Nel quartiere romano di Giordano la comunità ucraina si riunisce ogni domenica nella chiesa dei santi Sergio e Bacco, e tutto intorno continua la vita della piazza: la guerra sta lì, chiusa nei silenzi, in gusci di noce che permettono di evitarla quanto si vuole. Nel quarto anniversario dell’invasione, che per gli ucraini è il dodicesimo, Giordano registra un cambiamento: più ancora della durata della guerra, è stato il primo anno di Trump, dall’imboscata a Zelensky nello Studio Ovale alla foto con Putin in Alaska, a chiudere l’Ucraina in sé stessa, anche emotivamente verso ovest. Riprende da Gumenyuk la frase sul mondo che non verrà a salvarli e il suo inciso, «nel bene o nel male». C’è l’atleta olimpico a cui il regolamento sulla neutralità vieta un casco con i volti degli sportivi uccisi, fra cui una judoka di nove anni. La lezione che Giordano dice di aver imparato è che talvolta l’aspirazione acritica alla pace favorisce la violenza peggiore, e che il tempo logora soprattutto chi deve continuare a ripetere la verità contro la propaganda. Il giudizio sul dibattito italiano, dove a suo dire si è «infoltita» la schiera di chi agevola la propaganda russa, è una percezione polemica più che una misura, e va letto accanto alla sua intervista di ottobre, dove lo stesso tema torna con qualche sfumatura in più.

WR

Codice attribuito retroattivamente il 23 agosto 2026, all’introduzione della notazione: è una ricostruzione dichiarata, non una registrazione in presa diretta.