Geopolitica & potere

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Guerra

8 articoli

La guerra come oggetto di analisi e non di commento: strutture di incentivi, innovazione militare dal basso, escalation, e il modo in cui i conflitti in corso ridefiniscono le tecnologie e le istituzioni che li attraversano.

apr 2026 ago 2026

Cornered, Vladimir Putin plans to escalate his war ↗

L’articolo registra l’escalation annunciata da Putin nell’estate 2026 — nuovo reclutamento massiccio (300.000-400.000 uomini), intensificazione della guerra ibrida contro gli alleati, repressione interna accelerata — ma la notizia vera non è tattica. The Economist, con accesso a insider del Cremlino e dell’élite russa, documenta che Putin si muove con logica criminale, non geopolitica: il sistema russo tollera la violenza ma non il fallimento, e la percezione del fallimento — non il fallimento reale — è il rischio esistenziale. Il 57% dei russi descrive la situazione come tesa; le élite ritengono che quasi cinque anni di guerra siano già un fallimento, indipendentemente dall’esito; il consenso silenzioso si erode. Ma nessuno di questi fattori è letale al regime: Putin ha risorse economiche e apparato repressivo sufficiente per continuare. La citazione diretta — ‘They will hang me’, riferita ai propri complici — è la formula più concisa del meccanismo tucidideo: non è una scelta strategica reversibile, è anankē, necessità interna che non ammette alternativa. Il dettaglio più rivelatore: Putin ha interpretato la visita di Ratcliffe (CIA, agosto 2026) come segnale di debolezza americana — esattamente come aveva interpretato la visita di Burns (CIA, novembre 2021) prima di invadere l’Ucraina. La missione diplomatica preventiva diventa conferma della propria forza. Il meccanismo funziona al rovescio dell’equilibrio deterrente classico: la moderazione aumenta il rischio di escalation, non lo riduce. L’apertura dell’articolo — Putin che spiega ai bambini che le orche mangiano gli orsi polari — è il condensato del worldview: un dato zoologicamente falso usato come giustificazione filosofica della guerra. Il sito ha già pubblicato la prospettiva ucraina (drone democracy, dual struggle). Questo pezzo chiude il cerchio dal lato russo: l’interlocutore non è un attore razionale in un gioco iterato ma un giocatore intrappolato dalla propria struttura di incentivi, incapace di cooperare anche quando la cooperazione sarebbe nell’interesse di lungo periodo. L’ombra del futuro che conta per Putin non è quella di Axelrod — il timore di incrociarsi di nuovo con l’avversario — ma quella interna: il timore del collasso del proprio potere se si ferma.

The Future of Ukraine’s Drone Democracy ↗

Nataliya Gumenyuk analizza come i droni abbiano trasformato non solo la guerra ma la politica ucraina. Il punto centrale è la decentralizzazione dell’innovazione militare: in Ucraina, lo sviluppo di nuovi sistemi d’arma non passa più solo dai canali istituzionali dello Stato, ma emerge dalla cooperazione tra soldati, ingegneri, aziende tecnologiche, volontari e civili. Questo ecosistema ha permesso un’adattabilità operativa impossibile con la procurement tradizionale — e ha cambiato il rapporto tra Stato, esercito, mercato e società civile. Il termine ‘drone democracy’ cattura questo doppio movimento: i droni come prodotto della partecipazione civile, e la partecipazione civile come conseguenza della dipendenza dai droni. Il momento più rivelatore è il licenziamento del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov nell’estate 2026: le proteste di massa che ne sono seguite mostrano che i cittadini ucraini si percepiscono come stakeholder del sistema militare, non solo come contribuenti o elettori. L’articolo va letto in parallelo con il pezzo dell’Economist sulla democrazia taiwanese: dove Kyiv costruisce capacità drone attraverso energia civile dal basso, Taipei la blocca per conflitti di interesse dall’alto. C’è però un’implicazione più profonda, e paradossalmente tolstojana: se la guerra in Ucraina pende dalla parte ucraina, è perché il suo assetto tecnologico ne fa una guerra di popolo nel senso in cui Tolstoj intendeva la resistenza del 1812 — non una strategia di vertice ma una forza distribuita che nessun singolo attore controlla o può spegnere. Nel momento in cui Putin adotta posizioni di realismo opportunistico sulla scia del dialogo dei Melii — ‘i forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono’ — vale la pena ricordare com’è finita per Atene nei 27 anni della guerra del Peloponneso. E soprattutto: la struttura distribuita della drone democracy sposta il peso della guerra dal decisore politico al popolo. I leader diventano accessori. Questo spaventa — perché ridimensiona il peso della delega politica e l’efficacia delle decisioni individuali ai tavoli diplomatici — ma descrive qualcosa che sta già accadendo.

Maga influencer Laura Loomer reverses course on Ukraine after Kyiv visit ↗

Luke Harding — The Guardian — racconta la visita di Laura Loomer a Kiev e il suo clamoroso about-turn sulla guerra: da «non mi importa dell’Ucraina» a sostenitrice di sanzioni contro la Russia, dopo aver vissuto un allarme aereo e intervistato Zelensky nel giardino presidenziale. La notizia è nella meccanica, non nell’opinione. L’ufficio di Zelensky ha deliberatamente invitato e curato la visita di un’influencer con 2 milioni di follower nella sfera MAGA — inaccessibile ai media tradizionali — orchestrando una sequenza di esperienze (la sirena, il McDonald’s bombardato, la cattedrale colpita dai droni russi, l’incontro con il rabbino capo) che producono contenuto «spontaneo» e credibile presso quel pubblico specifico. Trump ha elogiato l’intervista su Truth Social («So good!!!»), il che ha trasformato il pezzo di Loomer in un segnale diplomatico: l’incontro Trump-Zelensky è stato confermato la settimana successiva. Letto insieme al pezzo sui «Russians With Attitude», il caso chiude un dittico: la Russia usa blogger ultranazionalisti anonimi per distribuire narrative pro-Cremlino verso la destra americana; l’Ucraina usa gli stessi canali MAGA per redistribuire narrative pro-Kiev verso lo stesso pubblico. Lo strumento è identico — il controllo riflessivo applicato attraverso l’influencer marketing — i vettori opposti. La differenza è che l’Ucraina lo fa a viso aperto: l’ufficio di Zelensky ha pubblicamente ringraziato Loomer per il coraggio di venire. Anton Gerashchenko, ex consigliere ucraino, lo ha descritto senza ambiguità: «una rottura pubblica con la narrativa russa da parte del movimento MAGA».

The Warrior-Witches of Ukraine’s Resistance ↗

Ken Harbaugh ricostruisce dall’interno la rete di resistenza ucraina nei territori occupati: una struttura che dall’aperto — bandiere, canzoni, girasoli — si è trasformata in intelligence clandestina con handler, agenti sotto copertura e protocolli da manuale. Il cuore del pezzo è operativo: honeytraps, telefoni puliti contrabbandati, manuali CIA sulla guerra fredda che circolano in copie fisiche consumate — i dettagli tecnici su come comunicare sotto occupazione sono tra i più precisi mai pubblicati su una resistenza attiva. La tesi più forte è però sociale: le donne sono la spina dorsale della rete. Sfruttano i pregiudizi degli occupanti — che non immaginano combattenti in una nonna con le borse della spesa davanti alle caserme — e diventano il primo anello della kill chain. L’articolo introduce il termine ucraino vidma, spesso tradotto “strega” ma dalla radice vidate, “conoscere”: le vidma erano sagge, riconoscevano i segreti dell’ambiente, non venivano bruciate per questo. La campagna di droni che alimentano è il motore militare della resistenza. Il pezzo entra nel sito perché aggiunge carne alla serie sulle ombre: la resistenza come pratica del long game, dell’identità tenuta sotto pressione massima, dell’intelligence come forma di sopravvivenza civile.

Our Military Is Built for the Wrong Century ↗

Ross Douthat intervista Christian Brose, presidente di Anduril, per il suo podcast sul NYT. La tesi: l’esercito americano è stato costruito su assunzioni degli anni Novanta — guerre brevi, supremazia tecnologica garantita, nessuna pressione sulla filiera produttiva — e quelle assunzioni sono tutte false. L’Iran, con marina affondata e aviazione distrutta nell’Operation Epic Fury, è ancora in grado di minacciare lo Stretto di Hormuz con droni one-way; l’Ucraina è rimasta in combattimento quattro anni grazie a sistemi economici e riproducibili; la spesa in Tomahawk è triplicata, la produzione è cresciuta del 14-23%. Anduril risponde con un modello VC-funded che combina hardware (jet autonomo CCA, sistema anti-drone Pulsar) e software (Lattice, controllo autonomo sul campo). La parte più rilevante per noi è quella etica: la normativa del Pentagono non proibisce esplicitamente l’automazione della kill chain, e Brose ammette che in conflitti protratti ci si avvicina a sistemi che «vanno finché trovano qualcosa da colpire». Sul rifiuto di Anthropic di lavorare con il Pentagono: «where Anthropic went wrong» — o ti fidi del governo eletto, o esci dal business. È la tesi esattamente opposta a quella di Amodei.

Fareed Zakaria on the Moral Cost of Trump’s War ↗

Ezra Klein intervista Fareed Zakaria al culmine della crisi iraniana: Trump oscilla in poche ore dalla minaccia di annientare una civiltà al cessate il fuoco, fino alla proposta di joint venture con l’Iran sulle tariffe dello Stretto di Hormuz. Zakaria usa il termine dello studioso Stephen Walt — predatory hegemon — per descrivere la trasformazione in atto: l’egemone americano del dopoguerra aveva costruito il proprio primato fornendo beni pubblici globali (libertà di navigazione, ordine commerciale aperto, sicurezza dell’alleanza) in cambio di influenza a lungo termine; Trump inverte esattamente questo calcolo, con l’istinto di un giocatore con fattore di sconto δ vicino a zero — quanto posso estrarne adesso? Il problema è che questa logica è funzionale solo per un attore marginale: applicata all’egemone, distrugge il sistema cooperativo da cui l’egemone stesso trae il beneficio maggiore. L’Iran esce dalla guerra militarmente sconfitto ma strategicamente rafforzato — controllo dello Stretto, nuove entrate, Cina nel Golfo, Russia che incassa l’aumento del petrolio — perché ha imparato che il costo della resistenza era inferiore a quanto dichiarato: il rovescio esatto del meccanismo Tit-for-Tat. Il pezzo entra direttamente nella serie sulle ombre.

Unmasking the anonymous hosts of 'Russians With Attitude,' a pro-war podcast popular with US far right ↗

Linda Hourani — Kyiv Independent, con TUA Research — smaschera con metodologia OSINT i due conduttori di «Russians With Attitude» (RWA), podcast russo-ultranazionalista con 422.000 follower su X e audience prevalentemente americana (27,6%). «Kirill» è Kirill Kamenetsky, attivista di estrema destra vissuto a lungo in Germania; «Nikolay» è Eldar Orlov, blogger di Ekaterinburg: identità ricostruite incrociando account multipli, email collegate, numeri di telefono e database di consegne trapelati. Il caso interessa il sito non per la cronaca in sé ma per l’architettura che rivela: contenuto ideologicamente russo confezionato per un pubblico anglofono di destra, distribuito su piattaforme americane (Patreon, Spotify, Gumroad, Substack), monetizzato con abbonamenti — almeno 6.000 euro al mese da Patreon — e intrecciato con la rete alt-right americana attraverso ospiti come Alexander Dugin, «Bronze Age Pervert» (Costin Alamariu) e la ex militare della Marina USA nota come Donbass Devushka. In parallelo, entrambi i conduttori hanno usato i propri canali Telegram per raccogliere fondi per unità militari russe sanzionate, inclusa Rusich, gruppo paramilitare neo-nazista documentato per esecuzioni di prigionieri di guerra. Patreon ha rimosso il podcast solo dopo l’inchiesta; Substack e Gumroad non avevano risposto al momento della pubblicazione. Il pattern è quello della dottrina Gerasimov applicata dal basso: non agenti statali diretti ma nazionalisti auto-organizzati che il Cremlino progressivamente coopte — critici di Putin per insufficiente aggressività, ma funzionali alla narrativa imperiale quando il regime ne ha bisogno. L’anonimato è parte della strategia operativa: permette di raccogliere fondi per unità sanzionate da territorio tedesco senza esposizione legale immediata, e di costruire credibilità come «voci indipendenti» presso un pubblico americano che diffida dei media tradizionali.

Ukraine’s Dual Struggle: Balancing Democratic Principles and National Defence in a Total War ↗

Il rapporto documenta il rapporto degli ucraini con la democrazia sotto la legge marziale, attraverso interviste e focus group condotti nell’estate del 2025 su un campione che include soldati attivi, ufficiali di reclutamento, civili, sfollati interni e ucraini all’estero. Emergono tre posizioni: chi accetta le restrizioni alla libertà di movimento e di parola come misure necessarie; chi legge nell’accentramento del potere esecutivo una deriva autoritaria, con alcuni che paragonano l’Ucraina alla Russia o alla Corea del Nord; chi vede nell’unità nazionale una nuova forma di espressione democratica. Il dato più scomodo, e il più assente dalla copertura occidentale, è quello sugli uomini civili in età di leva che si nascondono in casa per evitare i TCR (ufficiali di reclutamento), accumulando risentimento verso lo Stato: una frattura silenziosa che rischia di diventare strutturale. La lettura politica rilevante non è quella ovvia — smentire le false pretese di Putin sull’Ucraina ‘nazificata’. È più sottile, e inizia a emergere sottotraccia: il sostegno militare concreto all’autodifesa ucraina non è solo la difesa della democrazia (imperfetta, come lo sono tutte le democrazie post-Patto di Varsavia, e non solo loro) contro la tirannia. È anche la difesa della democrazia dal suo collasso interno. La situazione da evitare non è molto diversa da quella del Libano: pressione esterna prolungata più fallimento istituzionale progressivo produce un vuoto democratico che nessuna fibra morale, per quanto solida, è in grado di colmare. Gli ucraini sono gente tosta. Ma fare dipendere il successo della democrazia ucraina dalla loro tenuta psicologica e morale è un peso ingiusto per loro — e una scommessa rischiosa per chi ucraino non è. Il rapporto si legge in parallelo con il pezzo sulla drone democracy (Gumenyuk, Foreign Affairs, agosto 2026): insieme mostrano la stessa energia civica — distribuita, difficile da spegnere — nelle sue due facce: costruttiva (tecnologia militare bottom-up) e protettiva (proteste contro lo smantellamento degli organi anticorruzione, luglio 2025).