Un podcast ultranazionalista russo parla soprattutto agli americani, e un’influencer MAGA cambia idea sull’Ucraina dopo una visita a Kiev. Nove schede su una guerra che si combatte nella testa del pubblico avversario, e su che cosa oppone una democrazia che non smette di esserlo.
Michael Walzer ha scritto nel 1977 Just and Unjust Wars, ancora oggi testo obbligatorio a West Point. Il libro si regge su una separazione: la giustizia dell’entrare in guerra, lo jus ad bellum, va giudicata a parte dalla giustizia del modo in cui la si combatte, lo jus in bello. Jordi Graupera lo ha intervistato per quasi tre anni, dal maggio 2023 a oggi. Dopo il 7 ottobre Walzer considera giusta la guerra di Israele, condanna l’assedio di Gaza fin dai primi giorni citando Maimonide (una città si assedia da tre lati, mai da quattro), e a Barcellona, nel gennaio 2024, definisce «rispettabile» un rapporto di due civili per ogni combattente ucciso, fra lo sconcerto del pubblico. Poi, a Gerusalemme, nell’autunno 2025, dice che la guerra è diventata ingiusta, e a Graupera confessa che una carneficina di quelle proporzioni può annullare la giustizia della causa: la distinzione che reggeva la sua teoria da mezzo secolo non tiene più.
Graupera non nasconde le critiche, dall’antropologo Khaled Furani, che chiama l’opera di Walzer una «ninna nanna» per la coscienza israeliana, al giurista Raef Zreik. Walzer stesso riconosce di essere stato lento a vedere che una parte di Gaza veniva resa inabitabile di proposito. Resta il ritratto di un pensatore che cambia idea di rado, e per questo in modo significativo.
Paolo Giordano parla con Annalisa Cuzzocrea dell’accordo che Trump spinge sulle condizioni russe, che per lui confonde la cessione di territori con l’assenza di garanzie di sicurezza, e del rallentamento di Starlink e delle informazioni di intelligence, che chiama «un atto di coercizione venato di sadismo». Sostiene che in Italia la narrazione del negoziato rifiutato da Kiev abbia ormai conquistato «una parte maggioritaria dell’opinione pubblica»: è un’impressione che non accompagna con dati, e che altre fonti invitano a leggere come amplificazione più che come creazione. Il resto è più misurato: rifiuta l’etichetta «putinisti», considera legittimo il pacifismo che propone di usare gli asset russi congelati, e invita ad ascoltare gli inviati che seguono l’occupazione dall’inizio. La parte più utile riprende il suo Da vicino: siamo meno liberi di quanto crediamo nelle opinioni che formuliamo, perché una lieve inclinazione basta a far convergere gli algoritmi, e ormai anche i media tradizionali, su una realtà o sulla realtà opposta. Ne è un esempio il modo in cui la causa ucraina e quella di Gaza vengono messe l’una contro l’altra, come se la solidarietà con un popolo occupato escludesse l’altra.
Dopo gli attacchi ucraini ai data center di Yandex, sui social si è diffusa la convinzione che i bot russi fossero crollati, e su X è nato il «bot test»: si pubblica un’opinione che di solito attira risposte automatiche e si contano le risposte. Andrew Griffin parte dal dato vero. Secondo Cloudflare il traffico automatizzato dalla rete di Yandex è sceso quasi a zero e non è ancora tornato ai livelli normali, in linea con quanto dice Yandex sui propri servizi. Quel dato misura i bot nel senso tecnico, cioè tutto il traffico non umano, compresi i crawler dei motori di ricerca e quelli che raccolgono dati per addestrare l’AI: dice che Yandex è stata colpita, non che i bot dei social tacciono.
Nulla, conclude Griffin, indica di per sé che gli attacchi abbiano avuto effetto sui bot che pubblicano sui social. Il «bot test» è il rovescio della stessa fretta: un esperimento fatto da chi sa già che cosa vuole trovare.
In quattro giorni droni ucraini hanno colpito tre data center di Yandex: Sasovo, che ospita due dei tre supercomputer su cui l’azienda sviluppa il suo modello di intelligenza artificiale, poi Kaluga e Vladimir, dove le operazioni sono state sospese. Zelensky parla di una risposta «speculare» agli attacchi russi ai data center ucraini. Secondo Cloudflare Radar, il traffico automatizzato in uscita dalla rete di Yandex è sceso di circa il 94% rispetto alla seconda metà di settembre, e in rete si è diffusa la tesi di un crollo dei bot filorussi, con un calo dell’attività intorno all’AfD in Germania e a Reform UK.
Colpire l’infrastruttura dei contenuti è diventato un atto di guerra, e l’effetto che più conta, il silenzio dei bot filorussi in Europa, è anche quello che nessuno ha ancora misurato. Euronews lo dice con chiarezza. Il dato di Cloudflare comprende anche i crawler legittimi e non isola i bot politici, il calo coincide con gli attacchi ma il nesso non è provato, e le affermazioni su AfD e Reform UK non sono state verificate in modo indipendente. Zelensky, per cui «è diventato un po’ più facile respirare», è una parte in guerra. Se l’effetto venisse confermato, mostrerebbe un’Ucraina che, colpendo in Russia, difende soprattutto la formazione del consenso nei paesi alleati.
Mirjana Spoljaric, la prima donna alla guida del Comitato internazionale della Croce Rossa, parla di rado. Lo fa ora perché i suoi richiami ai leader sulle regole della guerra, dice, cadono nel vuoto: il CICR conta 130 conflitti armati, il doppio di quindici anni fa. Racconta Gaza, gli ostaggi, i detenuti a cui Israele non concede più l’accesso, gli incontri con Hamas, Netanyahu e gli iraniani. Il passaggio che conta è il ritorno dai civili ai potenti: i civili le dicono di volere che la guerra finisca, i potenti le rispondono che non possono fare nulla. Per Spoljaric chi detiene il potere non può dichiararsi impotente: le sue parole arrivano a chiunque porti un’arma, e dire che non ci sono linee rosse equivale ad abolirle.
L’argomento ha un rovescio che lo rende più interessante. Spoljaric descrive i conflitti come sistemi che si saldano fra continenti, ma da quella descrizione ricava la necessità della volontà politica, non la sua impossibilità. È la risposta implicita al “there is no alternative” in bocca a chi governa, l’analisi strutturale usata come alibi. Non ne è immune nemmeno lei: sui due pesi con cui si misurano i bisogni umanitari in Europa e in Africa ammette che si continua «perché non possiamo impedirlo». E quando si tratta di nominare i responsabili si ferma: l’erosione, dice, dura da troppo tempo per accusare una persona sola.
Il 1° agosto due droni russi, a sette minuti l’uno dall’altro, hanno colpito a Kharkiv il magazzino di Ranok, uno dei maggiori editori ucraini. Dentro c’erano circa otto milioni di libri, un quinto di tutto ciò che il paese aveva stampato l’anno prima, e più di 620.000 manuali scolastici. Nella stessa estate un attacco ha distrutto una tipografia vicino a Kiev e il più grande mercato del libro della capitale. Il totale è di 13 milioni di libri bruciati, e 1,3 milioni di manuali non sono arrivati in tempo per il 1° settembre. Il bersaglio non è un libro qualsiasi: è il manuale del nuovo curricolo, che dopo trent’anni toglie dalla scuola lingua, letteratura e storia russe per mettere al centro gli autori e la storia ucraini. Secondo la viceministra della cultura Bohdana Laiuk, 12.500 scuole sono rimaste senza i testi per insegnarlo.
Dietro i numeri c’è la fragilità di una filiera concentrata, con un solo deposito che custodisce un quinto della produzione nazionale, e di un sistema bibliotecario dove la metà dei volumi risale ancora all’Unione Sovietica. Che i colpi siano deliberati lo sostiene l’editore, che ricorda come all’inizio dell’invasione i soldati russi svuotassero le biblioteche dei libri ucraini; il giornale non lo verifica in modo indipendente. Anche il paragone con i roghi nazisti è suo.
Il 3 giugno 2026 il segretario di Stato Marco Rubio ha detto al Congresso che la guerra in Sudan è diventata una guerra per procura, e ne ha attribuito il prolungamento ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Alan Boswell, che dirige il programma sul Corno d’Africa dell’International Crisis Group, parte da lì per una tesi più ampia: il Corno d’Africa e la penisola arabica non sono più due teatri distinti.
La ricostruzione storica regge l’argomento. Per millenni il Mar Rosso ha collegato le due sponde: lingue semitiche in Etiopia ed Eritrea, il regno di Aksum in Yemen nel VI secolo, i primi seguaci di Maometto rifugiati presso un re cristiano, l’Impero ottomano e Oman su entrambi i lati. La separazione fra le due sponde è stata un’eccezione del Novecento, prodotta dal colonialismo, dai nazionalismi e dall’ombrello americano dopo la prima guerra del Golfo, e oggi la geografia si riprende il suo posto.
Il meccanismo attuale è una rottura dentro il Golfo che si scarica sull’Africa. Gli Emirati sostengono le Forze di supporto rapido in Sudan, hanno puntato tre miliardi su Abiy Ahmed in Etiopia e hanno basi in Somaliland e nel Puntland. L’Arabia Saudita è diventata il principale alleato dell’esercito sudanese, e si coordina con Egitto, Turchia e Pakistan. Dopo la guerra di febbraio fra Stati Uniti, Israele e Iran, e con Hormuz strozzato, Riyad deve far passare la maggior parte del suo petrolio da Bab el-Mandeb. Il riconoscimento israeliano del Somaliland, nel dicembre 2025, ha aggiunto un’altra faglia.
Boswell non chiude con un allarme generico. Indica che cosa servirebbe: Riyad e Abu Dhabi che frenano ciascuno i propri alleati, e un vertice dei capi di Stato del Corno. Il rischio vero, scrive, è che le potenze mediorientali continuino a credere di poter armare fazioni dall’altra parte del mare senza pagarne le conseguenze.
L’articolo registra l’escalation annunciata da Putin nell’estate 2026 — nuovo reclutamento massiccio (300.000-400.000 uomini), intensificazione della guerra ibrida contro gli alleati, repressione interna accelerata — ma la notizia vera non è tattica. The Economist, con accesso a insider del Cremlino e dell’élite russa, documenta che Putin si muove con logica criminale, non geopolitica: il sistema russo tollera la violenza ma non il fallimento, e la percezione del fallimento — non il fallimento reale — è il rischio esistenziale. Il 57% dei russi descrive la situazione come tesa; le élite ritengono che quasi cinque anni di guerra siano già un fallimento, indipendentemente dall’esito; il consenso silenzioso si erode. Ma nessuno di questi fattori è letale al regime: Putin ha risorse economiche e apparato repressivo sufficiente per continuare. La citazione diretta — ‘They will hang me’, riferita ai propri complici — è la formula più concisa del meccanismo tucidideo: non è una scelta strategica reversibile, è anankē, necessità interna che non ammette alternativa. Il dettaglio più rivelatore: Putin ha interpretato la visita di Ratcliffe (CIA, agosto 2026) come segnale di debolezza americana — esattamente come aveva interpretato la visita di Burns (CIA, novembre 2021) prima di invadere l’Ucraina. La missione diplomatica preventiva diventa conferma della propria forza. Il meccanismo funziona al rovescio dell’equilibrio deterrente classico: la moderazione aumenta il rischio di escalation, non lo riduce. L’apertura dell’articolo — Putin che spiega ai bambini che le orche mangiano gli orsi polari — è il condensato del worldview: un dato zoologicamente falso usato come giustificazione filosofica della guerra. Il sito ha già pubblicato la prospettiva ucraina (drone democracy, dual struggle). Questo pezzo chiude il cerchio dal lato russo: l’interlocutore non è un attore razionale in un gioco iterato ma un giocatore intrappolato dalla propria struttura di incentivi, incapace di cooperare anche quando la cooperazione sarebbe nell’interesse di lungo periodo. L’ombra del futuro che conta per Putin non è quella di Axelrod — il timore di incrociarsi di nuovo con l’avversario — ma quella interna: il timore del collasso del proprio potere se si ferma.
Nataliya Gumenyuk analizza come i droni abbiano trasformato non solo la guerra ma la politica ucraina. Il punto centrale è la decentralizzazione dell’innovazione militare: in Ucraina, lo sviluppo di nuovi sistemi d’arma non passa più solo dai canali istituzionali dello Stato, ma emerge dalla cooperazione tra soldati, ingegneri, aziende tecnologiche, volontari e civili. Questo ecosistema ha permesso un’adattabilità operativa impossibile con la procurement tradizionale — e ha cambiato il rapporto tra Stato, esercito, mercato e società civile. Il termine ‘drone democracy’ cattura questo doppio movimento: i droni come prodotto della partecipazione civile, e la partecipazione civile come conseguenza della dipendenza dai droni. Il momento più rivelatore è il licenziamento del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov nell’estate 2026: le proteste di massa che ne sono seguite mostrano che i cittadini ucraini si percepiscono come stakeholder del sistema militare, non solo come contribuenti o elettori. L’articolo va letto in parallelo con il pezzo dell’Economist sulla democrazia taiwanese: dove Kyiv costruisce capacità drone attraverso energia civile dal basso, Taipei la blocca per conflitti di interesse dall’alto. C’è però un’implicazione più profonda, e paradossalmente tolstojana: se la guerra in Ucraina pende dalla parte ucraina, è perché il suo assetto tecnologico ne fa una guerra di popolo nel senso in cui Tolstoj intendeva la resistenza del 1812 — non una strategia di vertice ma una forza distribuita che nessun singolo attore controlla o può spegnere. Nel momento in cui Putin adotta posizioni di realismo opportunistico sulla scia del dialogo dei Melii — ‘i forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono’ — vale la pena ricordare com’è finita per Atene nei 27 anni della guerra del Peloponneso. E soprattutto: la struttura distribuita della drone democracy sposta il peso della guerra dal decisore politico al popolo. I leader diventano accessori. Questo spaventa — perché ridimensiona il peso della delega politica e l’efficacia delle decisioni individuali ai tavoli diplomatici — ma descrive qualcosa che sta già accadendo.
F. Gregory Gause III scrive a fine luglio 2026, dopo il cessate il fuoco di giugno fra Iran e Stati Uniti e prima che si rompesse. La sua tesi va contro l’impressione dominante: le guerre degli ultimi tre anni sono reali, ma il Medio Oriente che ne esce somiglia molto a quello di prima. Le potenze esterne continuano a giocarsi l’equilibrio dentro i confini di Stati arabi deboli, il conflitto israelo-palestinese resta irrisolto, e gli Stati Uniti non hanno né la capacità né la volontà di imporre un ordine, ma sono troppo coinvolti per andarsene.
L’attrezzo è una frase che il pezzo ripete in più forme. Stati deboli non fanno paci durature: un ordine regionale stabile dipende dalla capacità di Iraq, Libano, Siria e Yemen di controllare il proprio territorio, non dalle vittorie militari di chi li circonda. Gause lo mostra sul Libano, dove l’offensiva israeliana del 2026 rischia di screditare proprio il governo che aveva cominciato a togliere spazio a Hezbollah. Lo mostra sulla Siria di al-Shara, ancora troppo divisa per non tornare terreno di gioco dei vicini. E ricorda che le paci di Israele con Egitto e Giordania hanno retto perché quei due Stati controllano i propri confini.
Sul Golfo applica una dinamica da manuale delle alleanze asimmetriche: il partner debole teme insieme di essere trascinato nelle guerre del forte e di esserne abbandonato. I paesi del Golfo hanno vissuto entrambe le paure in pochi mesi, ma secondo Gause non si allontaneranno da Washington, perché nessuno ne può sostituire l’ombrello. Il cambiamento vero è un altro: il Golfo ha smesso di guardare a Israele come possibile alleato contro l’Iran, e solo gli Emirati hanno confermato il proprio legame.
Le proposte finali sono tre: un modus vivendi negoziato con Teheran, un regime multilaterale per lo stretto di Hormuz sul modello di Suez e di Malacca, e una pressione americana su Israele per una soluzione politica per i palestinesi. Senza, chiude Gause, la scena è pronta per il prossimo incendio.
Luke Harding — The Guardian — racconta la visita di Laura Loomer a Kiev e il suo clamoroso about-turn sulla guerra: da «non mi importa dell’Ucraina» a sostenitrice di sanzioni contro la Russia, dopo aver vissuto un allarme aereo e intervistato Zelensky nel giardino presidenziale. La notizia è nella meccanica, non nell’opinione. L’ufficio di Zelensky ha deliberatamente invitato e curato la visita di un’influencer con 2 milioni di follower nella sfera MAGA — inaccessibile ai media tradizionali — orchestrando una sequenza di esperienze (la sirena, il McDonald’s bombardato, la cattedrale colpita dai droni russi, l’incontro con il rabbino capo) che producono contenuto «spontaneo» e credibile presso quel pubblico specifico. Trump ha elogiato l’intervista su Truth Social («So good!!!»), il che ha trasformato il pezzo di Loomer in un segnale diplomatico: l’incontro Trump-Zelensky è stato confermato la settimana successiva. Letto insieme al pezzo sui «Russians With Attitude», il caso chiude un dittico: la Russia usa blogger ultranazionalisti anonimi per distribuire narrative pro-Cremlino verso la destra americana; l’Ucraina usa gli stessi canali MAGA per redistribuire narrative pro-Kiev verso lo stesso pubblico. Lo strumento è identico — il controllo riflessivo applicato attraverso l’influencer marketing — i vettori opposti. La differenza è che l’Ucraina lo fa a viso aperto: l’ufficio di Zelensky ha pubblicamente ringraziato Loomer per il coraggio di venire. Anton Gerashchenko, ex consigliere ucraino, lo ha descritto senza ambiguità: «una rottura pubblica con la narrativa russa da parte del movimento MAGA».
Ken Harbaugh ricostruisce dall’interno la rete di resistenza ucraina nei territori occupati: una struttura che dall’aperto — bandiere, canzoni, girasoli — si è trasformata in intelligence clandestina con handler, agenti sotto copertura e protocolli da manuale. Il cuore del pezzo è operativo: honeytraps, telefoni puliti contrabbandati, manuali CIA sulla guerra fredda che circolano in copie fisiche consumate — i dettagli tecnici su come comunicare sotto occupazione sono tra i più precisi mai pubblicati su una resistenza attiva. La tesi più forte è però sociale: le donne sono la spina dorsale della rete. Sfruttano i pregiudizi degli occupanti — che non immaginano combattenti in una nonna con le borse della spesa davanti alle caserme — e diventano il primo anello della kill chain. L’articolo introduce il termine ucraino vidma, spesso tradotto “strega” ma dalla radice vidate, “conoscere”: le vidma erano sagge, riconoscevano i segreti dell’ambiente, non venivano bruciate per questo. La campagna di droni che alimentano è il motore militare della resistenza. Il pezzo entra nel sito perché aggiunge carne alla serie sulle ombre: la resistenza come pratica del long game, dell’identità tenuta sotto pressione massima, dell’intelligence come forma di sopravvivenza civile.
Ross Douthat intervista Christian Brose, presidente di Anduril, per il suo podcast sul NYT. La tesi: l’esercito americano è stato costruito su assunzioni degli anni Novanta — guerre brevi, supremazia tecnologica garantita, nessuna pressione sulla filiera produttiva — e quelle assunzioni sono tutte false. L’Iran, con marina affondata e aviazione distrutta nell’Operation Epic Fury, è ancora in grado di minacciare lo Stretto di Hormuz con droni one-way; l’Ucraina è rimasta in combattimento quattro anni grazie a sistemi economici e riproducibili; la spesa in Tomahawk è triplicata, la produzione è cresciuta del 14-23%. Anduril risponde con un modello VC-funded che combina hardware (jet autonomo CCA, sistema anti-drone Pulsar) e software (Lattice, controllo autonomo sul campo). La parte più rilevante per noi è quella etica: la normativa del Pentagono non proibisce esplicitamente l’automazione della kill chain, e Brose ammette che in conflitti protratti ci si avvicina a sistemi che «vanno finché trovano qualcosa da colpire». Sul rifiuto di Anthropic di lavorare con il Pentagono: «where Anthropic went wrong» — o ti fidi del governo eletto, o esci dal business. È la tesi esattamente opposta a quella di Amodei.
Ezra Klein intervista Fareed Zakaria al culmine della crisi iraniana: Trump oscilla in poche ore dalla minaccia di annientare una civiltà al cessate il fuoco, fino alla proposta di joint venture con l’Iran sulle tariffe dello Stretto di Hormuz. Zakaria usa il termine dello studioso Stephen Walt — predatory hegemon — per descrivere la trasformazione in atto: l’egemone americano del dopoguerra aveva costruito il proprio primato fornendo beni pubblici globali (libertà di navigazione, ordine commerciale aperto, sicurezza dell’alleanza) in cambio di influenza a lungo termine; Trump inverte esattamente questo calcolo, con l’istinto di un giocatore con fattore di sconto δ vicino a zero — quanto posso estrarne adesso? Il problema è che questa logica è funzionale solo per un attore marginale: applicata all’egemone, distrugge il sistema cooperativo da cui l’egemone stesso trae il beneficio maggiore. L’Iran esce dalla guerra militarmente sconfitto ma strategicamente rafforzato — controllo dello Stretto, nuove entrate, Cina nel Golfo, Russia che incassa l’aumento del petrolio — perché ha imparato che il costo della resistenza era inferiore a quanto dichiarato: il rovescio esatto del meccanismo Tit-for-Tat. Il pezzo entra direttamente nella serie sulle ombre.
Linda Hourani — Kyiv Independent, con TUA Research — smaschera con metodologia OSINT i due conduttori di «Russians With Attitude» (RWA), podcast russo-ultranazionalista con 422.000 follower su X e audience prevalentemente americana (27,6%). «Kirill» è Kirill Kamenetsky, attivista di estrema destra vissuto a lungo in Germania; «Nikolay» è Eldar Orlov, blogger di Ekaterinburg: identità ricostruite incrociando account multipli, email collegate, numeri di telefono e database di consegne trapelati. Il caso interessa il sito non per la cronaca in sé ma per l’architettura che rivela: contenuto ideologicamente russo confezionato per un pubblico anglofono di destra, distribuito su piattaforme americane (Patreon, Spotify, Gumroad, Substack), monetizzato con abbonamenti — almeno 6.000 euro al mese da Patreon — e intrecciato con la rete alt-right americana attraverso ospiti come Alexander Dugin, «Bronze Age Pervert» (Costin Alamariu) e la ex militare della Marina USA nota come Donbass Devushka. In parallelo, entrambi i conduttori hanno usato i propri canali Telegram per raccogliere fondi per unità militari russe sanzionate, inclusa Rusich, gruppo paramilitare neo-nazista documentato per esecuzioni di prigionieri di guerra. Patreon ha rimosso il podcast solo dopo l’inchiesta; Substack e Gumroad non avevano risposto al momento della pubblicazione. Il pattern è quello della dottrina Gerasimov applicata dal basso: non agenti statali diretti ma nazionalisti auto-organizzati che il Cremlino progressivamente coopte — critici di Putin per insufficiente aggressività, ma funzionali alla narrativa imperiale quando il regime ne ha bisogno. L’anonimato è parte della strategia operativa: permette di raccogliere fondi per unità sanzionate da territorio tedesco senza esposizione legale immediata, e di costruire credibilità come «voci indipendenti» presso un pubblico americano che diffida dei media tradizionali.
Il rapporto documenta il rapporto degli ucraini con la democrazia sotto la legge marziale, attraverso interviste e focus group condotti nell’estate del 2025 su un campione che include soldati attivi, ufficiali di reclutamento, civili, sfollati interni e ucraini all’estero. Emergono tre posizioni: chi accetta le restrizioni alla libertà di movimento e di parola come misure necessarie; chi legge nell’accentramento del potere esecutivo una deriva autoritaria, con alcuni che paragonano l’Ucraina alla Russia o alla Corea del Nord; chi vede nell’unità nazionale una nuova forma di espressione democratica. Il dato più scomodo, e il più assente dalla copertura occidentale, è quello sugli uomini civili in età di leva che si nascondono in casa per evitare i TCR (ufficiali di reclutamento), accumulando risentimento verso lo Stato: una frattura silenziosa che rischia di diventare strutturale. La lettura politica rilevante non è quella ovvia — smentire le false pretese di Putin sull’Ucraina ‘nazificata’. È più sottile, e inizia a emergere sottotraccia: il sostegno militare concreto all’autodifesa ucraina non è solo la difesa della democrazia (imperfetta, come lo sono tutte le democrazie post-Patto di Varsavia, e non solo loro) contro la tirannia. È anche la difesa della democrazia dal suo collasso interno. La situazione da evitare non è molto diversa da quella del Libano: pressione esterna prolungata più fallimento istituzionale progressivo produce un vuoto democratico che nessuna fibra morale, per quanto solida, è in grado di colmare. Gli ucraini sono gente tosta. Ma fare dipendere il successo della democrazia ucraina dalla loro tenuta psicologica e morale è un peso ingiusto per loro — e una scommessa rischiosa per chi ucraino non è. Il rapporto si legge in parallelo con il pezzo sulla drone democracy (Gumenyuk, Foreign Affairs, agosto 2026): insieme mostrano la stessa energia civica — distribuita, difficile da spegnere — nelle sue due facce: costruttiva (tecnologia militare bottom-up) e protettiva (proteste contro lo smantellamento degli organi anticorruzione, luglio 2025).
Nel quartiere romano di Giordano la comunità ucraina si riunisce ogni domenica nella chiesa dei santi Sergio e Bacco, e tutto intorno continua la vita della piazza: la guerra sta lì, chiusa nei silenzi, in gusci di noce che permettono di evitarla quanto si vuole. Nel quarto anniversario dell’invasione, che per gli ucraini è il dodicesimo, Giordano registra un cambiamento: più ancora della durata della guerra, è stato il primo anno di Trump, dall’imboscata a Zelensky nello Studio Ovale alla foto con Putin in Alaska, a chiudere l’Ucraina in sé stessa, anche emotivamente verso ovest. Riprende da Gumenyuk la frase sul mondo che non verrà a salvarli e il suo inciso, «nel bene o nel male». C’è l’atleta olimpico a cui il regolamento sulla neutralità vieta un casco con i volti degli sportivi uccisi, fra cui una judoka di nove anni. La lezione che Giordano dice di aver imparato è che talvolta l’aspirazione acritica alla pace favorisce la violenza peggiore, e che il tempo logora soprattutto chi deve continuare a ripetere la verità contro la propaganda. Il giudizio sul dibattito italiano, dove a suo dire si è «infoltita» la schiera di chi agevola la propaganda russa, è una percezione polemica più che una misura, e va letto accanto alla sua intervista di ottobre, dove lo stesso tema torna con qualche sfumatura in più.
15 febbraio 2026
Curated
· Nataliya Gumenyuk / The New York Times
GuerraDifesa
Nataliya Gumenyuk, giornalista ucraina che sta scrivendo un libro sulla guerra dei droni, ha passato l’anno viaggiando fra il fronte e le retrovie. Nei primi giorni dell’invasione sembrava impossibile che il resto del mondo non intervenisse; la lezione dell’ultimo anno, scrive, «nel bene o nel male, è che il mondo non verrà a salvarci», fra un’amministrazione Trump che vuole chiudere in fretta a qualunque condizione e un’Europa occupata a difendere sé stessa. Il paradosso che registra è che, una volta accettato di poter contare solo su sé stessi, l’umore del paese si è fatto meno ansioso, e la guerra ha smesso di essere un’interruzione per diventare la realtà ordinaria. Due operatori di droni vicino a Pokrovsk non riescono a nominare una sola arma americana che usino al fronte; un sergente vegano e poeta racconta che la sua unità non può tenere gatti contro i topi, perché le termocamere russe li vedrebbero. L’ex ministro della Difesa Andriy Zagorodnyuk chiama la strategia ucraina «neutralizzazione strategica»: rendere le offensive russe così costose da non valere la pena, risparmiando vite proprie, che è lo scopo stesso della guerra. Un gruista di Nikopol chiude il pezzo: chiedere quando finirà non ha senso, conta come finirà.