Trascrizione dell’episodio di Radio Atlantic del 1° ottobre 2026: Hanna Rosin intervista Min Jin Lee, autrice di Pachinko (2017, finalista al National Book Award, adattato in serie da Apple TV), sul suo primo romanzo da allora, American Hagwon, ambientato fra la crisi finanziaria asiatica del 1997 e quella dei mutui subprime del 2008 e costruito su famiglie coreane divise fra Corea del Sud, Australia e Stati Uniti.
Hagwon è il termine coreano per centro di tutoraggio privato: Lee lo descrive come un’istituzione pervasiva e in sé non problematica — gli anziani ci vanno per la cucina, i bambini per il tip tap, chiunque per gli esami di Stato — ma il tipo che il romanzo mette al centro è quello per l’inglese a quattro anni, la fonte dell’ansia che l’opinione americana associa alla parola. Lee ha condotto, per sua dichiarazione, centinaia di interviste con genitori, studenti e insegnanti coreani in preparazione del libro, ed è partita, per sua stessa ammissione, da uno stereotipo negativo — «bambini torturati, senza infanzia» — per arrivarne a ribaltarlo quasi del tutto: non trova gli hagwon «lovely», ma ne vede la necessità, specie per famiglie dove entrambi i genitori lavorano e nessuno può seguire i compiti.
Le cifre con cui apre l’argomento vanno trattate per quello che sono: affermazioni dell’autrice, tratte dalla sua ricerca e non datate con precisione né verificabili in questa sede. Secondo Lee, l’80% dei bambini coreani di cinque anni frequenta un hagwon, e una famiglia con reddito mediano — attorno ai 35.000 dollari, nella sua stima — ne spende circa 400 al mese per un bambino di quattro anni: un dato che lei stessa collega, sempre come propria lettura, al basso tasso di natalità e nuzialità coreano.
L’attrezzo che la scheda isola è una frase, e vale oltre il caso coreano. Rosin chiede se l’istruzione funzioni in Corea quasi come una fede, e Lee: «sì. È quasi un token, come nel pachinko: se ottieni questo token, tutto funzionerà.» E aggiunge il meccanismo sociale che lo sostiene: sapere che qualcuno è stato alla scuola media con te — non all’università, alla media — significa qualcosa per tutta la vita, perché quella persona «si ricorderà il primo della classe». È lo stesso meccanismo che questo archivio registra nella voce distinzione, a proposito di Debbie Millman e della chirurgia estetica reciprocamente riconosciuta — «così che tu sappia che io so che tu sai che io so» — applicato qui non a un bene di consumo rivendibile ma a un capitale che si porta per tutta la vita, intrasferibile e non liquidabile.
Il secondo attrezzo è distinto dal primo e più freddo: il sacrificio come allocazione sotto vincolo, non come valore. Lee, interrogata sulla componente religiosa del sacrificio familiare nel romanzo, risponde spostando il terreno: anche tolta la religione, resta che «se hai 100 dollari e puoi spendere 40 per l’istruzione, e hai tre figli, non puoi farlo per tutti e tre.» Sequenziare — decidere chi studia e chi lavora per mantenere chi studia — non è un portato culturale coreano o cristiano: è l’unica strategia che Lee ha trovato funzionare, nelle centinaia di famiglie intervistate, quando le risorse per educare tutti i figli non ci sono.
Lee rivendica esplicitamente il proprio metodo, e vale la pena riportarlo perché è una dichiarazione di poetica applicabile oltre il romanzo: si definisce erede dei realisti sociali dell’Ottocento — George Eliot, Dickens, Tolstoj — che sottopongono persone comuni a forze più grandi di loro, e dichiara di non scrivere mai un vero cattivo. Anche l’antagonista del romanzo, Danbi — che seduce uomini sposati, incastra una collega, si appropria di denaro — è letta come prodotto di un’infanzia rurale, un patrigno alcolizzato, una crisi economica incombente: non colpa, circostanza. «Sono decisamente una scrittrice morale», dice Lee, «perché la maggior parte delle persone è disperata di moralità» — e distingue questo dal relativismo: gran parte delle persone che hanno fatto cose sbagliate, nella sua esperienza di ex avvocato, aveva una ragione («l’ho fatto per la mia famiglia») che non le rendeva, ai propri occhi, persone cattive.
Una nota terminologica, perché nomina un fenomeno che l’archivio non aveva ancora registrato: i parachute children — minori, spesso di origine est-asiatica, mandati soli all’estero per studiare, affidati a un tutore retribuito chiamato homestay person. Nel romanzo è il personaggio di Ginny, nove anni, spedita sola in una casa famiglia in California per entrare a UC San Francisco e diventare medico. Lee rifiuta la lettura a senso unico — non è abbandono, è un sacrificio che i genitori vivono come privilegio straordinario, «dare al proprio figlio la possibilità di diventare un cittadino globale» — e chiede di tenere insieme due prospettive, quella della bambina e quella del tutore, senza sciogliere la tensione in nessuna delle due.