Pubblicato online il 21 settembre 2026 e uscito sul numero del 28 con il titolo The Last Word, il saggio si apre con una domanda che sembra un gioco e non lo è: conoscete la prima frase di Orgoglio e pregiudizio? Quasi tutti credono di sì, e quasi nessuno ricorda le virgole. Menand fa notare che quelle virgole non fanno il lavoro che l’uso moderno assegna loro, e che probabilmente non sono di Jane Austen: nei pochi manoscritti superstiti Austen usa i trattini, non le virgole, e nemmeno i capoversi. Il confronto fra il manoscritto di Persuasione e il testo pubblicato è impressionante — cinque trattini e tre e-commerciali sostituiti, quattro sostantivi maiuscoli abbassati — e l’autore probabile della pulizia è William Gifford, redattore presso l’editore John Murray. La conclusione sta in una riga: «le frasi levigate, quasi epigrammatiche, che troviamo così austeniane potrebbero non essere frasi che Austen ha davvero scritto». L’articolo comincia dunque su un caso ottocentesco di autorialità assistita e finirà sull’AI, senza che il collegamento venga mai dichiarato. Il primo libro recensito è On the Mark: From Periods to Interrobangs, How Punctuation Remade the World di Florence Hazrat, storia della punteggiatura nel genere «la X che ha cambiato il mondo». Menand ne riporta volentieri l’archeologia — il punto fermo inventato da Aristofane di Bisanzio, direttore della Biblioteca di Alessandria, fra il III e il II secolo a.C.; il più antico punto interrogativo conosciuto in un documento siriaco del V secolo; il punto esclamativo dalla metà del Trecento; la stampa, intorno al 1440, che scatena «una raffica di segni», dal punto e virgola alle virgolette al trattino ai puntini di sospensione; e nessun segno nuovo dopo il 1600, se non si contano le emoji. Per Hazrat il segno più rivoluzionario di tutti è lo spazio fra le parole, introdotto nell’VIII secolo dai monaci irlandesi. Menand contesta l’ambizione del genere — «se la punteggiatura ha avuto un ruolo in tutto», l’entusiasmo tracima e il libro finisce per spiegare più di quanto possa — e contesta anche l’autrice sui dettagli tecnici, con la precisione di chi fa questo mestiere: Hazrat definisce il punto e virgola «un segno sognante, per menti divaganti», e Menand replica che il segno sognante è semmai la virgola usata al posto suo, mentre il punto e virgola serve proprio a sostituirla — «lei lo crede una virgola grande, quando in realtà è un punto piccolo». Sulle parentesi il disaccordo è più gentile: Hazrat le ama e le definisce «un’interruzione delicata, stabile e prevedibile ed equilibrata», perfino «un modo etico di vivere»; Menand le aveva sempre considerate sovversive, l’equivalente tipografico di un sopracciglio alzato. Su un punto però concede, e vale la pena prenderlo sul serio perché è il ponte fra la prima e la seconda metà del pezzo: la storia della punteggiatura è storia dell’umanità nel senso che i mutamenti della tecnologia della scrittura — come si scrive e come si rende disponibile ciò che si è scritto — vanno di pari passo con i mutamenti nella distribuzione del potere sociale. La punteggiatura serve a rendere la scrittura più facile da leggere, e renderla più facile da leggere significa allargare il numero di persone che accedono alla parola scritta. Con una chiusa che riguarda il mestiere editoriale più di quanto sembri: l’alfabetismo non è più monopolio di una classe privilegiata, e «oggi anche i guardiani della soglia sono spariti, o si sono trasformati in paywall». Il secondo libro è Verb Your Enthusiasm di Sarah L. Kaufman, per molti anni critica di danza al Washington Post, che sui verbi ha l’entusiasmo che Hazrat ha sui segni — sono «le Cate Blanchett della lingua». Menand è affettuoso e severo: sulla frase finale del Grande Gatsby, che Kaufman sente risuonare nel corpo, obietta di non aver mai capito cosa Fitzgerald intendesse davvero e che «beat» e «borne» mancano di concretezza visiva, visto che quelle barche remano contro corrente e dovrebbero semmai pagaiare. Ma la critica di fondo è strutturale e trasferibile: il libro di Kaufman è nella sostanza un manuale di stile giornalistico — taglia aggettivi e avverbi, evita il passivo, preferisci i monosillabi, scrivi sempre «disse» — e quelle regole nascono da un vincolo materiale, lo spazio finito della pagina stampata. È da lì che viene lo stile minimalista moderno: Hemingway cominciò al Kansas City Star e attribuì al manuale di quel giornale la base del proprio stile; Joan Didion cominciò scrivendo didascalie e colonnini da far entrare attorno alle fotografie. «La maggior parte di chi scrive non ha quei vincoli, reali o immaginari.» Da cui la posizione di Menand, che è quella di un artigiano e non di un purista: gli avverbi, anche gli intensificatori, aggiungono sfumatura e tono, e rinunciarvi per la dirittura è uno scambio, non un guadagno. «Chi scrive ha una cassetta degli attrezzi. Perché non usare tutto il kit?» Nota, con una punta di autoironia, che Microsoft Word gli ha fatto scattare due volte l’allarme su actually mentre scriveva il pezzo. L’ultima parte è la ragione per archiviarlo. «Questi libri ricordano che siamo nel mezzo di una rivoluzione nella fenomenologia della lettura.» Molti testi si limitano a essere decodificati — istruzioni, pubblicità, formule legali —, ma quando si legge per piacere o per istruirsi si immagina una persona dietro le parole: trattiamo la scrittura come discorso sostitutivo, diciamo «questa è Jane Austen», crediamo di conoscere chi scrive dal suono delle sue frasi. «Ma oggi i sistemi digitali possono generare frasi alla Austen e alla Woolf. Avevamo sentimenti per le nostre Austen e Woolf immaginarie; le “conoscevamo”. Ma cominciamo a renderci conto che è inutile, o stupido, avere sentimenti per frasi che un programma sputa fuori a ritmo allarmante. A un certo punto smetteremo di antropomorfizzare le parole sulla pagina o sullo schermo e cominceremo a trattarle come trattiamo i numeri, come segni da decodificare. Quando accadrà, che cosa resterà dell’esperienza di lettura?» Sia Hazrat sia Kaufman aderiscono alla cognizione incarnata — «la punteggiatura ci permette di accedere a un testo come esperienza multidimensionale, a corpo pieno e mente piena», scrive Hazrat — e Menand ne ricava una definizione che è anche un giudizio: i loro libri sono elegie a una concezione della lettura e della scrittura che sembra prossima alla fine. Hazrat è la più cupa — la messaggistica ha di fatto eliminato la punteggiatura, il punto fermo è evitato, «il modo educato di essere sgarbati, oggi, è usare la punteggiatura corretta» —, Kaufman la più fiduciosa: nessun bot, finora, sa costruire un linguaggio fisico e poetico che ci faccia sentire qualcosa. Menand non le concede nemmeno questo: gli LLM già scrivono poesia, la domanda è solo quanto possano migliorare, e miglioreranno come migliorano gli esseri umani, leggendo molta poesia e imparando cosa funziona. «Alla fine, scrivere è solo una tecnologia. Non c’è niente di magico.» La chiusa rovescia il timore corrente, ed è la frase da portarsi via: «Il timore abituale è che scambiamo la poesia di una macchina per quella di una persona. La prospettiva più deprimente è che liquideremo la poesia di una persona come slop dell’AI.» L’asimmetria è tutta lì. L’inganno è un rischio simmetrico e occasionale; il sospetto è sistematico e cade per primo su chi non ha barato, perché un testo umano non ha alcun modo interno di dimostrare di esserlo. È il completamento della scheda dell’Economist di quattro giorni prima: lì il segnale costoso salta dal lato di chi scrive, qui si vede cosa succede dal lato di chi legge. E spiega perché un archivio che dichiara in ogni pezzo quanta parte della superficie pubblicata è passata da un modello non stia facendo una confessione: sta proteggendo i pezzi che non lo sono.
The Curious Power of Punctuation
Strumento concettuale Nel settembre 2026 Louis Menand rovescia il timore corrente: il problema non è che scambieremo la poesia di una macchina per quella di una persona, è che liquideremo quella di una persona come slop — e il testo umano, una volta azzerato il segnale costoso, non ha modo di provare di esserlo.
In dialogo con → Don’t let AI kill the author