Philip Di Salvo, ricercatore all’Università di San Gallo, ha intervistato dieci giornalisti, fra Stati Uniti ed Europa, che lavorano su dati sottratti: le violazioni di Anonymous negli anni Dieci, i documenti delle istituzioni russe usati per raccontare l’invasione dell’Ucraina, gli archivi delle aziende di spyware, i dati pubblicati da gruppi ransomware o da intermediari come DDoSecrets. Le regole non esistono ancora: ogni redazione costruisce il metodo caso per caso. Trattare dati hackerati è un mestiere nuovo, in cui la verifica non basta: bisogna dichiarare che cosa non si sa della fonte, perché dietro un hacktivista può esserci uno Stato che usa la fuga di notizie come arma. Un giornalista lo dice così: «non sappiamo chi sia la fonte, potrebbe essere il GRU».

Le pratiche convergono su alcuni punti. Si verifica con gli strumenti classici, controllando che gli indirizzi esistano, incrociando con fatti noti, cercando manomissioni. Ogni dataset va trattato con il massimo sospetto, e sull’opportunità di pubblicare si decide in base a ciò che si rivela, non in astratto. Sulla protezione degli hacker le posizioni divergono: c’è chi li protegge come ogni altra fonte e chi preferisce sapere il meno possibile. Lo studio è piccolo e qualitativo, ma propone alle redazioni ciò che manca: standard comuni di verifica e un linguaggio condiviso per le scelte etiche.

WR