Il secondo Fukuyama in dieci giorni sul sito, con una funzione diversa: la riabilitazione del libro — non trionfalistico, il thymos come motore dell’arretramento — è già trattata a proposito del memoir, e qui non si ripete. Questa conversazione con Ezra Klein vale per quello che aggiunge, e va letta a partire dalla fine. Due chiarimenti preliminari, perché l’equivoco corrente è speculare a quello del 1992. Il primo riguarda la collocazione dell’autore: definirlo pessimista è impreciso quanto definirlo trionfalista trent’anni fa. La forma esatta è un’antropologia pessimista con una previsione istituzionale ottimista — «non sono del tutto pessimista, penso che le nostre istituzioni alla fine reggeranno, ma nel frattempo ci stanno portando a fare un giro molto pericoloso». La megalotimia, il desiderio di essere riconosciuti come superiori che Fukuyama distingue dall’isotimia egualitaria, è insopprimibile e nessun ordine la soddisfa; ma nessuna alternativa regge il confronto, e da qui l’oscillazione può solo tornare indietro, mai andare oltre. Il secondo riguarda la presunta smentita dei fatti: Trump è già nel libro del 1992, e l’intervista spiega perché allora non preoccupasse — il desiderio di riconoscimento diseguale sembrava potersi scaricare nella ricchezza, senza che la ricchezza dovesse poi cercare anche il potere politico. Il contenuto nuovo è una condizione che ridimensiona la tesi dall’interno: «non ho mai detto che la democrazia liberale fosse il sistema migliore sotto ogni possibile condizione tecnologica — di fatto penso che la natura dell’orizzonte tecnologico determini il tipo di politica che si può avere, e per questo l’AI sarà molto minacciosa per il nostro sistema democratico». La fine della storia diventa così un’affermazione condizionata a un regime tecnologico — quello dei giornali, della radio e della televisione — e quel regime non esiste più. Ne discendono due passaggi che interessano direttamente i temi del sito. Il populismo non si spiega senza il passaggio a una comunicazione politica algoritmica: le piattaforme sono una misurazione continua del riconoscimento, il thymos convertito in metrica e dotato di un contatore sempre acceso. E il pericolo dell’AI non è la sottrazione di potere ma la delega volontaria, rapida, esercitata proprio sulle valutazioni; i ricercatori di frontiera vi compaiono come zoologi che hanno appena scoperto una specie nuova e ne osservano il comportamento senza sapere cosa accada dentro la macchina che hanno costruito. In un autore che ha passato trent’anni a sostenere che la politica non si riduce all’economia, la concessione è pesante: il vincolo che decide quale politica sia possibile non è più soltanto antropologico. Resta fuori dal quadro un argomento che il libro del 1992 tratta e questa intervista no — le culture che l’Idea non trasforma. Il nucleo duro qui esaminato è la Cina, descritta come l’unico sistema alternativo con qualche possibilità di competere, stato competentissimo ma non limitato né dalla legge né dalle elezioni, e dunque interamente dipendente dalla qualità dei governanti; con l’aggiunta che il modello non è dato per sostenibile.
Was Francis Fukuyama Right All Along?
Strumento concettuale Fukuyama condiziona la fine della storia all’orizzonte tecnologico: la democrazia liberale non e’ il sistema migliore sotto ogni tecnologia possibile.
In dialogo con → Why the End of History Is So Miserable