Il 26 ottobre Dmitrij Muratov, editore di Novaja Gazeta e premio Nobel per la pace, e il direttore Sergej Sokolov hanno riunito la redazione in uno scantinato, telefoni lasciati fuori, e deciso di chiudere il giornale fondato nel 1993. Pochi giorni prima la testata era stata dichiarata «agente straniero» e sfrattata dalla sede che occupava da trent’anni, Sokolov era stato interrogato e qualcuno era entrato di notte negli uffici. Novaja Gazeta aveva raccontato la violenza dello Stato dalla Cecenia in poi, rivelato che nel Donbas combatteva l’esercito regolare russo e che la Wagner era di Prigožin; sei suoi giornalisti sono stati uccisi, fra cui Anna Politkovskaja vent’anni fa. Dopo l’invasione dell’Ucraina, con la parola «guerra» vietata, aveva continuato a uscire raccontando le conseguenze del conflitto in Russia, e per chi era contrario alla guerra senza voler emigrare era diventata un luogo dove sentirsi in un mondo normale. «Non siamo morti, ci hanno uccisi, insieme alla costituzione», dice Muratov, che consegnerà gli archivi del giornale ai lettori, i suoi «complici».
The Kremlin is shutting down Russia’s last free newspaper
Elementi di scenario Il giornale che aveva raccontato la Cecenia, i soldati russi nel Donbas e la Wagner ha resistito quasi cinque anni dopo l’invasione dell’Ucraina; la sua chiusura toglie ai russi contrari alla guerra l’ultimo luogo dove non sentirsi soli.