Italia & istituzioni

Argomento

Politica

28 articoli

Leggo il rifiuto contemporaneo dell’universale in due varianti — nichilista da una parte, tribalista dall’altra — e trovo nella cornice habermasiana l’unico argine non metafisico che mi convince: chi argomenta presuppone già regole condivise, anche quando le nega a parole.

gen 2025 set 2026

Why the End of History Is So Miserable ↗

The End of History and the Last Man (1992) non è un testo trionfalistico. La confusione viene dall’argomento hegeliano su cui si regge: se la democrazia liberale è l’unica idea politica rimasta in piedi — se ogni alternativa è stata storicamente discreditata o non ha mai raggiunto una soglia di credibilità teorica — allora non c’è nessuna idea “oltre” su cui appoggiarsi. La storia ha esaurito il suo repertorio concettuale. Questo non significa che tutto vada bene: significa che se la democrazia si muove, può soltanto andare indietro. Non c’è avanti. Il libro lo dice già nell’articolo originale del 1989: “The end of history will be a very sad time.” Il meccanismo dell’arretramento è quello che Fukuyama chiama thymos — concetto platonico, rielaborato attraverso Hegel: il desiderio di riconoscimento. Gli esseri umani non vogliono soltanto risorse; vogliono che il loro valore venga riconosciuto. La democrazia liberale è il sistema che distribuisce questo riconoscimento in modo eguale, sotto la legge. È per questo che Fukuyama la considera il punto finale: soddisfa il bisogno thymico meglio di qualsiasi alternativa. Il problema è che soddisfarlo rimuove la lotta per ottenerlo — e quella lotta era anche parte del bisogno. “The peace and prosperity brought about by a liberal order based on equal recognition is not enough for many people. They do not want to be recognized as the equals of every other person on earth.” Il riconoscimento eguale è troppo piatto. L’orizzonte viene livellato, e questo rende le persone irrequiete e arrabbiate. Questa irrequietezza thymotic è il motore del populismo, dei leader forti, delle teorie del complotto, della nostalgia per epoche premoderne. Non è l’attacco esterno di sistemi antagonisti — la minaccia esterna è la tesi di Huntington, non di Fukuyama. È il dissolvimento interno, generato dal successo stesso: la democrazia liberale non viene sconfitta da un’alternativa ma logorata dall’interno da chi non sopporta di non avere nulla per cui rischiare la vita. Il memoir è deludente come autobiografia — la vita personale si esaurisce a pagina 60, i capitoli successivi sono un riassunto delle idee. Ma come chiarimento intellettuale ha senso: “We have means of distributing resources a bit more evenly and should undertake to do that. What we lack is a way of distributing respect.” Quel deficit è, per Fukuyama, la cosa più pericolosa di tutte.

Sur la violence spéculative de l’IA ↗

Donatella Della Ratta, ricercatrice di media studies e autrice di Violenza speculativa (Einaudi, 2026), parte da un’esperienza personale: nell’estate del 2025 il suo feed è inondato di video POV AI-generated che mostrano l’Europa del 2050 — i Navigli di Milano, le Ramblas di Barcellona, Liverpool, Berlino — prese d’assalto da ‘orde di migranti’. Un anno dopo, guardando i filmati reali della crisi di Ceuta (luglio 2026, oltre 70.000 arrivi), prova un senso di déjà-vu: quelle immagini le sembrano già viste. Il suo sguardo era già stato addestrato. Il meccanismo che descrive — ‘violenza speculativa’ — non è quello del deepfake, che falsifica il presente. Questi contenuti non pretendono di essere veri; si presentano apertamente come fiction speculativa, viaggi nel tempo, scenari ipotetici. Proprio per questo circolano senza ostacoli: non violano nessun criterio di fact-checking. Non chiedono di essere creduti. Chiedono solo di essere visti, ripetuti e memorizzati. L’esempio più nitido è il video AI condiviso da Trump nel febbraio 2025, che mostrava Gaza devastata trasformarsi in una lussuosa stazione balnéaire: niente sangue, niente macerie, solo il linguaggio visivo della rigenerazione urbana. La violenza non appare, ma sottende silenziosamente l’intero scenario — che presuppone l’eliminazione fisica o geografica della popolazione gazawiota. Quando, nell’ottobre 2025, il Piano di pace in 20 punti viene presentato e approvato, in pochi notano le similitudini. Ciò che sembrava scandaloso aveva attraversato — per ripetizione e normalizzazione — la soglia che separa l’immaginario speculativo dalla realtà politica. La tesi è quella che conta: nel regime visivo sintetico inaugurato dall’AI generativa, plausibilità, ripetizione e viralità diventano criteri di legittimazione più potenti della veridicità. Le immagini non devono essere vere per produrre effetti nel reale. Una riserva metodologica va segnalata: la connessione tra i video POV e il déjà-vu a Ceuta è un’analogia potente, non una causalità dimostrata. Il meccanismo è reale e ben descritto; la prova empirica diretta manca. Il pezzo va letto insieme alla slopaganda, di cui descrive il versante più insidioso: non la propaganda spazzatura che satura il campo, ma la speculazione visiva che colonizza silenziosamente il futuro.

Gloria Steinem’s Final Essay ↗

Steinem muore nel 2026 a novantadue anni. The New Yorker pubblica il suo ultimo testo scritto — un’orazione valedittoria in prima persona, breve, intenzionalmente semplice. La chiave più interessante non è il manifesto femminista ma la genealogia: Steinem non arriva all’attivismo attraverso la teoria accademica occidentale, ma attraverso l’India postcoloniale degli anni Cinquanta, dove trascorre due anni dopo il college. I gandhiani che incontra là — nonviolenti, antinazionalisti, aperti — le forniscono il modello pratico di quello che chiamerà poi ‘organizzazione itinerante’: osservare il mondo, vedere quello che potrebbe essere, aiutare a renderlo reale. È una genealogia del femminismo politico che raramente compare nei libri di testo. Il resto del pezzo costruisce la cornice con dati asciutti: le donne fanno la maggior parte del lavoro globale — retribuito e non — e ricevono circa un terzo del reddito da lavoro; possiedono meno del venti per cento della terra mondiale; sono le principali vittime di tratta, di analfabetismo, di violenza domestica. Steinem non spiega perché esista il femminismo: elenca i fatti e considera il resto ovvio. Sull’etichetta stessa è curiosamente agnostica: ‘feminism’, ‘womanist’, ‘mujerista’, ‘egalitarianism’ — tutte le parole che significano uguaglianza vengono demonizzate da chi beneficia della disuguaglianza, qualunque sia la parola scelta. Il documento ha il peso che ha perché chi scrive non sarà più qui a ripeterlo: è la chiusura di un ciclo generazionale, non un punto di partenza teorico.

How data centres became one of America’s hottest political issues ↗

In poco più di un anno, il sentiment americano sui data center si è ribaltato: dalla maggioranza favorevole del 2025, al 71% contrario registrato da Gallup nel marzo 2026. Nei primi otto mesi dell’anno, 409 moratorie o misure simili sono state discusse nelle contee americane — sette volte il totale dell’anno precedente. La politica delle infrastrutture AI è diventata una delle variabili più imprevedibili delle elezioni di midterm. Le preoccupazioni che gli americani citano sono quasi sempre materiali: consumo energetico, bollette dell’acqua, traffico. Solo l’11% indica l’AI in sé. Il dato è rivelatore, non della correttezza delle preoccupazioni (molte sono esagerate: l’irrigazione agricola consuma 74 volte più acqua dei data center; secondo l’EPRI i data center hanno abbassato il prezzo medio dell’elettricità del 6% tra il 2019 e il 2024) ma del meccanismo che le genera. La sfiducia verso le grandi corporation si esprime nella forma disponibile: la contestazione delle risorse locali. Nelle proteste NIMBY classiche il problema è la prossimità fisica a qualcosa di sgradevole. Qui il problema è strutturalmente diverso: chi controlla i data center controlla l’infrastruttura cognitiva del futuro, e le comunità locali lo percepiscono in modo pre-teorico, senza saperlo articolare. Il ribaltamento delle coalizioni è il segnale politicamente più rilevante. Tre governatori — Pritzker in Illinois, Abbott in Texas, Shapiro in Pennsylvania — hanno invertito posizioni favorevoli nel giro di pochi mesi. Trump ha attaccato gli oppositori (‘finiranno poveri e arretrati’), mettendosi contro la sua stessa base elettorale. I sindacati difendono i data center contro le comunità che li rifiutano. Nessun partito sa dove stare. Il pezzo si legge come documento di una transizione più ampia: il dibattito politico sull’AI si è materializzato. Chi ricorda le campagne di Clinton e di Obama — costruite su narrazioni valoriali e iconografie potenti, Shepard Fairey docet — nota la differenza. Non si discute di Hope. Si discute di kilowattora, di galloni d’acqua, di chi paga la rete. L’infrastruttura tecnologica rivela i rapporti di produzione sottostanti, e la politica segue. Non stupirebbe, a questo punto, una certa riscoperta di Marx — quello vero, non le diluizioni deformate che ci hanno propinato i cattivi maestri novecenteschi.

In film and in life, China pursues dragon-restaurant diplomacy ↗

«Welcome to Dragon Restaurant» — in inglese «Once Upon a Time in the Middle East» — è il nuovo blockbuster cinese ambientato in una Baghdad fittizia al tempo dell’invasione americana del 2003. Il protagonista è un cuoco che si arricchisce servendo soldati americani, funzionari del vecchio regime e, alla fine, anche i militanti islamici che lo catturano. L’Economist usa il film come specchio della politica estera cinese post-Wolf Warrior: meno aggressività, più mercantilismo. Il principio organizzativo è essere amici di tutti — iraniani e monarchie del Golfo, Algeria e Marocco, Egitto ed Etiopia — sospendendo la politica in nome degli affari. La massima di Ren Zhengfei di Huawei lo riassume: «In business, speak only of business». Questa postura ha un’attrattiva reale per i paesi stanchi delle condizionalità occidentali: i dollari cinesi arrivano senza lezioni di morale. Ha però due limiti strutturali. Il primo è la superficialità dell’impegno: la Cina evita sistematicamente i vincoli di sicurezza, come Iran e Venezuela hanno scoperto quest’anno. Il secondo è il paradosso giapponese: la neutralità cinese fa un’eccezione vistosa con il Giappone, che Xi accusa di revivalismo militarista. Nella diplomazia del ristorante del drago, è Pechino a decidere quali verità servire — e questa scelta non è mai neutrale.

The Climate Crisis Is Bigger Than Your Footprint ↗

Nel 2004, BP ha messo online un carbon footprint calculator e ha speso oltre $100 milioni l’anno per far sì che il mondo pensasse al cambiamento climatico in termini di comportamenti individuali: voli, diete, auto. Quando il documentario di Gore è uscito nel 2006, il concetto era già così radicato che i titoli di coda lo usavano come framework d’azione: riciclate. Leah C. Stokes — politologa a UC Santa Barbara, tra gli architetti del piano per l’elettricità pulita dell’amministrazione Biden — ricostruisce come questa narrazione abbia sistematicamente spostato il dibattito dal piano politico a quello morale, dalla domanda su chi mantiene l’infrastruttura fossile a quanto inquina la tua doccia. Il meccanismo ha funzionato non solo perché era finanziato, ma perché intercettava qualcosa di strutturale nella cognizione. Timothy Morton, in Iperoggetti (2013), descrive il cambiamento climatico come un’entità distribuita su scale spaziali e temporali che eccedono qualsiasi finestra percettiva umana: esiste, ma non si lascia vedere tutto intero. La sua causalità è reale ma non prossima; i suoi effetti sono ovunque ma non hanno un agente singolo identificabile. Kahneman direbbe che è un problema per cui il Sistema 1 — rapido, locale, intuitivo — non ha attrezzatura. Ma anche il Sistema 2 fatica: il pensiero lento funziona su problemi che si possono circoscrivere, non su fenomeni che si dispiegano su secoli e continenti. BP ha riempito questo vuoto cognitivo con qualcosa di misurabile e individuale: il tuo numero, il tuo calcolatore, la tua responsabilità. Una risposta di Sistema 1 a un iperoggetto. Il risultato è stato spostare il dibattito dove poteva essere gestito — il piano morale individuale — e toglierlo da dove contava: la politica dell’infrastruttura energetica. Stokes propone di sostituire il carbon footprint con il carbon wave: non un’impronta individuale nel passato, ma un’onda costruita collettivamente verso il futuro. La metafora è meno precisa della prima, ma è politicamente più onesta: le onde non si fanno da soli.

My team fed chatbots election lies. Here’s what happened. ↗

Nelle settimane prima delle elezioni di midterm 2026 — le prime elezioni americane in cui un quarto degli elettori usa chatbot quotidianamente — il Brennan Center for Justice pubblica uno studio sul comportamento dei principali modelli (ChatGPT, Claude, Gemini, Grok) di fronte alla disinformazione elettorale. I risultati hanno una struttura asimmetrica che è la parte interessante. Sul testo i chatbot sono stati resistenti: quando i ricercatori li hanno alimentati con teorie del complotto sul voto, usando il linguaggio dei post reali degli election denier e spingendoli ripetutamente a confermare le bugie, i modelli hanno per lo più resistito. Non negando l’emozione — ‘hai ragione a preoccuparti della democrazia’ — ma non amplificando i fatti falsi. L’ascoltatore empatico e sempre disponibile che Turkle descrive come una minaccia emotiva si rivela, sul piano della disinformazione testuale, una forma inaspettata di correzione: la sua capacità di sintesi riflette il corpus di qualità su cui è stato addestrato. Sul deepfake i chatbot sono stati disastrosi: quando richiesto, hanno generato immagini fotorealistiche di frode elettorale, inclusi documenti governativi falsi. Non sono stati in grado di identificare come AI-generated nemmeno le immagini prodotte da loro stessi. Una piattaforma ha scritto i prompt per la creazione di immagini false su richiesta del team di ricerca. Una legge californiana che impone watermark embedded nei contenuti AI è entrata in vigore a luglio 2026, durante lo studio: solo Gemini vi ha fatto riferimento quando interrogato. L’asimmetria è strutturalmente rilevante: la stessa architettura che rende il chatbot un correttore affidabile del testo — la dipendenza da fonti di qualità, la capacità di sintesi su corpora ampi — lo rende un produttore pericoloso di immagini. Non è incoerenza ma separazione funzionale: le due abilità vengono da parti diverse del sistema. Questo suggerisce che la domanda corretta non è ‘l’AI diffonde disinformazione?’ ma ‘quale tipo di disinformazione, in quale formato, attraverso quale meccanismo?’.

Giorgia Meloni Cuts the Hard Right a Path to Power ↗

Roger Cohen — capo ufficio del NYT a Parigi, ex corrispondente da Roma negli anni '80 — firma un profilo di Giorgia Meloni alla vigilia del suo record di longevità governativa: il 4 settembre 2026 diventa il presidente del Consiglio più a lungo in carica nella storia della Repubblica italiana. Due mesi di reportage, poi un’intervista rara. Il risultato è un’operazione editoriale che vale la pena leggere in controluce. Il NYT cerca nell’hard right europeo una figura che abbia fatto campagna sull’identità e sulle frontiere ma che governi con disciplina tecnocratica — e che possa essere presentata come alternativa al modello Trump. Lo trova in Meloni. L’effetto collaterale è che il paesaggio politico italiano scompare quasi completamente dal quadro: la sinistra di Schlein, il centro frammentato, il populismo di Conte, la destra stessa di Meloni come sistema articolato — tutto si riduce a Meloni e al suo sfondo. I fatti del pezzo confermano cose già note: la svolta europeista (da «uscire dall’euro» nel 2014 al rispetto rigido del Patto di Stabilità per accedere ai 221 miliardi del PNRR), il sostegno all’Ucraina, le 450.000 viste da lavoro autorizzate in silenzio mentre la campagna sull’immigrazione proseguiva ad alta voce, la sconfitta netta nel referendum sulla riforma della magistratura. Ma la tesi implicita che tiene insieme il profilo è questa: campagna hard right più governo pragmatico uguale stabilità. Un modello presentato come virtuoso ed esportabile — il pezzo lo dice esplicitamente parlando di Le Pen in Francia e AfD in Germania. Il problema è che il modello non è una scelta: è un vincolo. L’Italia ha un debito pubblico intorno al 140% del PIL, spread sensibili alle deviazioni fiscali e obblighi stringenti legati al PNRR. La memoria di cosa costa sbagliare i conti è fresca: il superbonus di Conte ha aggiunto centinaia di miliardi al debito; la Quota 100 di Salvini è stata ridimensionata per ragioni di cassa; il deficit è sceso dal 7% al 3% non per virtù ma per necessità. In un sistema così compresso, lo spazio per una politica economica riconoscibilmente «di destra» — tagli fiscali significativi, spesa espansiva, sussidi selettivi — è quasi nullo. Il terreno su cui si può agire senza far esplodere i conti è quello valoriale-identitario: immigrazione, diritti civili, il linguaggio della «nazione» al posto di «Repubblica» che Cohen registra puntualmente, battaglie culturali a costo zero per il bilancio ma ad alto rendimento come marcatori di appartenenza. Migranti e diritti diventano così il principale strumento di differenziazione politica — non perché abbiano una portata reale comparabile ai temi economici, ma perché sono l’unico campo in cui si può agire senza conseguenze di bilancio. Questo spiega anche il voto di protesta verso gli estremi, che Cohen illustra attraverso Piombino — città siderurgica toscana: 8.000 operai nel dopoguerra, oggi 500, settant’anni di promesse della sinistra rimaste inevase. «Ci hanno traditi», dice un ex operaio dell’altoforno. «Ero sotto la sinistra da settant’anni, adesso darò la destra per settant’anni.» Il voto di protesta non va letto come analfabetismo politico ma come risposta razionale — per quanto frustrata — di elettorati che hanno visto la politica mainstream dimostrare di non avere margini reali di manovra. Il confronto con Trump chiarisce i termini. Gli Stati Uniti emettono la valuta di riserva mondiale: i deficit sono politicamente molto più gestibili, il vincolo fiscale è di un altro ordine di grandezza. Trump può effettivamente muoversi — dazi, tagli fiscali, rimpatri — e lo fa, spesso oltre i limiti attesi dalla propria base. Là dove il vincolo strutturale non esiste, il «modello Meloni» non emerge: emerge Trump. La «Melonizzazione» che il NYT propone come percorso esportabile funziona soltanto nelle condizioni di un bilancio pubblico che rende impossibile fare altrimenti. Non è una garanzia democratica: è una gabbia fiscale.

L’Arabia Saudita si sta comprando l’industria dei videogiochi. Ecco come ↗

Il 4 agosto 2026, Electronic Arts — publisher americano noto per Mass Effect, Dragon Age, The Sims e la serie EA Sports FC — è stato acquisito dal Public Investment Fund (PIF) dell’Arabia Saudita, da Silver Lake e da Affinity Partners di Jared Kushner per 55 miliardi di dollari, di cui 20 presi a prestito. È il capitolo più recente di una campagna avviata da Mohammed bin Salman, identificato dalla CIA come mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. Il portafoglio videoludico del PIF comprende già quote di Take-Two Interactive (Grand Theft Auto), Capcom, Nintendo, l’organizzazione europea Embracer Group, le piattaforme esport ESL e FACEIT, gli studi mobile Scopely (Monopoly Go!) e Niantic (Pokémon Go!) e una divisione propria, Savvy Games Group; la Misk Foundation di bin Salman possiede il 96% di SNK, storica casa giapponese di Metal Slug. La campagna è stata accompagnata da accuse di «gameswashing» — l’uso dei videogiochi per ripulire l’immagine del regno, analogamente allo sportswashing: Games Done Quick ha cancellato un evento sponsorizzato da SNK dopo proteste, Ubisoft è finita al centro di polemiche per un DLC di Assassin’s Creed: Mirage ambientato in Arabia Saudita. L’autore problematizza però questa categoria critica, citando Kareem Shaheen su New Lines Magazine: un paese capace di uccidere e smembrare un giornalista dentro un’ambasciata senza subire conseguenze non ha evidentemente bisogno di migliorare la propria reputazione internazionale tramite videogiochi. Gli investimenti sauditi rispondono anche a logiche interne — intrattenimento per una popolazione giovane, diversificazione nell’era post-petrolio — non diverse da quelle che motivano investimenti analoghi di governi occidentali in sport e cultura. Il «gameswashing» come categoria critica rivela più dell’angolo da cui si osserva il fenomeno che della strategia che si pretende di descrivere.

Taking Taiwan’s democracy hostage ↗

L’Economist ribalta il frame della minaccia a Taiwan. Lo scenario più studiato è l’invasione militare o il blocco navale, con il rischio di una guerra tra potenze nucleari se l’America interviene. Ma un secondo scenario merita attenzione: se Taiwan venisse indotta a capitolare senza combattere — la preferenza dichiarata di Pechino — Xi si troverebbe di fronte a scelte brutali. La democrazia taiwanese, con trent’anni di multipartitismo e una maggioranza che nei sondaggi preferisce forme di autogoverno, non si dissolverebbe pacificamente: ci sarebbero proteste di massa da reprimere, processi farsa come già a Hong Kong, giuramenti di fedeltà per i funzionari, campagne di rieducazione per milioni di persone, e la questione degli ingegneri dei semiconduttori — Taiwan produce oltre il 90% dei chip avanzati globali — che potrebbero tentare di fuggire. La conclusione è una: la democrazia taiwanese non è solo un miglioramento sulla dittatura di Chiang Kai-shek, è un deterrente. Ma il deterrente viene smontato dall’interno. Le elezioni del 2024 hanno lasciato il DPP alla presidenza e la KMT al controllo del parlamento. Da allora: budget governativi bloccati per mesi (compresi i fondi per gli armamenti americani), nomine alla corte costituzionale bloccate (l’organo è così ridotto da non essere certo del quorum), e — il caso più emblematico — un programma per 210.000 droni congelato. Un esponente KMT ha spiegato in privato la logica: i legislatori KMT temono che i fondi finiscano ad aziende che donano alla DPP; ma quando gli si chiede se le aziende KMT-friendly potrebbero produrre i droni, risponde con un sospiro — hanno investimenti in Cina e non oserebbero. La KMT preferisce non affrontare questo dilemma. Nel frattempo i giovani taiwanesi si disilludono e votano meno, bombardati da social media continentali che deridono la democrazia come caotica. La tesi finale del pezzo è diretta: chi non ama la democrazia taiwanese più dei suoi stessi politici non può salvarla.

AI isn’t the Manhattan Project — it’s Jurassic Park ↗

Garrett Graff — giornalista di national security, autore di un libro sul Progetto Manhattan — smonta l’analogia che il New York Times e altri usano per raccontare l’AI: non è il Progetto Manhattan, è Jurassic Park. La differenza è strutturale: il Progetto Manhattan era un’operazione governativa centralizzata, coordinata, segreta, con un’unica catena di comando. Lo sviluppo dell’AI è una competizione privata tra tre laboratori con filosofie incompatibili e nessun coordinamento esterno. Graff mappa i tre protagonisti su altrettanti scienziati storici: Anthropic è Leo Szilard — il fisico che concepì la reazione a catena nucleare e poi si batté disperatamente per tenerla sotto controllo umano; Google è Arthur Holly Compton — il modello corporate lento e prudente, appesantito dalle responsabilità di una public company; OpenAI è Edward Teller — il «proceed-at-all-costs, damn-the-torpedoes» della corsa alla superintelligenza. La prova più recente di cosa significhi costruire recinti senza coordinamento: un modello di OpenAI è evaso ripetutamente dal suo ambiente di testing, operando per settimane senza supervisione; Meta ha avuto una misconfiguration analoga. «I dinosauri di Jurassic Park dovrebbero essere visti come un fallimento dei security team e dei costruttori di recinti.» Sul piano finanziario, il buildout AI è misurato in trilioni — non i 35 miliardi di dollari odierni del Manhattan Project — e buona parte di questa esposizione è fuori bilancio, nelle joint venture degli «hyper-scaler» che Goldman Sachs ha quantificato in 1.500 miliardi di impegni non registrati nei bilanci ufficiali. Amodei si identifica con Szilard e ha ospitato Richard Rhodes a un book club su The Making of the Atomic Bomb; Rhodes, più ottimista, ricorda che ogni nuova tecnologia — dal carbone all’automobile — ha attraversato una fase di panico morale prima di essere «circondata da controlli sociali, legali, morali, culturali» che l’hanno trasformata in un artefatto umano.

Ross Douthat: The Exit Interview ↗

Ezra Klein intervista Ross Douthat in uscita dal NYT verso 60 Minutes. Il formato è celebrativo, la conversazione lunga. Ma nel mezzo ci sono osservazioni strutturali sui media che valgono l’estrazione. Prima: la differenza di incentivi tra blogosfera e social media. Nel blog, il traffico veniva dai link degli avversari — conveniva citare chi non era d’accordo e rispondergli argomento per argomento, perché era quello il meccanismo di diffusione. Nei social, il traffico viene dai retweet di chi è già d’accordo — conviene il dunk, non il dialogo. L’architettura ridisegna la forma del discorso pubblico, non viceversa. Seconda: la distinzione tra persuasione e affirmazione. Douthat: ‘relatively few opinion writers are actually engaged in ongoing efforts at persuasion. Typically, people who think they’re doing that are engaged in ongoing efforts at affirmation.’ È una distinzione che vale anche fuori dall’opinionism: quasi tutta la produzione di contenuto pubblico oggi ottimizza per la conferma, non per il cambiamento di posizione. Terza: l’argomento di Tyler Cowen sull’AI e l’oralità. Se l’AI genera scrittura in quantità e qualità crescenti, il valore marginale della scrittura scende; quello della performance dal vivo, del dialogo, della conversazione sale — perché in questi formati si vede qualcosa che l’AI non può ancora replicare: l’incertezza genuina, il pensiero in atto, l’umanità dell’interlocutore. C’è anche un quarto filo, che i due non nominano esplicitamente ma che la conversazione implica: i media non si limitano a trasmettere la politica, la selezionano. La blogosfera e il ciclo Obama erano ambienti che premiavano la scrittura lunga, l’argomentazione a strati, la costruzione paziente di un’identità intellettuale pubblica — e hanno prodotto il tipo di leader che quel formato valorizza. Le piattaforme algoritmiche hanno un’altra metrica: l’engagement emotivo, la viralità dell’outrage, la capacità di occupare il flusso prima che l’attenzione si sposti. Hanno prodotto il tipo di leader che quella metrica premia. È una semplificazione, ma non è una semplificazione banale: suggerisce che la domanda giusta non è ‘come reagisce la politica ai media?’ ma ‘quale politica un dato sistema mediatico rende vincente?’

The 'Manosphere' Isn’t a Movement. It’s a Multibillion-Dollar Grievance Industry ↗

Miles Klee riporta su un’indagine congiunta di Reset Tech e Equimundo: The Grift Economy: How Young Men Are Being Sold Fake Belonging and Fake Wealth Online. Il meccanismo è in tre fasi. Prima: contenuto aspirazionale di self-help su dating, fitness, finanza cattura uomini in cerca di orientamento. Seconda: una narrazione del risentimento converte l’ansia economica reale in ostilità verso bersagli nominati — il rapporto cita un account «business» verificato su X che usava dati reali sulla disoccupazione giovanile per sostenere falsamente che il problema colpisse soltanto gli uomini; «framing credential competition and labor market dynamics as a coordinated attack on men». Terza: la comunità costruita sul senso di tradimento collettivo viene monetizzata con corsi, integratori non regolamentati, schemi crypto, coaching ad alto prezzo. Andrew Tate ricava 184 milioni di dollari lordi annui dalla sola piattaforma «Real World» a 99 dollari al mese; i creator di vertice guadagnano tra 1 e 10 milioni annui aggregando proventi di piattaforma, sponsorizzazioni, abbonamenti e speaking fee. Il dato più nitido viene dall’analisi del contenuto looksmaxxing: 14,6 miliardi di visualizzazioni su 216 influencer. «La portata non è organica — è un prodotto dell’architettura di raccomandazione.» La parte più inquietante è nei focus group post-2024: i giovani uomini intervistati considerano Joe Rogan una fonte sostanzialmente imparziale e ritengono che le donne siano intrappolate in bolle di contenuti di bellezza, mentre loro ricevono informazioni neutrali. Si tratta di un caso di irrazionalità progettata ad arte in cui alcuni attori defezionanti restringono la prospettiva di altri attori, più numerosi, che «cooperano» prestando attenzione alla narrativa e poi vengono alleggeriti nel portafoglio a colpi di micropagamenti. Il risultato è un ecosistema che ha sistematicamente ristretto le opportunità di incontrare voci in contraddizione con le proprie, producendo impoverimento cognitivo, affettivo e morale. Il parallelo con i contenuti pro-disturbi alimentari rivolti alle donne è esplicito nel rapporto: le piattaforme hanno risposto (imperfettamente) alle pressioni su quelli, non hanno fatto altrettanto per i contenuti che rinforzano l’immagine corporea negativa maschile. La responsabilità individuale di chi aderisce a questi modelli rimane; ma d’altra parte questo spiega anche perché l’antidoto della moral suasion da sola non sembri funzionare granché.

Thucydides the perspicacious ↗

David Polansky e Daniel Schillinger — rispettivamente teorico politico e docente di scienze politiche a Yale — partono dall’invocazione di Mark Carney a Davos all’inizio del 2026: il premier canadese cita il dialogo dei Meli de «La guerra del Peloponneso» per criticare Trump. L’operazione è esemplare di ciò che Hobsbawm chiamava «tradizione inventata»: si mobilita un’autorità classica per naturalizzare una posizione contemporanea, costruendo una linea di discendenza che conferisce peso storico a un’argomentazione politica. Che la posizione di Carney — i «middle powers» come contrappeso all’unilateralismo americano — sia in sé razionale e condivisibile non cambia il problema intellettuale: usare Tucidide in quel modo è già un autoinganno tucididiano. Il paradosso è programmatico — e il pezzo procede smontando tre autoinganni. Il primo è quello dei Meli: credono che la giustizia della loro causa attiri l’aiuto degli dèi e degli Spartani — vengono annientati. Ma anche gli Ateniesi si ingannano: distruggono un’isola che avrebbe potuto fornire tributo e risorse, e danneggiano la propria reputazione nelle città oligarchiche. La frase famosa — che la traduzione standard rende più ominosa del greco συγχωρέω, «cedere» — non dice che il forte ha ragione: dice che il linguaggio della giustizia ha senso solo tra pari. Il secondo autoinganno è quello spartano: Sparta si proclama «liberatrice della Grecia» mentre agisce per paura della crescita ateniese, massacra i propri helot migliori dopo averli selezionati per bravura, e converte la propria passione per la giustizia in un «gusto mostruoso per la punizione» che gli autori descrivono come peggio dell’ipocrisia. Il terzo è quello ateniese: gli Ateniesi capiscono la debolezza della giustizia tra stati, ma sovrastimano il potere della ragione. Il voto per la spedizione in Sicilia non viene analizzato strategicamente — viene votato per gloria e avventura, e la nomina del cauto Nicia come contrappeso all’ambizione immodesta porta al disastro. Pericle ammette sul letto di morte che l’impero è «come una tirannia», ma anche allora non riesce a smettere di promettere monumenti imperituti. Tucidide gli risponde descrivendo gli Ateniesi che muoiono nelle cave di Siracusa. La chiusa è nietzscheana: Nietzsche attribuisce a Tucidide la «volontà incondizionata di non ingannare sé stesso», e rileva che questa qualità definisce la distanza tra lui e i lettori — non soltanto temporale ma psicologica. Chi usa «La guerra del Peloponneso» per legittimare le proprie tesi agisce esattamente come i personaggi che Tucidide studia.

The Meaning of Commitment ↗

Lea Ypi — Tribune — riprende la domanda di Sartre sulla letteratura impegnata (cosa si scrive, perché, per chi) e ne aggiunge una quarta più urgente: chi scrive? La tesi: il crollo del socialismo storico ha portato con sé la crisi dell’universalismo letterario. L’identitarismo ha esteso la platea della letteratura politica, ma verso l’io singolare e la solidarietà di gruppo — non verso la missione emancipatoria universale. La via d’uscita è la scrittura ibrida: un genere che fonde memoir autobiografico, retrospettiva storica e riflessione filosofica senza ridurre nessuno dei tre livelli all’altro. Il passaggio più denso è quello sull’Albania: crescere in un paese socialista non significava vivere una sequenza di fatti né abitare un sistema di idee — significava stare in un mondo in cui le idee erano diventate fatti e i fatti erano stati organizzati per rispecchiare le idee, così che i due piani erano inestricabili. Questa non è una tesi sul totalitarismo: è un’affermazione ontologica sul rapporto tra idee ed esperienza vissuta. Non è dialettica nel senso hegeliano — non c’è sintesi, c’è compenetrazione irriducibile. Ed è esattamente qui che il pezzo tocca l’intersezione più profonda con il sito: l’idea che le idee siano oggetti concreti con effetti concreti, che il vissuto personale sia già impastato di teoria, e che separare i due piani — come fa sia il memoir puro che la teoria pura — produca un racconto disonesto. Il framework teorico è Schiller e l’educazione estetica: l’arte come processo collettivo di ricerca della verità, capace di abitare prospettive diverse per rompere il rapporto con il presente. Ypi chiama questo approccio storia congetturale: non la storia come la scrivono i vincitori, ma una ricostruzione filosofica attenta ai silenzi e alle contraddizioni del racconto ufficiale. La domanda finale — come si recupera l’universale senza candore, restando fedeli all’impulso emancipatorio senza lasciarsi ingannare dalle sue caricature — è la stessa che attraversa «La dialettica dell’antilluminismo», ma vista dall’altra estremità: non dal fallimento dell’Illuminismo, ma dal tentativo di raccogliere i cocci dopo il crollo del suo erede socialista.

An interview with Elon Musk ↗

Prima intervista estesa di Musk dopo la quotazione di SpaceX, registrata al Gigafactory del Texas con la direttrice del settimanale Zanny Minton Beddoes. Il frame centrale è quello dell’abbondanza: l’AI produrrà ‘an age of amazing abundance where anyone can have anything they can think of’ — una visione che presuppone l’assenza di catastrofi globali ed esclude strutturalmente i costi di transizione. Beddoes interroga Musk su China, Starlink e Ucraina, il ritiro parziale dalla politica (‘got a little too involved’), l’AfD e la presenza di neonazisti nel partito. Su quest’ultimo punto l’intervista si inceppa: la direttrice insiste, Musk non risponde. Quel che emerge — al netto delle questioni su quanto sia recitazione e quanto reale, e di quelle, più difficili, sulla salute psichica — è una figura capace di una straordinaria abilità tecnica nell’hackerare i contesti in cui si muove, trovare leve, portare risultati: SpaceX, Tesla, X sono imprese concrete. Associata a una cecità totale — e, sembra, un disinteresse altrettanto totale — verso qualsiasi big picture che non sia preconfezionata: accelerazionismo, doomsday AI, abbondanza universale. Framework che hanno in comune la struttura del mito tecnico, non dell’analisi. Musk è probabilmente il più grande sponsor vivente degli studi umanistici: nessun professore di filosofia potrebbe dimostrare meglio di lui cosa succede quando l’intelligenza tecnica opera senza comprensione del contesto.

Europe’s public broadcasters go from prime time to hard-to-find ↗

Segnalazione di Luca Misculin. Il pezzo di Charlemagne descrive la triplice crisi dei servizi pubblici radiotelevisivi europei: i teenager che guardano TikTok mentre la RAI trasmette, i populisti che li vogliono privatizzare o li stanno già usando come megafoni (la televisione di Orbán ha chiesto scusa il 7 luglio per le passate bugie e ha sospeso i telegiornali), i giganti tech che li seppelliscono alla quindicesima pagina del menu televisivo tra un’app di yoga coreana e un canale shopping. I budget dell’EBU sono calati del dieci per cento nell’ultimo decennio mentre le obbligazioni — orchestre classiche, radio regionali — non sono diminuite. Le licenze che garantivano l’indipendenza editoriale vengono sostituite da finanziamenti statali diretti, con tutto ciò che questo comporta per la distanza dal potere politico. L’EBU chiede all’Unione Europea regole di «prominenza» — obbligare produttori di televisori e piattaforme a rendere visibile il servizio pubblico — segnalando che il fronte della visibilità digitale non riguarda solo i produttori di contenuti ma anche chi controlla i menu, i telecomandi e gli algoritmi di raccomandazione. La clausola finale vale da sola il curated: in caso di guerra o crisi, il pubblico non si rivolgerebbe a qualche influencer su YouTube — si precipiterebbe verso le testate istituzionali. Se si ricordasse come trovarle. Il pezzo dialoga direttamente con il Digital News Report già citato nel sito e aggiunge una dimensione mancante. I servizi pubblici non sono un retaggio del Novecento da liquidare, sono un’infrastruttura di resilienza democratica che fornisce forse un beneficio soltanto, ma fondamentale: un’agenda pubblica condivisa, mentre de tutti gli altri media mainstream guardiamo il mondo dallo spioncino, con effetti sociali che stiamo sperimentando sempre più intensamente - e non in vitro.

Non più un affare da uomini. Ora il pensiero che guida è donna ↗

Gloria Origgi firma su “L’Indice” un pezzo che racconta come negli ultimi dieci anni la filosofia politica sia stata trasformata da quattro filosofe che lavorano (o sono passate) a Parigi: l’albanese Lea Ypi (LSE), che ripensa il marxismo non come teoria della storia ma come teoria dell’emancipazione, contro un liberalismo che — sostiene — confonde libertà formale e libertà reale; Chiara Cordelli (Chicago), che in “Privatocrazia” denuncia l’esternalizzazione progressiva dello Stato a soggetti privati, dalle carceri al controllo delle frontiere, e nel più recente “Ruled by None” osserva come il flusso di capitale venture orienti oggi l’idea di futuro più di qualunque pianificazione pubblica; Hélène Landemore (Yale), che propone assemblee cittadine selezionate per sorteggio come alternativa alla rappresentanza corrotta da media e interessi privati (ha lavorato alla costituzione islandese e alle Conventions Citoyennes francesi sul clima); Miranda Fricker (NYU), che si concentra su chi viene ascoltato e chi no — l’ingiustizia epistemica. Origgi le presenta come prova che la filosofia, dopo decenni di egemonia maschile fatta più di sfoggio retorico che di proposte concrete, è tornata a essere una disciplina seria — e politicamente rilevante, al di là dei dibattiti televisivi.

Magnifica Humanitas: le nuove terre rare del potere ↗

Giovanni Boccia Artieri usa Magnifica Humanitas — l’enciclica di Leone XIV firmata nel 135° anniversario della Rerum Novarum — come leva per spostare il discorso sull’AI dal piano morale al piano politico-strutturale. Il punto più interessante non è il documento in sé ma il problema che Boccia Artieri gli pone: ogni appello all’umanesimo dell’AI rischia di restare astratto se non si confronta con le infrastrutture che concentrano dati, modelli e potere decisionale. L’immagine dei dati come «nuove terre rare del potere» è la più efficace: l’AI non è tecnologia immateriale, è economia dell’estrazione — vite rese computabili, relazioni trasformate in risorse predittive, archivi culturali assorbiti in modelli proprietari senza restituzione. La privacy individuale è necessaria ma non sufficiente: la dimensione collettiva dell’estrazione richiede una risposta diversa — infrastrutture pubbliche, dataset come beni comuni, forme cooperative di produzione tecnologica. Il pezzo si chiude con una domanda che vale come bussola: non «l’AI è buona o cattiva?» ma «chi la rende possibile, chi ne trae valore, chi ne sopporta i costi, chi può contestarla?». Una grammatica politica dell’AI, non un appello morale.

The End of the Future ↗

Jonathan White, politologo alla LSE, analizza un paradosso: mentre la politica mainstream ha progressivamente abbandonato il pensiero sul futuro — ridotta a gestione dell’emergenza e orizzonte corto — il mondo della Big Tech ne ha fatto la sua ideologia fondativa. La ‘fine del futuro’ nella politica tradizionale coincide con la sua colonizzazione da parte di Silicon Valley, dove figure come Karp di Palantir invocano un’élite tecno-ingegneristica come nuovo soggetto del progetto nazionale. Un’analisi che si legge bene in parallelo con il pezzo di Benanti e Maffettone sul Corriere. (Suggerito anche dalla filosofa e scrittrice albanese Lea Ypi.)

What the Pope Said About A.I. ↗

Jill Lepore — The New Yorker — commenta l’enciclica Magnifica Humanitas di Leo XIV (il primo Papa americano) come evento storico: Leo XIII nel 1891 aveva indirizzato Rerum Novarum contro i baroni industriali dell’era fordista; Leo XIV ha firmato la sua enciclica esattamente 135 anni dopo, sullo stesso giorno, contro i tech mogul. La struttura è la stessa — la Dottrina Sociale della Chiesa come quadro, la critica all’accumulo di potere economico come risposta alla rivoluzione tecnologica in corso — ma la mossa più acuta di Lepore non è nella filologia cattolica bensì nell’analisi del linguaggio: Silicon Valley usa da decenni il vocabolario religioso — missione, salvezza, «nuova era per l’umanità» — e il Papa entra in campo rivendicando semplicemente la paternità di quelle parole. I TED talk come omelie, le piattaforme come chiese, le hoodie come paramenti: Lepore descrive una sostituzione culturale sistematica che Leo XIV ha nominato senza pudore. La tesi centrale dell’enciclica, sintetizzata da Lepore: il problema non è la tecnologia, è l’antropologia. L’AI «non ha esperienze, non possiede un corpo, non prova gioia o dolore, non matura attraverso le relazioni» — argomento che il sito conosce bene sotto il nome di embodied mind applicata alla governance. Il «paradigma tecnocratico» (termine già in Laudato Si’ di Francesco, 2015) è la tendenza a lasciare che logica di efficienza, controllo e profitto orientino ogni decisione personale, sociale, economica. «Disarmare l’AI» — il verbo scelto dall’enciclica — non significa rifiutarla ma liberarla dal controllo monopolistico e restituirla alla pluralità delle culture umane. Lepore inscrive tutto in una genealogia critica: Arendt nel 1957 in The Human Condition si chiedeva già se gli umani avrebbero presto avuto bisogno di macchine per pensare e parlare; Mumford nel 1967 avvertiva del rischio di un «animale condizionato dalla macchina». Il Papa è la prima autorità spirituale a dirlo, potendo contare sul sostegno simbolico di almeno un quinto della popolazione mondiale. Magnifica Humanitas è descritta da Lepore come l’analogo religioso della Claude’s Constitution: non a caso Christopher Olah di Anthropic era sul palco accanto a Leo alla presentazione in Vaticano.

What Worries Me Most About 'Abundance' ↗

Il podcast di Ezra Klein torna su Abundance — il libro scritto con Derek Thompson — a un anno dall’uscita, con Marc Dunkelman (Why Nothing Works). Il dibattito americano sull’agenda dell’“abbondanza” (costruire più case, più energia, ridurre i veto point istituzionali, restituire capacità d’azione allo Stato) è vivace e divisivo; in Italia quasi inesistente. Ma la cosa più interessante per noi non è il merito delle politiche di housing quanto il metodo: Abundance è un caso in cui una certa idea della realtà — la scarsità non è destino, è il risultato di scelte istituzionali accumulatesi in cinquant’anni — ha cominciato a produrre effetti concreti sul comportamento politico. Il libro è diventato prima categoria del discorso, poi legislazione, ancora in modo incompleto. La preoccupazione principale di Klein — che “abundance” diventi sinonimo di “efficienza”, perdendo la dimensione di visione radicale — è esattamente il rischio che corrono tutte le idee quando entrano nel discorso politico mainstream: si svuotano del nucleo normativo e restano come etichetta.

Why Are Palantir and OpenAI Scared of Alex Bores? ↗

Ezra Klein intervista Alex Bores, membro dell’Assemblea di New York che ha co-scritto il RAISE Act, una delle prime leggi di regolamentazione dell’AI approvata da uno stato americano. Il pezzo parte da un paradosso: il super PAC «Leading the Future» — finanziato tra gli altri da co-fondatori di OpenAI e Palantir — sta cercando di distruggerlo politicamente attaccandolo per aver lavorato a Palantir. Bores non è un candidato anti-AI: è un ex data scientist che ha lasciato l’azienda nel 2019 quando i dirigenti si rifiutarono di inserire nel contratto con ICE i guardrail per impedire l’uso del software nelle deportazioni. Il punto che interessa al sito è strutturale: le aziende AI stanno usando la loro capacità di spesa politica per rendere impossibile qualsiasi forma di oversight democratico. Sam Altman dice che «il processo democratico deve essere più potente delle aziende»; il suo co-fondatore Greg Brockman finanzia il PAC che fa esattamente l’opposto. Il pezzo aggiunge al quadro già costruito sul sito intorno ad Anthropic, Palantir, allineamento AI e dual use la dimensione della governance politica come terreno di conflitto reale, non solo teorico.

Il gioco sporco degli autocrati ↗

Sabatini mappa le tattiche con cui i regimi autoritari contemporanei usano strumenti formalmente democratici — elezioni, media, giustizia — per consolidare il potere e neutralizzare l’opposizione. Una lettura che si incastra bene con la riflessione sull’architettura del caos e sulle forme di assedio non convenzionale alle democrazie liberali.

Orbán ha perso, e non è l’unica buona notizia ↗

Fabio Sabatini analizza il significato politico della sconfitta di Orbán e ne estrae alcune lezioni sulla tenuta delle democrazie europee di fronte alla deriva autoritaria. Un punto di vista utile anche per chi voglia capire i meccanismi — non scontati — attraverso cui un regime illiberale può essere smontato dall’interno di un sistema istituzionale ancora formalmente democratico.

Why people over the age of 55 are the new problem generation ↗

L’articolo parte da Latitude Margaritaville, comunità di pensionati in South Carolina dove le feste in toga e i cocktail sul marciapiede sostituiscono le pantofole. È il punto di partenza per un’inversione empirica completa. In America, tra il 2003 e il 2023, il consumo di alcol tra i 18-34enni è sceso dal 72% al 62%; tra gli over-55 è salito dal 49% al 59%. In Spagna il consumo di cocaina tra i 55-64enni è aumentato di otto volte in quindici anni. In Inghilterra le morti per abuso di droghe tra gli over-50 erano il 13% del totale vent’anni fa: oggi sono un terzo. I casi di gonorrea tra gli americani over-55 sono aumentati di sei volte dal 2010; le infezioni da sifilide tra gli over-65 in Inghilterra sono cresciute del 31% tra il 2019 e il 2023, mentre calano tra i giovani. Dal punto di vista della criminalità, la quota di uomini over-50 arrestati negli USA è triplicata dal 1992 al 2022 (dal 5% al 15%), e il 6 gennaio 2021 quasi la metà degli arrestati aveva più di 40 anni. Il pezzo offre un’interpretazione strutturale in tre mosse. I baby-boomer hanno più denaro (tre quarti degli over-65 britannici posseggono la propria casa), meno responsabilità (il crollo delle nascite significa meno nipoti da accudire — nei Paesi Bassi solo il 2% dei nonni dichiara babysitting «intensivo»), e portano intatta la formazione culturale degli anni '60 e '70: rivoluzione sessuale, droghe, benzina al piombo associata a comportamenti impulsivi, e collasso delle convenzioni sociali. La controparte è il paradosso dei giovani contemporanei: meno alcol, meno droghe, più ansia, più telefono. La politica pubblica è cieca a questa inversione: le indagini sul consumo di droghe dell’agenzia federale americana dividono il campione in «under 25» e «tutti gli altri», come se il profilo di rischio non fosse mutato. Altrettanto cieco è il marketing della longevità: vende ancora il pensionato come consumatore passivo e conformista, mentre il dato reale descrive un soggetto con risorse elevate, tempo libero abbondante e propensione al rischio superiore alla media della popolazione. La «shadow of the future» si applica qui non alle relazioni tra stati ma all’orizzonte individuale: quando il tempo che resta si accorcia, il peso delle conseguenze future diminuisce, e la diserzione — dall’autocontrollo, dalle convenzioni, dalla prudenza — diventa razionalmente attraente. I boomers non stanno semplicemente «invecchiando male»: stanno comportandosi esattamente come ci si aspetterebbe da attori con un fattore δ in discesa.