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La sostenibilità economica di chi produce contenuti — qui nel caso degli animatori giapponesi, ma il problema (crescita del mercato senza crescita dei compensi) è lo stesso che attraversa buona parte dell’editoria contemporanea.

ott 2017 set 2026

C'è un videogioco in cui vivi le poche gioie e i tanti dolori di un dipendente di una piccola casa editrice indipendente ↗

Small Press Tycoon è un gestionale sull’editoria indipendente, pubblicato da Inpatient Press — la micro-casa fondata nel 2013 da Mitch Anzuoni — come parte di una trilogia, il che è già una dichiarazione di poetica. Si stampano pamphlet e zine, si cercano manoscritti, si organizzano reading, si va in fiera, si trattano accordi di distribuzione, e le variabili da tenere d’occhio sono hipness, qualità e popolarità dei titoli. Il pezzo di Elisa Giudici lo prende per quello che è, una segnalazione divertita, e la formula che usa — fa ridere perché è vero — dice però qualcosa di più preciso di quanto sembri. Un gestionale non rappresenta un mestiere: lo modella. Chi lo progetta deve decidere quali grandezze esistono, quali si influenzano a vicenda e quali stanno fuori dal quadro, e quella scelta è una tesi sul settore messa in forma eseguibile — una recensione del mondo scritta in forma di meccanica, non di argomento. Il piacere che un gestionale procura a chi il mestiere lo fa non è quindi il piacere del racconto riuscito ma quello del riconoscimento — è davvero così — e ciò che viene riconosciuto non è l’aneddoto: è il modello. Chi ride sta validando, senza dichiararlo, una certa idea di quali variabili governino davvero la vita di una piccola casa editrice. Da qui la ragione per cui entra in archivio, che non è la simpatia per l’oggetto. La simulazione è uno dei pochi formati in cui una teoria di un mercato si lascia ispezionare per intero, perché per funzionare deve essere completa e chiusa; e la stessa ispezione si può applicare a qualunque gestionale di un settore che si conosca dall’interno. Va detto il limite: non ho giocato Small Press Tycoon e non lo farò, quindi qui non si entra nel merito di come le variabili siano bilanciate — quello richiederebbe le mani sulla tastiera, e resta una domanda aperta per chi voglia prendersela.

Destroying Books to Build a Mind ↗

Nel 2024, alcuni librai iniziarono a ricevere ordini insoliti: LLC enigmatiche — Green Parrot Project, Red Sparrow Project — compravano in massa testi accademici fuori moda, libri su impianti fognari, manuali tecnici esauriti. Una libraista di Toronto applicò un tracker GPS a un volume prima di spedirlo: il libro finì in un parco industriale di Addison, Illinois, dove arc Document Solutions gestisce impianti di scansione attivi 24 ore su 24. Gli atti giudiziari di una class action del 2024 hanno svelato il resto: il programma si chiamava Project Panama, ed era definito internamente come “our effort to destructively scan all the books in the world.” Destructively: le copertine rimosse con una taglierina idraulica — book guillotine —, le pagine scansionate, le copie fisiche gettate via. Il titolo incendiario che ha circolato — “Anthropic distrugge libri rari antichi” — è sbagliato, e Mancino lo smonta con dati. Di 600+ titoli identificati come venduti ad aziende AI, la quasi totalità erano pubblicazioni di presse accademiche tra gli anni Settanta e i Duemila, con tirature di mille copie o meno: storia, diritto, scienze sociali, critica letteraria. Nessun libro antiquario, nessuna prima edizione. Il punto più interessante dell’analisi: i libri più preziosi per il training non sono i più rari ma i più accurati — il nonfiction accademico specializzato vale più della narrativa di consumo. C’è un’ironia strutturale: quei 1.000 volumi sul depuratore delle acque reflue hanno più impatto come dati di training di quanto ne avrebbero mai avuto sugli scaffali. Il settlement del 2025 (1,5 miliardi di dollari per il download di oltre 7 milioni di copie piratate) e la sentenza del giudice Alsup hanno chiuso la partita legale: il training è fair use, distruggere copie acquistate legalmente è fair use. Ma il problema più serio non è legale. Leah Price: “destructive scanning sacrifices multiple potential future human readings to a single instance of machine reading.” Matthew Kirschenbaum: quando il testo viene strippato del suo contesto — autore, storia, relazioni, struttura — diventa “some hybridized, half-dead thing.” “A novel is not just a bucket of sentences. The order in which those sentences occur matters.” Anthropic sta costruendo il capitale semantico di Claude consumando quello accumulato dagli esseri umani, senza trasparenza: un ricercatore accademico che costruisce un modello di linguaggio deve dichiarare ogni libro usato. Claude no. Nemmeno Wikipedia lo fa in anonimato.

AI Has Plunged the Book Publishing Industry Into Utter Chaos ↗

Tre grandi scandali AI in tre mesi stanno forzando una resa dei conti nell’editoria americana. Jerry Falade vede collassare un contratto multimilionario per un romanzo di debutto quando i suoi agenti ammettono di non poter verificare che il testo fosse interamente suo. Hachette cancella l’uscita americana di «Shy Girl» di Mia Ballard per accuse simili. Simon & Schuster difende H.M. Wolfe e il suo «Daggermouth» — dystopian romance self-published ai vertici delle classifiche, poi acquisito — dopo che The Atlantic pubblica uno studio che rileva tracce di AI. Tutti e tre gli autori negano. Il quadro che emerge non è di un’industria che combatte l’AI, ma di una che non riesce a decidere quanto combatterla. I Big Five — Simon & Schuster, Penguin Random House, HarperCollins, Hachette, Macmillan — sono simultaneamente coinvolti in cause legali contro le società AI per aver usato i loro libri come training data, e riluttanti a prendere posizioni nette sull’AI nei libri che acquisiscono, perché non vogliono precludere un potenziale revenue stream. Uno studio di Stony Brook University rileva che il 20% degli ebook su Amazon ha «sostanziale» assistenza AI. Il problema si concentra sugli self-published: i publisher cercano affannosamente titoli che hanno già trovato un’audience — l’origine di questa nuova ondata di acquisizioni è BookTok e le classifiche Amazon — e questo è esattamente il segmento più contaminato. Gli agenti si ritrovano a fare i poliziotti, inondati di query che attribuiscono agli LLM usati per lo spam, costretti a usare strumenti di rilevamento la cui accuratezza è contestata. La struttura profonda del problema è che l’editoria gira da sempre sulla fiducia: gli editor si fidano degli autori sulla originalità, senza meccanismi istituzionali di verifica — lo stesso punto debole già emerso con il plagio e i memoir inventati. Il testo AI non è copyrightable: è l’unica linea dura che l’industria può far rispettare. Tutto il resto è zona grigia.

From weeks of work to days: How I rebuilt two data journalism projects with AI ↗

Jacopo Ottaviani, data journalist italiano e fellow del Reuters Institute, racconta come ha ricostruito in due giorni Patrie Galere — la mappa delle morti nelle carceri italiane che nel 2012 gli aveva richiesto tre settimane — e come ha costruito Strade Mortali, un portale sulla sicurezza stradale a Roma, usando Claude Fable 5 (poi sospeso dal governo americano per ragioni di sicurezza nazionale, notazione non priva di ironia). Il metodo è il vibe coding strutturato: non un prompt unico, ma una decomposizione in venti compiti discreti e testabili — divide et impera applicato all’AI. Il punto più rilevante per noi non è il risparmio di tempo ma dove si è spostato il collo di bottiglia: il layer meccanico del data journalism si commoditizza; ciò che non si commoditizza è il giudizio su quale domanda valga la pena fare e la capacità di riconoscere quando l’output è plausibile ma sbagliato. «The ability to see through the surface to the underlying structure is not something the model supplies; it is what you bring.» È la tesi di Floridi sul capitale semantico applicata a un caso concreto — e c’è una nota sulla ‘SaaSapocalypse’ (LLM + librerie open source rendono obsoleti i tool proprietari di dataviz) che vale tenere in conto.

The history of liberalism: a timeline ↗

The Economist ripercorre la storia del liberalismo attraverso una carrellata interattiva: dalle origini illuministe fino al presente, passando per le grandi crisi del XX secolo e la difficile resistenza ai totalitarismi. Vale la pena leggerlo non solo come documento storico ma come esercizio di marketing valoriale. In un’epoca in cui WaPo e NYT avevano costruito, al primo insediamento Trump nel 2016, un «marketing della verità» oggi meno credibile — nel caso del WaPo, per ragioni evidenti legate all’assetto proprietario e alle relative ingerenze — The Economist ha imboccato una strada diversa, sviluppando un’identità editoriale fondata sul potere trasformativo del liberalismo su scala globale. C’è molta agiografia in questo, e la parzialità della narrazione è evidente: il liberalismo viene presentato sostanzialmente come sinonimo di progresso. Ma l’esercizio è apprezzabile e ben documentato. La distinzione tra le due strategie — difesa della verità come valore giornalistico vs. difesa di un sistema di valori come identità editoriale — dice qualcosa di utile su come le grandi testate costruiscono la propria autorità nei momenti di crisi della fiducia nei media.

The strange disappearance of Japan’s animators ↗

Il “1843” racconta il paradosso al cuore dell’industria dell’anime giapponese: il mercato è quasi triplicato nell’ultimo decennio, fino a 19 miliardi di dollari, eppure gli animatori scarseggiano cronicamente — erano circa 4.500 nel 2010, oggi sono solo 5-6.000, mentre i titoli prodotti all’anno sono passati da poco più di 100 a oltre 300. La radice del problema è storica: dopo il fallimento nel 1973 di Mushi Production (lo studio di “Astro Boy”), l’industria sostituì gli organici fissi con manodopera a contratto, frammentando il lavoro in compiti minuscoli e smantellando il sistema di apprendistato che formava i nuovi animatori. Oggi solo uno su cinque riceve una formazione sul campo, contro sette su dieci nella generazione precedente; gli stipendi dei giovani animatori restano sotto la media nazionale per neolaureati; un quarto di chi entra nel settore lo abbandona entro quattro anni. Il pezzo segue chi sta provando a invertire la rotta — piccoli studi come Durian e Flat Studio che riportano l’attenzione sulla cura artigianale, accademie come Sasayuri che reintroducono il mentoring perduto, programmi di apprendistato interni come quello di Bandai Namco — e chiude su un produttore che ha realizzato il primo “anime AI” giapponese, scatenando un dibattito sui confini tra strumento e sostituzione della creatività umana. È un caso da manuale anche per chi si occupa di editoria e publishing: una filiera può crescere a doppia cifra e restare comunque incapace di remunerare e formare chi produce materialmente il valore.

Com'è cambiata l’informazione in Italia negli ultimi 6 anni ↗

Andrea Nelson Mauro prende tutti i Digital News Report del Reuters Institute (2021–2026) e li lavora longitudinalmente sulla sola sezione italiana — con dati e codice pubblici su GitHub. È tra le analisi più complete disponibili sull’informazione in Italia negli ultimi sei anni. La cifra chiave è la fiducia: scesa dal 40% al 32%, sotto la media globale del 37%. Ma il cambiamento qualitativo che il rapporto 2026 registra è quello più preoccupante: non si sfiducia più questo o quel brand percepito come schierato, si sfiducia il sistema nel suo complesso. La sfiducia sistemica è strutturalmente più difficile da invertire. Intorno a questa cifra: la stampa cartacea quasi dimezzata in cinque anni (18% → 11% di reach settimanale), le piattaforme che assorbono l’85% dei ricavi pubblicitari digitali, il 36% degli italiani che evita le notizie spesso o a volte — non per indifferenza ma come risposta all’ansia e alla sfiducia. E tre sorprese: Twitter/X scomparso dalla top 6 dei social per le notizie; Instagram più che raddoppiata (15% → 31%); un rimbalzo dell’uso dei social nel 2026 (+6pp) che inverte cinque anni di declino, probabilmente legato al referendum costituzionale di marzo. Sul fronte proprietà: GEDI, due cambi di mano in cinque anni, ora in mani greche (Antenna) — la storia di un editore che risponde alla crisi strutturale con dismissioni, pivot social e concentrazione sulle testate di punta. Il pezzo entra nel sito come cartografia empirica del sistema mediatico italiano: dati rari, metodologia trasparente, fonte verificabile.

Per contare devi farti amare (l’attenzione non basta più) ↗

Francesco Tarchetti — «non ho capito» — usa due framework in combinazione per spiegare perché gli editori sopravvivono o muoiono sull’amore, non sull’utilità. Il primo è il brand love di Carroll e Ahuvia: attaccamento emotivo che va oltre il consumo razionale, implica integrazione del marchio nell’identità del consumatore, genera fiducia quasi incondizionata, passaparola entusiasto e indulgenza per gli errori. Il secondo è la long tail di Chris Anderson: nei mercati digitali a distribuzione quasi gratuita la somma delle nicchie può superare i bestseller, e i prodotti di nicchia portano più carico simbolico — più identitario, più affettivo. La combinazione produce una tesi: l’editore che vuole sopravvivere non può competere sull’utilità — quel gioco è perso, l’informazione è ovunque e gratis — ma sulla costruzione di un’appartenenza. L’esempio più chiaro è Il Post: niente paywall, modello basato su curation ragionata più che su reporting originale, eppure tre quarti delle entrate vengono dagli abbonati. Perché? Perché pagare Il Post è un gesto simbolico — segnala chi sei, i valori in cui ti riconosci. Luca Sofri lo dice esplicitamente: le persone si abbonano per partecipare a qualcosa, non per ricevere qualcosa. Il caso storico è Adelphi, love brand prima del termine: fedeltà quasi cieca a un catalogo intenzionalmente oscuro, identità costruita sull’inaccessibilità stessa. Il caso contemporaneo è Tomodachi Press di Dario Moccia, che ha venduto più carte collezionabili Cuphead del set Disney curato per Panini — non perché siano «migliori» ma perché comprare Tomodachi è un gesto di appartenenza alla cultura nerd italiana. La coda dell’articolo è la parte più scomoda: se l’editore deve essere un love brand, la sua voce deve sentirsi di più di quella degli autori, altrimenti decade a fornitore di servizi tecnici. Il che mette l’editore in competizione diretta con i creator per l’influenza culturale — e non è un gioco a somma zero, ma c’è sempre qualcuno che detta le regole.

Western philosophy is racist ↗

Bryan W. Van Norden ricostruisce come il canone filosofico occidentale sia arrivato alla forma che oggi appare naturale, e la risposta è che non lo è. Nel Seicento e nel Settecento la filosofia europea era cosmopolita in senso letterale: Leibniz studiava l’I Ching e vi trovava una corrispondenza con l’aritmetica binaria, Christian Wolff sosteneva in pubblico che Confucio avesse dimostrato la possibilità di un sistema morale senza fondamento rivelato, e nel dibattito del tempo l’ipotesi che la filosofia fosse nata in India, in Africa o in entrambe era una posizione discutibile ma legittima. Il restringimento avviene fra Otto e primo Novecento, per due spinte che convergono: una storiografia costruita a posteriori attorno a Kant, in cui tutta la filosofia precedente diventa preparazione al criticismo, e la sistematizzazione delle gerarchie razziali nel pensiero europeo. L’esito è un canone che si presenta come l’insieme di ciò che va letto mentre è il risultato di scelte databili — ed è precisamente il modo in cui funziona ogni canone, una collana, un piano editoriale, un premio: un catalogo che dimentica di essere stato scelto. Sulla qualifica che dà il titolo all’articolo conviene distinguere, restando alla lettera dell’autore — che scrive qui in un estratto da Taking Back Philosophy: A Multicultural Manifesto, e il registro del manifesto è dunque una scelta dichiarata. Le citazioni che Van Norden raccoglie non sono estrapolate con malizia: Kant che riserva ai bianchi «tutti i talenti», che dichiara gli indù incapaci di concetti astratti e gli americani ineducabili, che nega alla Cina la filosofia concedendo a Confucio una dottrina morale, ha scritto esattamente quelle cose, e Hegel non è più cauto. Da qui discende con forza una tesi storica: l’esclusione è stata una decisione, presa da persone identificabili per ragioni che oggi nessuno sosterrebbe. Non ne discende con la stessa forza la tesi al presente, cioè che la disciplina sia oggi razzista e xenofoba: quella richiede un argomento sugli effetti e sulle intenzioni attuali che il saggio non costruisce, e che non gli serve. Le due affermazioni hanno statuti diversi e la prima non ha bisogno della seconda per funzionare; anzi, la seconda le toglie interlocutori, perché trasforma una ricostruzione difficile da contestare in una qualifica che chiede di essere accettata o respinta in blocco. Esiste una radice razzista nel pensiero occidentale ottocentesco? Sui testi raccolti qui la domanda è difficile da evadere. Che questo renda razzista un dipartimento di filosofia nel 2017 è un’altra proposizione, e va dimostrata a parte. C’è poi un argomento che il saggio non usa e che rovescia il problema in modo più interessante. In L’alba di tutto, David Graeber e David Wengrow sostengono che alcune categorie centrali del pensiero politico occidentale non si siano formate nonostante l’incontro con il non-occidente, ma dentro quell’incontro: la Cina come modello discusso di istituzione amministrativa e di selezione per merito, e soprattutto la critica indigena americana — la voce di interlocutori come Kandiaronk nelle relazioni dei missionari — come una delle sorgenti effettive dei concetti europei di libertà, uguaglianza e critica dell’autorità. Le tesi del libro sono state in parte contestate, e su quanto pesi quella sorgente il dibattito storiografico resta aperto; l’impianto però tiene, ed è fecondo. Se ha ragione anche solo in parte, il restringimento ottocentesco non ha omesso materiale estraneo: ha amputato una relazione costitutiva, cancellando dalla genealogia gli interlocutori che avevano contribuito a produrre le idee. Il che sposta la questione dal terreno della riparazione a quello dell’accuratezza storica. È anche la ragione per cui la conclusione più solida non è morale ma istituzionale. Allargare il canone non è una concessione: è una restaurazione, il ritorno a un’ampiezza che la filosofia europea aveva e ha perduto per motivi che oggi sarebbero indifendibili. L’obiezione seria non riguarda il principio ma le ore: un piano di studi è finito, ogni ampliamento si paga in profondità, e chi insegna sa che il vincolo vero è il curricolo, non il pregiudizio. Ma è appunto un problema di progettazione istituzionale, e ha soluzioni note: più tempo dedicato allo studio, più spazio al confronto interculturale, più scambi reali fra tradizioni invece che moduli aggiuntivi lasciati in fondo al programma. Sono decisioni che si prendono, non attese che si subiscono. Ed è ora che si prendano.