teoria
licenza di prestito digitale
1 articolo
Contratto con cui un editore concede a una biblioteca il diritto di prestare un libro elettronico per un numero limitato di prestiti o per un periodo determinato, scaduto il quale il titolo sparisce dalla collezione se non viene riacquistato. Non è una vendita, ed è la ragione per cui il confronto con il prezzo al consumo va maneggiato con attenzione: non si stanno comprando due volte le stesse cose.
Le condizioni correnti sono pubbliche e datate: HarperCollins dal 2011 fissa un tetto di ventisei prestiti per copia; Penguin Random House dal 2018 porta il catalogo a licenze biennali. Dal lato dell’acquirente, nell’ottobre 2026 la direttrice delle North Little Rock Public Libraries riferisce di pagare dagli 80 ai 120 dollari, per tre anni e con tetti di utilizzo, un titolo che un privato compra per 3,99.
Quello che interessa l’archivio non è il moltiplicatore ma il cambio di oggetto: si compra un permesso al posto di una copia. Da qui discende una proprietà poco notata delle collezioni digitali. Una raccolta costruita per accumulo si svuota da sola se smette di essere ricomprata, e il patrimonio di una biblioteca cessa di essere un fatto acquisito per diventare un abbonamento — con la conseguenza che un taglio di bilancio non ferma più la crescita del fondo, lo riduce.
- biblioteca pubblica — Il bilancio smette di comprare fondo e compra permessi: la collezione si svuota da sola se non viene ricomprata.
- esaurimento del diritto — Esiste perché il principio non si applica al digitale: senza esaurimento ogni prestito resta sotto il controllo del titolare.