Il contenzioso contro le piattaforme è costruito sulla salute mentale degli adolescenti. Caty Enders, che studia da anni gli effetti dei media digitali, segnala che l’evidenza disponibile punta altrove: la meta-analisi più recente pubblicata su Psychological Bulletin, su circa settanta studi quantitativi dedicati al video in formato breve, trova un’associazione con i cambiamenti cognitivi più forte di quella con il peggioramento della salute mentale, concentrata su attenzione e controllo degli impulsi. Nella ricerca dell’autrice il tempo passato sul telefono si associa a prestazioni peggiori nella memoria di lavoro, e chi descrive il proprio uso come fuori controllo mostra una memoria episodica più debole — quella con cui si ricostruisce il proprio passato e, secondo uno studio del 2007 sui pazienti con danni all’ippocampo, anche quella con cui si immagina un futuro: ricordare e immaginare corrono sullo stesso circuito. Quanto pesi questa evidenza va detto subito. La letteratura è limitata, sulla memoria si riduce a un solo studio, i risultati dell’autrice chiedono replicazione, e la maggior parte della ricerca viene dalla Cina, dove le piattaforme operano sotto un regime regolatorio diverso — cioè su un prodotto che non è lo stesso prodotto. Soprattutto, c’è un precedente che nessuno cita e che dovrebbe rendere cauti: quarant’anni fa si diceva della televisione quasi esattamente quello che oggi si dice del feed — attenzione frammentata, consumo passivo, bambini catturati — con difficoltà metodologiche simili, e quella letteratura non ha mai chiuso la questione. Chi porta oggi il dato cognitivo eredita quel precedente e dovrebbe spiegare perché stavolta sia diverso. Una spiegazione possibile riguarda l’unità di analisi più che l’oggetto, e la si ricava da un parallelo che sembra bizzarro e non lo è. In nutrizione gli studi sul singolo alimento producono da decenni risultati piccoli e contraddittori, mentre quelli sui regimi alimentari reggono: non perché il singolo alimento sia innocuo, ma perché non è il livello a cui il fenomeno esiste. La stessa asimmetria si osserva qui. Chiedere se il formato breve faccia male è una domanda quasi irrispondibile; osservare che certe diete mediatiche nel loro complesso siano nocive è un’induzione che quasi nessuno contesta, incluse le persone che le praticano. Se il livello giusto è quello del regime e non quello del singolo formato, allora quarant’anni di ricerca sulla televisione hanno prodotto poco perché misuravano la cosa sbagliata, e la ricerca sul video breve rischia di ripetere l’errore con più dati. Questo complica il quadro, ed è qui che serve attenzione, perché la complicazione non è neutrale. «La scienza non è conclusiva» è un’affermazione vera e insieme strutturalmente sbilanciata: l’incertezza è reale, ma il costo dell’incertezza non si distribuisce da solo — ricade su chi non decide, mentre chi decide guadagna dal ritardo. È la storia dell’epidemiologia del piombo che l’articolo evoca senza portarla fino in fondo: non un’ignoranza superata dal progresso della scienza, ma decenni in cui l’onere della prova stava dalla parte sbagliata. Sostenere che la ricerca sia ancora acerba e sostenere che l’attesa sia gratuita sono due affermazioni diverse, e solo la prima è difendibile. Resta il modo in cui l’informazione si ricava da chi non vuole darla. Meta ha chiuso il contenzioso più recente con diciassette miliardi e nessuna ammissione di responsabilità, ma ha accettato modifiche di design: tetto giornaliero di due ore per gli utenti fra i tredici e i diciassette anni, blocco notturno, notifiche silenziate dalle ventidue, conteggi dei like nascosti, divieto dei filtri di chirurgia estetica, opzione di un feed non ottimizzato per l’attenzione. Messaggi diretti e contenuti lunghi restano fuori. Nessuna clausola afferma nulla; tutte insieme dicono quali parti del prodotto l’azienda consideri il problema e quali ritenga innocue — una mappa del suo modello interno, ricavata dagli obblighi invece che dalle dichiarazioni. E dicono anche, per inciso, che il livello d’intervento scelto è quello del regime di consumo: quote, orari, interruzioni. La dieta, appunto. Sullo sfondo, un’osservazione di lungo periodo che non consola e non allarma: la specie umana produce con singolare talento il proprio veleno, e in un arco di una o due generazioni anche l’antidoto. Il problema è che quell’arco, alla scala e alla velocità attuali, è troppo lungo.

WR