Melanie Challenger, vicepresidente del Nuffield Council on Bioethics, sposta il discorso sul danno cognitivo dalla mente al corpo. L’intelligenza, scrive, nasce dall’organizzazione del vivente e si forma nelle azioni: orientarsi, ricordare, camminare, scegliere, prestare attenzione. La distinzione che conta è fra le tecnologie che rafforzano queste capacità e quelle che ripetutamente sostituiscono le azioni da cui dipendono. Le capacità si perdono per sostituzione ripetuta, non per contatto: è l’abitudine, cioè il tempo che non dedichiamo più al gesto, a smontarle.
Gli esempi sono concreti. In uno studio longitudinale su tredici utenti del GPS seguiti per tre anni, la memoria spaziale legata all’ippocampo cala più in fretta che nei gruppi di controllo. Copiare un testo scritto dall’AI, invece di stenderlo e poi farlo rivedere, riduce la fiducia nel rifare il lavoro da soli. Brevi conversazioni regolari con un’AI su questioni personali riducono un poco la preferenza per il sostegno umano. Challenger chiama questi sistemi parassiti: simulano un’agency nutrendosi della nostra. Il saggio pesa la tesi più dei dati, che sono pochi e su campioni piccoli, ma l’attrezzo regge: il danno non passa per lo strumento in sé, passa per il tempo che gli cediamo.