Deborah Mayo, filosofa della statistica e professoressa emerita alla Virginia Tech, pubblica l’11 settembre 2026 sul proprio blog un post per il compleanno di Charles Sanders Peirce (1839–1914) e vi ripubblica sezioni di un suo saggio del 2005. Il pretesto è d’occasione, il contenuto no: è la fonte primaria dello standard con cui questo archivio giudica le affermazioni che ci entrano da giugno 2026, e che fin qui aveva usato di seconda mano. Quando Floridi, Novelli e Morley definiscono «severamente testabile», lo fanno dichiarando il prestito: nel senso che il §6 rende preciso, after Mayo. La tesi in discussione è quella che Peirce chiama autocorrettiva, e sta in una riga dei Collected Papers (5.145): l’induzione è la verifica sperimentale di una teoria, e la sua giustificazione è che, sebbene la conclusione a ogni stadio possa essere più o meno erronea, l’ulteriore applicazione dello stesso metodo deve correggere l’errore. La lettura corrente la prende per una promessa di convergenza — più dati, stima migliore — e Mayo la rifiuta per intero: quella sarebbe la regola diritta, l’induzione rozza che generalizza dai casi osservati, e Peirce la giudicava una sonda dell’errore altamente inaffidabile. L’autocorrezione non è un premio che arriva col volume dei dati. È la proprietà di un procedimento che contiene il modo di rilevare il proprio errore, e che quindi può accorgersene ora, su questo campione, non al limite. Da qui la definizione che vale la citazione esatta: un’ipotesi H supera un test severo con il dato x se e solo se, primo, x concorda con H, e secondo, la procedura sperimentale avrebbe segnalato con probabilità molto alta la presenza di un errore, se ci fosse stata una discordanza. Detto in breve: un test è severo se l’ipotesi avrebbe potuto fallirlo davvero. Il che sposta l’oggetto della valutazione. Le probabilità si attaccano alle procedure, non alle ipotesi — Peirce lo scrive già nel 1878 (2.748): la teoria qui proposta non assegna alcuna probabilità alla conclusione induttiva. Non si dice quanto è probabile che H sia vera; si dice quanto è affidabile il procedimento che l’ha messa alla prova. È la differenza fra chiedere a un metal detector quanto è probabile che ci sia un chiodo e chiedersi se quel modello, passato su un chiodo, suonerebbe. La parte esportabile fuori dalla statistica sono i tre ordini di induzione. Il primo è quello rozzo, che procede per assenza di confutazione ed è quindi un argomento dall’ignoranza: nessuno ha mai visto il contrario, dunque. Il secondo è qualitativo, e qui il test è genuino: la sua forza dipende da quanto la previsione vada contro ciò che ci si aspetterebbe senza l’ipotesi. Il terzo è quantitativo, e comincia quando quel «quanto» diventa misurabile attraverso probabilità d’errore oggettive. È una scala di qualità probatoria applicabile a qualunque affermazione, compresa quella che nessun numero accompagna: la domanda da rivolgere a una tesi non è se abbia prove a favore, è quante possibilità aveva di non averne. Il numero da tenere riguarda la predesignazione, cioè l’obbligo di dichiarare l’ipotesi prima di guardare. Se si esaminano venti fattori e si riporta come test quello che è risultato significativo, la probabilità di aver trovato almeno un falso positivo non è il 5% dichiarato ma circa il 64%: 0,95 elevato a venti fa 0,36, e quella — non 0,95 — è la severità del test che si è davvero condotto. È il p-hacking detto in termini di severità, e detto così si applica anche fuori da un laboratorio, a ogni ragionamento che presenta come previsione una regolarità trovata dopo. Resta un ultimo passaggio, il più radicale, e Peirce lo affida a una parentesi del 1878 (3.575): l’induzione corregge perfino le proprie premesse. Non solo le conclusioni. Mayo ne dà due casi pratici, entrambi di rilevazione e nessuno di convergenza — la media di misure astronomiche che rivela la struttura dei propri errori, e la tavola di mortalità in cui la distribuzione delle età dichiarate denuncia che le età sono state dichiarate male. In entrambi lo strumento che avrebbe dovuto solo stimare finisce per informare su se stesso, ed è quello, per Peirce, il tratto che spetta «essenzialmente, intrinsecamente e inevitabilmente soltanto al tipo più alto di ragionamento, che è l’induzione» (5.579).

WR