Il 3 giugno 2026 il segretario di Stato Marco Rubio ha detto al Congresso che la guerra in Sudan è diventata una guerra per procura, e ne ha attribuito il prolungamento ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Alan Boswell, che dirige il programma sul Corno d’Africa dell’International Crisis Group, parte da lì per una tesi più ampia: il Corno d’Africa e la penisola arabica non sono più due teatri distinti.
La ricostruzione storica regge l’argomento. Per millenni il Mar Rosso ha collegato le due sponde: lingue semitiche in Etiopia ed Eritrea, il regno di Aksum in Yemen nel VI secolo, i primi seguaci di Maometto rifugiati presso un re cristiano, l’Impero ottomano e Oman su entrambi i lati. La separazione fra le due sponde è stata un’eccezione del Novecento, prodotta dal colonialismo, dai nazionalismi e dall’ombrello americano dopo la prima guerra del Golfo, e oggi la geografia si riprende il suo posto.
Il meccanismo attuale è una rottura dentro il Golfo che si scarica sull’Africa. Gli Emirati sostengono le Forze di supporto rapido in Sudan, hanno puntato tre miliardi su Abiy Ahmed in Etiopia e hanno basi in Somaliland e nel Puntland. L’Arabia Saudita è diventata il principale alleato dell’esercito sudanese, e si coordina con Egitto, Turchia e Pakistan. Dopo la guerra di febbraio fra Stati Uniti, Israele e Iran, e con Hormuz strozzato, Riyad deve far passare la maggior parte del suo petrolio da Bab el-Mandeb. Il riconoscimento israeliano del Somaliland, nel dicembre 2025, ha aggiunto un’altra faglia.
Boswell non chiude con un allarme generico. Indica che cosa servirebbe: Riyad e Abu Dhabi che frenano ciascuno i propri alleati, e un vertice dei capi di Stato del Corno. Il rischio vero, scrive, è che le potenze mediorientali continuino a credere di poter armare fazioni dall’altra parte del mare senza pagarne le conseguenze.