In aprile ad Addis Abeba più di cento persone sarebbero state arrestate per aver ascoltato in pubblico «Das Tal», la canzone con cui Teddy Afro, la più grande popstar etiope, denuncia la repressione del governo. L’Economist ne fa il punto di partenza di una mappa: in un continente dove i partiti di opposizione sono deboli e i media intimiditi, i musicisti sono spesso le voci più credibili del dissenso. Bobi Wine è passato dalle canzoni sui quartieri poveri di Kampala alla candidatura contro Museveni, fino all’esilio; il funerale del rapper Azagaia ha aperto in Mozambico la rivolta dell’anno successivo; in Kenya una canzone da discoteca è diventata un coro contro le tasse. Il punto è sociale: la nuova sottoclasse informale africana è troppo eterogenea per organizzarsi come un tempo contadini e operai, e la musica è ciò che la unisce oltre le divisioni etniche e di mestiere. Non tutta la musica è d’opposizione: i governi pagano canzoni per le campagne elettorali e cooptano chi possono. Vale anche altrove: il rap italiano, piaccia o meno, è il genere che rappresenta culturalmente le disuguaglianze del paese, il rapporto con il denaro, argomento altrimenti considerato vile, e i conflitti sociali e di classe.

WR