The New Old Middle East ↗
F. Gregory Gause III scrive a fine luglio 2026, dopo il cessate il fuoco di giugno fra Iran e Stati Uniti e prima che si rompesse. La sua tesi va contro l’impressione dominante: le guerre degli ultimi tre anni sono reali, ma il Medio Oriente che ne esce somiglia molto a quello di prima. Le potenze esterne continuano a giocarsi l’equilibrio dentro i confini di Stati arabi deboli, il conflitto israelo-palestinese resta irrisolto, e gli Stati Uniti non hanno né la capacità né la volontà di imporre un ordine, ma sono troppo coinvolti per andarsene. L’attrezzo è una frase che il pezzo ripete in più forme. Stati deboli non fanno paci durature: un ordine regionale stabile dipende dalla capacità di Iraq, Libano, Siria e Yemen di controllare il proprio territorio, non dalle vittorie militari di chi li circonda. Gause lo mostra sul Libano, dove l’offensiva israeliana del 2026 rischia di screditare proprio il governo che aveva cominciato a togliere spazio a Hezbollah. Lo mostra sulla Siria di al-Shara, ancora troppo divisa per non tornare terreno di gioco dei vicini. E ricorda che le paci di Israele con Egitto e Giordania hanno retto perché quei due Stati controllano i propri confini. Sul Golfo applica una dinamica da manuale delle alleanze asimmetriche: il partner debole teme insieme di essere trascinato nelle guerre del forte e di esserne abbandonato. I paesi del Golfo hanno vissuto entrambe le paure in pochi mesi, ma secondo Gause non si allontaneranno da Washington, perché nessuno ne può sostituire l’ombrello. Il cambiamento vero è un altro: il Golfo ha smesso di guardare a Israele come possibile alleato contro l’Iran, e solo gli Emirati hanno confermato il proprio legame. Le proposte finali sono tre: un modus vivendi negoziato con Teheran, un regime multilaterale per lo stretto di Hormuz sul modello di Suez e di Malacca, e una pressione americana su Israele per una soluzione politica per i palestinesi. Senza, chiude Gause, la scena è pronta per il prossimo incendio.