Kris Anderson passa ogni sera due ore e mezza a classificare le foto di mantidi caricate su iNaturalist, la piattaforma dove chiunque può documentare la fauna. A giugno ne ha vista una che sembrava una specie nuova: era generata dall’intelligenza artificiale. Eric Boodman racconta come le comunità della scienza partecipata, iNaturalist, eBird, OpenStreetMap, Zooniverse, stiano costruendo difese contro lo slop: arXiv limita le sottomissioni, eBird segnala gli uccelli ritoccati, OpenStreetMap lascia un file di istruzioni per gli agenti automatici. Il danno più insidioso non è il falso clamoroso ma la foto ritoccata in buona fede, che aggiunge una striscia sulle ali o cambia un colore: così si consegnano ai modelli di riconoscimento dati di cose che non esistono.
L’ornitologo Alexander Lees lo dice così: i modelli generativi rischiano di inquinare l’archivio di come sono fatti gli animali veri, e di rovinare proprio gli strumenti di identificazione da cui sono nati. Il direttore di iNaturalist ricorda che quei modelli valgono quanto la comunità umana che li corregge. La scienza partecipata è un’alleanza fra esperti e appassionati, e regge finché qualcuno ha ancora l’occhio per notare che qualcosa non torna.