«Welcome to Dragon Restaurant» — in inglese «Once Upon a Time in the Middle East» — è il nuovo blockbuster cinese ambientato in una Baghdad fittizia al tempo dell’invasione americana del 2003. Il protagonista è un cuoco che si arricchisce servendo soldati americani, funzionari del vecchio regime e, alla fine, anche i militanti islamici che lo catturano. L’Economist usa il film come specchio della politica estera cinese post-Wolf Warrior: meno aggressività, più mercantilismo. Il principio organizzativo è essere amici di tutti — iraniani e monarchie del Golfo, Algeria e Marocco, Egitto ed Etiopia — sospendendo la politica in nome degli affari. La massima di Ren Zhengfei di Huawei lo riassume: «In business, speak only of business». Questa postura ha un’attrattiva reale per i paesi stanchi delle condizionalità occidentali: i dollari cinesi arrivano senza lezioni di morale. Ha però due limiti strutturali. Il primo è la superficialità dell’impegno: la Cina evita sistematicamente i vincoli di sicurezza, come Iran e Venezuela hanno scoperto quest’anno. Il secondo è il paradosso giapponese: la neutralità cinese fa un’eccezione vistosa con il Giappone, che Xi accusa di revivalismo militarista. Nella diplomazia del ristorante del drago, è Pechino a decidere quali verità servire — e questa scelta non è mai neutrale.
In film and in life, China pursues dragon-restaurant diplomacy
Elementi di scenario Il pezzo introduce un frame nuovo e utile: la ‘dragon-restaurant diplomacy’ come alternativa alla ‘Wolf Warrior diplomacy’ degli anni scorsi — un presunto mercantilismo non ideologico, amicizia con tutti, nessun impegno di sicurezza. Il concetto ha valore strumentale perché nomina qualcosa che esisteva già, ma non aveva etichetta. Il paradosso finale sul Giappone è il momento più acuto: rivela che la neutralità cinese è una scelta costruita, non una postura strutturale. Pechino decide quali verità servire a tavola.
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