L’ombra del futuro
Il fattore di sconto della politica americana, le opportunità per l’attore C (chi sarà?) e l’aritmetica dei sistemi che reggono. Una rilettura del torneo di Axelrod e del Tit-for-Tat per capire il presente.
Argomento
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Da queste parti non si ritiene che la democrazia sia in crisi esistenziale. Le democrazie liberali hanno dimostrato una resilienza strutturale notevole, e la narrazione del collasso imminente tende a sopravvalutare la coerenza strategica di chi vorrebbe abbatterle. L’eccezione — l’unica che conta — è quando una democrazia pianifica esplicitamente la propria dissoluzione.
Il fattore di sconto della politica americana, le opportunità per l’attore C (chi sarà?) e l’aritmetica dei sistemi che reggono. Una rilettura del torneo di Axelrod e del Tit-for-Tat per capire il presente.
Rileggendo Taleb, e guardando al Libano, alla luce della dottrina Gerasimov: antifragilità, skin in the game, architettura del caos e il destino delle democrazie liberali.
Il secondo Fukuyama in dieci giorni sul sito, con una funzione diversa: la riabilitazione del libro — non trionfalistico, il thymos come motore dell’arretramento — è già trattata a proposito del memoir, e qui non si ripete. Questa conversazione con Ezra Klein vale per quello che aggiunge, e va letta a partire dalla fine. Due chiarimenti preliminari, perché l’equivoco corrente è speculare a quello del 1992. Il primo riguarda la collocazione dell’autore: definirlo pessimista è impreciso quanto definirlo trionfalista trent’anni fa. La forma esatta è un’antropologia pessimista con una previsione istituzionale ottimista — «non sono del tutto pessimista, penso che le nostre istituzioni alla fine reggeranno, ma nel frattempo ci stanno portando a fare un giro molto pericoloso». La megalotimia, il desiderio di essere riconosciuti come superiori che Fukuyama distingue dall’isotimia egualitaria, è insopprimibile e nessun ordine la soddisfa; ma nessuna alternativa regge il confronto, e da qui l’oscillazione può solo tornare indietro, mai andare oltre. Il secondo riguarda la presunta smentita dei fatti: Trump è già nel libro del 1992, e l’intervista spiega perché allora non preoccupasse — il desiderio di riconoscimento diseguale sembrava potersi scaricare nella ricchezza, senza che la ricchezza dovesse poi cercare anche il potere politico. Il contenuto nuovo è una condizione che ridimensiona la tesi dall’interno: «non ho mai detto che la democrazia liberale fosse il sistema migliore sotto ogni possibile condizione tecnologica — di fatto penso che la natura dell’orizzonte tecnologico determini il tipo di politica che si può avere, e per questo l’AI sarà molto minacciosa per il nostro sistema democratico». La fine della storia diventa così un’affermazione condizionata a un regime tecnologico — quello dei giornali, della radio e della televisione — e quel regime non esiste più. Ne discendono due passaggi che interessano direttamente i temi del sito. Il populismo non si spiega senza il passaggio a una comunicazione politica algoritmica: le piattaforme sono una misurazione continua del riconoscimento, il thymos convertito in metrica e dotato di un contatore sempre acceso. E il pericolo dell’AI non è la sottrazione di potere ma la delega volontaria, rapida, esercitata proprio sulle valutazioni; i ricercatori di frontiera vi compaiono come zoologi che hanno appena scoperto una specie nuova e ne osservano il comportamento senza sapere cosa accada dentro la macchina che hanno costruito. In un autore che ha passato trent’anni a sostenere che la politica non si riduce all’economia, la concessione è pesante: il vincolo che decide quale politica sia possibile non è più soltanto antropologico. Resta fuori dal quadro un argomento che il libro del 1992 tratta e questa intervista no — le culture che l’Idea non trasforma. Il nucleo duro qui esaminato è la Cina, descritta come l’unico sistema alternativo con qualche possibilità di competere, stato competentissimo ma non limitato né dalla legge né dalle elezioni, e dunque interamente dipendente dalla qualità dei governanti; con l’aggiunta che il modello non è dato per sostenibile.
Intervista di lancio per End Times Fascism, che Naomi Klein firma con Astra Taylor: i miliardari della tecnologia non negano più l’apocalisse climatica e finanziaria, la mettono in conto e ci costruiscono sopra una posizione. La tesi del titolo è che la ricchezza estrema abbia effetti devianti propri — «ti trasforma quasi inevitabilmente in un suprematista, perché gli esseri umani sono creature di racconto e ti serve una storia che spieghi perché proprio tu» — e non la prendo sul piano diagnostico, dove regge poco. Mi interessa come reperto. Klein era una voce centrale venticinque anni fa, nella stagione di Seattle e di Genova, poi molto meno; che torni adesso, e che torni ascoltata, dice qualcosa sul momento. Lei stessa offre l’immagine giusta per leggerlo: non un cerchio, una spirale — si ripassa dallo stesso punto, ma più in basso, più stretto, con più velocità e più violenza. Il punto che mi porto via è però un’inversione che nel pezzo non è tematizzata. Nel 2001 l’energia anti-istituzionale veniva dal basso e prendeva di mira WTO, Fondo monetario, Banca mondiale — istituzioni che, con tutti i loro difetti, erano anche i veicoli di una certa idea di progresso sociale. Oggi la stessa energia, la stessa insofferenza per il vincolo e la stessa promessa di far saltare il tavolo, si esprime da una posizione di privilegio assoluto, e la deregolamentazione è il programma di chi sta in cima. Il conflitto che si prepara è fra istituzioni e deresponsabilizzazione regolatoria; e qui va detto che Klein non sta affatto dalla parte che il mio schema le assegnerebbe. Il suo rimedio resta quello di sempre — movimenti, organizzazione dal basso, il Jetztzeit di Benjamin — non il ritorno della regola. Nessuno, in questo quadro, chiede il Leviatano: entrambi i campi sono anti-istituzionali, in direzioni opposte. Il che lascia intatto il dubbio che mi porto dietro da quando ho smesso di trovare Klein interessante: che dare potere al Leviatano non sia di per sé progresso civile, e che una critica del potere concentrato la quale non dica quale potere le va bene resti una critica a metà. Segnale debole, per ora. Vedremo se si consolida.
The End of History and the Last Man (1992) non è un testo trionfalistico. La confusione viene dall’argomento hegeliano su cui si regge: se la democrazia liberale è l’unica idea politica rimasta in piedi — se ogni alternativa è stata storicamente discreditata o non ha mai raggiunto una soglia di credibilità teorica — allora non c’è nessuna idea “oltre” su cui appoggiarsi. La storia ha esaurito il suo repertorio concettuale. Questo non significa che tutto vada bene: significa che se la democrazia si muove, può soltanto andare indietro. Non c’è avanti. Il libro lo dice già nell’articolo originale del 1989: “The end of history will be a very sad time.” Il meccanismo dell’arretramento è quello che Fukuyama chiama thymos — concetto platonico, rielaborato attraverso Hegel: il desiderio di riconoscimento. Gli esseri umani non vogliono soltanto risorse; vogliono che il loro valore venga riconosciuto. La democrazia liberale è il sistema che distribuisce questo riconoscimento in modo eguale, sotto la legge. È per questo che Fukuyama la considera il punto finale: soddisfa il bisogno thymico meglio di qualsiasi alternativa. Il problema è che soddisfarlo rimuove la lotta per ottenerlo — e quella lotta era anche parte del bisogno. “The peace and prosperity brought about by a liberal order based on equal recognition is not enough for many people. They do not want to be recognized as the equals of every other person on earth.” Il riconoscimento eguale è troppo piatto. L’orizzonte viene livellato, e questo rende le persone irrequiete e arrabbiate. Questa irrequietezza thymotic è il motore del populismo, dei leader forti, delle teorie del complotto, della nostalgia per epoche premoderne. Non è l’attacco esterno di sistemi antagonisti — la minaccia esterna è la tesi di Huntington, non di Fukuyama. È il dissolvimento interno, generato dal successo stesso: la democrazia liberale non viene sconfitta da un’alternativa ma logorata dall’interno da chi non sopporta di non avere nulla per cui rischiare la vita. Il memoir è deludente come autobiografia — la vita personale si esaurisce a pagina 60, i capitoli successivi sono un riassunto delle idee. Ma come chiarimento intellettuale ha senso: “We have means of distributing resources a bit more evenly and should undertake to do that. What we lack is a way of distributing respect.” Quel deficit è, per Fukuyama, la cosa più pericolosa di tutte.
Nataliya Gumenyuk analizza come i droni abbiano trasformato non solo la guerra ma la politica ucraina. Il punto centrale è la decentralizzazione dell’innovazione militare: in Ucraina, lo sviluppo di nuovi sistemi d’arma non passa più solo dai canali istituzionali dello Stato, ma emerge dalla cooperazione tra soldati, ingegneri, aziende tecnologiche, volontari e civili. Questo ecosistema ha permesso un’adattabilità operativa impossibile con la procurement tradizionale — e ha cambiato il rapporto tra Stato, esercito, mercato e società civile. Il termine ‘drone democracy’ cattura questo doppio movimento: i droni come prodotto della partecipazione civile, e la partecipazione civile come conseguenza della dipendenza dai droni. Il momento più rivelatore è il licenziamento del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov nell’estate 2026: le proteste di massa che ne sono seguite mostrano che i cittadini ucraini si percepiscono come stakeholder del sistema militare, non solo come contribuenti o elettori. L’articolo va letto in parallelo con il pezzo dell’Economist sulla democrazia taiwanese: dove Kyiv costruisce capacità drone attraverso energia civile dal basso, Taipei la blocca per conflitti di interesse dall’alto. C’è però un’implicazione più profonda, e paradossalmente tolstojana: se la guerra in Ucraina pende dalla parte ucraina, è perché il suo assetto tecnologico ne fa una guerra di popolo nel senso in cui Tolstoj intendeva la resistenza del 1812 — non una strategia di vertice ma una forza distribuita che nessun singolo attore controlla o può spegnere. Nel momento in cui Putin adotta posizioni di realismo opportunistico sulla scia del dialogo dei Melii — ‘i forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono’ — vale la pena ricordare com’è finita per Atene nei 27 anni della guerra del Peloponneso. E soprattutto: la struttura distribuita della drone democracy sposta il peso della guerra dal decisore politico al popolo. I leader diventano accessori. Questo spaventa — perché ridimensiona il peso della delega politica e l’efficacia delle decisioni individuali ai tavoli diplomatici — ma descrive qualcosa che sta già accadendo.
Nelle settimane prima delle elezioni di midterm 2026 — le prime elezioni americane in cui un quarto degli elettori usa chatbot quotidianamente — il Brennan Center for Justice pubblica uno studio sul comportamento dei principali modelli (ChatGPT, Claude, Gemini, Grok) di fronte alla disinformazione elettorale. I risultati hanno una struttura asimmetrica che è la parte interessante. Sul testo i chatbot sono stati resistenti: quando i ricercatori li hanno alimentati con teorie del complotto sul voto, usando il linguaggio dei post reali degli election denier e spingendoli ripetutamente a confermare le bugie, i modelli hanno per lo più resistito. Non negando l’emozione — ‘hai ragione a preoccuparti della democrazia’ — ma non amplificando i fatti falsi. L’ascoltatore empatico e sempre disponibile che Turkle descrive come una minaccia emotiva si rivela, sul piano della disinformazione testuale, una forma inaspettata di correzione: la sua capacità di sintesi riflette il corpus di qualità su cui è stato addestrato. Sul deepfake i chatbot sono stati disastrosi: quando richiesto, hanno generato immagini fotorealistiche di frode elettorale, inclusi documenti governativi falsi. Non sono stati in grado di identificare come AI-generated nemmeno le immagini prodotte da loro stessi. Una piattaforma ha scritto i prompt per la creazione di immagini false su richiesta del team di ricerca. Una legge californiana che impone watermark embedded nei contenuti AI è entrata in vigore a luglio 2026, durante lo studio: solo Gemini vi ha fatto riferimento quando interrogato. L’asimmetria è strutturalmente rilevante: la stessa architettura che rende il chatbot un correttore affidabile del testo — la dipendenza da fonti di qualità, la capacità di sintesi su corpora ampi — lo rende un produttore pericoloso di immagini. Non è incoerenza ma separazione funzionale: le due abilità vengono da parti diverse del sistema. Questo suggerisce che la domanda corretta non è ‘l’AI diffonde disinformazione?’ ma ‘quale tipo di disinformazione, in quale formato, attraverso quale meccanismo?’.
L’Economist ribalta il frame della minaccia a Taiwan. Lo scenario più studiato è l’invasione militare o il blocco navale, con il rischio di una guerra tra potenze nucleari se l’America interviene. Ma un secondo scenario merita attenzione: se Taiwan venisse indotta a capitolare senza combattere — la preferenza dichiarata di Pechino — Xi si troverebbe di fronte a scelte brutali. La democrazia taiwanese, con trent’anni di multipartitismo e una maggioranza che nei sondaggi preferisce forme di autogoverno, non si dissolverebbe pacificamente: ci sarebbero proteste di massa da reprimere, processi farsa come già a Hong Kong, giuramenti di fedeltà per i funzionari, campagne di rieducazione per milioni di persone, e la questione degli ingegneri dei semiconduttori — Taiwan produce oltre il 90% dei chip avanzati globali — che potrebbero tentare di fuggire. La conclusione è una: la democrazia taiwanese non è solo un miglioramento sulla dittatura di Chiang Kai-shek, è un deterrente. Ma il deterrente viene smontato dall’interno. Le elezioni del 2024 hanno lasciato il DPP alla presidenza e la KMT al controllo del parlamento. Da allora: budget governativi bloccati per mesi (compresi i fondi per gli armamenti americani), nomine alla corte costituzionale bloccate (l’organo è così ridotto da non essere certo del quorum), e — il caso più emblematico — un programma per 210.000 droni congelato. Un esponente KMT ha spiegato in privato la logica: i legislatori KMT temono che i fondi finiscano ad aziende che donano alla DPP; ma quando gli si chiede se le aziende KMT-friendly potrebbero produrre i droni, risponde con un sospiro — hanno investimenti in Cina e non oserebbero. La KMT preferisce non affrontare questo dilemma. Nel frattempo i giovani taiwanesi si disilludono e votano meno, bombardati da social media continentali che deridono la democrazia come caotica. La tesi finale del pezzo è diretta: chi non ama la democrazia taiwanese più dei suoi stessi politici non può salvarla.
Benanti e Maffettone leggono il progetto tecno-umanista di Thiel e Karp non come disegno economico o politico, ma come tentativo di ridefinire le condizioni epistemiche del pensiero collettivo. La posta in gioco, scrivono, è la ‘colonizzazione dell’interiore’: la capacità di interrogarsi e abitare l’incertezza che è il nucleo di ogni esperienza democratica. Richiamando Arendt, sostengono che il collasso del giudizio non richiede coercizione, ma la sostituzione silenziosa della deliberazione con l’elaborazione di dati — un sistema indifferente all’atto di pensare, che fornisce risposte prima ancora che la domanda sia formulata.
Sabatini mappa le tattiche con cui i regimi autoritari contemporanei usano strumenti formalmente democratici — elezioni, media, giustizia — per consolidare il potere e neutralizzare l’opposizione. Una lettura che si incastra bene con la riflessione sull’architettura del caos e sulle forme di assedio non convenzionale alle democrazie liberali.
Fabio Sabatini analizza il significato politico della sconfitta di Orbán e ne estrae alcune lezioni sulla tenuta delle democrazie europee di fronte alla deriva autoritaria. Un punto di vista utile anche per chi voglia capire i meccanismi — non scontati — attraverso cui un regime illiberale può essere smontato dall’interno di un sistema istituzionale ancora formalmente democratico.
Il rapporto documenta il rapporto degli ucraini con la democrazia sotto la legge marziale, attraverso interviste e focus group condotti nell’estate del 2025 su un campione che include soldati attivi, ufficiali di reclutamento, civili, sfollati interni e ucraini all’estero. Emergono tre posizioni: chi accetta le restrizioni alla libertà di movimento e di parola come misure necessarie; chi legge nell’accentramento del potere esecutivo una deriva autoritaria, con alcuni che paragonano l’Ucraina alla Russia o alla Corea del Nord; chi vede nell’unità nazionale una nuova forma di espressione democratica. Il dato più scomodo, e il più assente dalla copertura occidentale, è quello sugli uomini civili in età di leva che si nascondono in casa per evitare i TCR (ufficiali di reclutamento), accumulando risentimento verso lo Stato: una frattura silenziosa che rischia di diventare strutturale. La lettura politica rilevante non è quella ovvia — smentire le false pretese di Putin sull’Ucraina ‘nazificata’. È più sottile, e inizia a emergere sottotraccia: il sostegno militare concreto all’autodifesa ucraina non è solo la difesa della democrazia (imperfetta, come lo sono tutte le democrazie post-Patto di Varsavia, e non solo loro) contro la tirannia. È anche la difesa della democrazia dal suo collasso interno. La situazione da evitare non è molto diversa da quella del Libano: pressione esterna prolungata più fallimento istituzionale progressivo produce un vuoto democratico che nessuna fibra morale, per quanto solida, è in grado di colmare. Gli ucraini sono gente tosta. Ma fare dipendere il successo della democrazia ucraina dalla loro tenuta psicologica e morale è un peso ingiusto per loro — e una scommessa rischiosa per chi ucraino non è. Il rapporto si legge in parallelo con il pezzo sulla drone democracy (Gumenyuk, Foreign Affairs, agosto 2026): insieme mostrano la stessa energia civica — distribuita, difficile da spegnere — nelle sue due facce: costruttiva (tecnologia militare bottom-up) e protettiva (proteste contro lo smantellamento degli organi anticorruzione, luglio 2025).