Interattivo del New York Times del 1° ottobre 2026, di Elisabeth Egan e John Maher, con i ritratti di Lyndon French: quasi cinquanta bibliotecari americani intervistati al congresso dell’American Library Association a Chicago nell’estate 2026, quattro domande, risposte in prima persona. L’occasione sono i centocinquant’anni dell’ALA, fondata nel 1876. È una raccolta di testimonianze, non un’inchiesta: nessun dato è verificato, nessun numero è contato, e il pezzo non sostiene una tesi. Una cosa però la contiene, e vale il resto.

Crystal Gates, delle North Little Rock Public Libraries in Arkansas: il libro che lei può comprare su Kindle o Audible per 3,99 dollari costa alla sua biblioteca dagli 80 ai 120 dollari, va restituito dopo tre anni, e nel frattempo ha un tetto di prestiti o di utenti. Il suo argomento è che non ci sia nulla da compensare: «non si danneggia, non si bagna, non si strappa».

Il pezzo si ferma qui, e qui la scheda aggiunge la ragione, che è giuridica e non commerciale. Il principio dell’esaurimento del diritto d’autore vale per gli oggetti tangibili: chi acquista una copia fisica può prestarla e rivenderla senza chiedere nulla a nessuno. Sul digitale il principio non si applica, e lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea in grande sezione il 19 dicembre 2019, nella causa C-263/18 Tom Kabinet: la fornitura di un libro elettronico mediante download per uso permanente è comunicazione al pubblico e non distribuzione, e il diritto di comunicazione al pubblico non conosce esaurimento. La motivazione della Corte è il rovescio esatto dell’osservazione di Gates: proprio perché i file digitali non si deteriorano e sono sostituti perfetti delle copie nuove, un mercato secondario comprometterebbe la remunerazione degli autori. Ciò che per la bibliotecaria prova che il prezzo è ingiustificato è, per la Corte, la ragione per cui il prezzo è legittimo.

Da lì discendono le condizioni correnti, pubbliche e datate: HarperCollins dal 2011 licenzia alle biblioteche con un tetto di ventisei prestiti per copia; Penguin Random House dal 2018 porta il catalogo a licenze biennali, scadute le quali il titolo sparisce dalla collezione. Il cambiamento non è di prezzo, è di natura: il bilancio di una biblioteca ha smesso di comprare fondo e ha cominciato a comprare permessi. Una collezione che si costruiva per accumulo adesso si svuota da sola se smette di essere ricomprata, e un taglio di bilancio non rallenta più la crescita del patrimonio: lo riduce.

Il secondo prezzo riguarda la carta, e lo dà Shawna Dees delle Roseville Area Schools in Minnesota: in dieci anni un tascabile è passato da 4,99-5,99 a 9,99-10,99 dollari, un illustrato cartonato da 14-15 a 19-20, mentre il suo bilancio è rimasto fermo o è sceso. Il dettaglio che dice più della cifra è un altro: «abbiamo ancora i libri su Plutone — Plutone non esiste nemmeno più come pianeta». Un fondo che non si rinnova non diventa povero, diventa falso.

La base fiscale va detta perché è americana e non si esporta. La biblioteca pubblica statunitense si finanzia in larga parte sull’imposta immobiliare locale ed è governata da consigli locali: Deb Sica, delle Alameda County Libraries in California, lo riassume così — senza imposta immobiliare non c’è sanità pubblica, non ci sono scuole pubbliche, non c’è biblioteca. All’estremo opposto della scala, Sherry Scheline della Donnelly Public Library in Idaho dispone di 80.000 dollari l’anno per tutto, stipendi compresi, ed è insieme direttrice, addetta al prestito, custode, giardiniera e organizzatrice di comunità. Quella struttura di finanziamento, e non un clima d’opinione, è ciò che espone la biblioteca americana a una maggioranza di quartiere. La metà politica di questo racconto resta dunque dall’altra parte dell’oceano. La metà contrattuale no, perché gli editori sono gli stessi ovunque.

Del conflitto il pezzo riporta testimonianze, e come tali vanno prese. Amanda Hunt, bibliotecaria scolastica nel Texas centrale, racconta di essere stata oggetto di reclami formali da parte di un gruppo di Moms for Liberty e di essere stata esposta online con i propri dati; Tracy Fitzmaurice, in North Carolina, di avere dovuto sedere in una riunione pubblica mentre qualcuno la accusava di adescare bambini per la tratta sessuale. Nella stessa raccolta c’è però un’osservazione che taglia nella direzione opposta, e viene da Holly Eberle, in Illinois: le voci più forti nelle riunioni sono di persone che la biblioteca non la usano, mentre fra gli utenti quotidiani ci sono molte famiglie conservatrici che fanno istruzione parentale. È l’impressione di una professionista, non una misurazione, e va registrata come tale: ma descrive uno scarto fra chi parla e chi usa che, se qualcuno lo contasse, cambierebbe la forma del dibattito.

Due cose restano come attrezzi. La prima è una regola di advocacy, da Veronda Pitchford del Califa Group in California: se vai da un legislatore e la prima cosa che dice è «quando ero bambino», sei morto. La nostalgia è il segnale che non ci mette piede da trent’anni, e il non uso predice il definanziamento meglio di qualunque dichiarazione di principio. La seconda è l’analogia con cui Cindy Hohl, in Kansas, smonta l’argomento della sostituzione: dire che le biblioteche non servono perché la gente ha internet è come dire che non servono le lezioni di matematica perché abbiamo le calcolatrici. L’argomento confonde la disponibilità del contenuto con la capacità di usarlo, ed è lo stesso errore che si ripresenta parola per parola nel dibattito sugli strumenti generativi.

Due cambiamenti, dunque, e vale la pena distinguerli: uno nel contratto, uno nel mandato. La biblioteca ha smesso di possedere ciò che offre, e ha cominciato a fornire ciò che altrove è stato ceduto — un indirizzo di posta elettronica a chi non ce l’ha, un posto al caldo, un bagno. Solo il primo dei due è stato deciso da qualcuno.

WR