipo ha perso. E soprattutto: cosa si è portato via, nella sconfitta, il modello perdente.

La questione fondamentale, ancora una volta, come debbano rapportarsi fra loro le due culture, quella tecnica e quella umanistica. Per capirlo, i due archetipi che mi vengono in mente sono appunto Carlo Cattaneo e Gaetano Salvemini. Non cito in questo Benedetto Croce per una mia personale antipatia verso il neoidealismo italiano, che a mio avviso fraintende strutturalmente — e in maniera inemendabile — il rapporto fra teoria e pratica, sentimento e pensiero, arte e scienza.

Cattaneo e Salvemini non mi interessano qui come persone, la cui ampiezza e profondità di visione e il cui coraggio intellettuale andavano molto oltre gli stereotipi. Ma mi interessano come forme del pensiero, per l'uso che l'Italia contemporanea ne ha fatto, con il rischio di ridurli loro malgrado in figurine bidimensionali. In questo senso, l'idealtipo-Cattaneo apre a uno sguardo tecnico, positivista, orientato ai fatti misurabili, alle infrastrutture, al progresso verificabile. Un intellettuale che si fida delle cose più che delle relazioni, che vede nel numero e nel dato la materia prima della politica. L'idea di Salvemini, d'altra parte, apre a consepevolezze storiche, moralistiche, da pensatore di sistemi complessi, di geografie culturali, di connessioni lunghe. In questo caso, un intellettuale che legge il potere nei rapporti tra forze, non nelle tabelle. Il primo costruisce infrastrutture; il secondo capisce perché certe infrastrutture non verranno mai realizzate, e chi guadagna nell'uno e nell'altro caso.

Il modello Cattaneo ha vinto, in una maniera che forse lo stesso Cattaneo non avrebbe auspicato in prima istanza. La vittoria non era inevitabile — era contingente, prodotta da un insieme di condizioni storiche precise: la costruzione dell'Italia unita sul Piemonte sabaudo, il miracolo economico padano, il Politecnico a Milano, l'egemonia culturale di una borghesia industriale che aveva bisogno di una certa idea di modernità per legittimare se stessa, incapacità del nuovo stato italiano di affrontare efficacemente i problemi del Sud.

Il modello Salvemini è rimasto forte sottotraccia, nelle figure di tanti intellettuali di successo del nostro paese. Il primo che mi viene in mente è Roberto Saviano, che di certo non è l'unico. Prima e accanto a lui potremmo considerare figure di grande rilievo, non necessariamente italiane o provenienti geograficamente dal Sud, come Predrag Matvejević, Adriano Prosperi o lo stesso Fernand Braudel — che ha saputo studiare e comprendere il Mediterraneo come nessuno, peraltro con una competenza analitica piuttosto rara e molto interessante.

Il successo di queste figure non è però riuscito a colmare lo iato fra i due idealtipi intellettuali del Nord e del Sud, contribuendo ad accrescere la distanza di pensiero e produzione, idea ed efficacia — in una configurazione ideologica che è diventata la vera matrice della sconfitta culturale del nostro paese, con conseguenze che stiamo pagando ancora oggi. Anche quando non le riconosciamo come tali, e forse proprio per questo.

II. Il costrutto geografico come alibi

Il guaio è che questa vicenda intellettuale è stata raccontata come geografia. Il modello tecnico-continentale è diventato «il Nord», il modello storico-relazionale è diventato «il Sud», e da quel momento in poi è stato tutto più semplice — e tutto più falso. È con questa operazione che la faccenda diventa ideologia: l'ideologia è precisamente quel pezzo di cultura che non vedi, che ti fa vedere lo stato di cose presenti come ovvie, eterne, da non mettere in discussione.

Eppure, prendiamo un caso caro alle mie ascendenze adriatiche: il caso della Serenissima. Venezia sta incontestabilmente al Nord. Il Veneto oggi è una colonna del pensiero settentrionalista, nelle sue declinazioni più diversificate: dalla cosiddetta questione settentrionale fino alla sua frustrazione, che ha prodotto fra le altre cose il successo politico della Lega. Eppure per secoli Venezia ha fatto esattamente quello che il modello mediterraneo-relazionale prometteva: ha abitato il bacino come sistema di connessioni, ha costruito influenza attraverso la presenza navale e commerciale, ha sviluppato un'intelligenza geopolitica del mare che non aveva paragoni in Europa. Il Levante, Cipro, Creta, i rapporti con l'Impero Ottomano — tutta materia che richiedeva l'intellettuale storico-relazionale, non solo quello tecnico. Venezia era una potenza mediterranea. Che si trovasse geograficamente a Nord — per come lo intendiamo noi adesso — è stato un accidente, non un destino.

Il costrutto Nord/Sud ha cristallizzato il successo intellettuale della cultura tecnico-economica in una differenza naturale, trasformando una contingenza storica in un'essenza geografica. Il risultato è stato doppiamente dannoso. Ha prodotto un intellettuale meridionale sempre più autoreferenziale, intrappolato nella questione meridionale come categoria identitaria invece che analitica, capace di diagnosi infinite e di nessuna proposta. E ha prodotto un intellettuale settentrionale che pensa di essere a Colonia — che ha interiorizzato un modello tedesco-renano di modernità come unico modello legittimo, e guarda al resto del paese con la condiscendenza — più o meno benevola — di chi ha già risolto il problema. In tutto questo, e potenzialmente in entrambi casi, l'orrore verso chi viene da fuori in quanto corpo estraneo: il migrante.

Due solipsismi che si ignorano reciprocamente da centocinquant'anni. Nessuno dei due pensa l'Italia come totalità geopolitica. E nessuno dei due, perché incapace di vedere o incapace di fare, che coglie le potenzialità del mare.

III. La paura del mare

Il giornalista Francesco Maselli lo ha scritto con chiarezza, già dal titolo del suo libro reportage pubblicato da NR Edizioni nel 2023: L'Italia ha paura del mare. Il paese con la costa più lunga d'Europa occidentale, con una storia marittima di straordinaria densità — Venezia, Genova, il Mediterraneo normanno, i porti di Palermo e Napoli nel Settecento — tratta il mare come un inconveniente. Non come un confine aperto, non come una risorsa, non come uno spazio strategico: come un problema da gestire.

Il mare appare nella politica italiana quasi soltanto come emergenza: il naufragio, lo sbarco, la tempesta, l'invasione. Mai come sistema di relazioni da abitare. Mai come opportunità. Questa non è ignoranza — è rimozione, nel senso tecnico del termine: qualcosa che era presente, che aveva un valore, che è stato attivamente cancellato dalla mappa cognitiva della classe dirigente.

Altri lo sanno, che il mare è potere. La Turchia ha costruito una dottrina intera — Mavi Vatan, la Patria Blu — fondata sull'idea che la sovranità si esercita prima di tutto sul bacino marino. La Francia presidia militarmente e culturalmente il Maghreb da decenni, e lo fa con la consapevolezza che quella presenza è influenza, non carità. La Sesta Flotta americana nel Mediterraneo non è là per ragioni umanitarie. Chi abita il mare controlla le connessioni. Chi lo teme consegna le connessioni ad altri.

L'Italia peninsulare si pensa continentale. Si costringe a giocare un gioco non suo, o suo soltanto per metà. Perdendo in partenza metà della partita. Questa è la deformazione fondamentale.

IV. Le occasioni come sintomi

Nel 2013 il governo Letta lanciò Mare Nostrum. Fu una spesa enorme — circa nove milioni di euro al mese — e durò poco più di un anno, prima di essere smantellata sotto la pressione del dibattito interno sui migranti. Il dibattito pubblico la inquadrò come operazione umanitaria: costosa, forse ingenua, certamente un segnale sbagliato per chi voleva scoraggiare le partenze (il famoso pull factor, ampiamente considerato come inesistente dalle ricerche sociali che vi si sono dedicate nel frattempo).

Non saprei dire se già nelle intenzioni di chi l'aveva formulata, ma Mare Nostrum era anche altro. Una marina militare che presidia un bacino produce informazioni, costruisce relazioni, esercita deterrenza, crea la precondizione materiale dell'influenza. Mare Nostrum era — poteva essere — una vera e propria infrastruttura geopolitica. Un paese con una visione strategica del Mediterraneo avrebbe visto le due cose insieme: la gestione umanitaria dei flussi e la costruzione di presenza nel bacino. In Italia le due cose sono sembrate alternative, e ha vinto come spesso accade la visione più modesta.

Il Piano Mattei dell'attuale Governo Meloni è un caso diverso ma speculare. Il significante c'è: Mediterraneo, Africa, eredità italiana nel bacino. Il significato manca del tutto. Quello che poteva essere uno strumento di politica energetica e culturale strutturata è diventato una lista di progetti infrastrutturali senza dottrina, un catalogo di buone intenzioni senza teoria del potere. Meloni in campagna elettorale aveva provato a dare un taglio mediterraneo alla sua visione — ma l'unica idea concreta era quella di difendersi dai migranti. Che, oltre che discutibile e patetica, non è nemmeno lontanamente la questione.

Mare Nostrum e Piano Mattei non sono fallimenti individuali di due governi diversi. Sono il prodotto coerente di una classe dirigente che non ha la grammatica del paese — di terra o di mare.

V. Tradizioni depotenziate

Eric Hobsbawm ha descritto il meccanismo delle tradizioni inventate: rituali e simboli costruiti di recente che si travestono da antichità per produrre identità e legittimazione. Il tartan scozzese, le cerimonie della monarchia britannica — invenzioni moderne presentate come continuità ancestrale, efficaci come cemento sociale e strumento politico.

Il caso italiano è il rovescio esatto. Le tradizioni che avrebbero potuto sostenere un modello alternativo di civiltà politica non sono state inventate: esistevano davvero. La Sicilia normanna è storia documentata e straordinaria — una sintesi di culture araba, greca, latina e normanna che non ha equivalenti in Europa, un laboratorio di convivenza e ibridazione che poteva essere narrato come modello, come eredità viva, come argomento per pensare il Mediterraneo contemporaneo. La Napoli illuminista è una delle tradizioni riformiste più ricche del Settecento europeo. Non invenzioni: realtà storiche di primo piano.

Sono state depotenziate. Riconfezionate come folklore, come attrattiva turistica, come cartolina. La Sicilia normanna è Monreale nei depliant. La Napoli illuminista è il presepe di San Gregorio Armeno. Lo svuotamento non è un'assenza — è una sostituzione deliberata: il contenuto politico è stato rimosso e al suo posto è stato messo il contenuto decorativo. Una tradizione dimenticata lascia uno spazio vuoto. Una tradizione trasformata in prodotto turistico occupa quello spazio e impedisce che venga riempito da altro.

Hobsbawm al contrario: tradizioni reali, neutralizzate. Il cui effetto primario è stato impedire lo sviluppo di una classe dirigente consapevole e capace di costruire un dibattito pubblico maturo.

VI. La borghesia che non c'è

È questa, forse, la ragione per cui la borghesia italiana non è mai stata, salvo eccezioni luminose e spesso solitarie, antagonista al potere pubblico. Altrove — in Inghilterra, in Francia, nei Paesi Bassi — la borghesia si è costruita anche in tensione con lo Stato: ha contrattato, ha limitato il potere sovrano, ha preteso garanzie, e quando era il caso ha decapitato sovrani. In Italia la borghesia si è costruita dentro lo Stato, in prossimità ad esso, come ceto che media tra potere pubblico e interessi privati. La dipendenza strutturale è stata scambiata per pragmatismo. Il cliente si è creduto protagonista.

Questo spiega in parte — solo in parte, ma in parte significativa — la debolezza della resistenza borghese al fascismo. Il fascismo aveva certamente presa sul blocco agrario, sui latifondisti meridionali e padani che vedevano in Mussolini una protezione contro le leghe contadine. Ma la borghesia urbana, commerciale, industriale — quella che altrove avrebbe potuto costituire un argine — non aveva né la tradizione né gli strumenti culturali per porsi come contropotere. La minoranza illuminata che resisteva era minoranza doppia: per numero e per modello intellettuale. Salvemini finisce in esilio nel 1925. È una carriera quasi esemplare.

Il dato economico contemporaneo misura quanto quella struttura sia rimasta intatta. Non attraverso un primato dello Stato imprenditore — l'Italia non è la Francia, e le grandi partecipate come Enel o Leonardo sono realtà competitive nel loro settore. Il problema è la struttura della parte privata. Il 76% dell'occupazione italiana è in piccole e medie imprese a conduzione familiare, che producono solo un terzo del PIL (ISTAT, 2024): una borghesia industriale indipendente, a scala, semplicemente non esiste. La Borsa di Milano capitalizzava il 37,8% del PIL nel 2018 — in Francia il rapporto supera il 100%, nel Regno Unito il 120%: il mercato dei capitali è anemico, la borghesia non si finanzia autonomamente.

Ancora, la spesa in ricerca e sviluppo è all'1,3% del PIL contro una media europea del 2,2% (Eurostat, 2023): una borghesia che non investe in conoscenza non è indipendente, è estrattiva. E anche dove le privatizzazioni degli anni Novanta sembravano aver trasferito il controllo al privato — nelle banche, soprattutto — spesso lo Stato si è semplicemente travestito: le fondazioni bancarie che controllano grandi enti bancari sono a loro volta espressione degli enti locali. Questa non è la sopravvivenza ideologica di uno statalismo ormai privo di teoria — è la forma che prende un'economia quando la borghesia non ha mai sviluppato la capacità, né la volontà, di stare in piedi da sola. Lo Stato non fa da supplente a un mercato inefficiente. È l'habitat naturale di una classe che non ha mai voluto uscirne.

Il nesso con il modello intellettuale è diretto. Una borghesia con pensiero relazionale e geoculturale avrebbe avuto gli strumenti per leggere il Mediterraneo come opportunità — per costruire interessi commerciali e culturali autonomi nel bacino, per fare quello che le borghesie mercantili fanno quando funzionano: creare reti, abitare spazi, trasformare la geografia in capitale. Mentre l'unica borghesia che si è sviluppata, la borghesia tecnico-continentale, guarda invece a tutto questo come indeterminatezza e come rischio: politico ed economico. Di fatto svilendo la sua forza e inclinandosi verso la concessione, la commessa, la protezione tariffaria. Il mare diventa allora un costo logistico. L'Africa un problema migratorio. Il Maghreb instabile.

VII. McCloskey al contrario

Tutto questo dimostra, in negativo, che le idee sono armi potenti. A questo proposito, l'economista liberale Deirdre McCloskey ha costruito una delle tesi più originali della storiografia economica contemporanea: la Grande Crescita del mondo industriale non è spiegata dai capitali, dalle istituzioni, dalle risorse naturali. È spiegata dalle idee — dalla retorica della dignità borghese, dalla narrazione che attribuiva valore morale al commercio e all'innovazione. Prima è venuta quella narrazione; poi l'economia si è adeguata.

In Italia si è verificato il processo inverso. Le idee ci hanno fatti piccoli. La narrazione del paese-museo, del patrimonio da custodire, della bellezza come vocazione nazionale — una narrazione condivisa, orgogliosa, consolidata nel tempo — ha prodotto il non-sviluppo di una classe dirigente incapace di pensiero strategico e un'economia strutturalmente orientata alla rendita sul capitale accumulato. Prima è venuta quella narrazione, e l'economia si è adeguata.

La centralità ossessiva del turismo è la figura compiuta di tutto questo. Non è una coincidenza sgradevole che il paese con il patrimonio culturale più denso del mondo abbia nel turismo uno dei comparti principali del PIL, con tutto quello che questo comporta in termini di produttività: bassa, strutturalmente bassa, perché il turismo è rendita estratta da capitale ereditato, valore prelevato invece che creato. Un museo che, a differenza dei musei veri, non produce — ma conserva. E un museo privo di politica estera.

Essere la destinazione turistica più desiderata al mondo è il riflesso esatto del nostro fallimento strategico, non la sua smentita. Un paese che diventa destinazione ha accettato di essere oggetto dello sguardo altrui invece che soggetto del proprio progetto. Ha accettato che il valore stia nel passato — da mostrare, da vendere, da proteggere — piuttosto che nel futuro da costruire. Ha accettato, alla fine, che la sua funzione nel sistema internazionale sia quella della bellezza: decorativa, passiva, ammirata.

Il Mediterraneo settentrionale aspetta ancora un paese capace di abitarlo. La Sicilia normanna, con la sua sintesi straordinaria di culture diverse, aspetta ancora di diventare altro che un mosaico da fotografare. La genealogia intellettuale che va da Salvemini a Gramsci a Rossi-Doria — un pensiero del Sud come chiave interpretativa dell'Italia intera, non come problema da risolvere con i fondi europei — aspetta ancora un erede che non sia un nostalgico.

Nel frattempo, la cartolina è già pronta. Ed è bellissima.