The Economist ha nominato il generale di divisione Alex Turner come prossimo defence editor, al posto di Shashank Joshi (che si trasferisce come bureau chief a Washington). Il dettaglio che conta non è il pedigree militare di Turner — 25 anni di servizio, dalle Irish Guards a ruoli di vertice al Ministero della Difesa — ma la sovrapposizione temporale: Turner è ancora in servizio attivo e assumerà l’incarico solo a settembre 2026. Tra il 2020 e il 2022 ha comandato la 77 Brigade, l’unità dell’esercito britannico per le “attività informative” — un eufemismo che, secondo una richiesta FOI del 2024, ha incluso anche il monitoraggio del dibattito online dei cittadini britannici durante la pandemia. Non è un caso isolato: secondo un report di Action on Armed Violence, quasi il 60% degli ex militari britannici presentati nei media come “esperti indipendenti” ha legami commerciali non dichiarati con l’industria della difesa. I piani — informazione e difesa — si sovrappongono sempre di più, e i contenuti che ne escono sembrano sempre meno innocui.
Ritratto di Luuk van Middelaar — storico dell’integrazione europea, ex speechwriter del primo presidente del Consiglio europeo, oggi direttore del Brussels Institute for Geopolitics (BIG). Jäger ne ricostruisce la traiettoria intellettuale: dalla critica giovanile a Kojève (accusato di aver assassinato la politica con la sua teleologia hegeliana) alla proposta attuale di una ‘politica degli eventi’ che sostituisca la tradizionale ‘politica delle regole’ europea. Van Middelaar è l’equivalente europeo di Elbridge Colby: un teorico del potere che vuole convincere le élite del continente che il momento machiavelliano è arrivato. Il limite che Jäger gli imputa è strutturale: una visione puramente reattiva — mole-whacking delle crisi, riarmo accelerato — non è una strategia geopolitica coerente. Per costruirne una, l’Europa avrebbe bisogno di una teoria del proprio futuro, non solo di una diagnosi del presente. Nota mia: la tensione tra ‘politica degli eventi’ e pensiero strategico di lungo periodo è esattamente il nodo che rende difficile ragionare sull’Europa come attore unitario — e che rende van Middelaar più interessante come sintomo che come soluzione.
Come la corsa agli investimenti in tecnologie dual-use e difesa sta ridisegnando la geopolitica dell’AI: chi finanzia cosa, con quali implicazioni per la competizione globale tra Stati Uniti, Europa e Cina.
15 febbraio 2026
Curated
· Nataliya Gumenyuk / The New York Times
GuerraDifesa
Nataliya Gumenyuk, giornalista ucraina che sta scrivendo un libro sulla guerra dei droni, ha passato l’anno viaggiando fra il fronte e le retrovie. Nei primi giorni dell’invasione sembrava impossibile che il resto del mondo non intervenisse; la lezione dell’ultimo anno, scrive, «nel bene o nel male, è che il mondo non verrà a salvarci», fra un’amministrazione Trump che vuole chiudere in fretta a qualunque condizione e un’Europa occupata a difendere sé stessa. Il paradosso che registra è che, una volta accettato di poter contare solo su sé stessi, l’umore del paese si è fatto meno ansioso, e la guerra ha smesso di essere un’interruzione per diventare la realtà ordinaria. Due operatori di droni vicino a Pokrovsk non riescono a nominare una sola arma americana che usino al fronte; un sergente vegano e poeta racconta che la sua unità non può tenere gatti contro i topi, perché le termocamere russe li vedrebbero. L’ex ministro della Difesa Andriy Zagorodnyuk chiama la strategia ucraina «neutralizzazione strategica»: rendere le offensive russe così costose da non valere la pena, risparmiando vite proprie, che è lo scopo stesso della guerra. Un gruista di Nikopol chiude il pezzo: chiedere quando finirà non ha senso, conta come finirà.