Nel 2025 sono usciti circa sette milioni di articoli scientifici, più di diciannovemila al giorno, e chi legge i giornali li incontra uno alla volta: il caffè fa bene, poi fa male. Helen Pearson, senior editor di Nature, parte da un caso del settembre 2025, quando la Food and Drug Administration annunciò un’avvertenza sul paracetamolo in gravidanza per un presunto legame con l’autismo, scegliendo pochi studi e ignorando quelli più solidi. Una revisione pubblicata due mesi dopo concluse che il legame non era dimostrato, ma intanto molte donne erano state spaventate. Il difetto non sta nella singola ricerca ma nel sistema che premia lo studio nuovo e trascura il lavoro di metterli insieme: la conoscenza che serve spesso c’è già, e manca solo chi la assembli.

Pearson ricostruisce come è nata la sintesi delle evidenze. Nel 1976 lo statistico Gene Glass presentò la metanalisi per rispondere alle rassegne di Hans Eysenck, che contavano gli studi a favore e contro la psicoterapia come voti. Poi vennero la Cochrane Collaboration di Iain Chalmers e le revisioni sistematiche che oggi orientano la medicina, fino alle revisioni rapide e a quelle «living», aggiornate di continuo. L’intelligenza artificiale potrà fare gran parte del lavoro di raccolta, ma oggi alimenta anche un’ondata di revisioni scadenti, e la tentazione di chiedere a un chatbot che cosa dicono le prove al posto di una sintesi rigorosa.

WR