Jacopo Ottaviani, data journalist italiano e fellow del Reuters Institute, racconta come ha ricostruito in due giorni *Patrie Galere* — la mappa delle morti nelle carceri italiane che nel 2012 gli aveva richiesto tre settimane — e come ha costruito *Strade Mortali*, un portale sulla sicurezza stradale a Roma, usando Claude Fable 5 (poi sospeso dal governo americano per ragioni di sicurezza nazionale, notazione non priva di ironia). Il metodo è il *vibe coding* strutturato: non un prompt unico, ma una decomposizione in venti compiti discreti e testabili — divide et impera applicato all’AI. Il punto più rilevante per noi non è il risparmio di tempo ma dove si è spostato il collo di bottiglia: il layer meccanico del data journalism si commoditizza; ciò che non si commoditizza è il giudizio su quale domanda valga la pena fare e la capacità di riconoscere quando l’output è plausibile ma sbagliato. «The ability to see through the surface to the underlying structure is not something the model supplies; it is what you bring.» È la tesi di Floridi sul capitale semantico applicata a un caso concreto — e c'è una nota sulla 'SaaSapocalypse' (LLM + librerie open source rendono obsoleti i tool proprietari di dataviz) che vale tenere in conto.
The Economist ripercorre la storia del liberalismo attraverso una carrellata interattiva: dalle origini illuministe fino al presente, passando per le grandi crisi del XX secolo e la difficile resistenza ai totalitarismi. Vale la pena leggerlo non solo come documento storico ma come esercizio di marketing valoriale. In un’epoca in cui WaPo e NYT avevano costruito, al primo insediamento Trump nel 2016, un «marketing della verità» oggi meno credibile — nel caso del WaPo, per ragioni evidenti legate all’assetto proprietario e alle relative ingerenze — The Economist ha imboccato una strada diversa, sviluppando un’identità editoriale fondata sul potere trasformativo del liberalismo su scala globale. C'è molta agiografia in questo, e la parzialità della narrazione è evidente: il liberalismo viene presentato sostanzialmente come sinonimo di progresso. Ma l’esercizio è apprezzabile e ben documentato. La distinzione tra le due strategie — difesa della verità come valore giornalistico vs. difesa di un sistema di valori come identità editoriale — dice qualcosa di utile su come le grandi testate costruiscono la propria autorità nei momenti di crisi della fiducia nei media.
Il "1843" racconta il paradosso al cuore dell’industria dell’anime giapponese: il mercato è quasi triplicato nell’ultimo decennio, fino a 19 miliardi di dollari, eppure gli animatori scarseggiano cronicamente — erano circa 4.500 nel 2010, oggi sono solo 5-6.000, mentre i titoli prodotti all’anno sono passati da poco più di 100 a oltre 300. La radice del problema è storica: dopo il fallimento nel 1973 di Mushi Production (lo studio di "Astro Boy"), l’industria sostituì gli organici fissi con manodopera a contratto, frammentando il lavoro in compiti minuscoli e smantellando il sistema di apprendistato che formava i nuovi animatori. Oggi solo uno su cinque riceve una formazione sul campo, contro sette su dieci nella generazione precedente; gli stipendi dei giovani animatori restano sotto la media nazionale per neolaureati; un quarto di chi entra nel settore lo abbandona entro quattro anni. Il pezzo segue chi sta provando a invertire la rotta — piccoli studi come Durian e Flat Studio che riportano l’attenzione sulla cura artigianale, accademie come Sasayuri che reintroducono il mentoring perduto, programmi di apprendistato interni come quello di Bandai Namco — e chiude su un produttore che ha realizzato il primo "anime AI" giapponese, scatenando un dibattito sui confini tra strumento e sostituzione della creatività umana. È un caso da manuale anche per chi si occupa di editoria e publishing: una filiera può crescere a doppia cifra e restare comunque incapace di remunerare e formare chi produce materialmente il valore.
Andrea Nelson Mauro prende tutti i Digital News Report del Reuters Institute (2021–2026) e li lavora longitudinalmente sulla sola sezione italiana — con dati e codice pubblici su GitHub. È tra le analisi più complete disponibili sull’informazione in Italia negli ultimi sei anni. La cifra chiave è la fiducia: scesa dal 40% al 32%, sotto la media globale del 37%. Ma il cambiamento qualitativo che il rapporto 2026 registra è quello più preoccupante: non si sfiducia più questo o quel brand percepito come schierato, si sfiducia il sistema nel suo complesso. La sfiducia sistemica è strutturalmente più difficile da invertire. Intorno a questa cifra: la stampa cartacea quasi dimezzata in cinque anni (18% → 11% di reach settimanale), le piattaforme che assorbono l’85% dei ricavi pubblicitari digitali, il 36% degli italiani che evita le notizie spesso o a volte — non per indifferenza ma come risposta all’ansia e alla sfiducia. E tre sorprese: Twitter/X scomparso dalla top 6 dei social per le notizie; Instagram più che raddoppiata (15% → 31%); un rimbalzo dell’uso dei social nel 2026 (+6pp) che inverte cinque anni di declino, probabilmente legato al referendum costituzionale di marzo. Sul fronte proprietà: GEDI, due cambi di mano in cinque anni, ora in mani greche (Antenna) — la storia di un editore che risponde alla crisi strutturale con dismissioni, pivot social e concentrazione sulle testate di punta. Il pezzo entra nel sito come cartografia empirica del sistema mediatico italiano: dati rari, metodologia trasparente, fonte verificabile.