Nataliya Gumenyuk, giornalista ucraina che sta scrivendo un libro sulla guerra dei droni, ha passato l’anno viaggiando fra il fronte e le retrovie. Nei primi giorni dell’invasione sembrava impossibile che il resto del mondo non intervenisse; la lezione dell’ultimo anno, scrive, «nel bene o nel male, è che il mondo non verrà a salvarci», fra un’amministrazione Trump che vuole chiudere in fretta a qualunque condizione e un’Europa occupata a difendere sé stessa. Il paradosso che registra è che, una volta accettato di poter contare solo su sé stessi, l’umore del paese si è fatto meno ansioso, e la guerra ha smesso di essere un’interruzione per diventare la realtà ordinaria. Due operatori di droni vicino a Pokrovsk non riescono a nominare una sola arma americana che usino al fronte; un sergente vegano e poeta racconta che la sua unità non può tenere gatti contro i topi, perché le termocamere russe li vedrebbero. L’ex ministro della Difesa Andriy Zagorodnyuk chiama la strategia ucraina «neutralizzazione strategica»: rendere le offensive russe così costose da non valere la pena, risparmiando vite proprie, che è lo scopo stesso della guerra. Un gruista di Nikopol chiude il pezzo: chiedere quando finirà non ha senso, conta come finirà.
Codice attribuito retroattivamente il 23 agosto 2026, all’introduzione della notazione: è una ricostruzione dichiarata, non una registrazione in presa diretta.