Prima intervista estesa di Musk dopo la quotazione di SpaceX, registrata al Gigafactory del Texas con la direttrice del settimanale Zanny Minton Beddoes. Il frame centrale è quello dell’abbondanza: l’AI produrrà ‘an age of amazing abundance where anyone can have anything they can think of’ — una visione che presuppone l’assenza di catastrofi globali ed esclude strutturalmente i costi di transizione. Beddoes interroga Musk su China, Starlink e Ucraina, il ritiro parziale dalla politica (‘got a little too involved’), l’AfD e la presenza di neonazisti nel partito. Su quest’ultimo punto l’intervista si inceppa: la direttrice insiste, Musk non risponde. Quel che emerge — al netto delle questioni su quanto sia recitazione e quanto reale, e di quelle, più difficili, sulla salute psichica — è una figura capace di una straordinaria abilità tecnica nell’hackerare i contesti in cui si muove, trovare leve, portare risultati: SpaceX, Tesla, X sono imprese concrete. Associata a una cecità totale — e, sembra, un disinteresse altrettanto totale — verso qualsiasi big picture che non sia preconfezionata: accelerazionismo, doomsday AI, abbondanza universale. Framework che hanno in comune la struttura del mito tecnico, non dell’analisi. Musk è probabilmente il più grande sponsor vivente degli studi umanistici: nessun professore di filosofia potrebbe dimostrare meglio di lui cosa succede quando l’intelligenza tecnica opera senza comprensione del contesto.
Codice attribuito retroattivamente il 23 agosto 2026, all’introduzione della notazione: è una ricostruzione dichiarata, non una registrazione in presa diretta.