Fukuyama aveva scritto nel 1989 che la fine della storia sarebbe stata un tempo molto triste, e quasi nessuno l’aveva letto fino in fondo. Dieci schede su una democrazia liberale a cui non mancano gli argomenti ma il riconoscimento, e su chi ha imparato a raccoglierlo.
Un podcast ultranazionalista russo parla soprattutto agli americani, e un’influencer MAGA cambia idea sull’Ucraina dopo una visita a Kiev. Nove schede su una guerra che si combatte nella testa del pubblico avversario, e su che cosa oppone una democrazia che non smette di esserlo.
Il fattore di sconto della politica americana, le opportunità per l’attore C (chi sarà?) e l’aritmetica dei sistemi che reggono. Una rilettura del torneo di Axelrod e del Tit-for-Tat per capire il presente.
Rileggendo Taleb, e guardando al Libano, alla luce della dottrina Gerasimov: antifragilità, skin in the game, architettura del caos e il destino delle democrazie liberali.
Eva Illouz parte da un’obiezione possibile. Per Chantal Mouffe il conflitto è la forma normale della democrazia, e il consenso è l’illusione deliberativa di Habermas. Se è così, nello spazio pubblico non si è guastata la capacità di accordarsi ma il disaccordo stesso. Illouz prova a descriverne la patologia confrontando due controversie: l’affare Dreyfus e la disputa sulla qualificazione di genocidio per la guerra di Gaza.
Il confronto regge perché le due vicende hanno la stessa forma esterna (due campi, una stampa schierata, la polarizzazione dentro le famiglie, l’antisemitismo sullo sfondo) e una struttura interna opposta. L’affare Dreyfus poteva chiudersi perché verteva su un fatto decidibile, il bordereau, e i due campi riconoscevano le stesse regole della prova; oggi manca proprio l’oggetto che una prova potrebbe decidere. Picquart, che condivideva l’antisemitismo dell’esercito, cambia idea per ragioni documentarie. Jaurès rivede la propria griglia di lettura socialista. Il J’accuse di Zola arriva dopo tre anni di carte accumulate, e la controversia dura dodici anni.
Su Gaza Illouz descrive il rovescio. Il problema non è la dissimulazione dei fatti ma la loro sovrabbondanza, che impedisce a ogni documento di diventare decisivo. L’accusa viene formulata a pochi giorni dall’inizio della guerra, mentre la Convenzione sul genocidio è pensata per tempi lenti. L’ordinanza della Corte internazionale di giustizia del gennaio 2024 viene letta come una sentenza. Illouz chiama in causa l’«estensione concettuale» di Nick Haslam, sostenuta da interessi professionali e da imprenditori morali nel senso di Becker, e un pubblico frammentato che non contiene più indecisi da persuadere. La sua conclusione è una sospensione: non sappiamo se ci sia stato genocidio, e il giudizio spetta ai tribunali.
È una tesi che molti contestano, a cominciare da Amnesty International, Omer Bartov e Raz Segal, che Illouz discute per nome; e la Corte non si è ancora pronunciata nel merito. Nell’archivio dialoga con le schede che documentano la soglia di civili ammessi come parametro operativo. Illouz stessa distingue fra crimini di guerra e genocidio, e la distinzione non attenua i primi.
Nel 2016, sulla stessa rivista, Nikole Hannah-Jones pubblicò Choosing a School for My Daughter in a Segregated City: lei e il marito, famiglia nera della media borghesia alta di Brooklyn, l’anno prima avevano iscritto la figlia Najya non a una scuola bianca e ricca ma alla Public School 307, povera e segregata, davanti alle case popolari di Farragut. La tesi era che le famiglie nere con potere dovessero mettere in gioco la posta più personale che hanno — i propri figli — invece di sfilarsi come fanno i genitori benestanti di New York, città fra le più liberal d’America e con uno dei sistemi scolastici più segregati del paese. L’articolo ebbe un effetto enorme: riaprì il dossier della segregazione scolastica nel discorso pubblico americano, e a dieci anni di distanza ci sono ancora genitori che le scrivono di aver deciso come lei. Questo pezzo è il consuntivo, e si apre in macchina a Brooklyn con Najya, tredici anni, che ha appena cercato online i punteggi della propria scuola: «lo sapevi che la mia scuola era brutta così quando hai deciso di mettermi qui?».
La parte che vale archiviare non è la colpa, è il meccanismo, e arriva alle elementari. Nel novembre 2019, in quarta, i genitori scoprono che Najya risulta sotto livello in tutte le materie e non lettrice competente; per settimane chiedono di vedere la valutazione di lettura e i compiti corretti, senza ottenere risposta. A dicembre la bambina annuncia di aver guadagnato tre livelli di lettura in un mese, cosa impossibile: la verità è che l’insegnante non aveva mai somministrato le verifiche obbligatorie, né a lei né ai compagni, avendo dato per scontata la competenza flettente di bambini neri e poveri. Quando qualcun altro le esegue, Najya legge benissimo. Poche settimane dopo arriva a casa una cartellina di compiti di matematica: nessuno corretto, quasi tutte le risposte sbagliate. Najya si credeva brava in matematica — era la sua materia preferita — perché nessuno le aveva mai detto il contrario. È il punto esportabile del pezzo: un sistema di valutazione che smette di valutare non produce ignoranza, produce incompetenza sicura di sé, e il soggetto non può accorgersene perché l’unico segnale disponibile gli dice che va bene. Il seguito è altrettanto istruttivo: la famiglia ha connessioni, tempo, status e una casa piena di libri, il padre è nel consiglio d’istituto, la madre scrive di disuguaglianza scolastica sul New York Times, ed escono comunque sconfitti alla fine della quinta. «La nostra esperienza ha smontato l’idea che famiglie che si curano contino più di insegnanti competenti.»
Alle medie, alla Urban Assembly Unison di Brooklyn, la stessa cosa si ripresenta in forma istituzionale e ben intenzionata. È una buona scuola, con una preside capace, Emily Paige, che risponde alle mail e raccoglie fondi perché ai suoi studenti tocchi quello che tocca ai ricchi. Ma nel sistema newyorchese di school choice le scuole migliori selezionano in ingresso, e Unison prende tutti: più di un terzo degli iscritti ha una diagnosi di disturbo dell’apprendimento, contro il 17 per cento del liceo che Najya frequenterà poi. Per non condannare al fallimento chi è troppo indietro per lavorare da solo, Unison aveva abolito i compiti a casa, e valutava la crescita più che la padronanza, di fatto in curva. Najya prende A in algebra e non passa l’esame di Stato; un anno dopo un centro di tutoraggio le troverà lacune nelle divisioni e nelle frazioni. Paige riconosce il meccanismo a voce alta: i compiti «sono quasi un indicatore indiretto di “questa è una buona scuola”», e non darli ha significato non onorare l’io accademico di quei ragazzi. Poi aggiunge la frase più dura dell’articolo, e viene da dentro il sistema e non da un critico: «è importante non abbassare le aspettative nel nostro inseguire l’antirazzismo, perché è questo che succede — è razzismo sotto la maschera dell’antirazzismo».
Il terzo atto rovescia i ruoli. Temendo che imporre i propri valori le costi il rapporto con la figlia, Hannah-Jones le lascia scegliere il liceo, con l’unico vincolo che sia pubblico. Najya sceglie una delle scuole più selettive di New York, a maggioranza bianca e asiatica, quel tipo di scuola screened contro cui la madre ha costruito una carriera: «se guardi le scuole migliori sono a maggioranza bianca, quindi ho capito che era quello che dovevo fare». Il primo semestre, nell’autunno del 2024, è un annegamento — compiti a casa per la prima volta in vita sua, nessuna abitudine allo studio autonomo, ansia da prestazione, algebra da rifare — e poi recupera, perché lì gli insegnanti hanno due o tre studenti con lacune, non una classe intera. È l’osservazione più fredda del pezzo: la stessa ragazza, le stesse lacune, esiti opposti a seconda della densità del problema nella stanza. Sullo sfondo, i numeri del sistema: negli Stati Uniti, secondo l’analisi EdBuild del 2019, le scuole dei distretti a maggioranza non bianca ricevono ventitré miliardi di dollari l’anno in meno delle controparti a maggioranza bianca; e a New York, nel 2026, studenti neri e latini sono il dieci per cento di chi supera l’esame d’ingresso alle otto specialized high school, pur essendo la maggioranza degli iscritti alla scuola pubblica cittadina — con tre studenti neri ammessi a Stuyvesant in tutto il distretto scolastico più grande d’America.
La chiusa è americana e il sito la riporta per quello che è. Nel giugno 2026 Hannah-Jones ammette alla figlia sedicenne di non aver fatto il suo bene e le chiede scusa; ricostruisce la storia di Leona Tate, che nel novembre 1960, a sei anni, fu tra le prime bambine nere a desegregare le elementari del profondo Sud, e alla McDonogh 19 di New Orleans l’integrazione non durò fino alle tre del pomeriggio perché entro quell’ora tutti i genitori bianchi avevano ritirato i figli; e osserva che le scuole di New York sono segregate nel 2026 quanto dieci, venti e trent’anni prima, nonostante la sentenza Brown del 1954. La formula con cui chiude è però un problema di azione collettiva in forma pura, e come tale si porta su altri terreni: un sistema abbastanza diseguale da mettere in conflitto l’essere una brava persona con l’essere un buon genitore. Chi coopera paga da solo, e l’equilibrio non si muove — alla P.S. 307, dei bambini benestanti che avevano cominciato con Najya nel 2015, alla fine delle elementari era rimasto uno.
Il secondo Fukuyama in dieci giorni sul sito, con una funzione diversa: la riabilitazione del libro — non trionfalistico, il thymos come motore dell’arretramento — è già trattata a proposito del memoir, e qui non si ripete. Questa conversazione con Ezra Klein vale per quello che aggiunge, e va letta a partire dalla fine.
Due chiarimenti preliminari, perché l’equivoco corrente è speculare a quello del 1992. Il primo riguarda la collocazione dell’autore: definirlo pessimista è impreciso quanto definirlo trionfalista trent’anni fa. La forma esatta è un’antropologia pessimista con una previsione istituzionale ottimista — «non sono del tutto pessimista, penso che le nostre istituzioni alla fine reggeranno, ma nel frattempo ci stanno portando a fare un giro molto pericoloso». La megalotimia, il desiderio di essere riconosciuti come superiori che Fukuyama distingue dall’isotimia egualitaria, è insopprimibile e nessun ordine la soddisfa; ma nessuna alternativa regge il confronto, e da qui l’oscillazione può solo tornare indietro, mai andare oltre. Il secondo riguarda la presunta smentita dei fatti: Trump è già nel libro del 1992, e l’intervista spiega perché allora non preoccupasse — il desiderio di riconoscimento diseguale sembrava potersi scaricare nella ricchezza, senza che la ricchezza dovesse poi cercare anche il potere politico.
Il contenuto nuovo è una condizione che ridimensiona la tesi dall’interno: «non ho mai detto che la democrazia liberale fosse il sistema migliore sotto ogni possibile condizione tecnologica — di fatto penso che la natura dell’orizzonte tecnologico determini il tipo di politica che si può avere, e per questo l’AI sarà molto minacciosa per il nostro sistema democratico». La fine della storia diventa così un’affermazione condizionata a un regime tecnologico — quello dei giornali, della radio e della televisione — e quel regime non esiste più.
Ne discendono due passaggi che interessano direttamente i temi del sito. Il populismo non si spiega senza il passaggio a una comunicazione politica algoritmica: le piattaforme sono una misurazione continua del riconoscimento, il thymos convertito in metrica e dotato di un contatore sempre acceso. E il pericolo dell’AI non è la sottrazione di potere ma la delega volontaria, rapida, esercitata proprio sulle valutazioni; i ricercatori di frontiera vi compaiono come zoologi che hanno appena scoperto una specie nuova e ne osservano il comportamento senza sapere cosa accada dentro la macchina che hanno costruito. In un autore che ha passato trent’anni a sostenere che la politica non si riduce all’economia, la concessione è pesante: il vincolo che decide quale politica sia possibile non è più soltanto antropologico.
Resta fuori dal quadro un argomento che il libro del 1992 tratta e questa intervista no — le culture che l’Idea non trasforma. Il nucleo duro qui esaminato è la Cina, descritta come l’unico sistema alternativo con qualche possibilità di competere, stato competentissimo ma non limitato né dalla legge né dalle elezioni, e dunque interamente dipendente dalla qualità dei governanti; con l’aggiunta che il modello non è dato per sostenibile.
Intervista di lancio per End Times Fascism, che Naomi Klein firma con Astra Taylor: i miliardari della tecnologia non negano più l’apocalisse climatica e finanziaria, la mettono in conto e ci costruiscono sopra una posizione. La tesi del titolo è che la ricchezza estrema abbia effetti devianti propri — «ti trasforma quasi inevitabilmente in un suprematista, perché gli esseri umani sono creature di racconto e ti serve una storia che spieghi perché proprio tu» — e non la prendo sul piano diagnostico, dove regge poco. Mi interessa come reperto. Klein era una voce centrale venticinque anni fa, nella stagione di Seattle e di Genova, poi molto meno; che torni adesso, e che torni ascoltata, dice qualcosa sul momento. Lei stessa offre l’immagine giusta per leggerlo: non un cerchio, una spirale — si ripassa dallo stesso punto, ma più in basso, più stretto, con più velocità e più violenza. Il punto che mi porto via è però un’inversione che nel pezzo non è tematizzata. Nel 2001 l’energia anti-istituzionale veniva dal basso e prendeva di mira WTO, Fondo monetario, Banca mondiale — istituzioni che, con tutti i loro difetti, erano anche i veicoli di una certa idea di progresso sociale. Oggi la stessa energia, la stessa insofferenza per il vincolo e la stessa promessa di far saltare il tavolo, si esprime da una posizione di privilegio assoluto, e la deregolamentazione è il programma di chi sta in cima. Il conflitto che si prepara è fra istituzioni e deresponsabilizzazione regolatoria; e qui va detto che Klein non sta affatto dalla parte che il mio schema le assegnerebbe. Il suo rimedio resta quello di sempre — movimenti, organizzazione dal basso, il Jetztzeit di Benjamin — non il ritorno della regola. Nessuno, in questo quadro, chiede il Leviatano: entrambi i campi sono anti-istituzionali, in direzioni opposte. Il che lascia intatto il dubbio che mi porto dietro da quando ho smesso di trovare Klein interessante: che dare potere al Leviatano non sia di per sé progresso civile, e che una critica del potere concentrato la quale non dica quale potere le va bene resti una critica a metà. Segnale debole, per ora. Vedremo se si consolida.
The End of History and the Last Man (1992) non è un testo trionfalistico. La confusione viene dall’argomento hegeliano su cui si regge: se la democrazia liberale è l’unica idea politica rimasta in piedi — se ogni alternativa è stata storicamente discreditata o non ha mai raggiunto una soglia di credibilità teorica — allora non c’è nessuna idea “oltre” su cui appoggiarsi. La storia ha esaurito il suo repertorio concettuale. Questo non significa che tutto vada bene: significa che se la democrazia si muove, può soltanto andare indietro. Non c’è avanti. Il libro lo dice già nell’articolo originale del 1989: “The end of history will be a very sad time.”
Il meccanismo dell’arretramento è quello che Fukuyama chiama thymos — concetto platonico, rielaborato attraverso Hegel: il desiderio di riconoscimento. Gli esseri umani non vogliono soltanto risorse; vogliono che il loro valore venga riconosciuto. La democrazia liberale è il sistema che distribuisce questo riconoscimento in modo eguale, sotto la legge. È per questo che Fukuyama la considera il punto finale: soddisfa il bisogno thymico meglio di qualsiasi alternativa. Il problema è che soddisfarlo rimuove la lotta per ottenerlo — e quella lotta era anche parte del bisogno. “The peace and prosperity brought about by a liberal order based on equal recognition is not enough for many people. They do not want to be recognized as the equals of every other person on earth.” Il riconoscimento eguale è troppo piatto. L’orizzonte viene livellato, e questo rende le persone irrequiete e arrabbiate.
Questa irrequietezza thymotic è il motore del populismo, dei leader forti, delle teorie del complotto, della nostalgia per epoche premoderne. Non è l’attacco esterno di sistemi antagonisti — la minaccia esterna è la tesi di Huntington, non di Fukuyama. È il dissolvimento interno, generato dal successo stesso: la democrazia liberale non viene sconfitta da un’alternativa ma logorata dall’interno da chi non sopporta di non avere nulla per cui rischiare la vita.
Il memoir è deludente come autobiografia — la vita personale si esaurisce a pagina 60, i capitoli successivi sono un riassunto delle idee. Ma come chiarimento intellettuale ha senso: “We have means of distributing resources a bit more evenly and should undertake to do that. What we lack is a way of distributing respect.” Quel deficit è, per Fukuyama, la cosa più pericolosa di tutte.
Nataliya Gumenyuk analizza come i droni abbiano trasformato non solo la guerra ma la politica ucraina. Il punto centrale è la decentralizzazione dell’innovazione militare: in Ucraina, lo sviluppo di nuovi sistemi d’arma non passa più solo dai canali istituzionali dello Stato, ma emerge dalla cooperazione tra soldati, ingegneri, aziende tecnologiche, volontari e civili. Questo ecosistema ha permesso un’adattabilità operativa impossibile con la procurement tradizionale — e ha cambiato il rapporto tra Stato, esercito, mercato e società civile. Il termine ‘drone democracy’ cattura questo doppio movimento: i droni come prodotto della partecipazione civile, e la partecipazione civile come conseguenza della dipendenza dai droni. Il momento più rivelatore è il licenziamento del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov nell’estate 2026: le proteste di massa che ne sono seguite mostrano che i cittadini ucraini si percepiscono come stakeholder del sistema militare, non solo come contribuenti o elettori. L’articolo va letto in parallelo con il pezzo dell’Economist sulla democrazia taiwanese: dove Kyiv costruisce capacità drone attraverso energia civile dal basso, Taipei la blocca per conflitti di interesse dall’alto. C’è però un’implicazione più profonda, e paradossalmente tolstojana: se la guerra in Ucraina pende dalla parte ucraina, è perché il suo assetto tecnologico ne fa una guerra di popolo nel senso in cui Tolstoj intendeva la resistenza del 1812 — non una strategia di vertice ma una forza distribuita che nessun singolo attore controlla o può spegnere. Nel momento in cui Putin adotta posizioni di realismo opportunistico sulla scia del dialogo dei Melii — ‘i forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono’ — vale la pena ricordare com’è finita per Atene nei 27 anni della guerra del Peloponneso. E soprattutto: la struttura distribuita della drone democracy sposta il peso della guerra dal decisore politico al popolo. I leader diventano accessori. Questo spaventa — perché ridimensiona il peso della delega politica e l’efficacia delle decisioni individuali ai tavoli diplomatici — ma descrive qualcosa che sta già accadendo.
Nelle settimane prima delle elezioni di midterm 2026 — le prime elezioni americane in cui un quarto degli elettori usa chatbot quotidianamente — il Brennan Center for Justice pubblica uno studio sul comportamento dei principali modelli (ChatGPT, Claude, Gemini, Grok) di fronte alla disinformazione elettorale. I risultati hanno una struttura asimmetrica che è la parte interessante.
Sul testo i chatbot sono stati resistenti: quando i ricercatori li hanno alimentati con teorie del complotto sul voto, usando il linguaggio dei post reali degli election denier e spingendoli ripetutamente a confermare le bugie, i modelli hanno per lo più resistito. Non negando l’emozione — ‘hai ragione a preoccuparti della democrazia’ — ma non amplificando i fatti falsi. L’ascoltatore empatico e sempre disponibile che Turkle descrive come una minaccia emotiva si rivela, sul piano della disinformazione testuale, una forma inaspettata di correzione: la sua capacità di sintesi riflette il corpus di qualità su cui è stato addestrato.
Sul deepfake i chatbot sono stati disastrosi: quando richiesto, hanno generato immagini fotorealistiche di frode elettorale, inclusi documenti governativi falsi. Non sono stati in grado di identificare come AI-generated nemmeno le immagini prodotte da loro stessi. Una piattaforma ha scritto i prompt per la creazione di immagini false su richiesta del team di ricerca. Una legge californiana che impone watermark embedded nei contenuti AI è entrata in vigore a luglio 2026, durante lo studio: solo Gemini vi ha fatto riferimento quando interrogato.
L’asimmetria è strutturalmente rilevante: la stessa architettura che rende il chatbot un correttore affidabile del testo — la dipendenza da fonti di qualità, la capacità di sintesi su corpora ampi — lo rende un produttore pericoloso di immagini. Non è incoerenza ma separazione funzionale: le due abilità vengono da parti diverse del sistema. Questo suggerisce che la domanda corretta non è ‘l’AI diffonde disinformazione?’ ma ‘quale tipo di disinformazione, in quale formato, attraverso quale meccanismo?’.
L’Economist ribalta il frame della minaccia a Taiwan. Lo scenario più studiato è l’invasione militare o il blocco navale, con il rischio di una guerra tra potenze nucleari se l’America interviene. Ma un secondo scenario merita attenzione: se Taiwan venisse indotta a capitolare senza combattere — la preferenza dichiarata di Pechino — Xi si troverebbe di fronte a scelte brutali. La democrazia taiwanese, con trent’anni di multipartitismo e una maggioranza che nei sondaggi preferisce forme di autogoverno, non si dissolverebbe pacificamente: ci sarebbero proteste di massa da reprimere, processi farsa come già a Hong Kong, giuramenti di fedeltà per i funzionari, campagne di rieducazione per milioni di persone, e la questione degli ingegneri dei semiconduttori — Taiwan produce oltre il 90% dei chip avanzati globali — che potrebbero tentare di fuggire. La conclusione è una: la democrazia taiwanese non è solo un miglioramento sulla dittatura di Chiang Kai-shek, è un deterrente. Ma il deterrente viene smontato dall’interno. Le elezioni del 2024 hanno lasciato il DPP alla presidenza e la KMT al controllo del parlamento. Da allora: budget governativi bloccati per mesi (compresi i fondi per gli armamenti americani), nomine alla corte costituzionale bloccate (l’organo è così ridotto da non essere certo del quorum), e — il caso più emblematico — un programma per 210.000 droni congelato. Un esponente KMT ha spiegato in privato la logica: i legislatori KMT temono che i fondi finiscano ad aziende che donano alla DPP; ma quando gli si chiede se le aziende KMT-friendly potrebbero produrre i droni, risponde con un sospiro — hanno investimenti in Cina e non oserebbero. La KMT preferisce non affrontare questo dilemma. Nel frattempo i giovani taiwanesi si disilludono e votano meno, bombardati da social media continentali che deridono la democrazia come caotica. La tesi finale del pezzo è diretta: chi non ama la democrazia taiwanese più dei suoi stessi politici non può salvarla.
12 giugno 2026
Curated
· Paolo Benanti e Sebastiano Maffettone / Corriere della Sera
AIFilosofiaDemocrazia
Benanti e Maffettone leggono il progetto tecno-umanista di Thiel e Karp non come disegno economico o politico, ma come tentativo di ridefinire le condizioni epistemiche del pensiero collettivo. La posta in gioco, scrivono, è la ‘colonizzazione dell’interiore’: la capacità di interrogarsi e abitare l’incertezza che è il nucleo di ogni esperienza democratica. Richiamando Arendt, sostengono che il collasso del giudizio non richiede coercizione, ma la sostituzione silenziosa della deliberazione con l’elaborazione di dati — un sistema indifferente all’atto di pensare, che fornisce risposte prima ancora che la domanda sia formulata.
Sabatini mappa le tattiche con cui i regimi autoritari contemporanei usano strumenti formalmente democratici — elezioni, media, giustizia — per consolidare il potere e neutralizzare l’opposizione. Una lettura che si incastra bene con la riflessione sull’architettura del caos e sulle forme di assedio non convenzionale alle democrazie liberali.
Fabio Sabatini analizza il significato politico della sconfitta di Orbán e ne estrae alcune lezioni sulla tenuta delle democrazie europee di fronte alla deriva autoritaria. Un punto di vista utile anche per chi voglia capire i meccanismi — non scontati — attraverso cui un regime illiberale può essere smontato dall’interno di un sistema istituzionale ancora formalmente democratico.
Il rapporto documenta il rapporto degli ucraini con la democrazia sotto la legge marziale, attraverso interviste e focus group condotti nell’estate del 2025 su un campione che include soldati attivi, ufficiali di reclutamento, civili, sfollati interni e ucraini all’estero. Emergono tre posizioni: chi accetta le restrizioni alla libertà di movimento e di parola come misure necessarie; chi legge nell’accentramento del potere esecutivo una deriva autoritaria, con alcuni che paragonano l’Ucraina alla Russia o alla Corea del Nord; chi vede nell’unità nazionale una nuova forma di espressione democratica. Il dato più scomodo, e il più assente dalla copertura occidentale, è quello sugli uomini civili in età di leva che si nascondono in casa per evitare i TCR (ufficiali di reclutamento), accumulando risentimento verso lo Stato: una frattura silenziosa che rischia di diventare strutturale. La lettura politica rilevante non è quella ovvia — smentire le false pretese di Putin sull’Ucraina ‘nazificata’. È più sottile, e inizia a emergere sottotraccia: il sostegno militare concreto all’autodifesa ucraina non è solo la difesa della democrazia (imperfetta, come lo sono tutte le democrazie post-Patto di Varsavia, e non solo loro) contro la tirannia. È anche la difesa della democrazia dal suo collasso interno. La situazione da evitare non è molto diversa da quella del Libano: pressione esterna prolungata più fallimento istituzionale progressivo produce un vuoto democratico che nessuna fibra morale, per quanto solida, è in grado di colmare. Gli ucraini sono gente tosta. Ma fare dipendere il successo della democrazia ucraina dalla loro tenuta psicologica e morale è un peso ingiusto per loro — e una scommessa rischiosa per chi ucraino non è. Il rapporto si legge in parallelo con il pezzo sulla drone democracy (Gumenyuk, Foreign Affairs, agosto 2026): insieme mostrano la stessa energia civica — distribuita, difficile da spegnere — nelle sue due facce: costruttiva (tecnologia militare bottom-up) e protettiva (proteste contro lo smantellamento degli organi anticorruzione, luglio 2025).
Pubblicato online il 10 novembre 2025 e uscito sul numero del 17 con il titolo Revolutionary Whiplash, il pezzo parte da una manifestazione No Kings in Vermont nel giugno 2025 — cartelli scritti a mano, corone di carta di Burger King, un poster che cita la Common Sense di Thomas Paine, «in America il Re è la Legge» — per arrivare alla domanda che il duecentocinquantenario impone: il popolo governa davvero, e la legge è ancora re? Il giubileo è cominciato a Lexington e Concord il 19 aprile 2025 e culminerà il 4 luglio 2026.
Il primo terzo è un resoconto di come la commemorazione si stia sgretolando, ed è materiale di storia istituzionale prima che di polemica. La commissione bipartisan A250, istituita nel 2016 nell’ultimo anno di Obama, è precipitata quasi subito in guerra interna; nel settembre 2025 il venticinquenne Ariel Abergel, ex produttore di Fox News nominato da Trump alla presidenza, ha pubblicato sull’account ufficiale «l’America è in lutto, Dio benedica Charlie Kirk», ed è stato rimosso pochi giorni dopo per «violazioni gravi e ripetute dell’autorità e della fiducia». Un ordine esecutivo denuncia «l’influenza di un’ideologia divisiva e centrata sulla razza» e chiede di «ripristinare verità e sanità nella storia americana»: molti finanziamenti federali richiedono ora di celebrare grandezza nazionale, valore militare ed eccezionalismo, e diverse organizzazioni hanno semplicemente smesso di chiederli — «i soldi sono avvelenati, e non li prendo comunque», dice a Lepore il direttore dell’American Association for State and Local History. Nell’aprile 2025 il DOGE ha chiuso tutte le sovvenzioni del National Endowment for the Humanities ai consigli statali per le discipline umanistiche, e Oregon Humanities ha fatto causa al governo federale. A Filadelfia, nessun sito del Park Service può più esporre materiali che esaminino il rapporto fra libertà e schiavitù, perché è «ideologia corrosiva»; al President’s House Site, costruito sulle fondamenta della casa dove risiedeva Washington, è stato chiesto di rivedere i pannelli che raccontano le vite delle nove persone che vi abitavano come sua proprietà, in ossequio alla regola che vieta di «screditare impropriamente americani del passato o viventi». Lepore ci mette sopra una frase sola: con questa logica, notare che Washington possedeva schiavi significa screditarlo, mentre fingere che quelle nove persone non siano mai esistite non costa nulla alla loro memoria.
Il passaggio che interessa direttamente l’archivio arriva subito dopo, ed è la prima volta che il sito ha la posizione di Lepore sul 1619 Project dalla sua penna e non dedotta dal suo metodo. Molte istituzioni, scrive, hanno scelto di non celebrare ma di denigrare l’anniversario, seguendo la logica dell’introduzione originale di Nikole Hannah-Jones, che presentò la Rivoluzione come deplorevole: «una delle ragioni principali per cui i coloni decisero di dichiarare l’indipendenza dalla Gran Bretagna fu che volevano proteggere l’istituzione della schiavitù», affermazione a cui alcuni storici di rilievo obiettarono pubblicamente, portando il Times a emettere una correzione parziale — «alcuni dei coloni». E aggiunge il dettaglio che dice tutto sullo stato del dibattito: un gruppo di storici sta preparando una tavola rotonda a un convegno accademico su se non sia meglio «infangare» la Rivoluzione piuttosto che commemorarla.
La seconda metà è la recensione della serie PBS di Ken Burns, The American Revolution, sei puntate e dodici ore, finanziata in parte dalla Corporation for Public Broadcasting che nel frattempo è stata chiusa. Lepore la giudica il miglior film uscito dalla bottega di Burns e probabilmente il più difficile da fare, e dichiara in anticipo il proprio conflitto d’interesse con una formula che vale come metodo: cinque dei principali narratori del film sono amici e colleghi, e uno dei curatori citati è stato un suo dottorando, «ho all’incirca la stessa distanza da questo argomento che una lettera ha dalla sua busta». La tesi portabile la mette in bocca a Maya Jasanoff, intervistata nel documentario: la Rivoluzione ha dato agli Stati Uniti un vero momento d’origine, cosa che molti paesi non hanno, e la conseguenza è che gli americani hanno investito quegli anni e quelle persone «di una posta che va molto oltre ciò che qualunque insieme di eventi e qualunque insieme di persone può plausibilmente reggere». Vincent Brown la completa: chi cerca una storia di fondazione pulita e ordinata, che dica chiaramente chi sono i buoni e chi i cattivi, non troverà la Rivoluzione americana. E Jane Kamensky indica l’unica idea che tiene insieme una vicenda altrimenti contraddittoria — la possibilità: «tutti, da ogni parte, comprese le persone a cui era negata perfino la proprietà di sé stesse, ebbero il senso di una possibilità per cui valeva la pena combattere».
La chiusa è la ragione per archiviarlo, ed è la struttura in due tempi che il sito aveva già riconosciuto in These Truths, applicata al presente: «la Rivoluzione che è fallita è la Rivoluzione che l’amministrazione Trump non sopporta che gli americani conoscano e piangano; la Rivoluzione che è riuscita è quella che alcune istituzioni americane sono decise a ignorare». Le due semplificazioni sono simmetriche e commettono lo stesso errore di misura: caricano un momento di fondazione di più di quanto possa reggere, in direzioni opposte. È la variante genealogica della monocausalità — se l’origine spiega tutto, l’origine deve anche portare tutto — e spiega perché, come nota Lepore, un documento fondativo che avanza pretese universali su verità evidenti e diritti inalienabili consegni quelle pretese a chiunque: discuterne è il modo in cui la politica americana funziona, e la rivoluzione incompiuta richiede di essere riesaminata e discussa almeno ogni cinquant’anni.