Matt Levine riduce il problema finanziario dell’AI a un modello in pochi passaggi. Si prendono a prestito somme enormi per costruire data center, che saranno ripagate con gli affitti pagati dalle aziende dell’AI. Se i ricavi dell’AI deludono, se la domanda di chip cala o se i chip invecchiano più in fretta del previsto, quei prestiti non tornano. Poco importa quale inquilino o quale costruttore fallisca, perché un data center pieno di chip trova sempre un altro affittuario finché la domanda regge. Il rischio dei data center è quasi tutto sistematico, non specifico: o vanno bene tutti, o vanno male tutti, e chi dovrebbe vendere l’assicurazione contro questo rischio ne è già pieno.
Gli investitori cercano protezione comprando credit default swap. Secondo Morgan Stanley gli scambi legati ai bond di Oracle, SpaceX, Alphabet, Amazon, Meta, Broadcom e Nvidia sono passati da meno di due a più di nove miliardi di dollari a settimana fra luglio e settembre, e assicurare il debito di Oracle costa oggi il 3,3% l’anno contro lo 0,33% di cinque anni fa. Ma assicuratori, banche e fondi hanno già in portafoglio gli stessi bond. È una newsletter scritta con l’ironia del suo autore, non un’analisi formale, ma la sua forza è mostrare che un rischio concentrato non si diversifica: si sposta soltanto, da un bilancio all’altro.