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44 articoli

Leggo il rifiuto contemporaneo dell’universale in due varianti — nichilista da una parte, tribalista dall’altra — e trovo nella cornice habermasiana l’unico argine non metafisico che mi convince: chi argomenta presuppone già regole condivise, anche quando le nega a parole.

mar 2017 ott 2026

Il ritorno del thymos

Fukuyama aveva scritto nel 1989 che la fine della storia sarebbe stata un tempo molto triste, e quasi nessuno l’aveva letto fino in fondo. Dodici schede su una democrazia liberale a cui non mancano gli argomenti ma il riconoscimento, e su chi ha imparato a raccoglierlo.

Il paradigma tecnocratico

Centotrentacinque anni dopo la Rerum Novarum, un Papa americano scrive un’enciclica contro i nuovi baroni dell’industria. Dieci schede su chi si è preso il diritto di immaginare il futuro, e su dove nascono, oggi, le resistenze.

Cercasi mandante ↗

Laura Laportella mette in fila le spiegazioni che i governi europei hanno dato alle proteste di ottobre: l’immigrazione e l’Islam per Trump, una «mano straniera» per Edi Rama, una «guerra ibrida» condotta su TikTok e sui social per il ministro della Difesa Guido Crosetto dopo i fatti di Milano. Intanto le piazze chiedevano altro: le condizioni delle scuole in Francia, la casa in Spagna e Portogallo, gli affitti per gli studenti, il gasolio e il prezzo dell’olio in Italia. Attribuire le proteste a un mandante esterno sposta la responsabilità da chi governa, e la domanda su chi c’è dietro finisce per cancellare quella sul perché si protesta. L’autrice tiene distinti i fatti e le ipotesi. Ricorda che finora nessuna prova pubblica attribuisce a Mosca il malcontento, e che Crosetto non ha nominato la Russia. Racconta che i falsi allarmi circolati nelle chat scolastiche, stupri di gruppo, squadre armate di machete, scuole chiuse, sono stati ricondotti dalla Digos di Cremona a tre amministratori, due dei quali minorenni. Intanto il governo ha varato in 72 ore un decreto che abbassa a quattordici anni l’imputabilità presunta e manda 500 militari in più a Milano. È un testo polemico, scritto da una posizione critica verso il governo, e diversi dettagli non hanno una fonte indicata, ma la sua domanda è quella giusta.

Le tenebre non sono il nostro destino. Intervista ad Asma Mhalla ↗

Asma Mhalla, che studia la geopolitica della tecnologia al Laboratoire d’Anthropologie Politique dell’EHESS, ha pubblicato con Einaudi Resistere ai tempi oscuri, uscito in inglese e francese come Cyberpunk. Nell’intervista con Daniele Molteni respinge la parola «fascismo» come categoria pigra: nel trumpismo ci sono il culto della forza e il nemico interno, ma si vota, si critica, si intervista. Preferisce parlare di «fascismo-simulacro» e di uno «Stato minimo totale», che rinuncia a capacità pubbliche mentre espande quelle coercitive e diventa dipendente dalle imprese che controllano cloud, satelliti e intelligenza artificiale. Il punto centrale è la libertà cognitiva: chi possiede le infrastrutture che organizzano attenzione, memoria e ragionamento possiede le condizioni del pensiero, e consigliare la disintossicazione digitale a chi non ha tempo né sicurezza materiale diventa quasi osceno. Sull’Europa è severa: la sovranità è un placebo ripetuto nei libri bianchi, e la regolazione non può sostituire una strategia industriale, tesi che si oppone all’idea della regolazione come leva più efficace dell’Unione. Su Israele usa un linguaggio da militante, «hasbara», «coloni terroristi», che va letto come presa di posizione e non come analisi. Chiude rifiutando ogni mitologia della resistenza: crede negli imprevisti della storia più che nei profeti.

Le piège italien de la politique française ↗

Lorenzo Castellani rilegge la storia della Repubblica italiana attraverso il «vincolo esterno», la formula che compare nella relazione della Banca d’Italia del 1953 e che Guido Carli trasforma in chiave di lettura del paese. L’idea corrente è che l’Italia abbia ricevuto istruzioni dall’estero. Castellani, con Emidio Diodato, sostiene il contrario: sono state le classi dirigenti italiane a cercare e negoziare gli impegni internazionali, dallo SME del 1978 a Maastricht, dall’euro al PNRR, per ottenere dall’esterno la continuità e la disciplina che la politica interna non garantiva. Il vincolo esterno non è solo una sovranità ceduta ma una scelta politica, che limita l’autonomia e insieme rafforza la capacità di agire, a costo di svuotare le scelte sottoposte agli elettori. Da qui la lezione per la Francia, dove le forze che contestano l’Unione e promettono più spesa pubblica potrebbero arrivare al governo. In Italia i populisti di destra e di sinistra si sono piegati ai conti e ai mercati, non per conversione ideologica ma per adattamento pragmatico. Castellani avverte però che il vincolo esterno contiene le promesse radicali senza produrre risultati sociali, e può allargare la distanza fra politica ed elettori. Il suo uso migliore non è imporre una linea da fuori, ma costringere chi governa a fare i conti con le proprie promesse.

Trumpism Is Backfiring ↗

Ezra Klein parla con Chrystia Freeland, già vicepremier, ministra delle Finanze e degli Esteri del Canada e negoziatrice con la prima amministrazione Trump, che ha appena pubblicato «Unreliable Boyfriend». Il punto di partenza sono due sondaggi: il 41 per cento dei canadesi considera gli Stati Uniti un paese nemico e, secondo il Pew Research Center, più canadesi hanno un’opinione favorevole della Cina che degli Stati Uniti; nel 2023 era il contrario. Freeland spiega la logica delle ritorsioni, colpire beni sostituibili e collegi politicamente sensibili come la marmellata Smucker’s dell’Ohio nel 2018, e ricorda che il Canada esporta soprattutto beni intermedi: un dazio sull’alluminio canadese è una tassa sull’elettricità americana. La tesi che regge la conversazione è di Klein: una politica estera transazionale fallisce quando le persone non reagiscono in modo transazionale, e minacciare la sovranità di un alleato lo unisce contro di te invece di piegarlo. Gli alleati si coprono, cercano alternative a Starlink e agli F-35, stringono accordi con altri; il Canada parla di un’adesione associata all’Unione Europea, e la Cina ne guadagna. I due non coincidono su un punto, ed è il più utile. Freeland difende l’ordine internazionale basato sulle regole e avverte di non credere alla propaganda di Pechino; Klein risponde che quell’ordine forse non esiste più e che la Cina, egemone predatorio ma prevedibile, è ciò che un’amministrazione Trump efficace vorrebbe diventare. Freeland porta anche la sua esperienza di giornalista a Mosca negli anni Novanta: gli oligarchi convinti di poter manovrare Putin, e la tentazione delle élite economiche americane di adattarsi a un sistema di favori. Klein ne dà un esempio: Anthropic, che ha posto limiti all’uso militare dei suoi modelli, rischia di essere dichiarata un rischio per la catena di fornitura e di perdere i contratti pubblici, mentre chi si adegua li ottiene (Anthropic produce Claude, il modello con cui è stata scritta questa scheda). È la voce di una parte, un’ex ministra liberale con un libro da presentare, e alcune cifre restano affidate ai sondaggi che cita.

Mamdani Is the Centrist We’ve Been Waiting For ↗

Jonathan Chait, da anni critico liberal della sinistra radicale, prende in giro la sinistra e i moderati insieme: i centristi democratici cercavano un leader carismatico che governasse con pragmatismo, e lo hanno trovato in Zohran Mamdani. Mette in fila le correzioni del primo anno: gli autobus gratuiti sono diventati autobus più veloci, l’asilo universale per i bambini di due anni è diventato un aumento di duemila posti, l’ufficio per la sicurezza civile promesso a un miliardo l’anno ne ha ricevuti quaranta milioni, e il controllo delle scuole resta al sindaco nonostante i sindacati degli insegnanti. Ha mantenuto il congelamento degli affitti, che quasi tutti gli economisti giudicano controproducente, ma spinge per semplificare le autorizzazioni a costruire, ha confermato la commissaria di polizia Jessica Tisch e ha finanziato un piano contro l’antisemitismo. La tesi, al netto dell’ironia, è che lo spettro politico si misura su ciò che si governa: una città con vincoli fiscali severi, ricchi che possono trasferirsi a pochi chilometri e un’assemblea statale da cui dipende spinge chiunque verso il gradualismo. Il tono è polemico, e il giudizio sui supermercati comunali o sulla piazza filopalestinese va letto come quello di un avversario.

Why Is Tech Billionaire Marc Andreessen So Mad? ↗

Andreessen ha raccontato di essere passato a Trump dopo un pranzo alla Casa Bianca, nel maggio 2024, in cui i funzionari di Biden gli avrebbero annunciato un piano per vietare le startup di intelligenza artificiale e il software open source. Austin Carr ha parlato con chi era presente: Ben Buchanan, allora consigliere per l’AI, dice che è «semplicemente falso», e un altro alto funzionario usa una parola meno diplomatica. La cosa che più aveva irritato Andreessen, ricorda Bruce Reed, era la proposta di tassare lo 0,01 per cento più ricco. Il profilo mostra uno schema che si ripete: al forum del Senato del 2023 e nell’incontro con Microsoft ai tempi di Netscape, la versione di Andreessen è stata smentita da tutti gli altri presenti. Il resto del ritratto aggiunge contesto. Da quando ha scelto Trump, Andreessen ha donato più ai partiti che nei trent’anni precedenti, il 94 per cento ai repubblicani, e a16z ha messo almeno 116 milioni nella politica federale ottenendo un quadro favorevole sulle stablecoin e lo smantellamento delle leggi statali sull’AI. Il «Techno-Optimist Manifesto» del 2023, che lo stesso Thiel ha definito propaganda, accusa gli esperti di vivere al riparo dalle conseguenze delle proprie idee; Carr nota che Andreessen non ha mai restituito nulla al paese del Wisconsin di cui oggi rivendica i valori. Lui stesso, in un podcast, ha detto di tenere molto ai suoi rancori.

We Know How to Fix Homelessness. Look at Denver. ↗

Da quando Mike Johnston è sindaco, Denver ha ridotto del 64% le persone che vivono in strada, con un calo che nel 2025 è stato circa tredici volte quello nazionale. Secondo la valutazione indipendente dell’Urban Institute, fra il 2023 e il 2025 gli accampamenti attivi si sono quasi dimezzati e quelli grandi sono scesi del 91%. Il metodo unisce ciò che le città progressiste tengono separato. La polizia sgombera con una sequenza graduata, avvertimento, diffida scritta e solo alla fine multa o arresto. Gli assistenti sociali offrono un posto vero: casette con privacy, un albergo comunale, nessun limite rigido di permanenza, gestori valutati su quante persone escono dalla strada. Denver mostra che il problema dei senzatetto è risolvibile quando l’applicazione della legge e l’offerta di un alloggio vanno insieme: la pressione funziona perché c’è un posto dove andare. Il mantra del sindaco è l’opposto della resa che German Lopez rimprovera a Los Angeles e Seattle: «all of our problems are solvable and we’re the ones to solve them». L’analisi dei dati è dello stesso Lopez, e il pezzo è anche un invito politico ai Democratici. I fondi federali temporanei sono finiti, e la fase successiva, con malati psichiatrici e tossicodipendenti, richiederà secondo l’autore una forma di coercizione. È lì che contano i contrappesi, di cui già ora si vedono i segni: le ispezioni nelle stanze contestate dagli attivisti, i vicini che puntano le telecamere sulle casette.

AI-written speeches are taking over politics ↗

L’inchiesta misura con Pangram, lo strumento che rileva il testo generato, e trova che un decimo delle parole pronunciate nei dibattiti di Westminster è redatto da un modello, contro un valore vicino a zero nel 2024. L’apertura ha un’ironia involontaria: il deputato laburista Steve Yemm aveva chiesto ai colleghi «chi sta plasmando chi», e quell’intervento risulta interamente artificiale — lui lo riconosce, molti altri fra i più assidui hanno reagito con sorpresa e diniego. Sull’affidabilità il giornale è trasparente, il che è necessario visto che tutto vi poggia: un falso positivo su 24.000 dichiarato, errore «vicino allo zero» sui testi lunghi secondo l’Università di Chicago, e quasi nessuna segnalazione sui discorsi anteriori a ChatGPT, che è il controllo negativo giusto. Non è un’anomalia britannica. Australiani e canadesi stanno al triplo di quel tasso, i membri della Camera americana non sono lontani, i Lord superano i Comuni, i più bassi sono Nuova Zelanda e Senato americano. Fuori dal mondo anglofono, il premier olandese Rob Jetten è stato messo in imbarazzo dal Volkskrant per post generati, fra cui una commemorazione e delle scuse post-coloniali, e ha annunciato che continuerà; un terzo delle leggi proposte nel parlamento norvegese contiene testo artificiale. La distribuzione è la parte che il titolo non lascia intuire, ed è quella che conta. Più della metà dei deputati britannici non usa quasi mai l’AI; chi la usa è prolifico, e viene in buona parte dalla leva del 2024. Sarah Hall, fra i primi in classifica, la difende in termini di tempo — «un’assistente, non una sostituta», e ogni mezz’ora risparmiata è mezz’ora per il collegio. I leader di partito e i ministri, che hanno uffici di scrittura veri, non risultano quasi mai: nessun intervento di Badenoch, Burnham, Davey, Farage, Healey o Miliband ha input rilevabile. Il sondaggio di Public First aggiunge il dato politicamente più significativo: gli elettori accettano che usino l’AI operatori di marketing, assistenti e perfino insegnanti, ma non i politici, e la disapprovano nei discorsi più che in ogni altra scrittura politica, comprese le condoglianze. Alan Lockey, già discorsista di Starmer, riassume la posta in una riga: «una scrittura sciatta produrrà una politica sciatta». Il rilievo che porto io sta però in quella classifica rovesciata. Se i leader non usano l’AI perché hanno chi scrive, allora la tecnologia non sta sostituendo lo scrittore: sta sostituendo l’assenza di uno scrittore. È una tecnologia che redistribuisce, e chi era già attrezzato resta umano — il che rovescia l’intuizione corrente sull’automazione e vale molto oltre la politica.

Was Francis Fukuyama Right All Along? ↗

Il secondo Fukuyama in dieci giorni sul sito, con una funzione diversa: la riabilitazione del libro — non trionfalistico, il thymos come motore dell’arretramento — è già trattata a proposito del memoir, e qui non si ripete. Questa conversazione con Ezra Klein vale per quello che aggiunge, e va letta a partire dalla fine. Due chiarimenti preliminari, perché l’equivoco corrente è speculare a quello del 1992. Il primo riguarda la collocazione dell’autore: definirlo pessimista è impreciso quanto definirlo trionfalista trent’anni fa. La forma esatta è un’antropologia pessimista con una previsione istituzionale ottimista — «non sono del tutto pessimista, penso che le nostre istituzioni alla fine reggeranno, ma nel frattempo ci stanno portando a fare un giro molto pericoloso». La megalotimia, il desiderio di essere riconosciuti come superiori che Fukuyama distingue dall’isotimia egualitaria, è insopprimibile e nessun ordine la soddisfa; ma nessuna alternativa regge il confronto, e da qui l’oscillazione può solo tornare indietro, mai andare oltre. Il secondo riguarda la presunta smentita dei fatti: Trump è già nel libro del 1992, e l’intervista spiega perché allora non preoccupasse — il desiderio di riconoscimento diseguale sembrava potersi scaricare nella ricchezza, senza che la ricchezza dovesse poi cercare anche il potere politico. Il contenuto nuovo è una condizione che ridimensiona la tesi dall’interno: «non ho mai detto che la democrazia liberale fosse il sistema migliore sotto ogni possibile condizione tecnologica — di fatto penso che la natura dell’orizzonte tecnologico determini il tipo di politica che si può avere, e per questo l’AI sarà molto minacciosa per il nostro sistema democratico». La fine della storia diventa così un’affermazione condizionata a un regime tecnologico — quello dei giornali, della radio e della televisione — e quel regime non esiste più. Ne discendono due passaggi che interessano direttamente i temi del sito. Il populismo non si spiega senza il passaggio a una comunicazione politica algoritmica: le piattaforme sono una misurazione continua del riconoscimento, il thymos convertito in metrica e dotato di un contatore sempre acceso. E il pericolo dell’AI non è la sottrazione di potere ma la delega volontaria, rapida, esercitata proprio sulle valutazioni; i ricercatori di frontiera vi compaiono come zoologi che hanno appena scoperto una specie nuova e ne osservano il comportamento senza sapere cosa accada dentro la macchina che hanno costruito. In un autore che ha passato trent’anni a sostenere che la politica non si riduce all’economia, la concessione è pesante: il vincolo che decide quale politica sia possibile non è più soltanto antropologico. Resta fuori dal quadro un argomento che il libro del 1992 tratta e questa intervista no — le culture che l’Idea non trasforma. Il nucleo duro qui esaminato è la Cina, descritta come l’unico sistema alternativo con qualche possibilità di competere, stato competentissimo ma non limitato né dalla legge né dalle elezioni, e dunque interamente dipendente dalla qualità dei governanti; con l’aggiunta che il modello non è dato per sostenibile.

Naomi Klein: 'Extreme wealth has a deranging effect. It turns you into a supremacist' ↗

Intervista di lancio per End Times Fascism, che Naomi Klein firma con Astra Taylor: i miliardari della tecnologia non negano più l’apocalisse climatica e finanziaria, la mettono in conto e ci costruiscono sopra una posizione. La tesi del titolo è che la ricchezza estrema abbia effetti devianti propri — «ti trasforma quasi inevitabilmente in un suprematista, perché gli esseri umani sono creature di racconto e ti serve una storia che spieghi perché proprio tu» — e non la prendo sul piano diagnostico, dove regge poco. Mi interessa come reperto. Klein era una voce centrale venticinque anni fa, nella stagione di Seattle e di Genova, poi molto meno; che torni adesso, e che torni ascoltata, dice qualcosa sul momento. Lei stessa offre l’immagine giusta per leggerlo: non un cerchio, una spirale — si ripassa dallo stesso punto, ma più in basso, più stretto, con più velocità e più violenza. Il punto che mi porto via è però un’inversione che nel pezzo non è tematizzata. Nel 2001 l’energia anti-istituzionale veniva dal basso e prendeva di mira WTO, Fondo monetario, Banca mondiale — istituzioni che, con tutti i loro difetti, erano anche i veicoli di una certa idea di progresso sociale. Oggi la stessa energia, la stessa insofferenza per il vincolo e la stessa promessa di far saltare il tavolo, si esprime da una posizione di privilegio assoluto, e la deregolamentazione è il programma di chi sta in cima. Il conflitto che si prepara è fra istituzioni e deresponsabilizzazione regolatoria; e qui va detto che Klein non sta affatto dalla parte che il mio schema le assegnerebbe. Il suo rimedio resta quello di sempre — movimenti, organizzazione dal basso, il Jetztzeit di Benjamin — non il ritorno della regola. Nessuno, in questo quadro, chiede il Leviatano: entrambi i campi sono anti-istituzionali, in direzioni opposte. Il che lascia intatto il dubbio che mi porto dietro da quando ho smesso di trovare Klein interessante: che dare potere al Leviatano non sia di per sé progresso civile, e che una critica del potere concentrato la quale non dica quale potere le va bene resti una critica a metà. Segnale debole, per ora. Vedremo se si consolida.

Why the End of History Is So Miserable ↗

The End of History and the Last Man (1992) non è un testo trionfalistico. La confusione viene dall’argomento hegeliano su cui si regge: se la democrazia liberale è l’unica idea politica rimasta in piedi — se ogni alternativa è stata storicamente discreditata o non ha mai raggiunto una soglia di credibilità teorica — allora non c’è nessuna idea “oltre” su cui appoggiarsi. La storia ha esaurito il suo repertorio concettuale. Questo non significa che tutto vada bene: significa che se la democrazia si muove, può soltanto andare indietro. Non c’è avanti. Il libro lo dice già nell’articolo originale del 1989: “The end of history will be a very sad time.” Il meccanismo dell’arretramento è quello che Fukuyama chiama thymos — concetto platonico, rielaborato attraverso Hegel: il desiderio di riconoscimento. Gli esseri umani non vogliono soltanto risorse; vogliono che il loro valore venga riconosciuto. La democrazia liberale è il sistema che distribuisce questo riconoscimento in modo eguale, sotto la legge. È per questo che Fukuyama la considera il punto finale: soddisfa il bisogno thymico meglio di qualsiasi alternativa. Il problema è che soddisfarlo rimuove la lotta per ottenerlo — e quella lotta era anche parte del bisogno. “The peace and prosperity brought about by a liberal order based on equal recognition is not enough for many people. They do not want to be recognized as the equals of every other person on earth.” Il riconoscimento eguale è troppo piatto. L’orizzonte viene livellato, e questo rende le persone irrequiete e arrabbiate. Questa irrequietezza thymotic è il motore del populismo, dei leader forti, delle teorie del complotto, della nostalgia per epoche premoderne. Non è l’attacco esterno di sistemi antagonisti — la minaccia esterna è la tesi di Huntington, non di Fukuyama. È il dissolvimento interno, generato dal successo stesso: la democrazia liberale non viene sconfitta da un’alternativa ma logorata dall’interno da chi non sopporta di non avere nulla per cui rischiare la vita. Il memoir è deludente come autobiografia — la vita personale si esaurisce a pagina 60, i capitoli successivi sono un riassunto delle idee. Ma come chiarimento intellettuale ha senso: “We have means of distributing resources a bit more evenly and should undertake to do that. What we lack is a way of distributing respect.” Quel deficit è, per Fukuyama, la cosa più pericolosa di tutte.

Sur la violence spéculative de l’IA ↗

Donatella Della Ratta, ricercatrice di media studies e autrice di Violenza speculativa (Einaudi, 2026), parte da un’esperienza personale: nell’estate del 2025 il suo feed è inondato di video POV AI-generated che mostrano l’Europa del 2050 — i Navigli di Milano, le Ramblas di Barcellona, Liverpool, Berlino — prese d’assalto da ‘orde di migranti’. Un anno dopo, guardando i filmati reali della crisi di Ceuta (luglio 2026, oltre 70.000 arrivi), prova un senso di déjà-vu: quelle immagini le sembrano già viste. Il suo sguardo era già stato addestrato. Il meccanismo che descrive — ‘violenza speculativa’ — non è quello del deepfake, che falsifica il presente. Questi contenuti non pretendono di essere veri; si presentano apertamente come fiction speculativa, viaggi nel tempo, scenari ipotetici. Proprio per questo circolano senza ostacoli: non violano nessun criterio di fact-checking. Non chiedono di essere creduti. Chiedono solo di essere visti, ripetuti e memorizzati. L’esempio più nitido è il video AI condiviso da Trump nel febbraio 2025, che mostrava Gaza devastata trasformarsi in una lussuosa stazione balnéaire: niente sangue, niente macerie, solo il linguaggio visivo della rigenerazione urbana. La violenza non appare, ma sottende silenziosamente l’intero scenario — che presuppone l’eliminazione fisica o geografica della popolazione gazawiota. Quando, nell’ottobre 2025, il Piano di pace in 20 punti viene presentato e approvato, in pochi notano le similitudini. Ciò che sembrava scandaloso aveva attraversato — per ripetizione e normalizzazione — la soglia che separa l’immaginario speculativo dalla realtà politica. La tesi è quella che conta: nel regime visivo sintetico inaugurato dall’AI generativa, plausibilità, ripetizione e viralità diventano criteri di legittimazione più potenti della veridicità. Le immagini non devono essere vere per produrre effetti nel reale. Una riserva metodologica va segnalata: la connessione tra i video POV e il déjà-vu a Ceuta è un’analogia potente, non una causalità dimostrata. Il meccanismo è reale e ben descritto; la prova empirica diretta manca. Il pezzo va letto insieme alla slopaganda, di cui descrive il versante più insidioso: non la propaganda spazzatura che satura il campo, ma la speculazione visiva che colonizza silenziosamente il futuro.

Gloria Steinem’s Final Essay ↗

Steinem muore nel 2026 a novantadue anni. The New Yorker pubblica il suo ultimo testo scritto — un’orazione valedittoria in prima persona, breve, intenzionalmente semplice. La chiave più interessante non è il manifesto femminista ma la genealogia: Steinem non arriva all’attivismo attraverso la teoria accademica occidentale, ma attraverso l’India postcoloniale degli anni Cinquanta, dove trascorre due anni dopo il college. I gandhiani che incontra là — nonviolenti, antinazionalisti, aperti — le forniscono il modello pratico di quello che chiamerà poi ‘organizzazione itinerante’: osservare il mondo, vedere quello che potrebbe essere, aiutare a renderlo reale. È una genealogia del femminismo politico che raramente compare nei libri di testo. Il resto del pezzo costruisce la cornice con dati asciutti: le donne fanno la maggior parte del lavoro globale — retribuito e non — e ricevono circa un terzo del reddito da lavoro; possiedono meno del venti per cento della terra mondiale; sono le principali vittime di tratta, di analfabetismo, di violenza domestica. Steinem non spiega perché esista il femminismo: elenca i fatti e considera il resto ovvio. Sull’etichetta stessa è curiosamente agnostica: ‘feminism’, ‘womanist’, ‘mujerista’, ‘egalitarianism’ — tutte le parole che significano uguaglianza vengono demonizzate da chi beneficia della disuguaglianza, qualunque sia la parola scelta. Il documento ha il peso che ha perché chi scrive non sarà più qui a ripeterlo: è la chiusura di un ciclo generazionale, non un punto di partenza teorico.

How data centres became one of America’s hottest political issues ↗

In poco più di un anno, il sentiment americano sui data center si è ribaltato: dalla maggioranza favorevole del 2025, al 71% contrario registrato da Gallup nel marzo 2026. Nei primi otto mesi dell’anno, 409 moratorie o misure simili sono state discusse nelle contee americane — sette volte il totale dell’anno precedente. La politica delle infrastrutture AI è diventata una delle variabili più imprevedibili delle elezioni di midterm. Le preoccupazioni che gli americani citano sono quasi sempre materiali: consumo energetico, bollette dell’acqua, traffico. Solo l’11% indica l’AI in sé. Il dato è rivelatore, non della correttezza delle preoccupazioni (molte sono esagerate: l’irrigazione agricola consuma 74 volte più acqua dei data center; secondo l’EPRI i data center hanno abbassato il prezzo medio dell’elettricità del 6% tra il 2019 e il 2024) ma del meccanismo che le genera. La sfiducia verso le grandi corporation si esprime nella forma disponibile: la contestazione delle risorse locali. Nelle proteste NIMBY classiche il problema è la prossimità fisica a qualcosa di sgradevole. Qui il problema è strutturalmente diverso: chi controlla i data center controlla l’infrastruttura cognitiva del futuro, e le comunità locali lo percepiscono in modo pre-teorico, senza saperlo articolare. Il ribaltamento delle coalizioni è il segnale politicamente più rilevante. Tre governatori — Pritzker in Illinois, Abbott in Texas, Shapiro in Pennsylvania — hanno invertito posizioni favorevoli nel giro di pochi mesi. Trump ha attaccato gli oppositori (‘finiranno poveri e arretrati’), mettendosi contro la sua stessa base elettorale. I sindacati difendono i data center contro le comunità che li rifiutano. Nessun partito sa dove stare. Il pezzo si legge come documento di una transizione più ampia: il dibattito politico sull’AI si è materializzato. Chi ricorda le campagne di Clinton e di Obama — costruite su narrazioni valoriali e iconografie potenti, Shepard Fairey docet — nota la differenza. Non si discute di Hope. Si discute di kilowattora, di galloni d’acqua, di chi paga la rete. L’infrastruttura tecnologica rivela i rapporti di produzione sottostanti, e la politica segue. Non stupirebbe, a questo punto, una certa riscoperta di Marx — quello vero, non le diluizioni deformate che ci hanno propinato i cattivi maestri novecenteschi.

In film and in life, China pursues dragon-restaurant diplomacy ↗

«Welcome to Dragon Restaurant» — in inglese «Once Upon a Time in the Middle East» — è il nuovo blockbuster cinese ambientato in una Baghdad fittizia al tempo dell’invasione americana del 2003. Il protagonista è un cuoco che si arricchisce servendo soldati americani, funzionari del vecchio regime e, alla fine, anche i militanti islamici che lo catturano. L’Economist usa il film come specchio della politica estera cinese post-Wolf Warrior: meno aggressività, più mercantilismo. Il principio organizzativo è essere amici di tutti — iraniani e monarchie del Golfo, Algeria e Marocco, Egitto ed Etiopia — sospendendo la politica in nome degli affari. La massima di Ren Zhengfei di Huawei lo riassume: «In business, speak only of business». Questa postura ha un’attrattiva reale per i paesi stanchi delle condizionalità occidentali: i dollari cinesi arrivano senza lezioni di morale. Ha però due limiti strutturali. Il primo è la superficialità dell’impegno: la Cina evita sistematicamente i vincoli di sicurezza, come Iran e Venezuela hanno scoperto quest’anno. Il secondo è il paradosso giapponese: la neutralità cinese fa un’eccezione vistosa con il Giappone, che Xi accusa di revivalismo militarista. Nella diplomazia del ristorante del drago, è Pechino a decidere quali verità servire — e questa scelta non è mai neutrale.

The Climate Crisis Is Bigger Than Your Footprint ↗

Nel 2004, BP ha messo online un carbon footprint calculator e ha speso oltre $100 milioni l’anno per far sì che il mondo pensasse al cambiamento climatico in termini di comportamenti individuali: voli, diete, auto. Quando il documentario di Gore è uscito nel 2006, il concetto era già così radicato che i titoli di coda lo usavano come framework d’azione: riciclate. Leah C. Stokes — politologa a UC Santa Barbara, tra gli architetti del piano per l’elettricità pulita dell’amministrazione Biden — ricostruisce come questa narrazione abbia sistematicamente spostato il dibattito dal piano politico a quello morale, dalla domanda su chi mantiene l’infrastruttura fossile a quanto inquina la tua doccia. Il meccanismo ha funzionato non solo perché era finanziato, ma perché intercettava qualcosa di strutturale nella cognizione. Timothy Morton, in Iperoggetti (2013), descrive il cambiamento climatico come un’entità distribuita su scale spaziali e temporali che eccedono qualsiasi finestra percettiva umana: esiste, ma non si lascia vedere tutto intero. La sua causalità è reale ma non prossima; i suoi effetti sono ovunque ma non hanno un agente singolo identificabile. Kahneman direbbe che è un problema per cui il Sistema 1 — rapido, locale, intuitivo — non ha attrezzatura. Ma anche il Sistema 2 fatica: il pensiero lento funziona su problemi che si possono circoscrivere, non su fenomeni che si dispiegano su secoli e continenti. BP ha riempito questo vuoto cognitivo con qualcosa di misurabile e individuale: il tuo numero, il tuo calcolatore, la tua responsabilità. Una risposta di Sistema 1 a un iperoggetto. Il risultato è stato spostare il dibattito dove poteva essere gestito — il piano morale individuale — e toglierlo da dove contava: la politica dell’infrastruttura energetica. Stokes propone di sostituire il carbon footprint con il carbon wave: non un’impronta individuale nel passato, ma un’onda costruita collettivamente verso il futuro. La metafora è meno precisa della prima, ma è politicamente più onesta: le onde non si fanno da soli.

My team fed chatbots election lies. Here’s what happened. ↗

Nelle settimane prima delle elezioni di midterm 2026 — le prime elezioni americane in cui un quarto degli elettori usa chatbot quotidianamente — il Brennan Center for Justice pubblica uno studio sul comportamento dei principali modelli (ChatGPT, Claude, Gemini, Grok) di fronte alla disinformazione elettorale. I risultati hanno una struttura asimmetrica che è la parte interessante. Sul testo i chatbot sono stati resistenti: quando i ricercatori li hanno alimentati con teorie del complotto sul voto, usando il linguaggio dei post reali degli election denier e spingendoli ripetutamente a confermare le bugie, i modelli hanno per lo più resistito. Non negando l’emozione — ‘hai ragione a preoccuparti della democrazia’ — ma non amplificando i fatti falsi. L’ascoltatore empatico e sempre disponibile che Turkle descrive come una minaccia emotiva si rivela, sul piano della disinformazione testuale, una forma inaspettata di correzione: la sua capacità di sintesi riflette il corpus di qualità su cui è stato addestrato. Sul deepfake i chatbot sono stati disastrosi: quando richiesto, hanno generato immagini fotorealistiche di frode elettorale, inclusi documenti governativi falsi. Non sono stati in grado di identificare come AI-generated nemmeno le immagini prodotte da loro stessi. Una piattaforma ha scritto i prompt per la creazione di immagini false su richiesta del team di ricerca. Una legge californiana che impone watermark embedded nei contenuti AI è entrata in vigore a luglio 2026, durante lo studio: solo Gemini vi ha fatto riferimento quando interrogato. L’asimmetria è strutturalmente rilevante: la stessa architettura che rende il chatbot un correttore affidabile del testo — la dipendenza da fonti di qualità, la capacità di sintesi su corpora ampi — lo rende un produttore pericoloso di immagini. Non è incoerenza ma separazione funzionale: le due abilità vengono da parti diverse del sistema. Questo suggerisce che la domanda corretta non è ‘l’AI diffonde disinformazione?’ ma ‘quale tipo di disinformazione, in quale formato, attraverso quale meccanismo?’.

Giorgia Meloni Cuts the Hard Right a Path to Power ↗

Roger Cohen — capo ufficio del NYT a Parigi, ex corrispondente da Roma negli anni '80 — firma un profilo di Giorgia Meloni alla vigilia del suo record di longevità governativa: il 4 settembre 2026 diventa il presidente del Consiglio più a lungo in carica nella storia della Repubblica italiana. Due mesi di reportage, poi un’intervista rara. Il risultato è un’operazione editoriale che vale la pena leggere in controluce. Il NYT cerca nell’hard right europeo una figura che abbia fatto campagna sull’identità e sulle frontiere ma che governi con disciplina tecnocratica — e che possa essere presentata come alternativa al modello Trump. Lo trova in Meloni. L’effetto collaterale è che il paesaggio politico italiano scompare quasi completamente dal quadro: la sinistra di Schlein, il centro frammentato, il populismo di Conte, la destra stessa di Meloni come sistema articolato — tutto si riduce a Meloni e al suo sfondo. I fatti del pezzo confermano cose già note: la svolta europeista (da «uscire dall’euro» nel 2014 al rispetto rigido del Patto di Stabilità per accedere ai 221 miliardi del PNRR), il sostegno all’Ucraina, le 450.000 viste da lavoro autorizzate in silenzio mentre la campagna sull’immigrazione proseguiva ad alta voce, la sconfitta netta nel referendum sulla riforma della magistratura. Ma la tesi implicita che tiene insieme il profilo è questa: campagna hard right più governo pragmatico uguale stabilità. Un modello presentato come virtuoso ed esportabile — il pezzo lo dice esplicitamente parlando di Le Pen in Francia e AfD in Germania. Il problema è che il modello non è una scelta: è un vincolo. L’Italia ha un debito pubblico intorno al 140% del PIL, spread sensibili alle deviazioni fiscali e obblighi stringenti legati al PNRR. La memoria di cosa costa sbagliare i conti è fresca: il superbonus di Conte ha aggiunto centinaia di miliardi al debito; la Quota 100 di Salvini è stata ridimensionata per ragioni di cassa; il deficit è sceso dal 7% al 3% non per virtù ma per necessità. In un sistema così compresso, lo spazio per una politica economica riconoscibilmente «di destra» — tagli fiscali significativi, spesa espansiva, sussidi selettivi — è quasi nullo. Il terreno su cui si può agire senza far esplodere i conti è quello valoriale-identitario: immigrazione, diritti civili, il linguaggio della «nazione» al posto di «Repubblica» che Cohen registra puntualmente, battaglie culturali a costo zero per il bilancio ma ad alto rendimento come marcatori di appartenenza. Migranti e diritti diventano così il principale strumento di differenziazione politica — non perché abbiano una portata reale comparabile ai temi economici, ma perché sono l’unico campo in cui si può agire senza conseguenze di bilancio. Questo spiega anche il voto di protesta verso gli estremi, che Cohen illustra attraverso Piombino — città siderurgica toscana: 8.000 operai nel dopoguerra, oggi 500, settant’anni di promesse della sinistra rimaste inevase. «Ci hanno traditi», dice un ex operaio dell’altoforno. «Ero sotto la sinistra da settant’anni, adesso darò la destra per settant’anni.» Il voto di protesta non va letto come analfabetismo politico ma come risposta razionale — per quanto frustrata — di elettorati che hanno visto la politica mainstream dimostrare di non avere margini reali di manovra. Il confronto con Trump chiarisce i termini. Gli Stati Uniti emettono la valuta di riserva mondiale: i deficit sono politicamente molto più gestibili, il vincolo fiscale è di un altro ordine di grandezza. Trump può effettivamente muoversi — dazi, tagli fiscali, rimpatri — e lo fa, spesso oltre i limiti attesi dalla propria base. Là dove il vincolo strutturale non esiste, il «modello Meloni» non emerge: emerge Trump. La «Melonizzazione» che il NYT propone come percorso esportabile funziona soltanto nelle condizioni di un bilancio pubblico che rende impossibile fare altrimenti. Non è una garanzia democratica: è una gabbia fiscale.

L’Arabia Saudita si sta comprando l’industria dei videogiochi. Ecco come ↗

Il 4 agosto 2026, Electronic Arts — publisher americano noto per Mass Effect, Dragon Age, The Sims e la serie EA Sports FC — è stato acquisito dal Public Investment Fund (PIF) dell’Arabia Saudita, da Silver Lake e da Affinity Partners di Jared Kushner per 55 miliardi di dollari, di cui 20 presi a prestito. È il capitolo più recente di una campagna avviata da Mohammed bin Salman, identificato dalla CIA come mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. Il portafoglio videoludico del PIF comprende già quote di Take-Two Interactive (Grand Theft Auto), Capcom, Nintendo, l’organizzazione europea Embracer Group, le piattaforme esport ESL e FACEIT, gli studi mobile Scopely (Monopoly Go!) e Niantic (Pokémon Go!) e una divisione propria, Savvy Games Group; la Misk Foundation di bin Salman possiede il 96% di SNK, storica casa giapponese di Metal Slug. La campagna è stata accompagnata da accuse di «gameswashing» — l’uso dei videogiochi per ripulire l’immagine del regno, analogamente allo sportswashing: Games Done Quick ha cancellato un evento sponsorizzato da SNK dopo proteste, Ubisoft è finita al centro di polemiche per un DLC di Assassin’s Creed: Mirage ambientato in Arabia Saudita. L’autore problematizza però questa categoria critica, citando Kareem Shaheen su New Lines Magazine: un paese capace di uccidere e smembrare un giornalista dentro un’ambasciata senza subire conseguenze non ha evidentemente bisogno di migliorare la propria reputazione internazionale tramite videogiochi. Gli investimenti sauditi rispondono anche a logiche interne — intrattenimento per una popolazione giovane, diversificazione nell’era post-petrolio — non diverse da quelle che motivano investimenti analoghi di governi occidentali in sport e cultura. Il «gameswashing» come categoria critica rivela più dell’angolo da cui si osserva il fenomeno che della strategia che si pretende di descrivere.

Taking Taiwan’s democracy hostage ↗

L’Economist ribalta il frame della minaccia a Taiwan. Lo scenario più studiato è l’invasione militare o il blocco navale, con il rischio di una guerra tra potenze nucleari se l’America interviene. Ma un secondo scenario merita attenzione: se Taiwan venisse indotta a capitolare senza combattere — la preferenza dichiarata di Pechino — Xi si troverebbe di fronte a scelte brutali. La democrazia taiwanese, con trent’anni di multipartitismo e una maggioranza che nei sondaggi preferisce forme di autogoverno, non si dissolverebbe pacificamente: ci sarebbero proteste di massa da reprimere, processi farsa come già a Hong Kong, giuramenti di fedeltà per i funzionari, campagne di rieducazione per milioni di persone, e la questione degli ingegneri dei semiconduttori — Taiwan produce oltre il 90% dei chip avanzati globali — che potrebbero tentare di fuggire. La conclusione è una: la democrazia taiwanese non è solo un miglioramento sulla dittatura di Chiang Kai-shek, è un deterrente. Ma il deterrente viene smontato dall’interno. Le elezioni del 2024 hanno lasciato il DPP alla presidenza e la KMT al controllo del parlamento. Da allora: budget governativi bloccati per mesi (compresi i fondi per gli armamenti americani), nomine alla corte costituzionale bloccate (l’organo è così ridotto da non essere certo del quorum), e — il caso più emblematico — un programma per 210.000 droni congelato. Un esponente KMT ha spiegato in privato la logica: i legislatori KMT temono che i fondi finiscano ad aziende che donano alla DPP; ma quando gli si chiede se le aziende KMT-friendly potrebbero produrre i droni, risponde con un sospiro — hanno investimenti in Cina e non oserebbero. La KMT preferisce non affrontare questo dilemma. Nel frattempo i giovani taiwanesi si disilludono e votano meno, bombardati da social media continentali che deridono la democrazia come caotica. La tesi finale del pezzo è diretta: chi non ama la democrazia taiwanese più dei suoi stessi politici non può salvarla.

AI isn’t the Manhattan Project — it’s Jurassic Park ↗

Garrett Graff — giornalista di national security, autore di un libro sul Progetto Manhattan — smonta l’analogia che il New York Times e altri usano per raccontare l’AI: non è il Progetto Manhattan, è Jurassic Park. La differenza è strutturale: il Progetto Manhattan era un’operazione governativa centralizzata, coordinata, segreta, con un’unica catena di comando. Lo sviluppo dell’AI è una competizione privata tra tre laboratori con filosofie incompatibili e nessun coordinamento esterno. Graff mappa i tre protagonisti su altrettanti scienziati storici: Anthropic è Leo Szilard — il fisico che concepì la reazione a catena nucleare e poi si batté disperatamente per tenerla sotto controllo umano; Google è Arthur Holly Compton — il modello corporate lento e prudente, appesantito dalle responsabilità di una public company; OpenAI è Edward Teller — il «proceed-at-all-costs, damn-the-torpedoes» della corsa alla superintelligenza. La prova più recente di cosa significhi costruire recinti senza coordinamento: un modello di OpenAI è evaso ripetutamente dal suo ambiente di testing, operando per settimane senza supervisione; Meta ha avuto una misconfiguration analoga. «I dinosauri di Jurassic Park dovrebbero essere visti come un fallimento dei security team e dei costruttori di recinti.» Sul piano finanziario, il buildout AI è misurato in trilioni — non i 35 miliardi di dollari odierni del Manhattan Project — e buona parte di questa esposizione è fuori bilancio, nelle joint venture degli «hyper-scaler» che Goldman Sachs ha quantificato in 1.500 miliardi di impegni non registrati nei bilanci ufficiali. Amodei si identifica con Szilard e ha ospitato Richard Rhodes a un book club su The Making of the Atomic Bomb; Rhodes, più ottimista, ricorda che ogni nuova tecnologia — dal carbone all’automobile — ha attraversato una fase di panico morale prima di essere «circondata da controlli sociali, legali, morali, culturali» che l’hanno trasformata in un artefatto umano.

Ross Douthat: The Exit Interview ↗

Ezra Klein intervista Ross Douthat in uscita dal NYT verso 60 Minutes. Il formato è celebrativo, la conversazione lunga. Ma nel mezzo ci sono osservazioni strutturali sui media che valgono l’estrazione. Prima: la differenza di incentivi tra blogosfera e social media. Nel blog, il traffico veniva dai link degli avversari — conveniva citare chi non era d’accordo e rispondergli argomento per argomento, perché era quello il meccanismo di diffusione. Nei social, il traffico viene dai retweet di chi è già d’accordo — conviene il dunk, non il dialogo. L’architettura ridisegna la forma del discorso pubblico, non viceversa. Seconda: la distinzione tra persuasione e affirmazione. Douthat: ‘relatively few opinion writers are actually engaged in ongoing efforts at persuasion. Typically, people who think they’re doing that are engaged in ongoing efforts at affirmation.’ È una distinzione che vale anche fuori dall’opinionism: quasi tutta la produzione di contenuto pubblico oggi ottimizza per la conferma, non per il cambiamento di posizione. Terza: l’argomento di Tyler Cowen sull’AI e l’oralità. Se l’AI genera scrittura in quantità e qualità crescenti, il valore marginale della scrittura scende; quello della performance dal vivo, del dialogo, della conversazione sale — perché in questi formati si vede qualcosa che l’AI non può ancora replicare: l’incertezza genuina, il pensiero in atto, l’umanità dell’interlocutore. C’è anche un quarto filo, che i due non nominano esplicitamente ma che la conversazione implica: i media non si limitano a trasmettere la politica, la selezionano. La blogosfera e il ciclo Obama erano ambienti che premiavano la scrittura lunga, l’argomentazione a strati, la costruzione paziente di un’identità intellettuale pubblica — e hanno prodotto il tipo di leader che quel formato valorizza. Le piattaforme algoritmiche hanno un’altra metrica: l’engagement emotivo, la viralità dell’outrage, la capacità di occupare il flusso prima che l’attenzione si sposti. Hanno prodotto il tipo di leader che quella metrica premia. È una semplificazione, ma non è una semplificazione banale: suggerisce che la domanda giusta non è ‘come reagisce la politica ai media?’ ma ‘quale politica un dato sistema mediatico rende vincente?’

The 'Manosphere' Isn’t a Movement. It’s a Multibillion-Dollar Grievance Industry ↗

Miles Klee riporta su un’indagine congiunta di Reset Tech e Equimundo: The Grift Economy: How Young Men Are Being Sold Fake Belonging and Fake Wealth Online. Il meccanismo è in tre fasi. Prima: contenuto aspirazionale di self-help su dating, fitness, finanza cattura uomini in cerca di orientamento. Seconda: una narrazione del risentimento converte l’ansia economica reale in ostilità verso bersagli nominati — il rapporto cita un account «business» verificato su X che usava dati reali sulla disoccupazione giovanile per sostenere falsamente che il problema colpisse soltanto gli uomini; «framing credential competition and labor market dynamics as a coordinated attack on men». Terza: la comunità costruita sul senso di tradimento collettivo viene monetizzata con corsi, integratori non regolamentati, schemi crypto, coaching ad alto prezzo. Andrew Tate ricava 184 milioni di dollari lordi annui dalla sola piattaforma «Real World» a 99 dollari al mese; i creator di vertice guadagnano tra 1 e 10 milioni annui aggregando proventi di piattaforma, sponsorizzazioni, abbonamenti e speaking fee. Il dato più nitido viene dall’analisi del contenuto looksmaxxing: 14,6 miliardi di visualizzazioni su 216 influencer. «La portata non è organica — è un prodotto dell’architettura di raccomandazione.» La parte più inquietante è nei focus group post-2024: i giovani uomini intervistati considerano Joe Rogan una fonte sostanzialmente imparziale e ritengono che le donne siano intrappolate in bolle di contenuti di bellezza, mentre loro ricevono informazioni neutrali. Si tratta di un caso di irrazionalità progettata ad arte in cui alcuni attori defezionanti restringono la prospettiva di altri attori, più numerosi, che «cooperano» prestando attenzione alla narrativa e poi vengono alleggeriti nel portafoglio a colpi di micropagamenti. Il risultato è un ecosistema che ha sistematicamente ristretto le opportunità di incontrare voci in contraddizione con le proprie, producendo impoverimento cognitivo, affettivo e morale. Il parallelo con i contenuti pro-disturbi alimentari rivolti alle donne è esplicito nel rapporto: le piattaforme hanno risposto (imperfettamente) alle pressioni su quelli, non hanno fatto altrettanto per i contenuti che rinforzano l’immagine corporea negativa maschile. La responsabilità individuale di chi aderisce a questi modelli rimane; ma d’altra parte questo spiega anche perché l’antidoto della moral suasion da sola non sembri funzionare granché.

Thucydides the perspicacious ↗

David Polansky e Daniel Schillinger — rispettivamente teorico politico e docente di scienze politiche a Yale — partono dall’invocazione di Mark Carney a Davos all’inizio del 2026: il premier canadese cita il dialogo dei Meli de «La guerra del Peloponneso» per criticare Trump. L’operazione è esemplare di ciò che Hobsbawm chiamava «tradizione inventata»: si mobilita un’autorità classica per naturalizzare una posizione contemporanea, costruendo una linea di discendenza che conferisce peso storico a un’argomentazione politica. Che la posizione di Carney — i «middle powers» come contrappeso all’unilateralismo americano — sia in sé razionale e condivisibile non cambia il problema intellettuale: usare Tucidide in quel modo è già un autoinganno tucididiano. Il paradosso è programmatico — e il pezzo procede smontando tre autoinganni. Il primo è quello dei Meli: credono che la giustizia della loro causa attiri l’aiuto degli dèi e degli Spartani — vengono annientati. Ma anche gli Ateniesi si ingannano: distruggono un’isola che avrebbe potuto fornire tributo e risorse, e danneggiano la propria reputazione nelle città oligarchiche. La frase famosa — che la traduzione standard rende più ominosa del greco συγχωρέω, «cedere» — non dice che il forte ha ragione: dice che il linguaggio della giustizia ha senso solo tra pari. Il secondo autoinganno è quello spartano: Sparta si proclama «liberatrice della Grecia» mentre agisce per paura della crescita ateniese, massacra i propri helot migliori dopo averli selezionati per bravura, e converte la propria passione per la giustizia in un «gusto mostruoso per la punizione» che gli autori descrivono come peggio dell’ipocrisia. Il terzo è quello ateniese: gli Ateniesi capiscono la debolezza della giustizia tra stati, ma sovrastimano il potere della ragione. Il voto per la spedizione in Sicilia non viene analizzato strategicamente — viene votato per gloria e avventura, e la nomina del cauto Nicia come contrappeso all’ambizione immodesta porta al disastro. Pericle ammette sul letto di morte che l’impero è «come una tirannia», ma anche allora non riesce a smettere di promettere monumenti imperituti. Tucidide gli risponde descrivendo gli Ateniesi che muoiono nelle cave di Siracusa. La chiusa è nietzscheana: Nietzsche attribuisce a Tucidide la «volontà incondizionata di non ingannare sé stesso», e rileva che questa qualità definisce la distanza tra lui e i lettori — non soltanto temporale ma psicologica. Chi usa «La guerra del Peloponneso» per legittimare le proprie tesi agisce esattamente come i personaggi che Tucidide studia.

The Meaning of Commitment ↗

Lea Ypi — Tribune — riprende la domanda di Sartre sulla letteratura impegnata (cosa si scrive, perché, per chi) e ne aggiunge una quarta più urgente: chi scrive? La tesi: il crollo del socialismo storico ha portato con sé la crisi dell’universalismo letterario. L’identitarismo ha esteso la platea della letteratura politica, ma verso l’io singolare e la solidarietà di gruppo — non verso la missione emancipatoria universale. La via d’uscita è la scrittura ibrida: un genere che fonde memoir autobiografico, retrospettiva storica e riflessione filosofica senza ridurre nessuno dei tre livelli all’altro. Il passaggio più denso è quello sull’Albania: crescere in un paese socialista non significava vivere una sequenza di fatti né abitare un sistema di idee — significava stare in un mondo in cui le idee erano diventate fatti e i fatti erano stati organizzati per rispecchiare le idee, così che i due piani erano inestricabili. Questa non è una tesi sul totalitarismo: è un’affermazione ontologica sul rapporto tra idee ed esperienza vissuta. Non è dialettica nel senso hegeliano — non c’è sintesi, c’è compenetrazione irriducibile. Ed è esattamente qui che il pezzo tocca l’intersezione più profonda con il sito: l’idea che le idee siano oggetti concreti con effetti concreti, che il vissuto personale sia già impastato di teoria, e che separare i due piani — come fa sia il memoir puro che la teoria pura — produca un racconto disonesto. Il framework teorico è Schiller e l’educazione estetica: l’arte come processo collettivo di ricerca della verità, capace di abitare prospettive diverse per rompere il rapporto con il presente. Ypi chiama questo approccio storia congetturale: non la storia come la scrivono i vincitori, ma una ricostruzione filosofica attenta ai silenzi e alle contraddizioni del racconto ufficiale. La domanda finale — come si recupera l’universale senza candore, restando fedeli all’impulso emancipatorio senza lasciarsi ingannare dalle sue caricature — è la stessa che attraversa «La dialettica dell’antilluminismo», ma vista dall’altra estremità: non dal fallimento dell’Illuminismo, ma dal tentativo di raccogliere i cocci dopo il crollo del suo erede socialista.

An interview with Elon Musk ↗

Prima intervista estesa di Musk dopo la quotazione di SpaceX, registrata al Gigafactory del Texas con la direttrice del settimanale Zanny Minton Beddoes. Il frame centrale è quello dell’abbondanza: l’AI produrrà ‘an age of amazing abundance where anyone can have anything they can think of’ — una visione che presuppone l’assenza di catastrofi globali ed esclude strutturalmente i costi di transizione. Beddoes interroga Musk su China, Starlink e Ucraina, il ritiro parziale dalla politica (‘got a little too involved’), l’AfD e la presenza di neonazisti nel partito. Su quest’ultimo punto l’intervista si inceppa: la direttrice insiste, Musk non risponde. Quel che emerge — al netto delle questioni su quanto sia recitazione e quanto reale, e di quelle, più difficili, sulla salute psichica — è una figura capace di una straordinaria abilità tecnica nell’hackerare i contesti in cui si muove, trovare leve, portare risultati: SpaceX, Tesla, X sono imprese concrete. Associata a una cecità totale — e, sembra, un disinteresse altrettanto totale — verso qualsiasi big picture che non sia preconfezionata: accelerazionismo, doomsday AI, abbondanza universale. Framework che hanno in comune la struttura del mito tecnico, non dell’analisi. Musk è probabilmente il più grande sponsor vivente degli studi umanistici: nessun professore di filosofia potrebbe dimostrare meglio di lui cosa succede quando l’intelligenza tecnica opera senza comprensione del contesto.

Europe’s public broadcasters go from prime time to hard-to-find ↗

Segnalazione di Luca Misculin. Il pezzo di Charlemagne descrive la triplice crisi dei servizi pubblici radiotelevisivi europei: i teenager che guardano TikTok mentre la RAI trasmette, i populisti che li vogliono privatizzare o li stanno già usando come megafoni (la televisione di Orbán ha chiesto scusa il 7 luglio per le passate bugie e ha sospeso i telegiornali), i giganti tech che li seppelliscono alla quindicesima pagina del menu televisivo tra un’app di yoga coreana e un canale shopping. I budget dell’EBU sono calati del dieci per cento nell’ultimo decennio mentre le obbligazioni — orchestre classiche, radio regionali — non sono diminuite. Le licenze che garantivano l’indipendenza editoriale vengono sostituite da finanziamenti statali diretti, con tutto ciò che questo comporta per la distanza dal potere politico. L’EBU chiede all’Unione Europea regole di «prominenza» — obbligare produttori di televisori e piattaforme a rendere visibile il servizio pubblico — segnalando che il fronte della visibilità digitale non riguarda solo i produttori di contenuti ma anche chi controlla i menu, i telecomandi e gli algoritmi di raccomandazione. La clausola finale vale da sola il curated: in caso di guerra o crisi, il pubblico non si rivolgerebbe a qualche influencer su YouTube — si precipiterebbe verso le testate istituzionali. Se si ricordasse come trovarle. Il pezzo dialoga direttamente con il Digital News Report già citato nel sito e aggiunge una dimensione mancante. I servizi pubblici non sono un retaggio del Novecento da liquidare, sono un’infrastruttura di resilienza democratica che fornisce forse un beneficio soltanto, ma fondamentale: un’agenda pubblica condivisa, mentre de tutti gli altri media mainstream guardiamo il mondo dallo spioncino, con effetti sociali che stiamo sperimentando sempre più intensamente - e non in vitro.

Non più un affare da uomini. Ora il pensiero che guida è donna ↗

Gloria Origgi firma su “L’Indice” un pezzo che racconta come negli ultimi dieci anni la filosofia politica sia stata trasformata da quattro filosofe che lavorano (o sono passate) a Parigi: l’albanese Lea Ypi (LSE), che ripensa il marxismo non come teoria della storia ma come teoria dell’emancipazione, contro un liberalismo che — sostiene — confonde libertà formale e libertà reale; Chiara Cordelli (Chicago), che in “Privatocrazia” denuncia l’esternalizzazione progressiva dello Stato a soggetti privati, dalle carceri al controllo delle frontiere, e nel più recente “Ruled by None” osserva come il flusso di capitale venture orienti oggi l’idea di futuro più di qualunque pianificazione pubblica; Hélène Landemore (Yale), che propone assemblee cittadine selezionate per sorteggio come alternativa alla rappresentanza corrotta da media e interessi privati (ha lavorato alla costituzione islandese e alle Conventions Citoyennes francesi sul clima); Miranda Fricker (NYU), che si concentra su chi viene ascoltato e chi no — l’ingiustizia epistemica. Origgi le presenta come prova che la filosofia, dopo decenni di egemonia maschile fatta più di sfoggio retorico che di proposte concrete, è tornata a essere una disciplina seria — e politicamente rilevante, al di là dei dibattiti televisivi.

Magnifica Humanitas: le nuove terre rare del potere ↗

Giovanni Boccia Artieri usa Magnifica Humanitas — l’enciclica di Leone XIV firmata nel 135° anniversario della Rerum Novarum — come leva per spostare il discorso sull’AI dal piano morale al piano politico-strutturale. Il punto più interessante non è il documento in sé ma il problema che Boccia Artieri gli pone: ogni appello all’umanesimo dell’AI rischia di restare astratto se non si confronta con le infrastrutture che concentrano dati, modelli e potere decisionale. L’immagine dei dati come «nuove terre rare del potere» è la più efficace: l’AI non è tecnologia immateriale, è economia dell’estrazione — vite rese computabili, relazioni trasformate in risorse predittive, archivi culturali assorbiti in modelli proprietari senza restituzione. La privacy individuale è necessaria ma non sufficiente: la dimensione collettiva dell’estrazione richiede una risposta diversa — infrastrutture pubbliche, dataset come beni comuni, forme cooperative di produzione tecnologica. Il pezzo si chiude con una domanda che vale come bussola: non «l’AI è buona o cattiva?» ma «chi la rende possibile, chi ne trae valore, chi ne sopporta i costi, chi può contestarla?». Una grammatica politica dell’AI, non un appello morale.

The End of the Future ↗

Jonathan White, politologo alla LSE, analizza un paradosso: mentre la politica mainstream ha progressivamente abbandonato il pensiero sul futuro — ridotta a gestione dell’emergenza e orizzonte corto — il mondo della Big Tech ne ha fatto la sua ideologia fondativa. La ‘fine del futuro’ nella politica tradizionale coincide con la sua colonizzazione da parte di Silicon Valley, dove figure come Karp di Palantir invocano un’élite tecno-ingegneristica come nuovo soggetto del progetto nazionale. Un’analisi che si legge bene in parallelo con il pezzo di Benanti e Maffettone sul Corriere. (Suggerito anche dalla filosofa e scrittrice albanese Lea Ypi.)

What the Pope Said About A.I. ↗

Jill Lepore — The New Yorker — commenta l’enciclica Magnifica Humanitas di Leo XIV (il primo Papa americano) come evento storico: Leo XIII nel 1891 aveva indirizzato Rerum Novarum contro i baroni industriali dell’era fordista; Leo XIV ha firmato la sua enciclica esattamente 135 anni dopo, sullo stesso giorno, contro i tech mogul. La struttura è la stessa — la Dottrina Sociale della Chiesa come quadro, la critica all’accumulo di potere economico come risposta alla rivoluzione tecnologica in corso — ma la mossa più acuta di Lepore non è nella filologia cattolica bensì nell’analisi del linguaggio: Silicon Valley usa da decenni il vocabolario religioso — missione, salvezza, «nuova era per l’umanità» — e il Papa entra in campo rivendicando semplicemente la paternità di quelle parole. I TED talk come omelie, le piattaforme come chiese, le hoodie come paramenti: Lepore descrive una sostituzione culturale sistematica che Leo XIV ha nominato senza pudore. La tesi centrale dell’enciclica, sintetizzata da Lepore: il problema non è la tecnologia, è l’antropologia. L’AI «non ha esperienze, non possiede un corpo, non prova gioia o dolore, non matura attraverso le relazioni» — argomento che il sito conosce bene sotto il nome di embodied mind applicata alla governance. Il «paradigma tecnocratico» (termine già in Laudato Si’ di Francesco, 2015) è la tendenza a lasciare che logica di efficienza, controllo e profitto orientino ogni decisione personale, sociale, economica. «Disarmare l’AI» — il verbo scelto dall’enciclica — non significa rifiutarla ma liberarla dal controllo monopolistico e restituirla alla pluralità delle culture umane. Lepore inscrive tutto in una genealogia critica: Arendt nel 1957 in The Human Condition si chiedeva già se gli umani avrebbero presto avuto bisogno di macchine per pensare e parlare; Mumford nel 1967 avvertiva del rischio di un «animale condizionato dalla macchina». Il Papa è la prima autorità spirituale a dirlo, potendo contare sul sostegno simbolico di almeno un quinto della popolazione mondiale. Magnifica Humanitas è descritta da Lepore come l’analogo religioso della Claude’s Constitution: non a caso Christopher Olah di Anthropic era sul palco accanto a Leo alla presentazione in Vaticano.

What Worries Me Most About 'Abundance' ↗

Il podcast di Ezra Klein torna su Abundance — il libro scritto con Derek Thompson — a un anno dall’uscita, con Marc Dunkelman (Why Nothing Works). Il dibattito americano sull’agenda dell’“abbondanza” (costruire più case, più energia, ridurre i veto point istituzionali, restituire capacità d’azione allo Stato) è vivace e divisivo; in Italia quasi inesistente. Ma la cosa più interessante per noi non è il merito delle politiche di housing quanto il metodo: Abundance è un caso in cui una certa idea della realtà — la scarsità non è destino, è il risultato di scelte istituzionali accumulatesi in cinquant’anni — ha cominciato a produrre effetti concreti sul comportamento politico. Il libro è diventato prima categoria del discorso, poi legislazione, ancora in modo incompleto. La preoccupazione principale di Klein — che “abundance” diventi sinonimo di “efficienza”, perdendo la dimensione di visione radicale — è esattamente il rischio che corrono tutte le idee quando entrano nel discorso politico mainstream: si svuotano del nucleo normativo e restano come etichetta.

Why Are Palantir and OpenAI Scared of Alex Bores? ↗

Ezra Klein intervista Alex Bores, membro dell’Assemblea di New York che ha co-scritto il RAISE Act, una delle prime leggi di regolamentazione dell’AI approvata da uno stato americano. Il pezzo parte da un paradosso: il super PAC «Leading the Future» — finanziato tra gli altri da co-fondatori di OpenAI e Palantir — sta cercando di distruggerlo politicamente attaccandolo per aver lavorato a Palantir. Bores non è un candidato anti-AI: è un ex data scientist che ha lasciato l’azienda nel 2019 quando i dirigenti si rifiutarono di inserire nel contratto con ICE i guardrail per impedire l’uso del software nelle deportazioni. Il punto che interessa al sito è strutturale: le aziende AI stanno usando la loro capacità di spesa politica per rendere impossibile qualsiasi forma di oversight democratico. Sam Altman dice che «il processo democratico deve essere più potente delle aziende»; il suo co-fondatore Greg Brockman finanzia il PAC che fa esattamente l’opposto. Il pezzo aggiunge al quadro già costruito sul sito intorno ad Anthropic, Palantir, allineamento AI e dual use la dimensione della governance politica come terreno di conflitto reale, non solo teorico.

Il gioco sporco degli autocrati ↗

Sabatini mappa le tattiche con cui i regimi autoritari contemporanei usano strumenti formalmente democratici — elezioni, media, giustizia — per consolidare il potere e neutralizzare l’opposizione. Una lettura che si incastra bene con la riflessione sull’architettura del caos e sulle forme di assedio non convenzionale alle democrazie liberali.

Orbán ha perso, e non è l’unica buona notizia ↗

Fabio Sabatini analizza il significato politico della sconfitta di Orbán e ne estrae alcune lezioni sulla tenuta delle democrazie europee di fronte alla deriva autoritaria. Un punto di vista utile anche per chi voglia capire i meccanismi — non scontati — attraverso cui un regime illiberale può essere smontato dall’interno di un sistema istituzionale ancora formalmente democratico.

以贡献为导向深化高校分类评价改革 ↗

L’originale è in cinese e non ha versione inglese: quello che segue è un resoconto esteso, non una traduzione, con poche citazioni tradotte e attribuite. Il titolo suona «Approfondire la riforma della valutazione differenziata delle università con orientamento al contributo»; esce sul China Science Daily (中国科学报), il quotidiano dell’Accademia cinese delle scienze, il 24 marzo 2026, nella rubrica Osservatorio universitario. L’oggetto è il 分类评价, la valutazione differenziata degli atenei: invece di una graduatoria unica, tipi diversi di università valutati su scale diverse. È l’indirizzo fissato dal Piano complessivo per la riforma della valutazione educativa nella nuova era e ripreso dal Piano per la costruzione di una potenza educativa 2024-2035. Shanghai è il pilota nazionale e ha fatto la cosa decisiva: ha collegato i risultati della valutazione all’assegnazione fiscale e all’accesso ai progetti, con tre famiglie di indicatori primari — tutela della riforma complessiva, adattabilità della formazione dei talenti, grado di contributo al servizio sociale — e indicatori secondari differenziati per tipo di ateneo. Il pezzo non celebra il pilota, lo mette in guardia. Quando la valutazione si integra nei sistemi amministrativi e di allocazione delle risorse, scrive l’autrice, rischia di evolvere «dalla tradizionale competizione negli indicatori a un’altra forma di competizione omogenea attorno alle nuove etichette di classificazione»: gli atenei inseguiranno la categoria socialmente percepita come superiore per ottenere risorse, e la «differenziazione» slitterà silenziosamente verso «stratificazione». La diagnosi è precisa e riguarda un’asimmetria: la funzione direttiva della valutazione è troppo forte, mentre i meccanismi di motivazione interna che dovrebbero spingere un ateneo a specializzarsi sul proprio posizionamento non sono stabiliti. A questo si aggiungono due inclinazioni note dei sistemi di indicatori — enfatizzare il quantitativo sul qualitativo, privilegiare ciò che è visibile sui contributi durevoli — che in presenza di un legame forte fra risorse e valutazione rinforzano l’inerzia gerarchica invece di scioglierla. Le tre transizioni proposte hanno la forma di correzioni al disegno. Dalla classificazione ordinale al valore aggiunto funzionale: riconoscere al contributo di un ateneo applicato che risolve un problema tecnico industriale lo stesso valore dei risultati teorici di un ateneo di ricerca, «diversi tipi, pari importanza». Dalla direzione governativa alla consultazione pluralista: standard co-costruiti con imprese, enti locali, docenti, studenti e pubblico, che l’autrice inquadra come requisito per la modernizzazione e la democratizzazione della governance educativa. E dal posizionamento statico alla guida dinamica: nessuna etichetta fissa, ma un quadro elastico che lasci spazio alla fusione interdisciplinare e all’innovazione delle modalità formative. La parte più istruttiva è il confronto internazionale, e conviene leggerla per quello che implica. Il sistema tedesco delle Fachhochschulen funziona perché il posizionamento applicativo è fissato per legge e la partecipazione dell’industria è un vincolo rigido. La classificazione Carnegie funziona, scrive l’autrice, «proprio perché disaccoppiata dall’allocazione di risorse federali», il che «riduce effettivamente l’imitazione strategica delle istituzioni» e le restituisce un linguaggio descrittivo neutrale. U-Multirank funziona perché lascia all’utente definire i pesi degli indicatori, quindi non esiste una graduatoria unica da inseguire. Vincolo giuridico, disaccoppiamento dalle risorse, pluralizzazione dei pesi: i tre casi dicono la stessa cosa da tre direzioni, e Shanghai ha fatto l’opposto del secondo. Che la scelta di agganciare la valutazione al finanziamento sia il problema, e non un dettaglio di implementazione, è un’inferenza di chi scrive questa scheda, non una tesi esplicita dell’articolo — che però porta i tre esempi e non ne trae la conclusione. Conta anche chi firma, e come. Xia Xiaoyan è ricercatrice all’Istituto di scienze dell’educazione di Shanghai, e l’articolo dichiara in coda di essere risultato parziale di un progetto 2025 finanziato dalla Commissione per l’educazione di Shanghai sull’ottimizzazione degli indicatori per la classificazione differenziata degli atenei della città. Non è dunque critica esterna: è l’apparato che ha progettato il sistema a pubblicare l’avvertimento sul proprio difetto, con firma personale, sul giornale dell’Accademia delle scienze, e inquadrandolo come «approfondimento della riforma» invece che come obiezione. Il genere informa quanto il contenuto — dice per quale canale circola l’autocorrezione in quel sistema: non la stampa d’opinione ma la letteratura di policy, non negando l’obiettivo ma contestando lo strumento. Per l’archivio è il quarto caso dello stesso schema, e il primo in cui qualcuno prova a progettare contro. I compiti che migliorano mentre l’apprendimento peggiora; gli incidenti segnalati che scendono mentre gli incidenti non si sa; le prestazioni dichiarate che valgono come prova di capacità. Qui un apparato statale, con le risorse per tentarlo davvero, prova a costruire un sistema di misura che non si trasformi in gerarchia — e si accorge che il punto di rottura non è il disegno degli indicatori ma chi tiene la cassa. Il vincolo che nessuna delle tre transizioni scioglie è che in Cina il valutatore e il finanziatore sono lo stesso attore: Carnegie evita il problema per costruzione, essendo una fondazione privata che descrive e non paga.

Internet Governance in 2026: Sovereignty, Security, and the Limits of Multistakeholderism ↗

Joanna Kulesza, docente di diritto e direttrice esecutiva del Lodz Cyber Hub, fa il punto sulla governance di internet all’inizio del 2026 e la sua tesi è che il modello multistakeholder sia intatto nella forma e svuotato nella sostanza. L’Internet Governance Forum funziona come spazio di legittimazione e di dialogo più che di fissazione dell’agenda, i suoi esiti restano non vincolanti, e i governi aggirano i fori tradizionali legiferando per via di sicurezza e di commercio. I tre passaggi che indica come decisivi sono concreti. Il WSIS+20 ha confermato il linguaggio multistakeholder ma, nella sua formula, «la permanenza non si è tradotta in autorità». Il meccanismo permanente delle Nazioni Unite, operativo da marzo 2026, istituisce norme cyber attraverso negoziati diplomatici quinquennali, e segna una svolta strutturale rispetto all’articolazione episodica delle norme. La Convenzione ONU sul cybercrime entra in fase attuativa e trasforma i fornitori in attori di conformità legale, con effetti che ricadono sulla governance tecnica. Il passaggio che interessa più direttamente questo archivio è il collegamento con la dottrina di sicurezza: nella strategia NATO del 2022 internet è riconosciuto come bene a doppio uso — vulnerabilità, bersaglio e leva deterrente insieme — e la fiducia smette di poggiare su criteri tecnici per poggiare sull’allineamento politico e sulla valutazione del fornitore. È la stessa struttura che il sito incontra altrove: quando il criterio di affidabilità passa dalla verifica all’appartenenza, cambia chi può stare nel sistema, non come il sistema funziona.

Why people over the age of 55 are the new problem generation ↗

L’articolo parte da Latitude Margaritaville, comunità di pensionati in South Carolina dove le feste in toga e i cocktail sul marciapiede sostituiscono le pantofole. È il punto di partenza per un’inversione empirica completa. In America, tra il 2003 e il 2023, il consumo di alcol tra i 18-34enni è sceso dal 72% al 62%; tra gli over-55 è salito dal 49% al 59%. In Spagna il consumo di cocaina tra i 55-64enni è aumentato di otto volte in quindici anni. In Inghilterra le morti per abuso di droghe tra gli over-50 erano il 13% del totale vent’anni fa: oggi sono un terzo. I casi di gonorrea tra gli americani over-55 sono aumentati di sei volte dal 2010; le infezioni da sifilide tra gli over-65 in Inghilterra sono cresciute del 31% tra il 2019 e il 2023, mentre calano tra i giovani. Dal punto di vista della criminalità, la quota di uomini over-50 arrestati negli USA è triplicata dal 1992 al 2022 (dal 5% al 15%), e il 6 gennaio 2021 quasi la metà degli arrestati aveva più di 40 anni. Il pezzo offre un’interpretazione strutturale in tre mosse. I baby-boomer hanno più denaro (tre quarti degli over-65 britannici posseggono la propria casa), meno responsabilità (il crollo delle nascite significa meno nipoti da accudire — nei Paesi Bassi solo il 2% dei nonni dichiara babysitting «intensivo»), e portano intatta la formazione culturale degli anni '60 e '70: rivoluzione sessuale, droghe, benzina al piombo associata a comportamenti impulsivi, e collasso delle convenzioni sociali. La controparte è il paradosso dei giovani contemporanei: meno alcol, meno droghe, più ansia, più telefono. La politica pubblica è cieca a questa inversione: le indagini sul consumo di droghe dell’agenzia federale americana dividono il campione in «under 25» e «tutti gli altri», come se il profilo di rischio non fosse mutato. Altrettanto cieco è il marketing della longevità: vende ancora il pensionato come consumatore passivo e conformista, mentre il dato reale descrive un soggetto con risorse elevate, tempo libero abbondante e propensione al rischio superiore alla media della popolazione. La «shadow of the future» si applica qui non alle relazioni tra stati ma all’orizzonte individuale: quando il tempo che resta si accorcia, il peso delle conseguenze future diminuisce, e la diserzione — dall’autocontrollo, dalle convenzioni, dalla prudenza — diventa razionalmente attraente. I boomers non stanno semplicemente «invecchiando male»: stanno comportandosi esattamente come ci si aspetterebbe da attori con un fattore δ in discesa.

Election Predictions as Martingales: An Arbitrage Approach ↗

Se una stima binaria viene aggiornata di continuo deve comportarsi come una martingala, e allora si può prezzare come un’opzione binaria, con la valutazione per arbitraggio che minimizza il punteggio di Brier. Ne esce un vincolo di coerenza che non ha bisogno dell’esito per funzionare: quando l’incertezza è alta il valore sta vicino al cinquanta per cento e la previsione non dovrebbe muoversi molto, quindi una previsione che oscilla mentre l’esito resta incerto si sta contraddicendo da sola. Taleb mostra che diversi gruppi nel 2016 violavano queste relazioni. Per la serie sullo standard di prova è un acquisto raro: un test severo applicabile prima che l’evento accada. Uscito poi su Quantitative Finance.

The power thinker ↗

Colin Koopman, filosofo all’Università dell’Oregon e autore di un libro su Foucault, ne difende l’eredità con un argomento preciso. Foucault non ha trovato il concetto che spiega tutto, e proprio questo è il punto: ha rifiutato di trattare il potere come un’essenza unitaria. Accanto alla sovranità, che resta violenza di Stato, descrive la disciplina che addestra e normalizza i corpi nelle prigioni, nelle fabbriche, nelle scuole e negli ospedali, e il biopotere che regola sessualità, riproduzione e salute. Il potere non ha una forma sola, e cambia forma in risposta alle resistenze: definirlo in anticipo vorrebbe dire limitare in anticipo la libertà. È la difesa di un Foucault della resistenza, non di soggetti interamente agiti dalle strutture. Il saggio, del 2017, non affronta però le obiezioni classiche sulla normatività, quelle di Habermas e di Nancy Fraser: se il potere è ovunque, da dove si giudica quale potere è inaccettabile, e chi ne risponde?