Inchiesta di Claire Legros, pubblicata il 28 settembre 2026, nata dalle ondate di calore francesi dell’estate — oltre 220.000 sfollati nel sud-ovest, “il flusso interno più ampio dalla Seconda guerra mondiale” secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung — e dalle classifiche di città “vivibili” che ne sono seguite, con Fougères, Brest e Valognes in testa.
Il pezzo mette a confronto due definizioni di abitabilità. Quella fisica — calore, acqua, livello del mare — è quella dell’IPCC e delle classifiche giornalistiche: un luogo supera o non supera una soglia. Quella della geografa Nathalie Blanc, che dirige il Centre des politiques de la Terre, è diversa: l’abitabilità è un processo relazionale fra uno spazio e chi lo abita, non uno stato che un luogo possiede o perde. Le classifiche, dice Blanc, “alimentano una mentalità individualista che punta solo ai più ricchi — quelli con i mezzi per trasferirsi o trattare la città come una risorsa occasionale”; chi è povero, malato, caregiver o lavoratore essenziale resta a subire le ondate di calore in spazi non adatti ai suoi bisogni.
Il sociologo Eric Klinenberg lo documenta empiricamente in Heat Wave: due quartieri di Chicago con lo stesso profilo sociale ebbero mortalità opposta nell’ondata del 1995, e la differenza furono le biblioteche, i parchi, le reti associative ancora attive in uno dei due — un’infrastruttura di legami, non di temperatura, a fare da argine.
Il geografo Guillaume Faburel propone, nel suo Où habiter?, sette “territori rifugio” rurali verso cui una parte della popolazione urbana potrebbe trasferirsi per un modo di vita più autosufficiente; la geografa Blanc e i geografi Daniel Béhar e Aurélien Delpirou gli obiettano che le città concentrano servizi e infrastrutture da cui le aree rurali stesse dipendono, e che la “geo-solutionism” — cercare in una configurazione geografica la risposta a un problema che non lo è — scambia l’effetto per la causa. Per loro l’abitabilità “non è una qualità naturale” di un territorio ma “una costruzione collettiva, locale, fragile e contesa”: la domanda giusta non è quale luogo sia buono, ma quali siano le condizioni di abitabilità in ciascun luogo.