Intervento di opinione di Jamie Dimon sul Wall Street Journal, 28 settembre 2026, in edizione cartacea il 29. Tre giorni prima della conferenza di Zurigo di Mario Draghi, sulla stessa domanda, dall’altro lato del tavolo: non un banchiere centrale ma il presidente e amministratore delegato di JPMorganChase.
Il pezzo si apre e si chiude su un titolo di libro che l’autore non vorrebbe mai leggere, 2050: How the West Was Lost. La tesi: il primato americano poggia su tre pilastri — il primo esercito del mondo, la prima economia del mondo, da cui dipende il ruolo del dollaro come valuta di riserva, e un sogno americano che si sta indebolendo. L’obiettivo indicato è una crescita del 3% annuo: se fosse stata tenuta negli ultimi vent’anni, il prodotto per abitante sarebbe oggi ventimila dollari più alto. Vale la pena notare quali leve elenchi per arrivarci, perché non sono solo commerciali — dazi, quote, barriere regolamentari — ma di politica industriale: prestiti agevolati, regole fiscali, crediti all’esportazione, politiche migratorie, investimento pubblico, finanza allo sviluppo. Una difesa della libera impresa che mette la politica industriale fra i propri strumenti senza registrare la tensione.
Sull’Europa l’argomento è che la coalizione di «potenze medie» di cui molti parlano esiste già, ed è il continente europeo, ma che è in declino militare ed economico. Un dato va corretto nel citarlo: il testo scrive che l’Europa dipende «dalle esportazioni per quasi il 60% della propria energia». La cifra è giusta e la parola è sbagliata — Eurostat dà per il 2024 un tasso di dipendenza del 57%, che riguarda le importazioni nette. Due lettori lo hanno segnalato nei commenti sotto l’articolo.
Il perno della parte europea è una percentuale, e merita l’attribuzione che il pezzo non dà. Dimon scrive che delle oltre trecento raccomandazioni contenute nei due rapporti del 2024 — quello di Enrico Letta in aprile e quello di Mario Draghi in settembre — ne è stata attuata meno del 16%, facendo scivolare l’Europa in quella «lenta agonia» del declino di cui Draghi aveva avvertito. La misurazione esiste, ma riguarda il solo rapporto Draghi e le sue 176 proposte, e viene dal Banco de España su ricerche del Real Instituto Elcano e del think tank EPIC, a luglio 2026: 16% pienamente attuato, 26% parzialmente, 42% avviato senza strumenti operativi, 17% senza alcun progresso. La direzione dell’affermazione regge; il perimetro è più stretto della frase. E il riassunto perde il dato peggiore: nell’energia, il settore con il massimo potenziale di trasformazione, l’attuazione piena è all’1%.
La proposta vera e propria è un’offerta condizionata. Se l’Europa esegue riforme economiche e militari significative, «compreso tutto ciò che noi consideriamo cruciale per la sicurezza e la resilienza», gli Stati Uniti negozieranno un unico grande accordo economico e di libero scambio, estendibile a democrazie amiche fra cui Canada, Messico, Giappone, Corea del Sud, Australia e Filippine. Il precedente è dichiarato: la Trans-Pacific Partnership, quasi conclusa negli anni Dieci fra dodici economie del Pacifico, e il TTIP fra Unione europea e Stati Uniti, entrambi da resuscitare.
L’archivio tiene il pezzo per la forma di quella proposta, più che per il suo merito. Riforma in cambio di accesso è condizionalità, cioè lo stesso strumento di governo che nella sua versione domestica lega l’erogazione di fondi al raggiungimento di obiettivi contati — Next Generation EU e le sue 419 condizioni —, spostato da dentro un bilancio a fra alleati. Due differenze lo rendono però un oggetto diverso. La parte che conta è una potenza straniera, non una commissione nell’organo della quale il contato siede. E la clausola everything that we consider crucial non dice chi stabilisca quando la condizione sia soddisfatta, mentre nel caso europeo è precisamente lì che viveva l’intero disegno. Una condizionalità senza verificatore dichiarato non è una versione più blanda dello strumento: è lo stesso strumento con la discrezionalità tutta da una parte.
Va registrato anche l’interesse di chi scrive, che il giornale dichiara in calce. Fra le riforme europee che Dimon indica ci sono l’unione bancaria e l’unione dei mercati dei capitali, che a suo dire «consentirebbero a più banche europee di competere su scala globale e renderebbero il continente un ambiente più attraente per le imprese straniere» — categoria che comprende quella che dirige. L’interesse non rende l’argomento falso, e le due proposte stanno anche nel rapporto Draghi, scritto da chi una banca non ce l’ha. Significa però che il lettore sta valutando una raccomandazione formulata da uno dei suoi beneficiari, ed è un dato che si registra invece di scioglierlo.
Un’ultima cosa va tenuta, perché è l’unico punto in cui il testo paga un prezzo. Sul perché TPP e TTIP fallirono, Dimon non si limita a imputarlo all’ostilità politica verso il libero scambio: scrive che i timori di perdita di posti di lavoro, salari più bassi e imprese spiazzate erano «fondati», e che troppi tentativi di aiutare chi ne era colpito «si sono rivelati insufficienti». È la frase che un lettore europeo dovrebbe trattenere, perché la parte mai costruita di quegli accordi non è stata la tariffa: è stata la compensazione.